Meredith Monk

Meredith Monk

La voce dei dolmen

di Roberto Rizzo

Maestra dell'arte multidisciplinare, Meredith Monk si è rivelata uno dei personaggi più coraggiosi e visionari nel mondo dell'avanguardia vocale. Una ricerca entusiasmante che ha influenzato l'uso della voce nel rock e che ora raccoglie i giusti riconoscimenti anche del grande pubblico

In cerca dell'eternamente umano

Ci sono emozioni, stati d'animo, visioni, per cui l'espressione linguistica appare inappropriata, limitativa, a volte addirittura inesistente nel vocabolario di una lingua. Sensazioni e turbamenti che magari non conosciamo, perché estranei al nostro mondo o che forse abbiamo dimenticato, indaffarati nei corsi e ricorsi della nostra storia.
Negli anni Sessanta si muove, nella solita New York, una donna di nome Meredith Monk, che, affascinata da simili congetture, decide di votare il suo intero percorso alla ricerca di un'espressione artistica in grado di rappresentare le trepidazioni dell' "eternamente umano", scavando sempre più a fondo nella riesumazione degli strati più primitivi del nostro subconscio e fissandoli allo stesso tempo in una sorta di a-temporalità e universalità.
Un percorso estremamente ambizioso rimasto pressoché inedito nella storia della musica sia per il carattere emotivo e profondamente umano dell'arte della Monk (che differisce dagli esotismi di nomi quali Dead Can Dance e This Mortal Coil), che per la straordinaria comunicatività di un'opera che pur nasceva nell'avanguardia americana più colta.

Nata da una famiglia di cantanti e ballerini (la madre e il nonno erano cantanti professionisti), Meredith Monk si muove da subito con disinvoltura in una New York brulicante di fermenti artistici. Prima la laurea al Sarah Lawrence College, poi la partecipazione a numerosi spettacoli d'avanguardia, prestando la sua voce a composizioni altrui oppure, altre volte, esibendosi come "danzatrice solista". Il corpo e la voce, il materiale e l'immateriale: la giovane Meredith si esprime con sorprendente naturalezza nella fusione delle discipline, tant'è che i concetti di "movimento" e "danza" rimarranno dei pilastri anche delle sue produzioni esclusivamente musicali.
Non poteva che essere l'arte multidisciplinare quindi, nel 1968, al centro della realizzazione del suo primo obiettivo di grande portata: la fondazione della compagnia teatrale The House, sul cui fine si esprime in questi termini: "Creare un'arte che abbatta le frontiere fra le discipline, un'arte che a sua volta diventi una metafora per aprire il pensiero, la percezione, l'esperienza. Un'arte che purifichi i sensi, che offra intuito, sentimento, magia. Che permetta al pubblico, forse, di vedere cose già conosciute in un nuovo modo".
Un'arte trasversale e complessa, quindi, che affonda le proprie radici nella tragedia greca e nelle arti orientali.

Tuttavia è sul più naturale e potente degli strumenti che Meredith concentra il suo studio in questi anni di grande attività: la propria voce. Uno studio che amplia ai generi più disparati (dall'opera ai canti delle tradizioni tribali euro-asiatiche), alle tecniche più audaci e che include anche una rivalutazione del materiale musicale scritto per le performance teatrali. In breve tempo Meredith Monk conquista la stima delle personalità più in vista della musica colta e del minimalismo e diventa il nome di punta dell'avanguardia vocale.

Fra il 1968 e il 1970 Meredith Monk mette in scena uno spettacolo, presentato come "teatro invisibile", che andrà a costituire il materiale della sua prima uscita discografica: si tratta di Key (1977),uscito per Lovely Music e rimasto per anni il suo disco più introvabile, fino alla riedizione del 1995.
La voce dell'artista occupa il centro della scena, attorno a essa poco altro, un organo, un piano, uno scacciapensieri. Sono dieci schizzi minimalisti in cui la Monk rivela subito con grande lucidità e spessore tutto ciò di cui è capace: avventurarsi in a-cappella nevrotici e spericolati ("Porch"), condurci in una grottesca discesa dei gironi infernali ("Understreet"), disegnare un surreale clima da esorcismo ("What Does It Mean"), ma anche raccogliersi in momenti di mesta contemplazione ("Fat Stream"), fino alla conclusiva marcia rituale in stato di trance ("Dungeon").
Meredith Monk ha la capacità di spiazzare costantemente l'ascolto, il suo canto è libero e in grado di fronteggiare i registri più ardui e più volte sembra davvero provenire da un altro pianeta. Eppure tutto ciò sarebbe fuffa intellettuale, se alla base non ci fosse quell'approccio istintivo, viscerale, primordiale che va a intaccare gli strati più oscuri della mente.

