Blue Oyster Cult

Blue Oyster Cult

Il lato oscuro dell'hard-rock

di Tommaso Franci

I newyorkesi Blue Oyster Cult hanno costruito una sequenza di orrorifiche ambientazioni tra fantasmi, extraterrestri e fenomeni paranormali, riuscendo a combinare l'immediatezza dell'hard-rock con i timbri più cupi della tradizione "dark"

I Blue Oyster Cult sono un mediocre gruppo arena-rock anni 70. Mediocri in quanto appartenenti a un sottogenere rock, quello dell'arena-rock, che dall'hard-rock di Queen e Meat Loaf fino agli approdi pop si è rivelato tra i più meschini di tutti i sottogeneri. Tuttavia i Blue Oyster Cult, come i Queen, sono stati in grado, e con un proprio personale modo, di realizzare brani (una decina su un centinaio) e album (3 o 4 su 14), memorabili.

I Blue Oyster Cult furono un gruppo costruito a tavolino a fine anni 60, nel newyorkese, dal critico rock, allora studente collegiale, Sandy Pearlman. Questi li lancerà, produrrà i loro album, comporrà gran parte dei loro brani. Fu lui a volere un gruppo a "tema" e che il tema di questo gruppo fossero oscure e orrorose ambientazioni tra fantasmi, extraterrestri e fenomeni paranormali. Pearlman (che nella sua lunga carriera di produttore si dedicherà anche al secondo album dei Clash, "Give 'em Enough Rope", a "Medicine Show" dei Dream Syndicate, al capolavoro dei Dictators "Dictators Go Girl Crazy", all'esordio dei Pavlov's Dog) cercò di sfondare puntando sulla originalità: in particolare ebbe l'ottima intuizione di reagire alla retorica del tardo "power of flowers", piuttosto che con l'introspezione cantautorale, il virtuosismo sperimentale o l'hard-rock spavaldo, con il lato più misterioso della vita, quello confinante con non meglio precisate presenze extraterrestri e interrelato a individuarne i loro eventuali influssi nell'apparentemente tranquilla mondanità. Quella della trasfigurazione dark e della sistematica tematizzazione di questa, era un'operazione già avanzata in Inghilterra dai Black Sabbath. Pearlman la smussò e imborghesì, per renderla fruibile a un pubblico meno estremista, meno giovane e in grado di apprezzare il rock solo come un divertimento o passatempo, e non come esperienza vitale.

Tecnicamente i Blue Oyster Cult proposero un garage-blues alla Cream: una sorta di post-hard-rock fatto con il proto-hard-rock. Lo fecero all'inizio dei 70 quando siamo già alla seconda generazione hard-rock, quella degli Aerosmith.

La formazione classica del gruppo è rappresentata dalla particolare e raffinata voce (tra l'infantile e l'extraterrestre) di Eric Bloom, le tastiere onnipresenti e delineanti le strutture armoniche di ogni brano, di Allen Lanier, la chitarra rockabilly/dark di Donald Rooser, la sezione ritmica dei fratelli Bouchard (Albert, il batterista, convolerà a nozze con Patti Smith). Quando questi strumentisti non si lasciano prendere la mano dai cliché rock più vieti, riescono ad avere un suono scuro, enigmatico, oltremondano, riconoscibile tra mille: proprio come i Black Sabbath, di cui rappresentano una versione meno hard e incentrata sulle tematiche Ufo anziché su quelle sataniche. I fantasmi interiori che agitano i Blue Oyster Cult sono presenze disumane come quelle che agitano i Black Sabbath: le prime però riguardano vari marziani, le seconde il Demonio e la sua compagnia.

L'influenza dei Blue Oyster Cult sarà enorme, anche se non avranno alcun vero e proprio epigone: proponendo un'originale e poco battuta versione dell'hard-rock, tematizzando (con Alice Cooper e pochi altri) un genere che non ha filoni, ma solo due o tre obiettivi referenziali imprescindibili (sesso, divertimento, musica), otterranno proseliti sia tra le frange più "intellettuali" degli hard-rocker, sia tra quelle meno chiuse, per opposti motivi, del pop e del metal. I complessi che si rifaranno a loro espedienti, lo faranno sia per le tematiche e i testi visionari, sia per un sostanziale, "garbato" e trasognato approccio all'esecuzione, sia, più in specifico, per varie trovate, soprattutto quelle delle tastiere (in pratica il corrispettivo della chitarra doom di Toni Iommi). Inoltre, i Blue Oyster Cult rinnovarono la canzone hard-rock, complicandone sinfonicamente la struttura; ma in pratica la loro musica non è hard-rock (in senso tradizionale).

