La nidiata del "nuovo rock" inglese continua a produrre numerose realtà che il tempo scremerà: alcuni di questi giovani rampanti saranno velocemente dimenticati, altri avranno l'onore di essere ricordati nel tempo.
Gli Editors sono uno degli ultimi combi che la Vecchia Inghilterra ha dato alla luce, composto da quattro ragazzotti poco sopra i vent'anni che rispondono ai nomi di Tom Smith (voce e chitarra), Chris Urbanowicz (chitarra), Ed Lay (batteria) e Russel Leetch (basso).
I quattro si sono conosciuti all'Università di Stafford, vicino Birmingham e alla fine del 2004 hanno firmato il loro primo contratto discografico per l'etichetta indipendente Kitchenware. Il primo frutto è stato il singolo d'esordio "Bullets", seguito dal secondo "Munich" entrato nella top 20 inglese, evento che ha catapultato i giovincelli sui palchi di Mtv. Un giro di date in Inghilterra e il risalto concesso loro della stampa britannica hanno prodotto grande attesa intorno alla band, che a luglio ha pubblicato l'album d'esordio The Back Room, dove la potenza e l'aggressività dei live-show viene rimodulata e addolcita per spianare meglio ai nostri la strada delle chart.
Le tinte sonore, così come i colori scelti per il packaging del disco, fanno sì che l'opera venga subito catalogata non proprio come solare, anzi decisamente dark, con chiari riferimenti ai Joy Division.
Quella che ascoltiamo su questo dischetto è new wave attualizzata, meno sintetica e più suonata della sorella maggiore che si produceva 25 anni fa.
Il problema è che in questo caso il gioco dei rimandi non è incentrato esclusivamente su band del passato, ma su situazioni contemporanee, così che gli Editors potrebbero essere tranquillamente scambiati per gli Interpol, ai quali assomigliano in maniera pericolosa e a tratti imbarazzante.
Il brano di apertura ("Lights") è programmatico di ciò che l'ascoltatore deve attendersi: sembra di ascoltare gli Interpol con alla chitarra il primo The Edge. E i riferimenti al chitarrista degli U2 ritornano nel riff di "Someone Says", scritta sicuramente dopo serate passate ad ascoltare "Boy".
La sensazione è duplice: da un lato il fastidio del già sentito, dall'altro l'innegabile capacità della band di scrivere una manciata di buone e orecchiabili canzoni moderatamente rock. Rispetto agli Interpol, qui troviamo meno pause riflessive ("Fall", "Camera", più le conclusive "Open Your Arms" e "Distance") e un briciolo in più di aggressività, anche se il percorso appare meno artistico.
Chi riuscirà a superare gli sbarramenti psicologici lasciando da parte i confronti col passato e tenendo chiusi i cassetti della memoria, si troverà al cospetto di un album ben confezionato, discretamente suonato, con qualche picco d'eccellenza come nel caso dell'iniziale "Lights" e del trascinante terzo singolo "Blood".
"Fingers In The Factories" è invece il vertice gioioso del disco con il suo ritornello canticchiabile (perfetto per le esibizioni dal vivo) e l'attacco iniziale che sembra mutuato dai Cure più divertenti per un risultato finale prossimo ai suoni dei Franz Ferdinand.
Forse, alla fine, l'unico vero appunto da muovere ai quattro inglesi non è tanto quello di aver esagerato nella scopiazzatura del compitino: se si scopiazza riuscendo comunque a produrre un disco carino che male c'è? Dovremmo forse buttar via tutti i dischi realizzati dopo Beatles-Stones-Dylan-Hendrix-Zeppelin?
Il vero appunto è quello di aver creato un lavoro un po' troppo pulito, ordinato e quadrato, con l'occhio buttato più alla programmazione radiofonica che a una reale introspezione dark, cosa che emerge anche dai testi, non esattamente di spessore.
Se poi in queste undici tracce riuscite a trovare spunti intriganti, il consiglio è di procurarvi le b side dei singoli fin qui pubblicati, degni completamenti di questo The Back Room.
Gli Editors approdano al secondo attesissimo album, forti dei buoni riscontri del precedente e fanno subito centro entrando al primo posto delle Uk Chart con An End Has A Start.
Per cogliere l’evoluzione intervenuta nella proposta musicale del gruppo di Birmingham, forse, non occorre spingersi oltre la prima traccia, dall’eloquente titolo,"Smokers Outside The Hospital Doors": gli Editors, specie nella monumentale apertura del ritornello, intessuta di cori estatici e risonanti, dimostra di aver ascoltato a lungo e infine metabolizzato la lezione degli Arcade Fire e del loro piccolo grande capolavoro "Funeral", nel tono volutamente altisonante, nell’andatura vagamente operistica e in una certa religiosità di fondo che porta le chitarre a spalancarsi su scenari di celestiale dannazione e smarrimento. Appaiono più marcate, rispetto all’esordio, una certa attenzione alla costruzione "drammaturgica" dei pezzi e una maggiore volontà di tridimensionalità e profondità prospettica, ma l’umore complessivo delle composizioni è piuttosto torvo e, se possibile, ancora più imbronciato di quanto già esperito in The Back Room (valgano "The Weight Of The World" e la conclusiva ballata, peraltro non del tutto riuscita anche se molto toccante, in bilico su due scheletriche note di pianoforte, "Well Worn Hand"). A questo devono di sicuro aver contribuito i lutti patiti da alcuni membri della band e un generale periodo di crisi e ripensamento seguito al successo del debutto. Quello che più importa è che i sentimenti messi in gioco dagli Editors risultino in ultima analisi sinceri e intensamente partecipati e il loro suono in alcuni pezzi più ispirati ("Bones" ad esempio) cominci a guadagnare a tratti una certa, facilmente avvertibile, riconoscibilità.