Quelli successivi al "teatro invisibile" sono curiosamente gli anni più "visivi" dell'artista: tra il 1974 e il 1979 rappresenta una grande quantità di cortometraggi, tra cui "Quarry", che uscirà poi su disco, "Humbolt's Current" ed "Ellis Island", quest'ultimo (imperniato sull'immigrazione in America nei primi del Novecento) riceverà il Golden Eagle al Films&Videos Festival di Atlanta. Inaugura intanto la serie di performance "Travelogue".

Ma Meredith Monk non trascura affatto quella che è ormai a tutti gli effetti la sua attività principale: la musica e lo studio sulla voce. La firma per Ecm segna l'inizio di una collaborazione duratura, che si protrarrà per oltre trent'anni, nonché l'avvio di un'attività musicale più costante.
Mentre l'esercizio sul suo strumento preferito si fa sempre più puntiglioso, portando la sua estensione ai limiti estremi, accogliendo le tecniche di canto giapponese e siberiano, nel 1976 decide di ritirarsi in cima a una collina deserta del New Mexico. In questi luoghi aridi e disabitati, Meredith avverte però un'inquietante presenza: quella delle civiltà scomparse, delle culture perdute, degli indios sterminati. È in questo stato di suggestione che nasce una delle sue opere più commoventi: Songs From The Hill (1979).
I "canti della collina" sono dieci brevi visioni (a cui su disco si aggiungerà la lunga "suite" Tablet) in cui l'artista impersona dieci differenti personaggi, utilizzando per ciascuno una differente tecnica vocale. A dominare è un senso di morte, di desolazione, amplificato dall'asprezza delle interpretazioni, in cui la voce è l'unico strumento. L'ugola della Monk è il veicolo attraverso cui i vocalizzi, le cantilene millenarie, i riti propiziatori di una civiltà estinta (identificata con quella indios, ma il messaggio della Monk è universale) vengono passati in rassegna per un'ultima volta prima dell'oblio finale. Ecco così giungerci alle orecchie la ninnananna spettrale di "Lullaby", che costituisce l'unica melodia strutturata del lotto, ovvero il richiamo del capo-tribù in "Mesa", l'ubriacante filastrocca di "Wa-lie-oh". I gorgheggi si fanno acutissimi in "Bird Code", mentre "Jew's Harp" e "Insect" si annoverano tra i suoi esperimenti più folli di sempre: la prima è uno straniante esperimento allo scacciapensieri, nella seconda si riduce a un brusio ronzante, proprio come il sibilo di un insetto. L'atmosfera si fa sempre più cupa, il presagio della fine imminente sfocia in una tensione insostenibile, che culmina nella disperazione più totale in "Prairie Ghost": nel silenzio della notte, e forse per questo ancora più pesante, si sente una voce che ansima impaurita, cerca di contenersi quando in più punti sembra cedere alla tentazione di urlare, continua incerta a sussurrare ma sul finale si arrende alla disperazione e scoppia in un selvaggio latrato.