I Blue Oyster Cult si ritagliarono uno spazio retorico che, lontano da quello sessuale o amoroso di hard-rock e pop, varcava nuove frontiere, quelle della fantasia, del trasognamento, del rispettoso confidare un qualche miraggio surreale: sempre senza eccessi, senza dimenticarsi che è un gioco. Furono forse i primi in questo, e lo fecero in un'epoca vessata ora da insopportabili jam-session anni 60, ora da altrettanto insopportabili nostalgiche comunità più o meno hippie e più o meno acide, ora da sempre tanto insopportabili megalomanie sperimentali, né rock né avanguardia, ma solo noia.

La parte più salvabile della musica dei Blue Oyster Cult va dedicata alle tenere, ingenue, vertiginose confidenze che bambini di 10-11 anni possono farsi in un pomeriggio particolarmente ispirato o in una sera troppo chiaramente buia. Anche se, dati i volumi, comunque lontani dai carillon, rimane per le orecchie di più adulti, ma non meno sensibili, sensibili almeno nel ricordare stati passati.

Di Blue Oyster Cult (1972) si può parlare, ma nessun brano è da ricordare: basti dire che tecnicamente e tematicamente il gruppo, fin da questa prima prova, enuclea già tutto quello di cui sarà capace. Il problema per metà è di non essere riuscito a fare una buona canzone (in quello che sarà il "suo" genere), per l'altra metà di aver copiato impacciatamente (siamo in un'altra epoca!) stralci ora di Cream, ora di Deep Purple, ora di Yardbirds.

Tyranny And Mutation (1973) celebra il periodo più ispirato della formazione e lo fa con una prova sentita dall'inizio alla fine, unita, coerente, da fruire di filato, dotta e ricercata (per essere rock). "The red & the black" parte subito velocissimo e tematicamente ("baby") rimane nel rhythm and blues rollingstoniano: ma lo fa con un fascino oscuro e spaziale (merito soprattutto della voce di Bloom e della chitarra di Rooser, ora acida, ora doom) che trasfigura magicamente il tutto; la coda, ancor più veloce, ancor più ammaliante, rende il brano un capolavoro. "O.D.'d on life system" amplia, e di molto, lo spettro inventivo della disumanità extraterrestre: ora, a ritmo più lento e dilatato, in una non-ballad, con ritornello che, se non fosse per il contesto androgino si direbbe Merseybeat, siamo calati in un qualche androne futuristico e ufologico: ma sempre, e sta qui la consistenza di questa musica, con il sentimento vivissimo del presente e del reale. "Hot rails to hell", tra rhythm and blues, rockabilly e Black Sabbath, distende un tappeto potente eppur raffinatissimo. Questa è musica sentita dacché il rock esiste; pur tuttavia nessuno mai l'aveva suonata così, con tanto pathos trasfigurante, secondo la strategia di andare su Marte per sublimare maggiormente la commozione terrestre. "7 Screaming Diz-busters" inanella un altro brano del tipo Et che canta Elvis Presley; accentuati i toni oscuri, le ripartenze ritmiche, che in definitiva rendono più lancinante la caducità del tempo e delle vite umane di cui la prospettiva extraterrestre (del resto tutta atea) costituisce una prospettiva tanto di finitudine quanto d'infinità. "Baby ice dog" richiama ancora atmosfere melliflue, romantiche, adolescenziali, in una cupola da lupi mannari (chi più degli animali può richiamarci l'enigmaticità extraterrestre?). "Wings wetted down" ottiene la palma armonica dell'album: come se i Beach Boys facessero i Black Sabbath: ne viene un qualcosa di struggente e commovente, specie, ancora, nell'incedere doom della chitarra e nella espressiva, compassionevole, delicata voce di Bloom. Ma tutti gli strumenti danno qui il massimo, in termini di espressività: gran protagonista è il basso, che costipa così un'atmosfera, smorzata da una discreta e sincopata batteria e dai tintinnii delle tastiere. "Teen archer" è ancora un originale ritmo (originale perché siamo nel '73, e questa è musica da anni 50), qua e là rotto per poi riprendere. "Mistress of the salmon salt" mette le ballate hard di Jethro Tull (per molti aspetti, anche se per modi diversi, il gruppo più vicino ai Blue Oyster Cult) nel solito ambiente surrealistico-oscuro.