Il che non è poi poco per una band da sempre considerata da molti addetti ai lavori la risposta inglese (e verosimilmente più radiofonica e catchy) all’affondo portato dall’esordio degli Interpol, "Turn On The Bright Lights", al fragile universo dell’indie. Il comune riferimento ai Joy Division (spesso smentito dal gruppo nelle interviste rilasciate) appare in alcuni passaggi ancora centrale e molto caratterizzante (la contiguità risiede soprattutto, se non esclusivamente, nel tono sofferto e baritonale della voce del cantante Smith, simile anche a quelle di Richard Butler dei Psychedelic Furs e Ian McCulloch degli Echo And The Bunnymen, altre influenze tangibili), ma il referente principale di questi "nuovi" Editors risultano essere soprattutto gli U2. Basti ascoltare il particolare modo in cui il chitarrista Urbanovitz innesca e lascia vorticare i suoi cicloni chitarristici nelle comunque ottime "An End Has A Start" o in "Bones". Questo fa sì che gli Editors entrino in rapporto con tutta una intricata e fitta genealogia di band che in anni più recenti hanno cercato di rielaborare certe intuizioni originarie dello storico gruppo irlandese (con alterni risultati), Coldplay e Snow Patrol su tutti (ma forse anche i Radiohead, soprattutto quelli di "The Bends", sicuramente importanti nella formazione degli Editors e del loro secondo disco in particolar modo). Perché in fondo, canzoni avvolte da una scorza di ispida e pungente ritrosia dark, come "When Anger Shows", "Spiders" o "The Racing Rats", coltivano un segreto cuore melodico e "pop" (di insospettabile maestria artigianale, peraltro), che non è poi nemmeno così difficile da schiudere e succhiare.
Come dire: fiori del male, ma pur sempre fiori. Anzi, si sarebbe quasi tentati di osservare come certe canzoni tendano progressivamente a incamminarsi lunghi i vasti sentieri di un moderno stadium-rock corale ed epico (percepibile in brani come "Push Your Head Towards The Air" o "Escape The Nest"), che riporta alla mente un gruppo, invero non molto apprezzato in Italia ma ormai assurto al rango di piccola istituzione in Gran Bretagna, ovvero i gallesi Manic Street Preachers, che dedicarono all’amico Richey Edwards, misteriosamente scomparso, il loro disco più famoso, "Everything Must Go", del 1996.
Pur non essendo ancora pervenuti a un’opera compiuta ed esente da (comunque spesso veniali) cadute di tono, gli Editors dimostrano una certa solidità e realizzano un disco che, sollevandosi sensibilmente dal livello medio dell’attuale produzione rock anglosassone, si segnala per la sua intensità e per una voglia di raccontarsi sempre dignitosa e rispettabile.
Nel successivo, In This Light And On This Evening (2009), invece, il quartetto di Birmingham decide di detronizzare la chitarra dal ruolo più che predominante ricoperto finora, in favore di un uso molto spinto di synth e tastiere. Risultato dell’operazione è una raccolta di 9 canzoni corpose e dalla durata abbondante, dominate da un umore rabbuiato e riflessivo. Il gruppo approda così, essendo partito da una rielaborazione più o meno creativa e consapevole della new wave di U2, Echo And The Bunnymen, Cure e Joy Division, a un synth-pop romantico e decadente, in cui sempre più ingombranti si fanno le sagome di New Order, Ultravox e soprattutto Depeche Mode.
Il suono continua a essere molto pieno e il gruppo non abbandona del tutto quel suo tipico gusto per un mood epicamente celebrativo e ascendente, piegando dalle parti di un suono più chiuso e ballabile (si ascolti il singolo “Papillon”, ma anche “Bricks And Mortar”).
Dopo un inizio algido e teso che a tratti ricorda il lavoro di Vangelis per le musiche di “Blade Runner” (l’eponima “In This Light And On This Evening”), il discorso si scioglie in una teoria di melodie sintetiche non molto dissimili l’una dall’altra, dalle laboriose costruzioni orchestrali di “You Don’t Know Love” fino al paesaggismo desolato e trasognante della buona “The Big Exit”. Molto buone, tra le altre, anche “The Boxer” e “Eat Raw...”: piacciono soprattutto l’avvitamento del ritornello e l’apertura tecno-gotica della seconda parte del pezzo, con punteggiature noir di synth che plasmano una dissolvenza notturna e cinematografica. Il disco si conclude con il soffio tiepido di “Walk The Fleet Road” che pare quasi un omaggio ad “Atmosphere” dei Joy Division.
Risulta indubbiamente positivo che il gruppo abbia assecondato la propria necessità di cambiamento, prendendosi dei rischi concreti e mettendosi, in una certa misura, in conflitto con sé stesso. Anche in questo caso la scelta è caduta (del tutto ragionevolmente) su un processo graduale ma continuo di sperimentazione che ancora fatica però a esprimersi in un album completamente convincente. Resta per ora una scrittura molto espressiva, gonfia di pathos, in alcuni punti anche raffinata e sottile, che dovrà però nei lavori futuri conquistarsi una maggiore (e soprattutto più varia) complessità compositiva, fino a spingersi oltre la frontiera simbolica della semplice canzone.