È quasi liberatorio, quindi, il pianoforte che si palesa in quel tour de force finale che va sotto il nome di "Tablet". Si tratta di un lungo flusso di coscienza, in cui la Monk mette a punto una nuova architettura canora, basata sulla progressività e la sovrapposizione. Il pianoforte ripete ossessivamente un breve giro, che in tutto il brano subirà solo due variazioni, la voce inizia a intonare una tormentata nenia, ma all'improvviso due, tre, cinque voci entrano, prima da destra, poi da sinistra, ognuna porta la sua funesta filastrocca, prima lentamente, poi sempre più veloce. Quando a un certo punto il pezzo sembra chiudersi, ecco che invece sfuma in una nuova variazione, a cui le voci tornano a sovrapporsi una dopo l'altra. Si aggiunge anche un fraseggio di flauto, a condurre l'ascoltatore nel disorientamento assoluto. Senza che ce ne accorgessimo, sono passati venti minuti, quindi questo delirante processo di accumulazione si arresta improvvisamente e rimane solo un lamento agonizzante che si consuma in un rantolio esanime. Un brano memorabile, giusto punto d'arrivo concettuale delle "songs", nonché fondamentale ponte verso il minimalismo: Meredith Monk si avvicina sempre più a un alter ego "vocale" di Steve Reich.

Con Songs From The Hill / Tablet il genio della Monk ha raggiunto vette d'altissima quota, da cui la vista sembra offuscata solo dalle sommità dei dolmen...

Il minimalismo vocale: andata e ritorno dai dolmen

mm1È una Meredith Monk in stato di grazia quella che, appena licenziate le canzoni della collina, pubblica una delle opere immense dell'avanguardia a stelle e strisce. Dolmen Music (1980) è frutto di una compositrice ormai pienamente matura e consapevole, che sa esprimere, dosare e veicolare con sapienza le proprie smisurate capacità, e che, lungi dal crogiolarsi in uno sterile autocompiacimento, riesce a guardare costantemente oltre, come se il vero punto d'arrivo fosse sempre il prossimo, ancora da venire. Ciò nonostante, è davvero difficile immaginare opera più compiuta e definitiva di Dolmen Music, convergenza dei tanti segnali lanciati in direzioni differenti e fondamentale punto di riferimento per le evoluzioni future della stessa artista.
Ed è ancora una volta una ninnananna a introdurci al disco: "Gotham Lullaby". La tecnica del giro di pianoforte reiterato all'infinito con poche variazioni era già presente in "Tablet", ma il contesto è completamente diverso: nessun inseguimento di voci, nessuna inquieta cantilena, solo poche note scarne su cui la voce della Monk intona una melodia tristissima, ma ariosa e solenne, come un requiem per la fine dell'uomo. È già evidente una delle importanti conquiste di Dolmen Music, la fusione perfetta tra voce e strumento: la musica non è più un commento, uno sfondo, ma partecipa attivamente alla riuscita del brano, lavorando in simbiosi con l'elemento vocale. La soluzione pianoforte-melodia vocale imposta inoltre il canovaccio su cui si baseranno molte composizioni successive.
Non poteva invece chiamarsi diversamente quella traversata a vele spiegate intitolata "Travelling". Il brano, che insieme a "Biography" era già apparso nell'opera teatrale "Education Of The Girlchild", vede la voce della nostra fuggire, ora epica, ora invasata, verso lidi lontanissimi, sostenuta da una percussione e un pianoforte che sembra imitare il movimento uniforme e incessante delle onde. Si cambia ancora registro con il surreale e schizofrenico siparietto di "The Tale", brano per cui un certo John Cage non smetterà di tessere le lodi della Monk. Il lume della ragione è ormai completamente perduto quando arriviamo a "Biography", più che un brano musicale, un'operazione a cuore aperto. E' inutile opporre resistenza: la voce della strega Meredith si insinua severa in una qualche fessura indifesa della nostra mente, penetra inflessibile nella psiche, tocca i nervi scoperti, quelli più dolorosi e occultati. Quindi si attorciglia, si trasforma in un pianto struggente quando scende in direzione del cuore, lo afferra e lo spappola, si corrode finché non rimane che un intollerabile, compassionevole "na-na-na".
Superata questa dolente seduta psichiatrica non resta che accostarci, in silenzio, purificati, al cospetto dei dolmen. Nei ventitré minuti della maestosa title track saliamo su una macchina del tempo immaginaria e salutiamo definitivamente le categorie spazio-temporali. "Dolmen Music" è un'opera corale per sei voci, tre femminili e tre maschili, tutte su livelli straordinari, a cui si aggiungono le brevissime chiose di un violoncello irriconoscibile, il tutto architettato secondo una logica progressiva, di crescendo e trasformazioni continue. L'introduzione è affidata a un violoncello, che ricorda tanto il suono di uno strumento arcaico, Meredith Monk inizia l'impresa con un solitario "ah-u", poco dopo accompagnata dalle altre due voci femminili a formare un coro religioso e misterioso. Entrano quindi le voci maschili intonando minacciose un tema che parte come un canto gregoriano e sfocia in un dialogo in una specie di lingua pre-babelica. Col passare dei minuti i cori iniziano a sfaldarsi, i temi muoiono, ogni voce va per fatti suoi e comincia a rivelare le sue pulsioni primitive, incontrollate. Il trapasso in un'era preistorica è compiuto. I nostri antenati comunicano in una lingua magica, le nostre antenate improvvisano un canto di sirena sul suono grave del violoncello. A un certo punto questo strano idillio si spezza. Risaliamo in un'epoca ancora precedente. Ora arrivano urla, schiamazzi, versi, lamenti, il violoncello maltrattato a formare un groviglio inestricabile di richiami: la riscoperta della natura primordiale del suono e la voce come strumento arcaico per eccellenza. A qualcuno può venire in mente l'incipit di "2001: Odissea nello spazio". "Dolmen Music" è un viaggio, un'esperienza mentale, cerebrale e allo stesso tempo così fisica e istintiva, una funambolica costruzione in bilico tra sogno e realtà, tra questo e altri mondi. In una parola: arte.
E intanto anche la critica di mezzo mondo si inchina al genio della Monk e molte riviste musicali indicheranno Dolmen Music come "disco dell'anno".

