Faust

Faust

Cronache da una disconnessione

di C. Fabretti, Francesco Nunziata, F. Neri

Campioni del "kraut-rock" nei 70, i Faust hanno ampliato i confini della musica tutta, forgiando un "art rock tecnologico" in anticipo di due decenni rispetto al sound dell'epoca. Vi proponiamo una monografia completa sulla loro attività e l'intervista esclusiva che ci ha concesso uno dei membri fondatori, Jean Hervé Peron

Il kraut-rock è stato molte cose insieme: tentazioni "cosmiche", destrutturazione, sperimentazione oltraggiosa e iconoclasta, riappropriazione del caos, ora lasciato ribollire nella sua magmatica eterogeneità, ora ricondotto verso "forme" più o meno capaci di arginarne la potenza corrosiva.
In quel periodo - tra la fine degli anni 60 e l'inizio dei 70 - la Germania non è certamente, dal punto di vista sociale, un posticino tranquillo: con il movimento Baader-Meinhof nasce ufficialmente il terrorismo occidentale, destinato a incidere profondamente sul già precario equilibrio europeo. Ma in campo musicale, i teutonici non sono certamente da meno, grazie alla proliferazione di veri e propri "terroristi sonici", cresciuti nella luce abbagliante di sua maestà Karlheinz Stockausen, e raccolti sotto un unico fenomeno artistico e ideologico dal critico musicale Rolf Ulrich Kaiser.

Dopo i fuochi minacciosi del festival di Essen, anno di grazia 1968, il rock tedesco inizia la sua esaltante epopea: band quali Can, Neu!, Kraftwerk, Faust e Amon Duul II diventano, in un breve lasso di tempo, dei punti di riferimento obbligati per tutti quelli che stanno operando in vista di un rapporto artisticamente valido tra lo spirito ribelle del rock e l'impeto rivoluzionario dell'avanguardia. I Velvet Underground, sull'altra sponda dell'Atlantico, avevano già raggiunto, in questa direzione, risultati eccezionali e, sotto certi aspetti, irripetibili. Ma, adesso, bisognava rovistare ulteriormente il fondo del baratro, alla ricerca di strade sempre meno percorribili, e, per questo, sempre più intriganti e "sublimi".

Si parlava, dunque, di "terroristi sonici". Bene, nessuna band è stata più dedita alla causa dei Faust, nati quasi per scherzo ad Amburgo nel 1969. Il gruppo è formato da Rudolf Sossna (chitarra, tastiere), Arnulf Meifert (batteria -sostituito, dopo il primo album, da Werner "Zappi" Diermaier), Jean-Hervè Peron (basso), Hans-Joachim Irmler (organo) e Gunther Wusthoff (sintetizzatore, sassofono). Non avevano venduto l'anima al diavolo; l'avevano soltanto data in prestito al caos, alla follia, ricevendo in cambio la capacità di costruire una musica "terribile" sotto ogni punto di vista, un collage espressionista dalle fosche tinte tragiche. La loro "ideologia dell'assurdo", innestata su di una struttura armonica dissennata e pregna di fondali "concreti", condurrà in breve tempo la musica popolare verso la sublimazione ultima, verso il punto di non ritorno. Dopo di loro, niente sarà più come prima - e, allora, non si esagera nel ritenerli, insieme con i Velvet Underground (e forse più di loro), la band più influente e creativa di tutti i tempi; con la differenza, però, che, ancora oggi, i Faust sono, per molti, se non per moltissimi addetti ai lavori, una realtà ancora misconosciuta, se non del tutto ignorata.
Tra new wave, industrial e post-rock, non si contano le band che hanno raccolto la lezione di questi sabotatori anarchici e dissacranti.

