Gathering

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Trip-rock all'olandese

di Alessandro Mattedi

Già pionieri del gothic-metal, dopo l'ingresso della talentuosa cantante Anneke Van Giersbergen gli olandesi The Gathering hanno totalmente cambiato forma, penetrando nei lidi di un sound ricercato e atmosferico - da loro stessi ribattezzato "trip rock" - ed evolvendosi costantemente. Fino alla dipartita della Van Giersbergen e alla nuova ripartenza con la norvegese Silje Wergeland.

Negli ultimi anni il confine fra metal e "resto del mondo" è divenuto relativamente più sfumato, sia per l'innovazione apportata da alcuni generi, sia per i cambiamenti radicali avvenuti nelle discografie di certi gruppi inizialmente appartenenti proprio a questo filone ma che poi si sono diversificati, a volte abbandonandolo del tutto e permettendo al loro pubblico di scoprire nuove realtà. L'esempio più eclatante sono forse gli Ulver (passati dal black-metal all'elettronica sperimentale e all'art-rock), ma ugualmente creativa e spiazzante è la storia dei Gathering.

Con i primissimi lavori furono fra i pionieri del gothic-metal, ma intendendo con questo genere delle sonorità ben distanti dalle produzioni laccate e sbrodolate a cui la stampa specializzata si riferisce negli ultimi anni, bensì in linea con quelle originali (più dure e oscure). Eppure, quando la formula stava iniziando ad avere successo, voltarono del tutto pagina e abbandonarono quel genere per approdare nei lidi di un alternative-rock molto atmosferico, lasciando che influenze melodiche, tonalità sognanti, atmosfere spaziali e raffinatezze compositive prendessero il sopravvento.

Una svolta analoga a quella dei vicini inglesi Anathema (che partendo da origini molto simili hanno percorso una strada parallela a quella dei Gathering, con i quali d’altronde hanno mantenuto rapporti stretti e occasionali collaborazioni nei concerti), guidati dalla cristallina voce di Anneke Van Giersbergen, degna di essere accostata a una Elizabeth Fraser o a una Rachel Goswell in quanto a melodiosità.
Iniziamo a conoscere i Gathering dagli esordi, tenendo ben presente che sono qualcosa di diametralmente opposto a quanto mostrato in seguito.


Gli inizi "underground"


I Gathering vengono formati nel 1989 a Oss, Paesi Bassi, dai fratelli Hans (batteria) e René Rutten (chitarra) assieme al vocalist Bart Smits a cui pochi mesi dopo si aggiunge il tastierista Frank Boeijen. Successivamente i quattro reclutano il bassista Hugo Prinsen Geerligs e il chitarrista Jelmer Wiersa. Per il nome si ispirano a una scena del film "Highlander" in cui si parla con insistenza di un’adunanza (in inglese "the gathering") di tutti gli immortali. Gli olandesi rilasciano due primi Ep in linea con il death-metal e il doom-metal abbastanza grezzi e primordiali (An Imaginary Symphony nel 1990 e Moonlight Archer nel 1991) per poi pubblicare il debutto ufficiale, Always…, nel 1992. Nel frattempo s’erano aggiunti Henk Van Koeverden come ospite temporaneo al sintetizzatore e Marike Groot come voce femminile secondaria. 

In questa primissima fase iniziale il gruppo è ancora vicino al death-doom, un filone macabro e oltretombale, come quello dei Tiamat di "The Astral Sleep" e soprattutto del seminale "Gothic" dei Paradise Lost, ma anche agli esperimenti dei Type 0 Negative e dei Celtic Frost. Tuttavia, già dai primi dischi degli olandesi inizia a intravedersi anche l’influenza delle particolari sonorità del movimento goth anni ’80, e quindi da gruppi come Sisters Of Mercy o Dead Can Dance.


Il full-length d’esordio Always, pur nel suo essere tetro e duro (soprattutto dal punto di vista ritmico), presenta già diverse aperture melodiche e riflessive, sia come distensioni del riffing roccioso, sia come contorno atmosferico. Le tastiere svolgono una funzione d’accompagnamento rilevante e partecipe, spesso sfociando quasi in un mesmerizzante death sinfonico ("In Sickness and Health", "Gaia’s Dream"), fungendo da base esclusiva del brano solo nel caso della parentesi atmosferica della title track. Non mancano anche riff, immersi in tappeti di tastiera angoscianti, che ricordano la Bay Area, come nel thrash-doom dell’iniziale "The Mirror Waters". Anche i testi si orientano verso tematiche più romanticizzate e decadenti, "gotiche" nel senso ottocentesco del termine.