L'estro della newyorkese però non è mai pago di sé. Anzi, gli anni successivi a Dolmen Music saranno quelli più fitti di composizioni. Mentre realizza la sua prima installazione ("Silver Lake With Dolmen Music"), mette a punto una nuova performance teatrale, "Spacimen Days", e il cortometraggio "Paris".
Nel 1983 il suo talento obliquo mette a segno un altro, ardente, capolavoro: Turtle Dreams (1983). Se la struttura vocale conferma la forma corale di Dolmen Music, il livello semiotico è ben diverso. Abbandonate le visioni bucoliche dei dolmen e del New Mexico, Meredith Monk decide di mettere a nudo il mondo intorno a sé, quella New York frenetica e bulimica che in quegli anni si imprime nell'immaginario collettivo mondiale come sinonimo di sviluppo e benessere. E invece quella che traspare da "Turtle Dreams", altro lungo flusso di oltre diciassette minuti, è una umanità angosciata e farneticante, che sfila apatica davanti alle vetrine scintillanti degli ipermercati, mentre qualcosa nell'intimo protesta auspicando il ritorno a una civiltà autentica in comunità con la natura. Musicalmente questo quadro desolante viene reso da un irrequieto alternarsi di cori, lamenti e acuti solitari, mentre in lontananza scorre, beffardo, un organo, tragico e impassibile. Fedele alla sua idea di multidisciplinarietà, la Monk a teatro accompagna la performance con una coreografia in cui i quattro cantanti si spostano irreggimentati a destra e sinistra, prima di lasciarsi andare a movimenti convulsi.
Non sono da meno gli altri quattro pezzi che completano il disco: "View #1" è un'altra trovata geniale, un confronto tra fraseggi pianistici pre-registrati, una serie di filastrocche malate che si sovrappongono e un synth straniante che irrompe in chiusura, "Engine Steps" un breve collage di nastri, sulle orme del suo padre "spirituale" John Cage (con cui tra l'altro in questi anni stringe una sincera amicizia), e infine "View #2", una sonata per voce e sintetizzatore, tenue e malinconica. Anche per questo, Turtle Dreams è forse il disco più drammatico e contemporaneo dell'artista.