Il loro progetto iniziale è un "rock tecnologico" portato alle estreme conseguenze: "In ogni paese - raccontavano in quegli anni - i musicisti stanno cominciando a sintetizzare nuovi suoni. Il problema è che non viene fatto abbastanza. Un musicista, oggi, deve avere delle conoscenze di elettronica per costruire lo strumento in grado di produrre esattamente il suono che vuole. L'ideale, per ogni musicista, è sapersi costruire gli strumenti da solo". Mettendo in pratica questa teoria, Diermaier e compagni si ritirano in una specie di isolamento monastico a Wümme, nel nord della Germania, tra Amburgo e Brema, utilizzando la loro vecchia scuola come studio e laboratorio, con una moltitudine di equipaggiamenti elettronici e un registratore a otto piste.
La vocazione artistica della band tedesca si riflette anche nelle sonorità: un intrico di effetti elettronici, insolite strutture ritmiche e suite anarchiche, che nascondono un'invenzione dietro l'altra. I testi, surreali e sarcastici, oltre a richiamare alla mente tecniche da cabaret brechtiano, riflettono la poetica freak del periodo. Più hippie che agit-prop politici, i Faust esprimono un'ansia di libertà che è anche figlia della contestazione: "Sì, eravamo influenzati dalla realtà politica che ci circondava, ma più nei testi che nella musica. E quello che davvero mi stava a cuore era proprio la musica", racconta Joachim Irmler.

Nasce così l'album d'esordio, intitolato semplicemente Faust, che si rivela anche un oggetto d'arte rock, con copertina radiografica (di una mano) su vinile trasparente. Sono tre i "momenti" in cui si divide: "Why Don't You Eat Carrots?", "Meadow Meal" e "Miss Fortune". Ognuno di loro rappresenta un diverso punto di vista da cui scorgere la tragedia umana. Ma questa ricerca è lastricata di disordine e di false apparenze: non esiste più bellezza esteticamente conciliabile con i consueti canoni di equilibrio e di simmetria. Essa si è trasformata nel suo opposto, la bellezza come "attimo eccessivo", "dirompente", e, per questo, sempre rischiosamente "fallace", sempre più "originaria". L'immaginazione è finalmente al potere! La sua vittoria significa "libertà assoluta", nel senso di "essere senza difese nei confronti dell'Ignoto", la stessa zona d'ombra che l'espressionismo di Murnau o di Wiene avevano cercato di sondare dal punto di vista della "visione". Questa "visione", adesso, è diventata "ascolto", ed è per questo che il suono viene a galla con tutta la sua problematicità (vedi Stockausen): nei solchi di questo loro primo lavoro, i Faust concedono al suono la facoltà di poter mettere in scena la modernità, con tutto il suo carico di alienazione, angoscia, follia e speranza mai doma. Una messa in scena che è memore, oltretutto, anche dell'utopia wagneriana, probabilmente il momento contemporaneo di massimo "ascolto" dell'essenza originaria della musica come rappresentazione della tragedia umana.
Il synth distorto che apre "Why Don't You Eat Carrots?" è già l'emblema della loro arte: la sua "concretezza" è quasi insostenibile, come è insostenibile l'effetto "straniante" che deriva dalle citazioni "dirette" di "(I Can't Get No) Satisfaction" degli Stones e di "All You Need Is Love" dei Beatles: come dire… tutto ciò che è stato, e non sarà più… La paurosa dissoluzione formale, memore del grido ribelle del Dada, prosegue con alcuni accordi di piano, una marcia circense con succulenti sapori zappiani, fiati vagamente imparentati col jazz, un ritmo circolare stile Pink Floyd di "A Saucerful Of Secrets", voci recitanti, sibili astrali, e uno stupore senza fine: il nostro. Il tapis roulant delle emozioni va avanti con i rumori e i fondali in chiaroscuro che introducono l'arpeggio di "Meadow Meal", trafitta da un cupo rimbombo metafisico. ll blues-rock galattico che segue sottrae smarrimento alle nostre menti, ma non in maniera adeguata, tanto da essere lasciate, poco dopo, in balia di un organo che elargisce, in mezzo a un temporale invernale, la sua lugubre preghiera alla notte.
Si cerca, comunque, una strada che sia capace di tirarci fuori dalla gelida solitudine. Questa strada è la spericolata corsa verso le stelle della prima parte di "Miss Fortune" (registrata dal vivo), propulsa dal battito ossessivo della batteria e sferzata da lancinanti distorsioni, fino alla catastrofica, quanto prevedibile, dissoluzione, dal cui clamore sboccia un silenzio inaspettato, sinistro; un silenzio in cui ancora vivacchiano germi di synth, accordi di piano quasi impercettibili e casuali rintocchi di piatti. Il folle che intona la sua sudicia cantilena si staglia su uno sfondo vuoto, dove la voce riecheggia tra un accompagnamento ascendente di piano e singulti elettronici, preludio alla nuova, tumultuosa apoteosi percussiva. Ciò che resta, dopo tanto apocalittico baccanale, è il prodigioso gioco di specchi tra i rimasugli di quella voce straziata, gli accenni cabarettistici del piano, i cinguettii stridenti del synth e una declamazione meccanicamente devastata che, in mezzo a tanto delirio, ripete "explosion…und jetzt…jetzt". La recitazione a due voci di una fiaba medievale, con accompagnamento di chitarra, pone fine ad uno degli esperimenti musicali più sconvolgenti della storia del rock. Il primo e l'ultimo verso di questa fiaba, rispettivamente "are we supposed to be or not to be" e "nobody knows if it really happened", sono le coordinate principali di questa esperienza estetica.