La principale novità è la presenza del duetto fra la voce maschile di Bart, impegnata principalmente in un canto in growling basso e cavernoso, e quella più lirica di Marike Groot. Questo binomio è stato simbolicamente introdotto nel gothic-metal dai Paradise Lost e proprio dai Gathering, temporalmente tre-quattro anni prima che i norvegesi Theatre Of Tragedy ufficialmente lo rendessero popolare (dando il La al cosiddetto concetto del “the Beauty and the Beast vocals”, cioè del contrasto fra una voce maschile oscura e ruggita e una voce femminile soave ed eterea).
In questo stadio iniziale, tuttavia, il ruolo della cantante è ancora molto marginale. A condurre le redini per la maggior parte del disco è Bart Smits e la sua voce è predominante anche nelle canzoni in cui compare Marike Groot, come "King For A Day" o la malinconica "Stonegarden". Se il suo growl riesce a essere ben inserito nel contesto, lo sporadico aspetto canoro "pulito" risulta meno espressivo. La produzione ovviamente è sporca, date l’epoca e le risorse disponibili, ma migliore di quanto ci si potrebbe aspettare.
In generale il death-goth-metal del disco si mantiene su coordinate più ruvide già collaudate, aggiungendovi tratti peculiari nell’ispirata propensione ad arricchire le canzoni con contorni di tastiera, intermezzi melodici e digressioni d’atmosfera, elementi influenzati molto dalla dark-wave ottantiana e in parte anche da “Slow, Deep & Hard” dei Type 0 Negative. Nonostante un songwriting in alcuni punti ancora derivativo, non mancano spunti originali che consentono di includere i Gathering fra i pionieri del gothic-metal, genere che vede la luce proprio in questo periodo grazie anche a dischi meno death-doom e un po’ più gothic come questo.

Successivamente alla sua pubblicazione Smits lascia il gruppo per divergenze musicali (formerà i Wish), poiché era interessato a sonorità più oscure e pesanti mentre i Gathering volevano sviluppare qualcosa di più sperimentale. Anche la Groot se ne va (collaborerà con gruppi minori) e viene rimpiazzata da Martine Van Loon.

Col secondo disco Almost A Dance assistiamo a una sensibile evoluzione degli olandesi, che raffinano la loro musica metabolizzando e diluendo gli elementi doom-metal e soprattutto death-metal in uno stile più compatto e assimilabile. A risaltare è la voce di Niels Duffhuës, subentrato a Bart Smits: una voce pulita, dal timbro tipicamente vicino a quello delle formazioni new wave, una soluzione innovativa nel gothic-metal anche se non apprezzatissima dal pubblico. Niels è molto influenzato dal periodo post-punk e in particolare da gruppi goth-rock come Sisters Of Mercy o Christian Death (ma anche Nick Cave and the Bad Seeds o gli Swans di "Children Of God"). L’influenza è filtrata con un’ottica più diretta e meno ossessiva, conferisce un tocco decadente più interiore e vissuto alle canzoni più di tutti gli elementi introdotti in quest’album, inoltre mette in risalto il distacco del genere dalle sue origini death-doom per imboccare un sentiero proprio che poi si sfaccetterà in realtà diverse.