Secret Treaties (1974) presenta i soliti 8 brani, per i soliti 38 minuti; meno extraterrestre ed oscuro del primo album, vanta maggior varietà, e sarebbe la varietà, nel complesso, mediocre (vedi il brano di Patti Smith, "Career of evil", pessimo come tutti quelli che scriverà per il marito) del primo lavoro, se non fosse per due brani, due capolavori assoluti e un ottimo spunto, "Subhuman", che lascia l'ambientazione extraterrestre, per tratti più tribali e coloniali, in un'elegante alienazione e commovente riflessione sulle vite umane.I due capolavori che seguono sono tra i vertici del rock tutto: "Flaming telephants" sono 5 minuti di commozione dove tutte le corde nere (l'extraterrestre) e bianche (la commozione terrestre), tipiche dei Blue Oyster Cult, vengono portate al massimo dei loro toni, tra ombre e luci in una costante elegia per nulla retorica o melensa eppur tutta interiore; con la fragilità di un animo adolescenziale. "Astronomy" sta alla precedente come l'epica alla lirica; senza dubbio il miglior brano dei Blue Oyster Cult: non a caso i Metallica ne faranno una cover. Formalmente dovrebbe essere una ballata hard-rock, ma lo è come una splendida scultura dovrebbe essere materialmente un pezzo di marmo. O rifonda il genere o, più giustamente, è un unicum come la "Bohemian Rhapsody" dei Queen (uscita proprio lo stesso anno).

Senza voler stabilire cause ed effetti, i Blue Oyster Cult, per tutto il resto degli anni 70 faranno due cose: 1. album uno più inutile e meno artistico dell'altro, secondo gli stilemi di un melenso arena-rock appena intriso del loro tipico misticismo (Agents Of Fortune nel 1976, Spectres nel 1977, Mirrors nel 1979, Cultosaurus Erectus,1980); 2. raggiungeranno una certa popolarità riempiendo stadi e vendendo, finalmente, i loro dischi.

Inossidabili, come tutti i gruppi storici, i Blue Oyster Cult ritornano, per chi ha pazienza, a fare musica nel 1981 con Fire Of Unknown Origin (senza Pearlman dal 1979, li produce Martin Birch, produttore di Iron Maiden, Rainbow, Deep Purple), attualissimo, per l'epoca del dark, che così si riappropria dei suoi virtuali ispiratori. L'album presenta soprattutto una serie di brani, quasi tutti ispirati, tutti concepiti come canzoni, e quasi tutti con un ritornello raffinato e patetico nel miglior senso del termine. Fire Of Unknown Origin abbandona le spregiudicatezze ritmiche di Tyranny And Mutation, ma ne enfatizza (in chiave senile: cioè ancor più commoventemente rivolta all'adolescenza) le atmosfere e, soprattutto, i contenuti. "Burnin' for you" insegna ai Cult come commuovere con un graffio di fantasia e uno di realismo. "Veteran of the psychic wars" presenta un primo capolavoro: batteria epica (ma di un'epicità tutta intima), tastiere ambient, vosce fascinosissima e toccante, armonia sincera, chitarra stanca e commovente. "Sole survivor"è un capolavoro ancora maggiore, e uno dei brani più sottovalutati e perfetti di sempre: come se prendesse il cuore di un bambino a una festa di compleanno e lo librasse tra i prati più verdi e pregni di leggende; come se, infine, sentisse contemporaneamente tutta la caducità e inutilità di ciò (dinanzi a una morte: ora tutta concreta, seppur in ambientazione infantile). Riff decisi, cori femminili quasi disco, ma mai invadenti; l'articolazione dei Cheap Trick al servizio di una sincera commozione. "Vengeance" è quasi una saga, con i Blue Oyster Cult che si sono spostati da dimensioni "verticali" (spaziali: gli ufo) a "orizzontali" (temporali: la precarietà di ogni condizione temporale). Purtroppo per questi brani e questo album, non vi sarà apprezzamento adeguato: né da parte della critica né da quella del pubblico. "After dark" è il brano più anni 80 dei Blue Oyster Cult: anzi, è un brano che fa gli anni 80; tutta una miriade di gruppi dovrà non poco a questi vecchi degli anni 70: un po' come, su altri lidi, stava accadendo ai King Crimson con Discipline (anche quello dell'81). "Joan Crawford" è con "Sole survivor" l'altro capolavoro dell'album; composizione articolata che segnerà il futuro del gruppo, eppur tutta intenta a comunicare: comunicare nostalgie, trasecolatezze, delicati sentimenti.