L'album successivo, So Far, è un altro campione di oggettistica rock, destinato a diventare un pezzo pregiato per collezionisti: nove appunti di sperimentazione musicale confezionati con altrettanti quadretti illustrativi. L'intento del disco è dichiaratamente parodistico, con testi all'insegna del non-sense e una girandola di diavolerie elettroniche ed effetti psichedelici, tra dadaismo e free-jazz. Gli angosciosi baccanali elettronici di "It's A Rainy Day, Sunshine Girl", ossessiva formula intonata da Peron sul percussionismo sincopato di Diermaier, con sporadici inserti di synth, e "Mamie Is Blue", con vocalizzi minimali, strati d'elettronica abrasiva e chitarre wah-wah, insieme al pastiche demenziale di "di I've Got My Tv" e alle pulsazioni proto-dance della title track (con trombe e synth a dialogare con la chitarra ritmica), formano l'asse portante di un disco interessante, anche se di transizione, in cui non mancano nuovi riferimenti all'universo zappiano (i bizzarri esperimenti pop tra una traccia e l'altra, con ricorso a overlay di chitarre trattate, sulla falsariga delle prime scorribande dei Mothers Of Invention's).
Si segnalano anche elementi eccentrici rispetto al tipico Faust-sound: dall'elegante interludio di chitarra classica di "On The Way To Abamae" al sinfonismo per organo e corno inglese di "No Harm", che si evolve su teneri arpeggi di chitarra prima delle folate elettriche di Sosna e del demenziale refrain di Peron ("Daddy take a banana/ tomorrow is sunday").

Nello stesso periodo, la band tedesca collabora con avanguardisti come Slapp Happy e Anthony Moore e, soprattutto, con Tony Conrad, leggendario personaggio dell'entourage di LaMonte Young e dei primi Velvet Underground, insieme al quale realizza Outside The Dream Syndicate (1973). Le sonorità dei Faust sono difficili, ermetiche, ma il pubblico inglese, prima ancora di quello tedesco, comincia ad apprezzarle, al punto che la Virgin decide di ingaggiarli, pubblicando anche The Faust Tapes (1973), una raccolta di outtake dai dischi precedenti, registrata in una sessione live a Oxford.
Il 1974 segna l'apice della parabola faustiana, grazie a Faust IV, capolavoro di art rock, destinato a influenzare una moltitudine di band nei due decenni successivi. Una straordinaria lungimiranza, quella dei Faust, che Joachim Irmler ha voluto ricordare con ironia: "E' stato un problema per noi arrivare per primi. All'inizio pensavamo: ok, lo stupore durerà per un anno, poi la gente capirà. Quindi ci siamo detti: aspettiamo un paio d'anni. E poi cinque. Alla fine, abbiamo cominciato a pensare: non ci sarà qualcosa che non va?".