Ciò non toglie che in Almost A Dance permangano riff più duri e passaggi marcati con attacchi aggressivi e granitici, ma è interessante la progressione melodica rispetto al debutto, così come la cura per il songwriting, fattosi più rifinito, orecchiabile e aperto a più frequenti interventi di tastiera o di sporadici strumenti esotici (come il flauto o il didjaeridoo), oltre che a un’atmosfericità più densa ed esotica. Le iniziali "On A Wave" e "The Blue Vessel", poste l’una dopo l’altra senza soluzione di continuità, introducono queste atmosfere, non disdegnando anche stacchi più veloci e refrain epicizzati dalle tastiere di sottofondo. Ma è la successiva, lunga "Her Last Flight" a porre in risalto le influenze più goth-rock con distensioni melodiche, tappeti atmosferici di supporto, chords rallentati a fare da muro sonoro. "The Sky People" si pone a metà strada fra le due canzoni precedenti: le tastiere melodiche, la comparsata di voce femminile e l’intermezzo placido si miscelano ad altri elementi più metallici come l’assolo tagliente. "Nobody Dares" è una parentesi acustica mesta e intimista, una sorta di placida ballata che distende l’atmosfera dopo le canzoni precedenti. Le trombe campionate di "Like Fountains" e le tastiere esotiche di sottofondo si ricollegano al lato più solenne e cerimoniale dei Dead Can Dance, impiantato su di una batteria decisa e su cadenzati chords di chitarra che cedono poi il posto a riff più thrashy, mentre gli interventi femminili nel ritornello sono invece da angelica voce dream-pop. La successiva "Proof" si riallaccia a "Her Last Flight", ma contiene stacchi più brucianti e riff-arabeschi, comunque diluiti e dosati fra lunghi riempimenti ambientali di tastiera di sottofondo su cui si inseriscono bassi pulsanti, placidi assoli prolungati e arpeggi delicati in lontananza. "Heartbeat Amplifier" non aggiunge molto al discorso dell’album, mentre "A Passage To Desire" sfuma in un’outro atmosferica oscura e depressiva.

Almost A Dance si rivela un’interessante evoluzione del tema primordiale del gothic-metal, aperto a nuove strade e condito da una buona cura negli arrangiamenti, ma la sua ricezione dal mondo metal non è molto positiva: stroncato da parte della stampa specializzata, soprattutto per la voce di Niels (percepita come "fuori posto"), il gruppo manifesta la propria delusione per l’album e decide di voltare pagina, incominciando col cambiare i due vocalist
E sarà la svolta più importante della loro carriera. 


L'arrivo di Anneke Van Giersbergen


Gathering con Anneke van GiersbergenNel 1994 una giovane (appena 21enne) e talentuosa cantante e chitarrista di nome Anna Maria Van Giersbergen venne a sapere da un suo amico che c’era un gruppo di ragazzi in cerca di una voce femminile e venne accompagnata a suonare in un caffè frequentato da questi ultimi. Ella da due anni faceva parte assieme a Deniz Cagdas del duo jazz-blues Bad Breath ed aveva già esordito su disco con il gruppo rock sperimentale The Mess (definito come “immaginate Frank Zappa che incontra i Tubes”). I ragazzi erano naturalmente i Gathering, che rimasero positivamente colpiti dalla sua performance e la invitarono a un’audizione per sceglierla quasi istantaneamente. Mai decisione fu artisticamente più azzeccata per un gruppo musicale metal.

Assieme alla cantante, soprannominata Anneke, i Gathering iniziano una lunga e proficua collaborazione con cui raggiungeranno i loro vertici. Nel 1995 rilasciano per l’importante etichetta metal Century Media la pietra miliare Mandylion, titolo riferito all’immagine di Edessa, un telo venerato dalle comunità cristiane orientali sul quale sarebbe raffigurato il volto di Gesù e ritenuto di origine miracolosa come la Sindone. L’album si rivela un’opera di enorme pathos e ricchezza musicale in cui la punta di diamante del disco è la potente ma vellutata voce di Anneke, carica di enorme emozionalità e personalità.
Lo stile del gruppo nel frattempo, allontanandosi molto dal suono tetro e opprimente degli esordi, si è evoluto in gothic ricercato, particolarmente intenso ed evocativo. Trasporta con sé un leggero velo psichedelico nelle chitarre di René Rutten e Jelmer Wiersma, ma è caratterizzato soprattutto da un certo sapore esotico mutuato dall’ethno-dark dei Dead Can Dance, che sono il riferimento principale per il gruppo assieme a gruppi molto diversi come Slowdive, Paradise Lost o Motorpsycho. Il paragone più evidente rimanendo in ambito metal però è con l’esordio “Tears Laid in Earth” del gruppo doom-metal norvegese The 3rd and the Mortal, uscito l’anno prima e anch’esso guidato da una voce femminile che Anneke ammira moltissimo: quella di Kari Rueslåtten.

