Fields Of The Nephilim

Fields Of The Nephilim

I cowboy dell'Apocalisse

di Valeria Ferro, Antonio Silvestri

Autori di una musica occulta, ossessiva e d'atmosfera, Carl McCoy e compagni hanno saputo negli anni rinnovare continuamente gli stilemi del gothic-rock, dando al genere una connotazione mai così intellettuale ed esoterica, dove il deserto western di Sergio Leone fa da scenario ai riti pagani di Aleister Crowley

Tra i gruppi storici del gothic-rock, i Fields of the Nephilim meritano sicuramente la palma dei più sottovalutati. La fortuna dei Sisters of Mercy li ha spesso relegati al ruolo di semplici epigoni, nonostante nessuna band ascrivibile al genere della musica oscura abbia saputo darle una connotazione “intellettuale” quanto il gruppo di Carl McCoy. Formatisi nel 1984, i Fields of the Nephilim prendono il nome dalle leggende bibliche dei Nefilim, figli dall'accoppiamento tra angeli caduti (o, per qualcuno, extra-terrestri) e donne mortali, responsabili della nascita delle civiltà sumera e babilonese e divulgatori, quindi, della conoscenza nascosta agli esseri umani. La line-up originale comprende Carl McCoy (voce), Gary Wisker (sax), Tony Pettitt (basso) e i fratelli Paul Wright (chitarra) e Alexander "Nod" Wright (batteria). Il loro debutto ufficiale avviene nel 1985 con l’Ep “Burning The Fields”, rilasciato in sole 500 copie dalla loro etichetta, la Tower Release. Dopo l'uscita dell’Ep, Wisker lascia la band per essere sostituito da Peter Yates nelle vesti di secondo chitarrista, cambiando inevitabilmente il profilo sonoro dei Fields of The Nephilim. Pur essendo stato piuttosto limitato nella diffusione, il disco ha tuttavia saputo catturare l'attenzione della Beggars Banquet, con cui la band pubblica un altro Ep, "Returning To Gehenna", (1986) e quindi il suo disco d’esordio.

d777a8809f855f0fdb3e60081a6d22e7Il leader della band, Carl McCoy, è un esperto di occultismo e angelologia, oltre che un grande appassionato di Spaghetti Western. L’immagine dei cowboy, associata ai film di Sergio Leone, emerge pertanto già nella copertina del primo album, Dawnrazor (1987). Una visione catacombale, che colloca subito la band all’interno del filone del gothic-rock, anche grazie alle suggestioni dei loro spettacoli dal vivo e al loro video di "Preacher Man" che, come gli altri singoli rilasciati ("Blue Water", "Moonchild" e "Psychonaut"), si è saputo far largo nelle chart del Regno Unito, insediandosi nella Top40.
Spesso considerati soltanto come dei meri imitatori dei Sisters of Mercy, in realtà già dal debutto i Fields Of The Nephilim presentano alla perfezione le loro peculiarità, che li discostano dal semplice manierismo. La loro musica nera e d'atmosfera sfodera chitarre in prima linea seppur con pochissimi assoli, ritmi ossessivi e serrati e dei testi fortemente impregnati del pensiero di Aleister Crowley, figli di uno spiccato interesse per l’esoterismo e per i culti pagani.
Non accontentandosi di utilizzare soltanto le immagini dei cowboy, l’album si apre con un brano prelevato direttamente dalla colonna sonora di “C’era una volta il west”, firmata Ennio Morricone. Si tratta di “Intro (The Harmonica Man)”, messa in scena da una chitarra abrasiva e da un lento crescendo ansiogeno.
I Nephilim tirano però fuori le loro pistole con "Slow Kill", anche se il vero classico della band rimane il midtempo post-apocalittico di "Preacher Man". La voce di Carl McCoy, il crooner degli orrori, cavalca attraverso l'oscurità del disco, con le sue urla gutturali che danno luogo a spaventose cerimonie pagane ("Volcane (Mr. Jealousy Has Returned)", Dust", "Power") e ballate negromantiche à-la Siouxie and The Banshees ("Vet For The Insane"). Più che un film di Sergio Leone, alcune canzoni sembrano rievocare antichi riti esoterici e innominabili, basti guardare il video promozionale di "Blue Water", che li colloca - almeno nell’immaginario – lontani anni luce da gruppi come Sister of Mercy, Cult e Bauhaus.
A chiudere il disco ci pensano lo schiacciante sortilegio di "Dawnrazor" e i riff ipnotici di "The Sequel".