Faust IV è un susseguirsi di trovate sorprendenti e al tempo stesso l'istantanea più a fuoco delle turbolente sperimentazioni intraprese dalla band negli anni precedenti. Resta perponderante l'elemento impro, ma la band appare perfettamente in grado di dare forma anche a "canzoni" nel senso più nobile della parola. Si conferma anche l'abilità dei Faust nel saper sfruttare appieno lo studio di registrazione, specie per quanto riguarda l'impiego dei nastri, con largo ricorso a montaggi, incroci e dissolvenze. Una peculiarità che li avvicina al loro nume tutelare, Frank Zappa.
L'incredibile suite iniziale "Kraut-rock" segna uno dei vertici assoluti dell'arte faustiana: una cavalcata elettronica di dodici minuti in bilico tra gli esperimenti di John Cage e certo minimalismo alla Philip Glass; un libero fluire di suoni incontrollati, un muro sonoro di tastiere e synth, mitragliato da scariche e interferenze incrociate, che culmina in una deflagrazione devastante, gettando l'ascoltatore in un baratro psichico senza fondo: è il "buco nero" della kosmische musik. "The Sad Skinhead" spiazza ancora, sfoderando un bozzetto reggae-rock di demenziale genialità, con un testo semplicemente esilarante ("Going places smashing faces what else could we do?"). Qualche beota traviserà il tutto, arrivando ad accusare addirittura il gruppo di simpatie naziste (!).
All'estremo opposto c'è l'oscurità catatonica di "Jennifer", che riapre voragini da incubo: un cupo incedere tra rimbombi di basso e tappeti di tastiere, che si chiude con una improvvisazione free-jazz. "Just A Second" infila una sequenza di riff chitarristici tra ruscelli elettronici e vibrazioni ossessive. "Giggy Smile" è un'altra (apparente) digressione "leggera": un numero da music-hall d'altri tempi, con un attacco prepotente e un assolo straniante di sassofono, presto sfigurato da strappi chitarristici, rumori e bizzarre percussioni. "Laüft" è un interludio siderale per organo e tastiere, "Picnic On A Frozen River - Deuxieme tableau" (ripresa di un motivo presente sul secondo album) inscena una sgangherata ballata sul dialogo serrato tra il sax e l'elettronica, e l'ossessiva reiterazione di un tema, sfregiato da chitarra e synth; mentre "It's A Bit Of A Pain" chiude il disco nel segno del virtuosismo elettronico più sfrenato, stravolgendo progressivamente un'impalcatura da folk-ballad. Disco di straripante creatività, Faust IV è una pietra angolare del rock tutto, anche solo per l'innumerevole schiera di artisti che ha marchiato a fuoco negli anni a venire. Musica preveggente e onnivora: i Faust riescono ad amalgamare rock, progressive, jazz, folk, minimalismo, noise, elettronica, proto-industrial, pop e classica moderna, con una disinvoltura pari solo alla loro irriverenza.

In seguito alla pubblicazione del disco, lasciano la band Rudolf Sosna e Hans-Joachim Irmler, rimpiazzati da Peter Blegvad e Uli Trepte. Ma gli album in programmazione con la Virgin restano nel cassetto per divergenze con la stessa etichetta, sempre più interessata a dare un indirizzo artistico diverso al complesso, e l'esperienza dei Faust pare ormai terminata. Dopo un lungo accavallarsi di voci sulla ricostituzione della band, nel 1990 viene celebrata ufficialmente la reunion, in un concerto al Prinzenbar di Amburgo. Due anni dopo, i Faust si esibiscono in un memorabile show al Marquee Club di Londra. Ai membri originari, Werner Diermaier, Joachim Irmler e Jean-Hervé Peron, si affianca Achim, un ulteriore percussionista. Nel frattempo, però, è morto Rudolph Sosna, colui che per Peron "era un genio, era tutto: componeva canzoni - belle canzoni - suonava il piano, conosceva tanto della musica...".