Il 1981 fu un miracolo: dal gruppo, che per la prima volta cambia formazione, viene estromesso Albert Bouchard. Dopo due dischi inutili The Revolution By Night (1984) e Club Ninja (1986), il gruppo si scioglie.

Nel 1988, un altro miracolo. Sarà l'ultimo. Con una formazione splendidamente al completo e definitivamente guidata da Albert Bouchard e Pearlman. All'interno dei loro stilemi, cambiano ancora approccio; ne viene fuori un decadentismo che amplia (anche nella lunghezza dei brani) le atmosfere di Fire Of Unknown Origin, spostandole dalla prevalenza dell'intimismo di questo a quella più universale e oggettiva di Secret Treaties. L'opera, che non è propriamente un album, ma una raccolta di inediti e versioni alternative, presenta quattro capolavori tanto d'atmosfera quanto di sentimento. "In the presence of another wolrld", dopo uno scorato e spaziale intro tastiere-voce, vede irrompere le migliori chitarre arena-rock che si possono immaginare, con grandi quantità di evocazione profuse ovunque in tutto lo snodarsi della lunga e variegata composizione, piena di nostalgiche e riflessive armonie. "Del rio's song" è un'affascinante rilettura in chiave dark di atmosfere esotico-brasialiane. Quello infantile-dark diventa un vocabolario capace di tradurre ogni situazione o stato; diventa universale e forse così più prezioso. "The siege and the investiture of barion von Frankestein's castle at Weisseria" rappresenta il capolavoro nel capolavoro: il miglior brano dei Blue Oyster Cult insieme ad "Astronomy" (considerando "Joan Crawford" e "Sole survivor" due primizie per intenditori): la dimensione arena viene supremamente trasfigurata in un corale tutto tinte espressioniste, fantastiche e volte alla comunicatività sentimentale. Quello che Agents Of Fortune non era riuscito a essere. Bloom fa un'inaudita prova alla voce, raggiungendo altezze (tanto in termini di timbro quanto di espressività) mai sentite. "Magna of illusion" rischia quasi di bissare quel vertice; ritmo zoppicante, sempre fascinoso, armonia attanagliante, ma sempre nel raffinato. Sa di molte cose da raccontare, di molta voglia di sentirle. Per il genere, per l'arena-rock, quest'album rappresenta il massimo.

Heaven Forbid (1998) e The Curse Of the Hidden Mirror (2001) escono a nome Blue Oyster Cult, ma fanno solo compassione.

Blue Oyster Cult

Il lato oscuro dell'hard-rock

di Tommaso Franci

I newyorkesi Blue Oyster Cult hanno costruito una sequenza di orrorifiche ambientazioni tra fantasmi, extraterrestri e fenomeni paranormali, riuscendo a combinare l'immediatezza dell'hard-rock con i timbri più cupi della tradizione "dark"
Blue Oyster Cult
Discografia
 Blue Öyster Cult (Columbia, 1972)

6

Tyranny And Mutation (Columbia, 1973)

8

Secret Treaties (Columbia, 1974)

8

 On Your Feet Or On Your Knees (Columbia, 1975) 
 Agents Of Fortune (Columbia, 1976)

5

 Spectres (Columbia, 1977)

5

 Some Enchanted Evening (Columbia, 1978)  
 Mirrors (Columbia, 1979)

5

 Cultosaurus Erectus (Columbia, 1980)

5

 Fire Of Unknown Origin (Columbia, 1981)

7

 Extraterrestrial Live (Columbia, 1982) 
 The Revolution By Night (Columbia, 1983)

5

 Club Ninja (Columbia, 1985)

5

 Imaginos (Columbia, 1988)

8

 Cult Classic (Fragile, 1994) 
 Heaven Forbid (Cmc, 1998) 
 Champions of Rock (Emi, 1998) 
 The Curse of the Hidden Mirror (Cmc, 2001) 
 A Long Day's Night (Silverline, 2002) 
 Tales Of The Psychic Wars Vol. 1 (live, Dynamic Italy, 2002) 
 Tales Of The Psychic Wars Vol. 2 (live, Fruit Tree, 2003) 
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