Il viaggio e la ricerca

mm8Nel 1986 Meredith Monk rappresenta l'opera musicale "Acts From Under And Above" con Larry Harrison, mentre la Ecm pubblica altri due dischi importanti. Il primo si chiama Our Lady Of Late, un singolare esperimento portato a teatro alcuni anni prima in cui l'artista si esibisce con il contributo di alcuni calici da vino. Mentre la Monk presenta una quindicina di frammenti vocali, l'uno diverso dall'altro, il suono dei calici sullo sfondo è monotono, delicato, ipnotico, ossessivo. Si trasforma addirittura in strumento di tortura nell'agghiacciante dialogo di un'anima in pena con il demonio chiamato "Conversation". "Unison" è invece l'episodio più curioso, in cui la voce imita il suono del bicchiere, in un stralunato duetto uomo-calice.
Per quanto temerario, il disco conquista ancora una volta la critica, e la Wergo nel 1989, lo includerà insieme a Songs From The Hill, in una collana che raccoglie i dischi più significativi della musica contemporanea, fra nomi come Cage e Stockhausen.

Do You Be
(1986) è invece una raccolta di brani sparsi qua e là nei nove anni precedenti, composti in gran parte con sintetizzatore e pianoforte, e contenente alcune gemme fondamentali. A partire da "Scared Song", che irrompe solenne a confortare le irrequietezze dell'anima, come dichiarò in un'intervista, "...Un esorcismo di quella paura da cui molte nostre azioni hanno origine inconscia e che siamo costantemente terrorizzati di affrontare". Tra le undici tracce che seguono spiccano due altre emozionanti interpretazioni al pianoforte, "I Don't Know" e "Do You Be", quest'ultima uno dei pezzi più rappresentativi della Monk, già presente in un'altra versione su Key.

Book Of Days
(1990) è un altro approdo cardinale. Il disco non è altro che la colonna sonora del suo primo lungometraggio, uscito l'anno prima e pubblicato di recente in Dvd, e mette in evidenza il mutato approccio alla performance da parte della Monk: non più drammi psicologici (di cui pure si annusano le reminiscenze, ascoltare "Madwoman's Visions") ma cantate malinconiche, essenziali, più vicine al canto chiesastico, in dialogo con il silenzio. Il progetto nasce da una visione avuta dall'artista (a quanto pare, durante le pulizie domestiche della sua casa di campagna...), un viaggio nel Medioevo, la storia di una bambina ebrea protagonista di una serie di magici incontri e rituali millenari.
Book Of Days
è forse il suo disco più suggestivo e affascinante, in un senso nuovo, notturno, romantico.

Sulla scia di questo rinnovato gusto per l'antico, la Monk pubblica Facing North (1992), basato sulla storia di Giovanna D'Arco. Nonostante alcuni frammenti interessanti, come l'incontenibile scioglilingua di "Arctic Bar", il disco resta il meno coinvolgente del suo repertorio.
Nello stesso anno esce però anche quello che può essere considerato il vero punto d'arrivo di una straordinaria e audace ricerca artistica lunga più di un quarto di secolo: Atlas (1992). È in questa monumentale opera in tre atti che la fusione tra voce e musica, nonché la sua idea di "matrimonio" tra le arti, raggiunge il definitivo compimento. Atlas è un viaggio, o meglio il viaggio: il pellegrinaggio, fisico o spirituale, alla ricerca della soluzione di quelle domande sul vero senso della vita, e rendere quindi la nostra esistenza più piena e autentica. Nonostante il cd faciliti l'ascolto, allegando il libretto dell'opera teatrale, il miglior approccio all'opera è però quello di lasciarsi andare a mente libera, far viaggiare la fantasia, vagabondando tra montagne, pianure e oceani. È un viaggio che parte ovviamente con il sogno, le eccitanti congetture della vigilia (all'incirca tutta la prima parte "Personal Climate") e che diventa poi reale, con l'accurata scelta dei compagni di viaggio, incontri bizzarri, epiche traversate, curiose scoperte e intense riflessioni ("Night Travel").
L'opera si chiude con le brevi rarefazioni di "Invisible Light" a suggellare con un tocco di malinconia la fine di questo viaggio, in cui non importa tanto il "dove" ci ha condotto (probabilmente non c'è alcuna risposta alla nostra ricerca), ma il bagaglio di conoscenze accumulato lungo il percorso, in grado di dare tutt'altro colore e intensità alla nostra esperienza.
Atlas
insomma è l'opera suprema della Monk vocalist e arrangiatrice e, per noi, uno degli ascolti più emozionanti.