Nel 1994 esce il nuovo album, Rien, mixato da Jim O'Rourke, che ripropone alcuni stilemi tipici della band, accentuando la loro vena anarchica, con droni di violini, sintetizzatori industrial, suoni eccentrici e improvvisazioni di tromba. La prima traccia è in pratica una sublimazione del silenzio, la seconda viene squarciata da lunghi feedback, prima di sfociare in una gelida ambientazione invernale, la quinta è un assemblaggio di batteria e drone. Sembrano essere venute meno sia la vena melodica (sempre latente, nonostante tutto), sia l'estetica progressive del gruppo, in favore di una sperimentazione più studiata a tavolino di quanto la buona dose d'improvvisazione presente lasci immaginare. La lucida follia dei Faust sembra essersi stemperata in numeri di intelligente (ma altrettanto auto-referenziale) avant-rock.

Entro la fine del decennio, i Faust si assestano in un trio (Diermaier, Irmler e Peron), realizzando nel 1997 You Know Faust, forte di almeno due tracce da ricordare: la partitura ambientale di "Liebeswehen" e il numero nonsense di "Teutonen Tango". Ridimensionate le tecniche della musica concreta, gli ex krautrocker di Amburgo accentuano le tinte psico-ambientali della loro musica, costruendo una serie di soundscape di synth, organo, pulsazioni profonde e droni di chitarra.

Sostituito Peron con il bassista Michael Stoll, i nostri incidono l'ermeticissimo Ravvivando, che spinge su quella attitudine noisy che tanto ha lasciato il segno sulle successive compagini shoegazer, senza rinunciare all'aspetto più parodistico dell'opera faustiana, contrassegnato anche da divertenti sketch che sembrano chiamare in causa alcuni loro vecchi compagni d'avventura (gli Amon Duul, in "Take Care", i Cluster, in "Ein Neurer Tag", i Neu! in "T-Electronique"). Completano la nuova sarabanda sonora la pantomima carnevalesca di "Dr. Hansl", i blues à-la Can di "Livin' Tokyo", l'inquietante "Apokalypse" e l'epos quasi mistico di "Du Weibt Schon". Segue l'opera Faust Wakes Nosferatu, che ribadisce alcune felici intuizioni del loro sound, malgrado l'esito non sia sempre all'altezza degli anni d'oro.

Nel 2002 escono Freispiel, una raccolta di remix da Ravvivando ad opera di personaggi illustri, tra i quali Trillion, Sofa Surfers, Howie B. e Residents, e Patchwork, un collage di pezzi ancora mai registrati dal gruppo, che copre tre decadi di intermittente carriera.

Una infinita querelle nei confronti di Zappi Diermaier - con Jean-Hervé Peron da una parte e Joachim Irmler dall’altra - per problemi di royalties, pare - ha portato le due “fazioni” a scontrarsi duramente, anche sui mezzi d’informazione. Ne leggete uno strascico polemico persino nell’intervista che abbiamo realizzato al disponibilissimo Jean Hervè, la quale restituisce, purtroppo, il senso di una frattura probabilmente insanabile. D’altro canto, discutere sulla line-up attuale è forse questione di lana caprina, considerato il carattere di progetto aperto che ha contraddistinto l’entità Faust sin dal principio.
Allo stato dei fatti  Irmler continua a produrre in proprio con l’etichetta personale, Klangbad, mentre Peron e Diermeier - coadiuvati per un certo periodo da Amaury Cambuzat e Oliver Manchion di Ulan Bator - sono titolari della ragione sociale Faust, già utilizzata per la pubblicazione del box …In Autumn.

Nel 2007 comunque esce Disconnected, che prefigura una situazione da sogno, vista la statura dei nomi in ballo: Faust per l’appunto e Nurse With Wound, ovvero Steven Stapleton e Colin Potter, con Diana Rogerson guest in un paio di pezzi. Primo di una serie di album a tema, che vedranno successivamente Peron e Diermaier lavorare insieme ad altri produttori/collaboratori, il disco raccoglie materiale del tutto inedito, realizzato durante una session in studio durata cinque giorni. 
Si susseguono musiche e immaginari tangenti, ben amalgamati in “strutture” improvvisate, quasi free in alcuni punti. Ciò soprattutto nell’overture “Lass Mich”, mostro percussivo in mutazione progressiva, dove un iniziale (s)fascio dronico piuttosto destabilizzante sfocia nell’incalzante motorik beat alla Neu, a portare il pezzo fino alla conclusione.
Ronzii, voci sommesse e sferragliamenti industriali caratterizzano invece i movimenti successivi, annegati in una nebbia d’ambient post-atomico. Agghiaccianti “Tu M’entends?”, pervasa di un malsano triabalismo pagano, e “Disconnected”, che, tra loop sfiancati e rumorismi ipnotici, trascina in profondi abissi dark-ethereal. Non da meno “I Will Take Time”, ancora giocata su paesaggi del dopo catastrofe, a richiamare quella desolazione metropolitana già evocata in Ravvivando del ’99.