Nel 1988, i Fields Of The Nephilim rilasciano il loro secondo album, The Nephilim, che debutta al numero 12 della classifica inglese. The Nephilim aggiunge alle influenze i Jesus And Mary Chain e punta su brani più articolati, visionari ed eleganti. “Endemoniada” (dallo spagnolo, “posseduto”), prende il nome da un horror-movie messicano, si apre con una lunga introduzione strumentale dominata dalle chitarre e trova la voce, mai così demoniaca, di McCoy, dopo aver superato più di 4 dei suoi 7 minuti. Al suo interno, possiamo udire anche la voce dell’attore Ron Perlman che urla “penitentziagite” (“fate penitenza), campionamento di una battuta del frate benedettino Salvatore nel film “Il nome della rosa”.
Più violento ma non meno elaborato è il singolo “Moonchild”, inaspettata hit da Top40, che prende il nome da una novella di Aleister Crowley. Il testi dell’intero disco sono brandelli di visioni spaventose e magie cerimoniali; “The Watchmen”, per esempio, evoca nel finale direttamente la terrificante creatura dell’immaginario lovecraftiano, Cthulhu. La lugubre e vagamente morrisoniana “Celebrate”, tra chitarre spettrali e baritono da poeta maudit, si unisce invece alla maestosa e teatrale “Love Under Will”, quasi un manifesto programmatico della filosofia crowleyana (la cosiddetta “Thelema”), se si pensa alla sua prima legge, che recita: "Fai ciò che vuoi sarà tutta la Legge. L'amore è la legge, amore sotto la volontà".
Ritmi assillanti e narrazioni gutturali permeano le claustrofobiche "Chord Of Souls" e "Shiva", mentre Chtulu ritorna nei quasi dieci minuti di “Last Exit For The Last”, fra lamenti mortiferi, un basso ipnotico e struggenti tessiture chitarristiche, con accelerazione e impennata finale che, pur nell'irrequietezza, fa intravedere uno spiraglio di luce alla fine di un viaggio notturno e umbratile. Il momento più curioso dell'opera è tuttavia una cavalcata heavy-rock che tradisce l'influenza dei Motorhead di “Ace Of Spades”: si tratta di “Phobia”, con l’inarrestabile moto ondoso della sezione ritmica che si traduce in un’abbagliante tempesta elettrica.
Più compiuto di Dawnrazor, The Nephilim modella un sound raffinato ed elegante, una versione barocca della decadenza. Quasi un luna-park degli enigmi, fatto di specchi deformanti e spaventi dietro l'angolo, che nelle menti della band era stato studiato come una colonna sonora per l’ignoto (se non si fosse già intuito dall’immagine di copertina).

Il singolo “Psychonaut” (1989), segna il cambiamento verso una musica più ambiziosa, che sarà protagonista del successore di The Nephilim. Si tratta di un brano di oltre 9 minuti, dominato da lunghi accordi di synth e un basso pulsante, il tutto ornato da suggestivi inserti di chitarra.