Le tematiche liriche mostrano un romanticismo carico di passione e malinconia, che descrive la natura, le persone e i rapporti con loro, le maschere indossate. “Strange Machines” descrive la fantasia di un viaggio nel tempo ispirato dai racconti di H.G. Wells, con i riff meccanici che divengono un tutt’uno con le atmosfere delle tastiere e lasciano entrare appieno nel vivo della canzone. Un oscuro tappeto di tastiera introduce invece “Eléanor”, costruita lentamente attorno ad Anneke con la sua angelica voce in preparazione del chorus più veloce e ancora più intenso. La prima parte di “In Motion” si costruisce su giochi di melodie esotiche e sulla forte voce di Anneke, fino all’assolo lungo, sentimentale e malinconico. Il dolce arpeggio di “Leaves” riporta subito alla mente le importanti influenze anni '80, ma subito tornano riff distorti, ripetuti e macabri, che fungono da base per i giochi vocali dell’ugola di Anneke: l’assolo si fa più rilassato e onirico, e culla l’ascolto fino al ritorno dei refrain. “Fear The Sea” trasmette subito sensazioni impetuose, come una scarica leggera al tatto ma capace di colpire a fondo. I lunghi intermezzi riempiono l’atmosfera di una consistenza palpabile a mano nuda. La title track “Mandylion”, originariamente pensata per un side-project dei due fratelli Rutten chiamato Diep Triest (poi messo da parte per i Gathering), è una parentesi strumentale che lascia senza respiro: l’infuocato flauto, le percussioni tribali, il forte sfondo di synth-strings e il breve intervento di Anneke che intona il suo canto angelico formano un amalgama denso ed etereo, che fa percorrere in un lampo immensi scenari e distese lontanissime, degno dei Dead Can Dance. La lunga cupa suite di “Sand And Mercury” (quasi 10 minuti, la più lunga dell’album) sembra un’altra parentesi strumentale, ma a metà brano Anneke scende in campo di nuovo con il suo canto magnetico. È il picco dell’album, con immensi intrecci di tastiera e di chitarra distorta. L’angusto monologo finale, un estratto da una trasmissione radio in cui J.R.R Tolkien parlava del senso della vita e della morte nel Signore degli Anelli, ci fa trattenere il respiro prima che inizi la seconda parte di “In Motion”, che conclude il disco con le sue tenui orchestrazioni di viola e contrabbasso ad accompagnare il passionale canto di Anneke e le corrosive distorsioni in un contrasto dolce-amaro dal sapore decadente.

Due anni dopo i Gathering approfondiscono la strada intrapresa: il successo di critica permette loro in questo periodo di guadagnarsi sempre più consensi nel settore, ed è sotto questi buoni auspici che nel 1997 rientrano in studio per realizzare il loro quarto album (il secondo, dopo l’ingresso della Van Giersbergen) Nighttime Birds, anticipato dall’Ep “Kevin’s Telescope” in cui si notano delle stupende cover di “When the Sun Hits” degli shoegazers Slowdive e “In Power We Entrust the Love Advocated” dei Dead Can Dance. Dedicato alla da poco scomparsa madre di Hugo Prinsen Geerligs, che si sfoga scrivendo i temi del disco pensando alla sua malattia, l’album non rinuncia alla passione, all’eleganza e alla personalità mostrate fino a questo momento. Si inizia con i corposi muri di chitarre del gothic psichedelico di “On Most Surface” accompagnati da bassi penetranti e inserti di flauto, che subito ci catapultano nel vortice di suoni e sensazioni del disco, seguito anche dalla lenta ed evocativa “Confusion”, incentrata su placidi giri di chitarra alternati a distorsioni corrosive, mentre un basso cupo sostiene la canzone assieme alla cadenzata batteria. Il gusto retrò e malinconico dell’elegante “The May Song” è uno degli episodi più interessanti e piacevoli del disco, mentre “The Earth Is My Witness” è una piccola gemma di oscura dolcezza e di gran classe; così come l’onirica “New Moon Different Day”, ottantiana ma metallica, con intense cavalcate di pedale da parte della batteria in alcuni frangenti. “Third Chance” è una delle tracce più melodiche e al contempo energiche del disco, che troverà la sua ideale consacrazione in veste live. “Kevin’s Telescope” propone tappeti di tastiera atmosferica di sottofondo e imponenti distorsioni di chitarra, mentre si aggiungono piccoli inserti di archi che che però nella loro magrezza e sporadicità suonano come delle aggiunte minori fini a sé stesse. La title track ha uno stile notturno, dolceamaro, delicato e potente al tempo stesso. La chiusura è affidata alla memorabile “Shrink”, una esibizione di piano melanconica e cupa, che non scade mai nella banalità o nella scontatezza manieristica di molti gruppi successivi.