Quello di Meredith Monk intanto non è più un nome relegato ai cultori del genere, il suo talento viene riconosciuto e venerato dagli ambienti artistici più diversi, non escluso quello pop, i suoi brani vengono inseriti nelle colonne sonore e gli ensemble vocali "colti" reinterpretano alcune sue piece. Nel 1995 inoltre riceve il prestigioso MacArthur Fellowship, premio assegnato alle personalità "geniali" dell'arte.

Nel 1997 viene pubblicato Volcano Songs, disco che prende le distanze dalle avventure neoclassiche di Atlas, in favore di un suono più scarno, come nell'a-cappella iniziale di "Walking Song", brano che finirà anche nella soundtrack del film "The Big Lebowski". L'album, pur ottimo, non aggiunge però molto a quanto già detto e ribadito dall'artista.

La pietà e l'impermanenza: l'approdo filosofico

mm9Più interessanti i progetti che arrivano con il nuovo millennio. Mercy (2002) si carica di un valore tutto partcolare: il disco esce pochi mesi dopo il fatidico 11 settembre che ha scosso l'intero Occidente e che ha lasciato duemila morti sotto le macerie del World Trade Center della sua New York. Le domande e le riflessioni sui significati di mercy, sui vari livelli (pietà, compassione, di Dio verso l'uomo, dell'uomo verso i suoi simili) assumono involontariamente un significato più ampio, la cui soluzione, laddove vi fosse, è lasciata all'ascoltatore.
Gran parte del materiale del disco nasce dall'omonima installazione ideata con l'artista multimediale Ann Hamilton e musicalmente riprende le partiture orchestrali di Atlas, calate però in un contesto completamente diverso. In luogo delle arie sognanti e pellegrine, stavolta troviamo un'atmosfera raccolta, essenziale, che rimanda al minimalismo dei primi lavori, ma in più di un'occasione si avvicina anche a certo jazz cameristico.
L'opera punta dritta al cuore, e lo fa senza troppi preamboli, con l'inestimabile "Braid 1 And Leaping Song": una melodia scura e crepuscolare da canto quaresimale che si schiude a metà in un'aria sublime su cui entrano voci e richiami in lingue inventate, salvo poi richiudersi nell'a-cappella di "Braid 2". Anche se la musica della Monk assume sempre più i connotati dell'opera neoclassica, l'elemento vocale continua comunque a svolgere un ruolo affatto secondario: negli altri due capolavori del disco, "Patient Doctor" e "Prisoner", è proprio l'apporto della voce a determinare l'intensità dei pezzi, nel primo in particolare dove la voce maschile (davvero notevoli i due vocalist Theo Bleckmann e Ching Gonzales), nei panni del dottore, e la voce della Monk si incrociano nella reciproca richiesta di aiuto ("help"), relativizzando il canonico sistema dei ruoli.
Con Mercy, come suo solito, l'artista non pretende di dare risposte definitive, ma suggerisce quesiti e riflessioni da cui l'ascoltatore trae le proprie conclusioni. E, in questo, Mercy è l'ennesimo trionfo della signora Monk.

Impermanence (2008) è invece un disco fatto di meditazioni sul concetto di impermanenza, uno dei cardini del buddhismo (l'Anitya), filosofia a cui la Monk è ora più che mai vicina, spinta da alcune intense letture (tra cui "The Force Of Character" di James Hillmann, e alcuni testi taoisti) ma anche dall'esperienza di recenti scomparse che l'hanno segnata, come quella del compagno di una vita Mieke van Hoek.
Lungi dall'accusare i colpi della senilità, Meredith Monk sforna ancora un disco di grande classe, che se da una parte ripropone soluzioni già note ma pur sempre toccanti, come nell'apertura di "Last Song", che introduce il motivo della "fine", dall'altra si muove in inusitati esperimenti dal gusto orientaleggiante ("Skeleton Lines", "Particular Dance"). Il centro del disco è probabilmente "Liminal", suite per piano e marimba, su cui si innestano i commenti delle voci, praticamente perfetta nel ricreare uno stato di tensione da soglia liminale. In chiusura, invece, non poteva non comparire il nome di Van Hoek, presenza assidua ma discreta lungo tutta la durata del disco.
Come il suo predecessore, Impermanence non è un ascolto facile e immediato, cosa che del resto la musica della Monk non è mai stata, ma il complesso parto di un'artista sincera e incorrotta, cui l'avanzare dell'età ha solo mutato il modo di esprimersi.