tumblr_mc0bnv8txy1rc0qyro1_500Il terzo album, Elizium (1990), porta quindi a compimento un percorso di progressiva sofisticazione, trasformando la band grottesca degli esordi in una sontuosa e convincente proposta gotica. Non è un caso che alla produzione ci sia Andy Jackson, ingegnere già collaboratore dei Pink Floyd, che porta in dote un sound spazioso, raffinato e meticolosamente curato. Le tastiere, già con un ruolo di spessore in alcuni brani del passato, diventano sempre più fondamentali per allargare gli arrangiamenti e ammantarli di suggestioni lugubri. Più che in passato, l'opera si configura come un unico lungo trip dalle sfumature mistiche.
Se “For Her Light” è un'altra scorribanda da post-punk dell'orrore, “At The Gates Of Silent Memory” raggiunge un nuovo vertice: esce con una nebbia malsana e a suon di rintocchi epici avanza, come una di quelle cupe composizioni dei tardi Pink Floyd, unendo dilatazione e desolazione.
“Submission” e “Sumerland (What Dreams May Come)” è una coppia di brani ancora più ambiziosa, che totalizza quasi 20 minuti. “Submission” monta la tensione per lanciarsi in una cavalcata resa travolgente dalle chitarre distorte. Quando queste ritornano nell'ombra, l'attenzione dell'ascoltatore è ormai calamitata. La pausa che segue, di momentanea quiete, è pregna di suspense, così che l'astratto assolo di chitarra in piena cacofonia, insieme alla chiusura maestosa e heavy-psych, portano a un intenso coinvolgimento nel finale. “Sumerland (What Dreams May Come)”, il brano più lungo dell'intera carriera con i suoi 11 minuti, vive di un misto di post-punk e disco-music, fra chitarre sferraglianti e ritmo ficcante.
Dondolandosi nella più tetra desolazione, si chiude con “And There Will Your Heart Be Also”, che ben sintetizza lo spirito di un'opera dilatata e atmosferica, elegante e gotica, ambiziosa e decadente. Pur appesantito da alcune lungaggini, Elizium è comunque destinato a essere assieme il loro vertice e il loro canto del cigno. Rimane infatti l’ultimo album di studio a nome Fields Of Nephilim con la formazione originale ancora intatta.

Nel 1991 Carl McCoy scioglie di fatto il gruppo riciclandolo la sigla in Nephilim. I rimanenti membri incidono come Rubicon e The Last Rites. Sono proprio i Rubicon, composti dai rimanenti membri della band, i primi a tornare sulle scene, optando per Andy Delaney dietro al microfono. La nuova formazione ha poca fortuna e si concede due soli album. Il primo, What Starts, Ends (1992), fonde lo spirito gotico di un tempo, sempre grande protagonista, con violenti assalti di chitarre distorte e persino noise-rock, ben in mostra sin dall'iniziale "Before My Eyes", aggiungendo qualche spezia grunge in linea col periodo. La ballata gotica e metallica di "Killing Time" sembra l'ideale fotografia di un'opera di compromesso, che segna una discontinuità rispetto ai Fields Of Nephilim senza tuttavia cambiare completamente pelle. Alcuni momenti, come “Rivers”, pur sfoggiando molta energia, sembrano gravitare attorno a idee poco originali mentre altri episodi, come la title track, intervengono in forte discontinuità col resto dell'opera, fino a renderla incoerente.

8a1b98eef80170e1e8ae73b55efcb233Poco di quanto già ascoltato dei Rubicon anticipa la svolta di Room 101 (1995), seconda e ultima prova sotto questa ragione sociale degli ex-Fields Of Nephilim. Un album che si apre con "Ageless", ideale singolo apocrifo dei Pearl Jam, e presenta una formazione in piena febbre post-grunge. Un'impressione molto forte, che è confermata anche da "Rest A While", "Doubt All" e da buona parte dell’opera, che offusca i forti debiti verso la scena di Seattle con forti dosi metal in "Insatiable". In questa proposta derivativa spicca "This Drenching Night", momento tribale e psichedelico che spezza con una boccata di creatività una track-list prevedibile.

