Valet

Valet

La matrona di Portland

di Giuliano Delli Paoli

Honey Owens è la matrona inquieta della luminosa scena avant-rock di Portland. Dai Jackie O’Motherfucker ai Nudge, fino ai misconosciuti Dark Yoga. Dieci anni di esperienze multiformi, tra free jazz deviato e lounge music lisergica, prima di gettare la maschera, mostrando la sua vera identità rock sotto lo pseudonimo di Valet

Honey Owens è esponente di spicco della fitta comunità avant-rock di Portland. Con il compagno Adam Forkner (titolare del progetto White Raimbows, nonché ex membro dei misconosciuti, ma seminali Yume Bitsu), costituisce di fatto una delle coppie più interessanti dello squinternato panorama indie dell’Oregon. I due, oltre a essere i proprietari della piccola label Yarnlazer,  formano con Paul Dickow e Brian Foote (entrambi già Fontanelle) i Nudge, formazione che mescola, con ardita nonchalance, elettronica in salsa lounge densa di venature funky, sorretta da ammalianti dilatazioni afro. Quattro anni di energica intesa evidenziati dai tre ottimi lavori prodotti, tra cui spicca (senza ombra di dubbio) il terzo, “Cached”: coagulo sinuoso di dance music e terzomondismo Kranky. Nel 2007 approda con grande entusiasmo ai Dark Yoga, neonata band di Portland, sorta di comune neo-psichedelica in trance permanente.

Le celebri parentesi che la legano ai Jackie O’Motherfucker, dei quali ha fatto parte a fasi alterne, contribuendo pesatemente alla creazione di lavori come “Flags of the Sacred Harpnon”, non  sono che l’ulteriore conferma della prolificità del suo talento, capace di svolazzare liberamente su anacronistici tappeti free jazz, in compagnia di un (sempre più invasato) Tom Greenwood,  o di liberarsi su basi in apparenza lounge (!) (vedi i percorsi intrapresi con i già citati Nudge). La disomogeneità di queste esperienze raggiunge l’ideale unisono nel suo delicato progetto da solista, sotto lo pseudonimo di Valet. Un magma percussivo carico di sensualità, talvolta sospinto da sospiri invasati di acuto ergotismo.

Due dischi all’attivo che mettono in bella mostra la sua vena più lisergica. La psichedelia velvettiana dei Dadamah di Roy Montgomery e l’odierno avant rock a stelle e strisce,  tanto in voga negli ultimi anni, si scontrano in una notte di luna piena, tra reminiscenze Opal e regressioni acustiche in opposition, degne degli Ash Ra Tempel di “Starring Rosi”. Le intuizioni della Owens solista affascinano, illuminano per contrappasso le notti più buie, intraprendono percorsi che possono confondere, rimandare di scatto al kraut teutonico, o cullarci attraverso una sacralità rock, tutt’altro che sepolta. L’attitudine è quella di enfatizzare l’intero contesto adagiandosi su una serie di scale ipnotiche.

La palese volontà  di amalgamare al canto pseudo-depresso un groove ansiotico mostra i segni di una ricerca stilistica congrua ai sentori pionieristici di casa Kranky. Potremmo pensare agli stessi anatemi deviati dei To Kill A Petty Bourgeoisie, svincolati da quella possente deframmentazione catartica che ne appesantisce la sezione ritmica. Tormento e preghiera, speranza e disillusione, Angelo e Arpia, la primogenita di un ipotetico amore tra Cecrope e una Diana in preda alla passione. Valet è sinonimo di avanguardia lisergica, è allo stesso tempo dannazione e benedizione. Con tale moniker la ragazza di Portland sfoga le sue ansie interiori, spezzando le catene del passato, conservandole nella stessa valigia in cui giacciono tutti le sue nuove manie.

Un cammino intrapreso da sola, senza (quasi) l’aiuto di nessuno, a emulare le tormentate predicatrici dell'acid-folk dei bei tempi. Registrato nei primi sei mesi del 2006, Blood Is Clean è un lavoro di oscura psichedelia, attraverso il quale lo smarrimento lisergico è garantito costantemente dall'utilizzo congiunto di elettronica e acustica distorta ad alto amperaggio. 
Honey Owens suona letteralmente di tutto. Se non altro, l’intento primario è quello di non cedere a nessun richiamo esterno, di ascoltare solo l’intarsio regresso dei propri sentimenti, magari isolandosi tra gli alberi, dove il ronzio di un non identificato insetto, unito al bagliore della luna, può ispirare una danza nera, tra bonghi in crescendo, spiritualità rock, scariche improvvise di lamiere elettroniche gettate al suolo senza preavviso, tanto avvolgenti quanto  petulanti nel loro frastuono circolare.

"My blood is clean/ But the devil's in me" recita la Owens, quasi dimessa, cosciente della propria impotenza verso i richiami quotidiani di una non voluta (ma dovuta) negazione a una vita priva di egoismo. Il suo è un isolamento interiore a tratti quasi necessario, teso a cogliere i frutti di un'idiosincrasia congenita verso la frenesia industriale della società moderna.
Una catarsi di fruscii lisergici, spesso raggiunta da un discreto livello di saturazione psichedelica. D’altronde, il frutto è ancora acerbo, c’è del verde opaco identificato attraverso una (in)quieta attitudine di voler macinare tutto (e in fretta) nello stesso calderone. E’ semplicemente l’eccessiva foga di una donna che viene a trovarsi improvvisamente nel suo habitat più naturale, come se il passato avesse soppresso (in piccola parte) l’essenza più profonda della sua sensibilità artistica. Certamente, la Owens ha sempre calcato sentieri avant-rock, psicotici nel loro divenire/fluire, talvolta dispersivi nella loro complessa articolazione intellettualoide. Eppure, la nostra musa non ha mai provato a dar vita a un rituale così intimo, è apparso doveroso (per nostra fortuna) questo isolamento ispirativo, avente per scopo un nitida visione del lato più nascosto della sua capacità compositiva. Con Valet la maschera va giù, cade pian pianino, giunge l’ora di mostrare al resto del circuito indipendente le potenzialità mai sfogate.