Con queste due opere, i Gathering si posizionano nell’olimpo delle band dark pesanti e si pongono come punto di riferimento imprescindibile per moltissime formazioni gothic-metal successive: tutti i gruppi del genere venuti negli anni immediatamente seguenti, sia con voce femminile (come i primi Theatre Of Tragedy, i Leaves Eyes, i Provenance, gli Autumn, i Flowing Tears o i Lacuna Coil) sia senza (come i Madrigal o i To/Die/For) si sono dovuti prima o poi confrontare con l’imponente statura del complesso olandese e l’apice compositivo da loro raggiunti, per poi trarne importanti influenze. In pochi casi però avvicinandosi qualitativamente agli olandesi, anzi, spesso invece riuscendo fortemente sconfitti dal confronto, perché il “metal gotico” col cambio di secolo sarebbe gradualmente diventato un trend spesso scarsamente creativo ed eccessivamente propenso a riproporre stereotipi molto più blandi e banali, privi di reale spessore emotivo. La definizione “gothic-metal” applicata ai Gathering non deve trarre in inganno e far incorrere al pregiudizio di uno stile stereotipato e dell’appiglio commerciale come per molti numerosi gruppi manieristici, radio-friendly e senza nulla di originale da dire. Persino i già citati 3rd and the Mortal si lasciano influenzare (ma con un’altra vocalist), soprattutto nelle contaminazioni più esotiche, prima di evolversi in un gruppo rock sperimentale e molto psichedelico.
Il punto di riferimento canoro di Anneke sarebbe stato obbligato anche per tre formazioni symphonic-metal a voce femminile anch'esse olandesi venute alla ribalta pochi anni dopo, i Within Temptation, gli Epica e gli After Forever; e probabilmente sarebbero stati accostati negli anni successivi se i sei di Oss non avessero deciso di staccarsi dal mondo metal. Scelta matura e sinonimo di cultura e apertura musicali, ma anche coraggiosa, dato che come già detto di lì a poco il goth con i suoi surrogati sarebbe diventato commercialmente molto fruibile e avrebbe garantito incassi sicuri.
Nighttime Birds infatti è l’ultimo album “metal” degli olandesi. Vediamo perché.