Nel 1996 McCoy, cantante degli ormai passati Fields Of Nephilim, ritorna sulle scene con un progetto che richiama nel nome più che nella musica la band originaria, i Nefilim. In questa nuova esperienza e nell'unico album pubblicato a questo nome, Zoon, sbocciano alcune influenze che pure si potevano avvertire nei paesaggi gotici di The Nephilim e Elizium. Proprio il canto di McCoy, sempre più cavernoso e incline a eccessi orrorifici, suggeriva una qualche affinità col canto del metal estremo. In Zoon il death-metal e l'indole meccanica dell'industrial-metal dominano decisamente sulla componente gothic-rock di un tempo. Le influenze più evidenti, questa volta, sono Killing Joke, Godflesh e Ministry. Il suono è travolgente, zeppo di battiti possenti e di urla devastanti, ben lontano dall'eleganza di un tempo. "Xodus", con chitarre che sembrano ispirate agli Slayer, è il più travolgente fra i brani più immediati, ma i Nefilim tentano anche la via dell'industrial-metal angosciante e thriller di "Melt (The Catching Of The Butterfly)".
Alcuni momenti tornano quantomeno all'atmosfera lugubre di un tempo, tanto da configurarsi come esempi di gothic-metal. Il brano più importante in questo senso è "Shine", avvolta in una nube decadente che rievoca il canzoniere di formazioni come i Tiamat. In parte inquadrabile nel gothic-metal anche la suite che dà il titolo all'album, divisa in tre parti per 15 minuti totali: aperta da un gothic-rock spazzato via dalla più teatrale delle entrate di McCoy, la composizione si stiracchia in miasmi dark-ambient dai quali emerge una marcia angosciante e meccanica, progressivamente rinforzata da dosi metalliche nel più scontato dei climax; la terza parte indugia in un baritono scuro ritrovando l'indole industrial-metal solo nel finale.
Protagonista, più della sezione ritmica, monotona seppur possente, o delle chitarre asservite più ai decibel che alla creatività, è la voce di McCoy, libera di sfogarsi nei timbri più mostruosi: in "Pazuzu (Black Rain)" sembra un invasato sul punto di vomitare qualche disgustosa sostanza maligna. Nonostante lo stile sopra le righe del canto, però, Zoon è un'opera in ritardo di un paio di anni sul resto della scena industrial-metal e gothic-metal, che a metà anni 90 ha già conosciuto numerose evoluzioni di rilievo.

A sorpresa, a distanza di più di due lustri esce il quarto disco ufficiale a nome Fields Of The Nephilim, Fallen (2002). Nella realtà, l’album viene rilasciato contro la volontà di McCoy o, per meglio dire, proprio a sua insaputa, dato che considerava le canzoni fino ad allora composte come delle semplici bozze. Non riconoscerà mai la paternità del disco, tanto che sul sito ufficiale parlerà addirittura di un furto di inediti da parte dell’etichetta.
Una reunion fittizia, quindi, probabilmente frutto di una astuta operazione di marketing. Il risultato risente di queste incertezze, essendo Fallen un disco noiosamente monotono, che raccoglie gli spunti del riavvicinamento tra Pettitt e McCoy (in particolare, della sua virata dark-metal del periodo di Zoon), ma che non aggiunge nulla di interessante alla carriera della band.
La qualità del suono è abbastanza buona, ma quasi tutte le tracce vengono raggelate dall’intervento della drum-machine, che indebolisce e snellisce le suggestive strutture ritmiche della vecchia band di McCoy. Le canzoni sembrano spesso frammentarie e affrettate e, a leggere il libretto di copertina, si ha la conferma di quanto la reunion pubblicizzata fosse solo una parziale verità: soltanto due quinti della line-up si era infatti riunita.
Un ingorgo di rumori industriali apre "Dead To The World", con il canto di McCoy - un tempo lo sciamano della band - annichilito e sommerso da una serie di voci incomprensibili e da una chitarra aggressiva; sembra quasi un maestro di cerimonie che ha perso i suoi poteri e, anche quando prova a riacquisirli, tutto pare forzato e il cantante sembra sempre sul punto di dover schiarirsi la voce. Nessuna sturm und drang, quindi, nessuna tempesta e nessun impeto: soltanto tanta fretta e indecisioni. Alcune canzoni paiono riuscire maggiormente nel loro intento (“From The Fire”, “Fallen”), ma si fermano comunque al ruolo di semplici aforismi, piuttosto che stupire e incantare l’ascoltatore con le oscure novelle dei primi giorni della band.