L’accesso al nuovo guardaroba è solo rimandato, poco più di anno e la Kranky non si fa sfuggire l’occasione di affidarle le chiavi dello studio di registrazione. In Naked Acid, sua seconda fatica, la metamorfosi è completa. Una lenta processione di tamburi, uno sfarfallio di cristalli in festa, timidi accordi strappati alla propria anima. Si parte all’unisono, dall’origine: uomo (Adrian Orange) - donna (Honey Owens), (“We Went Here”). E’ tutto chiaro: la lunga notte è finalmente alle nostre spalle. La luce del sole comincia a riscaldare la corteccia degli alberi, lievemente, insinuandosi come un laser tra i rami della foresta. La psichedelia sognante dei Dadamah di “Too Hot To Dry” è solo accarezzata, ceduta alle grazie di una Raidne in preda all’orgasmo. Un tran tran di ritmi instabili, di plettri velenosi a spingerla altrove (“Fuck It”). Stasi esotica tesa a placare i primitivi istinti. E’ in atto la pietrificazione sonica delle ansie regresse. La Owens utilizza una scarna strumentazione, non esplora nuove frontiere, resta semplicemente seduta ai bordi di un ruscello, l’ipnosi è tutta nelle sue corde, nel suo canto invasato, il suo richiamo non ha tempo, non ha trend.

La speranza futura è che questa lenta processione di intenti, ammorbidita da una maggiore linearità stilistica, non muti più di tanto il suo percorso. L'urgenza maggiore è che non venga riposto lo spettro costruttivo di una remota visione lisergica delle cose, e che la Owens continui a comportarsi come una Yoni resuscitata attraverso le spie del web, rivitalizzata da questa nuova, accattivante poetica ipnotica.

A pochi mesi di distanza da Naked Acid, Honey Owens torna a farsi viva con tre lunghe jam session individuali di musica lisergica ad alto dosaggio Pentothal. Peccato che l'effetto, indubbiamente anestetico, stavolta sia meno pungente, e il sogno che ne consegue lasci poco spazio alla fantasia. Eppure, l'Ep False Face Society (2009) riprende i canoni dei due precedenti Lp, è improntato sulle medesime regressioni acustiche in opposition, e in esso la Owens delinea lo stesso tracciato del recente passato, fatto di pullulazioni elettroniche tese a inscenare un mantra indiano sintetizzato, elemento primario del suo intento artistico. Semmai, la distinzione è tutta da ricercare nel risultato finale, mediocre e privo della sua proverbiale liquidità eterea di stampo blues. L'opening track, "Angel Can't Stop", è una cavalcata pseudo-spaziale di 16 minuti, in scia Froese-Franke-Baumann, sorretta da un beat technoide poco in linea con il resto dell'asse tematico. "Dealer vs Ocean" è ancora meno incisiva, le sue ondulazioni vagano avvolte da echi corrosivi, noiosi. Il sipario di velluto pregiato torna ad aprirsi solo con i tamburi di "Rainbow", dove l'ex-Jackie O’Motherfucker riaccende quel fuoco di passione in stasi esotica permanente. Ma è davvero troppo poco per una poetessa del suo calibro.

A sei anni di distanza dall'ultima fatica, la Owens torna con un nuovo Lp, Nature. Un po' a sorpresa, la musicista di Portland spiazza tutti con un lavoro che racchiude elementi degni dello slow-core dei bei tempi. I bollenti spiriti del passato sono solo un lontano ricordo, e ciò è intuibile fin dalle prime note. Sono stati comodamente riposti nel cassetto incubi e dolori. Spuntano così tracce come le iniziali “Sunday” e “Nature”. Pochi accordi, una voce che pare uscire fuori dalle nuvole e linee melodiche fruibili a segnalare il raggiungimento di una più che sopita quiete interiore. Nell’album regna sovrana un’ipnosi cullante e sedante che raggiunge il suo vertice anestetico nella strumentale “Clouds” attraverso un leggerissimo coro in sottofondo, unaritmica vagamente cadenzate e una leggera brezza acustica che trascina via tutto e il suo contrario. A tratti, pare di ritrovarsi dinanzi agli Ash Ra Tempel pacati del secondario “Starring Rosi”.

Tuttavia, tale continua sospensione armonica rapisce solo in parte, e ci si ritrova spesso a fare i conti con la noia, vista soprattutto l’assenza di melodie realmente memorabili che possano in qualche maniera distaccarsi e distaccarci dal mero dondolio di partenza. In definitiva, con Nature Honey Owens ha ritrovato solo la sua pace dei sensi, tralasciando a più riprese il bandolo di una matassa sonora parsa eccessivamente impercettibile.

Valet

La matrona di Portland

di Giuliano Delli Paoli

Honey Owens è la matrona inquieta della luminosa scena avant-rock di Portland. Dai Jackie O’Motherfucker ai Nudge, fino ai misconosciuti Dark Yoga. Dieci anni di esperienze multiformi, tra free jazz deviato e lounge music lisergica, prima di gettare la maschera, mostrando la sua vera identità rock sotto lo pseudonimo di Valet
Valet
Discografia
Blood Is Clean (Kranky, 2007) 

7

Naked Acid (Kranky, 2008) 

7,5

  False Face Society (Ep, Mexican Summer, 2009) 

5

 Nature (Kranky, 2015) 5,5
pietra miliare di OndaRock
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