Preso da una bulimia compositiva galoppante, Jean Hervè Peron fa uscire due anni dopo un altro album, registrato nelle medesime session di Disconnected.
C’est Com... Com... Complique (2009) mostra dei Faust incerti, presi nella loro crisi d’identità a cercare l’ennesimo colpo di reni o un eventuale slancio in avanti che rinnovi la magia. Si lasciano apprezzare, allora, la trance massacrante dei 9 minuti di “Kundalini Tremolos” o l’allucinante psichedelia di "Ce Chemin est le Bon"? I primi tre pezzi sono ottimi, il resto invece scade nella mediocrità.
Però, nonostante il disco non sia nulla di che, i Faust sono sempre sul pezzo in qualche modo. Probabilmente non diventeranno mai dei dinosauri.

"Un mix radicale di musica concreta, Stockhausen, Velvet Underground e momenti di splendida quiete pastorale". Così Nme ha tentato di spiegare la formula di Diermaier e soci. Ma c'è chi si è spinto anche più in là. Come Julian Cope, uno dei maggiori discepoli della formazione di Amburgo, che ha sentenziato: "Non esiste un gruppo più mitico dei Faust". O come Melody Maker, che li ha descritti come i pionieri di quella re-invenzione della chitarra nel rock operata da band quali Sonic Youth e My Bloody Valentine.
Sintesi perfetta di eccentricità e senso del tragico, energia rock e rigore avanguardistico, l'arte dei Faust ha rappresentato una variazione germanica al pionierismo musicale americano dei vari Frank Zappa, Captain Beefheart e Velvet Underground. E' anche per merito delle loro suite geniali e irriverenti che la scena europea ha compiuto un decisivo passo avanti nell'uso della tecnologia e nella ricerca di nuovi orizzonti sonori. Ma l'opera di questi intrepidi funamboli teutonici assume anche una valenza più ampia. La domanda posta dai Faust, in definitiva, condensa millenni di interrogativi e di frustrazioni umane. Un'unica risposta sembra possibile: nessuno di noi può essere certo della sua esistenza. Nessuno di noi sa se tutto ciò che comunemente chiamiamo "vita" succeda davvero o se sia, piuttosto, per dirla con Calderòn de la Barca, soltanto un "sogno". La musica dei Faust si è fatta carico anche di quest'ultima possibilità.

Dopo il pressoché strumentale Faust Is Last (2010), partorito dalla compagine di Hans Irmler, i Faust "ufficiali" proseguono con Something Dirty (2011) il loro sposalizio con la Bureau B, etichetta indipendente di Amburgo per cui rilasciano anche j U st (2014). Questi ultimi album mostrano una band non sempre al passo con i tempi, seppur ugualmente maliziosa ed espressiva. Nel 2017 i Faust ritornano tuttavia in gran forma con Fresh Air, registrato con differenti formazioni e in diverse località durante il tour americano nella primavera del 2016. A tutto questo si aggiungono le sovraincisioni in studio, che distinguono il disco da un semplice live: è difficile dire quanto sia stato composto e quanto sia stato improvvisato, ma tutto alla fine sembra scorrere in modo uniforme in quello che ha tutta l'aria di essere un album di protesta.