Nel 2009 arriva invece a sorpresa la raccolta ufficiale Beginnings, e prima uscita per la Tzadik di John Zorn. Il disco, tutt'altro che un banale best of autocelebrativo, presenta alcune chicche inedite delle primissime opere, di assoluto rilievo. Una rarità nella rarità è ad esempio "Greensleeves", prima registrazione della Monk e unica occasione di sentire la voce della nostra su un testo di senso compiuto e per di più su chitarra, come sentire Nico cantare Joni Mitchell. Il disco riporta alla luce anche due estratti dal cortometraggio "Quarry", tra cui spicca "Procession", un altro dolente e liturgico lamento come solo la Monk sa fare, e "Duet For Voice And Echoplex", con l'aiuto dell'omonimo aggeggio elettronico in grado di simulare l'eco di ogni singolo suono.
Beginnings
è insomma delizia per fan accaniti in cerca di ulteriori sfizi, ma è anche un ottimo punto di partenza per chi volesse accostarsi per la prima volta all'arte della Monk.

Il cerchio è la forma scelta da Meredith Monk come immagine cardinale di Songs Of Ascension, opera multimediale nella quale Meredith Monk cerca di agganciare l'opera d'arte con significati più trascendentali: e quindi il cerchio come simbolo di perfezione, di unione con il divino. Di ascensione spirituale appunto.
Ma a ben vedere il cerchio è anche l'immagine che meglio rappresenta la materia strettamente sonora dell'opera: le ventuno tracce che la compongono non sono, infatti, brani in senso ortodosso: non c'è una vera evoluzione interna, tutto piuttosto sembra scorrere come un unico flusso, ricco di rimandi e temi che ritornano. Anche quando le trame musicali si gonfiano, non raggiungono mai un apice definitivo, ma ritornano al punto di partenza.
Musicalmente il disco si presenta più ricco di strumenti rispetto a Impermanence, ma più scarno nel risultato finale. È come se si assistesse a una sorta di contrapposizione tra la parte vocale e quella strumentale, se la prima intona canti religiosi ("Strand"), angosciati richiami notturni ("Mapping", "Cloud Code") oppure passaggi operistici ("Vow"), le interpretazioni del Reynolds String Quartet sono sempre ferme e severe, sia nei quattro ritratti stagionali (particolarmente suggestive "Autumn" e "Spring Variation") che nelle tesissime "Shift" e "Burn". Sul palco il confronto è addirittura fisico con il coro e i musicisti che in più occasioni si fronteggiano in piedi in due semicerchi gli uni di fronte agli altri.
Solo in chiusura le due parti sembrano finalmente congiungersi in maniera armoniosa: trattasi di "Ascent", ovvero l'ennesimo colpaccio messo a segno dalla Monk. Gli archi scorrono dolci, solo apparentemente statici, il coro si frantuma e ognuno sembra intonare il proprio motivo (mentre sul palco un altro gruppo di coristi appare simbolicamente in alto su un balcone).

Nonostante presenti come limite principale quello di non riuscire a reggersi per tutta la sua durata sulla sola base musicale, Songs Of Ascension resta comunque un altro passo significativo nel lunghissimo percorso artistico di Meredith Monk, l'unica interprete contemporanea che con indiscussa maestria ed eleganza è in grado di tradurre in musica le domande cruciali e più intime dell'anima.