fieldsofthenephilim1e1ed69110c0444e87ac780b069615a2_01Nello stesso periodo ritornano anche i fratelli Alexander "Nod" Wright e Paul Wright, che assieme a Bob Ahern and James Quinn formano i Last Rites. La formazione rilascia due soli album, Guided By Light (2001) e Too Many Forms (2005).
Perse le tracce degli altri cow-boy, Carl McCoy scaglia da solo il suo proiettile con Mourning Sun (2005). Giunto a questo punto della sua carriera, preferisce addirittura fare riferimento ai musicisti ospiti con nomi fittizi e questo è sicuramente uno degli aspetti interessanti della sua enigmatica personalità. Senza mai guardare al passato, nel nuovo millennio McCoy smonta e ricompone gli elementi del gothic-rock, laddove molte band del genere si sono invece fermate a un manierismo auto-referenziale. Musicalmente parlando, Mourning Sun suona infatti come una evoluzione naturale dal metal degli album precedenti, saturo di combinazioni nascoste, simbolismo e misticismo. Il risultato è ovviamente un'opera più completa, che ha trovato il tempo giusto per maturare rispetto al frammentario Fallen.
Tra cori gregoriani e voci spettrali, l’album prende l’abbrivio con “Shroud”, svelando poi un frontman che ha ritrovato la voce per “Straight To The Light” e “New Gold Dawn”. Canti di uccelli e un temporale in avvicinamento segnano il principio di “Requiem XIII (Le Veilleur Silencieux)”. Una danza della pioggia che assume quasi la valenza catartica dei riti di Jim Morrison, ma senza complessi edipici da sfatare: alla fine rimane solo il silenzio, dopo aver sentito McCoy ululare in mezzo a una tempesta di fulmini.

E' la volta, quindi, della svolta industrial di “Xiberia”, tra voci filtrate e suoni campionati, anche se con ogni probabilità i due brani migliori sono in prossimità della coda del disco. Si riprende infatti immediatamente slancio con “She”, ballata malinconica che sfocia direttamente nell’apoteosi della title track, con paesaggi sonori lussureggianti e un coro fornito dalle due figlie di McCoy, Scarlett e Eden. Chiudono i ritmi martellanti e i riff al vetriolo di "In The Year 2525", un finale però che non convince appieno per la sua artificiosità, ma che non rovina comunque il grande ritorno di un incorruttibile cowboy dell’Apocalisse.

Fields Of The Nephilim

I cowboy dell'Apocalisse

di Valeria Ferro, Antonio Silvestri

Autori di una musica occulta, ossessiva e d'atmosfera, Carl McCoy e compagni hanno saputo negli anni rinnovare continuamente gli stilemi del gothic-rock, dando al genere una connotazione mai così intellettuale ed esoterica, dove il deserto western di Sergio Leone fa da scenario ai riti pagani di Aleister Crowley
Fields Of The Nephilim
Discografia
 FIELDS OF THE NEPHILIM
 
   
 Dawnrazor (Situation Two/Beggars Banquet, 1988) 
 The Nephilim (Situation Two/Beggars Banquet, 1988)

 

Elizium (Beggars Banquet, 1990) 
 Earth Inferno (live, Beggars Banquet, 1991)

 

 Fallen (Jungle Records, 2002) 
 Mourning Sun (SPV, 2005)

 

 Ceromonies (antologia, Sacred Symphony, 2012) 
   
 RUBICON
   
   
 What Starts, Ends (Beggars Banquet, 1992)    
 Room 101 (Beggars Banquet, 1991) 
  
 
 NEFILIM 
   
 Zoon (Beggars Banquet, 1996) 
   
 LAST RITES 
   
 Guided By Light  (Dream Catcher, 2001) 
 The Many Forms (Last Rites Music, 2005) 
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