In Fresh Air (2017) oltre ai fondatori Werner "Zappi" Diermaier (batteria) e Jean-Hervé Péron (basso, chitarra, voce) partecipano anche Barbara Manning con le sue live lecture, Jürgen Engler (Die Krupps) alle sovraincisioni e Ysanne Spevack con la sua viola. Personaggi che si inseriscono nelle dinamiche ritmiche del duo, offrendo spesso delle visionarie onomatopee tramite i loro strumenti discordanti. Anche se ora preferiscono l'ortografia faUSt - per citare il loro penultimo album j US t - si può ancora respirare l'anarchia della loro musica primigenea, il caos entropico degli esordi che plasma un nuovo film nella testa dell'ascoltatore, stando tuttavia lontani dai prevedibile sequel.
L'album si apre con l'imponente title track (17 minuti) riempita di recitativi, voci operistiche e spettrali bordoni. Dopo una lunga e lenta costruzione, emerge un ritmo egemonico e martellante da incubo post-industriale. C'è l'invito ripetuto a respirare aria fresca da Tokyo a New York all'interno dei versi della canzone, ricavati da una poesia di un compagno di scuola francese di Péron (qui tradotta e recitata in polacco). Dopo un paio di esperimenti più brevi - tra cui i 23 secondi da coro dadaista di "Partitur" - l'album si arena poi nei ritmi rilassanti di "La Poulie", con la chitarra e il basso che si allineano alle texture elettroniche della traccia. 
In "Chlorophyl" Péron riscrive la Marsigliese adattandola ai tempi odierni, facendo un appello disperato ai musicisti in un mondo ormai al collasso (“artisti, impegnatevi nelle vostre canzoni: l'arte per arte è finita"). "Lights Flicker" rinnova l'istinto anarchico della band, mentre l
a chiusura "Fish" (che ricorda la "Mamie Is Blue" di "So Far"), più lenta e calma, offre ancora uno sguardo verso questioni ambientali e politiche nelle declamazioni franco-inglesi di Péron e della Manning ("il mare non si cura dei cadaveri dei profughi, che lentamente affondano nel Mediterraneo"), rasentando le composizioni devastanti dei Godspeed You! Black Emperor."
Fresh Air è un album impegnato ma tutto sommato divertente
. Ma i tempi sono cambiati e lo sono anche i Faust, e se ci si aspetta un album uguale a "Faust" o "Faust IV" il rischio è di rimanere incredibilmente delusi.

Contributi di Antonio Ciarletta ("Disconnected, "C’est Com... Com... Complique") e Valeria Ferro ("Fresh Air")

Faust

Cronache da una disconnessione

di C. Fabretti, Francesco Nunziata, F. Neri

Campioni del "kraut-rock" nei 70, i Faust hanno ampliato i confini della musica tutta, forgiando un "art rock tecnologico" in anticipo di due decenni rispetto al sound dell'epoca. Vi proponiamo una monografia completa sulla loro attività e l'intervista esclusiva che ci ha concesso uno dei membri fondatori, Jean Hervé Peron
Faust
Discografia
Faust (Recommended, 1971)

9

So Far (Recommended, 1972)

7,5

 The Faust Tapes (Cuneiform, 1973)

8

Faust IV (Virgin, 1973)

9

The Faust Concerts, Vol. 1 (Table of The Elements, 1994)

7,5

The Faust Concerts, Vol. 2 (Table of The Elements, 1994)

7

 Rien (Table of The Elements, 1995)

6,5

 Untitled (1996)

6,5

 You Know Faust (Recommended, 1996)

7,5

 Edinburgh (Klangbad, 1997)

6,5

 Faust Wakes Nosferatu (Think Progressive, 1997)

6

 Ravvivando (Klangbad, 1999)

6

 The Wümme Years - 1970/73 (5xcd, Recommended, 2000)

9

 The Land of Ukko and Rauni (live, Ektro, 2000)

6

 Freispiel (Klangbad, 2002)

5,5

 Patchwork 1971-2002 (Staubgold, 2002)

5

 Collectif Met(z) 1996-2005 (3xcd+vcd) (2005)

6,5

 Disconnected (with Nurse With Wound, Art-errorist, 2007)

7

 C’est Com... Com... Complique (Bureau B, 2009)

5,5

 Faust Is Last (Klangbad, 2010) 5,5
 Something Dirty (Bureau B, 2011)4
 j US t (Bureau B, 2014)6
 Fresh Air (Bureau B, 2017)7
pietra miliare di OndaRock
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