Nel 2016, quindi, Meredith Monk ritorna sulle scene - da cui in realtà non si allontana mai veramente se non per brevi parentesi - per portare in tour il progetto e album On Behalf Of Nature. Si tratta di un album importante sotto molti aspetti, dalle implicazioni politiche (raramente esplicite nei lavori della Monk), dalla congiuntura globale in cui esce (il cambiamento climatico, il terrorismo, l'elezione di Donald Trump e la crisi della sinistra americana), ma anche per l'ambiziosa intenzione di sposare il suo tradizionale ruolo di medium, qui un tutt'uno con la consapevolezza della propria responsabilità artistica, con i concetti buddhisti di impermanenza, di causa-effetto e di interdipendenza.
Ne viene fuori un album denso, ricco di rimandi e di immagini, che si offre da mediatore tra il regno dell'uomo e quello della natura, intesa nella sua totalità e che comprende quindi forze, cosmologia e giochi di luce, in un continuo movimento di allargamento e ristringimento di prospettiva sui vari piani esistenzali.
Un orecchio e una sensibilità visionaria che si prestano in maniera mai così naturale a portavoce dell'inumano, in qualche modo dando seguito al richiamo dell'amico Gary Snyder e al ruolo della responsabilità dell'artista come mediatore tra mondo delle entità (sopra)naturali e mondo degli uomini. Un'alleanza, una complicità mai tanto necessarie quanto oggi, al cospetto dei moniti e delle profezie di un ecosistema in transizione, in cui tuttavia creazione e distruzione sono contenuti l'uno nell'altro.

Intanto la signora Monk continua a raccogliere i (giusti) riconoscimenti e ricevere premi da ogni angolo del mondo, si tengono concerti in suo tributo ed esce anche un libro-biografia. Nel 2007 anche l'Italia decide di omaggiarla, con il premio Demetrio Stratos.
Impossibile tenere il conto degli interpreti contemporanei che si sono nutriti delle intuizioni della maestra. Björk ha più volte confessato il suo amore per l'artista e nel tour di "Vespertine" ha reinterpretato la sua "Gotham Lullaby", Dj Shadow e Dj Spooky hanno campionato alcuni suoi frammenti per i loro collage elettronici. Ma il seminato di Meredith Monk è stato raccolto anche da altre esperienze musicali: dalle muse del dark/dreamy Lisa Gerrard e Liz Fraser, dal camaleontico Mike Patton, dall'eroina del pop "multidisciplinare" Laurie Anderson.
Meredith Monk, con la sua ugola che un critico ebbe a definire come "la voce della morte", si è guadagnata un posto speciale e di fondamentale importanza nella musica del secondo Novecento, nell'uso della voce in musica, sia quella leggera che quella colta, tutto questo senza mai scendere a compromessi e senza mai scadere nell'autoreferenzialità.
Ma il merito più grande è quello di avere consegnato alla storia composizioni come "Dolmen Music", "Biography", "Tablet", "Turtle Dreams", astratte sì, ma pregne di irriducibile umanità, e soprattutto in grado di spalancare nell'ascoltatore le famose porte della percezione.

Meredith Monk

La voce dei dolmen

di Roberto Rizzo

Maestra dell'arte multidisciplinare, Meredith Monk si è rivelata uno dei personaggi più coraggiosi e visionari nel mondo dell'avanguardia vocale. Una ricerca entusiasmante che ha influenzato l'uso della voce nel rock e che ora raccoglie i giusti riconoscimenti anche del grande pubblico
Meredith Monk
Discografia
Key (Lovely Music, 1977)

 

Songs From the Hill (Wergo, 1979)

 

Dolmen Music (ECM, 1980)

 

Turtle Dreams (ECM, 1983)
 
 Our Lady Of Late (ECM, 1986)
 
 Do You Be (ECM, 1987)
 
 Book Of Days (ECM, 1990)
 
 Facing North (ECM, 1992)
 
Atlas (ECM, 1992)
 
 Volcano Songs (ECM, 1997)
 
 Piano & Voice (antologia, 2000)
 
Mercy (ECM, 2002)
 
 Impermanence (ECM, 2008)
 
 Beginnings (antologia, Tzadik, 2009)
 
 Songs Of Ascension (ECM, 2011) 
 Piano Songs (ECM, 2014)
 
On Behalf Of Nature (ECM, 2016) 
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