La svolta


Verso la fine del 1997 il secondo chitarrista Jelmer Wiermsa decide di abbandonare il gruppo per concentrarsi sul suo lavoro come tecnico del suono e lasciando così solo René Rutten alle sei corde. I Gathering nel frattempo sentono di essere come in un vicolo cieco creativo: tanto l’etichetta quanto i fan nutrono determinate aspettative nei confronti del gruppo, che però le avverte come limitanti. Gli olandesi non sentono di appartenere a quel mondo, vogliono esprimere maggiormente il loro bagaglio culturale diversificato che spazia dai Rush agli ultimi Talk Talk e vogliono comporre in maniera più libera e creativa.
L’incontro con il produttore Attie Bauw, che mostra loro nuove tecniche di registrazione e incoraggia la loro volontà di sperimentare, è la spinta finale a cambiare genere.
I Gathering rompono così col passato, attuando un radicale cambiamento nella loro musica che viene presentato con il loro quinto disco pubblicato nel 1998, How To Measure A Planet?: niente più gothic-metal lento e atmosferico, via i riff cadenzati e intensi, così come l’uso delle tastiere nel ruolo di tappeti imponenti di sottofondo. Anche Anneke Van Giesbergen rinuncia al ruolo di carismatica front-woman facendosi più calibrata, intimista e dolce nella sua voce angelica, e armonizzandosi meglio col resto del gruppo (per “essere più globale e meno individualista, e ridurre le urla”, spiegherà lei). Gli arrangiamenti sono più raffinati e soffusi e le influenze base dei componenti del gruppo, amalgamati in un universo musicale tenue, mesmerizzante e meditato. Il risultato è un disco fresco, coraggioso e di gran classe, l’avvio di un nuovo corso che proseguirà per altri tre album studio. Stilisticamente i Gathering si accostano a una personalissima forma di rock alternativo e progressista, influenzata dalla corposità melodica degli shoegazer in una veste più eclettica e cupa, con atmosfere oniriche e space-rock, e rinnovato secondo una generale modernità sonora. Un album che si focalizza sulla ricercatezza, sulla contemplazione e su un approccio più concettuale che d'impatto, più vicino all'art-rock che al gothic. I punti di riferimento dichiarati stavolta sono le atmosfere spaziali dei Pink Floyd (soprattutto) e degli Spacemen 3, l’estro trasversale dei King Crimson, gli onirismi dream-pop degli Slowdive (accompagnati certo da "colleghi" come Ride e Cocteau Twins); ma anche i giochi di suoni pieni e intensi dei Radiohead (che hanno da poco rilasciato il seminale Ok Computer). Il gruppo poi cita anche tanto il gusto melodico di David Bowie quanto la libertà e l’attitudine dei Motorpsycho
Il gruppo elabora uno stile tutto suo assimilando un caleidoscopio ricchissimo di sonorità che proiettano verso il futuro. La stampa li include anche nel progressive-rock, probabilmente vero per l'attitudine e l'idea di sperimentare, meno se si pensa a complessi intrecci strumentali e cerebrali ai quali invece il gruppo preferisce nettamente l'atmosfera e la ricercatezza dei suoni. Gli olandesi conieranno, senza presunzione, il termine “trip-rock” per definire il loro stile. Questa etichetta è interessante e richiama alla mente anche un’altra scena musicale, quella da poco esplosa del trip-hop con le sue atmosfere urbane e moderne. Senza dubbio anche il mood oscuro di dischi come “Mezzanine” dei Massive Attack o "Dummy" dei Portishead ha ispirato gli olandesi, che dichiarano di sentirsi molto legati a quel sound. A volte però questo termine è stato impiegato impropiamente da recensori e giornalisti musicali, suscitando l’equivoco che i Gathering suonassero trip-hop o ne proponessero una variante. Ma attenzione, in realtà è difficile trovare altre assonanze oltre allo spirito e alle atmosfere: mancano di fatto i tasselli costitutivi del genere, come le influenze dub e hip-hop, il battito downtempo, i bassi ritmati tipici, o il turntablism. In certi casi tra stampa e pubblico negli anni c'è stata anche un po' di confusione con gruppi successivi che hanno mescolato pop-rock, trip-hop, hip-hop ed elettronica in varie gradazioni, come gli Archive o i Gorillaz. Ma è bene ricordare che si tratta di gruppi ben diversi e non vanno confusi.
Il significato di questa etichetta lo avrebbe poi spiegato Anneke. Eccola per esempio in un’intervista per Eutk: “Quello che intendiamo con trip-rock è fondamentalmente ‘trippy music’… ti puoi sedere e rilassarti ascoltandoci. È una cosa diversa dal trip-hop, perché è radicata nella musica rock… Non una musica pesante, certo, ma al contrario molto melodica e intensa. Heavy pop o soft melodic rock sono definizioni brutte, che non ci piacciono… Trip-rock è una bella parola”.

 

Opera sentita e profonda suddivisa in due Cd, intensa rappresentazione del tema del viaggio con digressioni eteree e dai toni soffusi, How To Measure A Planet? incontra la disapprovazione di parte dei fan di vecchia data. Il pubblico precedente in diversi casi si sente tradito e disapprova che la band abbia abbandonato la propria nicchia in favore di una musica più soft e per questo apparentemente più immediata se non "commerciale". Eppure, è vero l’esatto inverso in una maniera clamorosa: la commercializzazione vi sarebbe stata insistendo sul goth-metal melodico e romantico che di lì a poco sarebbe diventato un trend estremamente banalizzato e pre-confezionato, mentre le sonorità introdotte dal gruppo sono molto più ricercate, lente e soffuse rispetto al rock più mainstream e decisamente meno da hit. Addirittura le vendite non raggiungono neanche i due terzi rispetto al precedente full-length, complici anche i dissensi con l’etichetta Century Media, ostile al nuovo corso del gruppo e destinata a rompere presto i rapporti. Un risultato di grande amarezza. La critica musicale, allora, intuisce il potenziale della formazione olandese e gli perdona anche qualche difetto – come una certa tendenza alla sovrabbandonanza e alla prolissità – a fronte del coraggio di sperimentare e cambiare rotta, che invece loda apertamente.
Il primo Cd viene aperto dalla tenue e delicata “Frail”, che lascia intravedere il vasto campionario di influenze reinterpretate dagli olandesi. “Great Ocean Road” sfoggia una effettistica avvolgente arricchita anche dal theremin coniugando prog-rock ed ethereal-wave, mentre “Rescue Me” si adagia su arpeggi più delicati pur annoverando un intermezzo distorto e psichedelico. “My Electricity” è introdotta da una batteria lenta e cadenzata e dagli accordi di chitarra, in linea col filo conduttore dell’album. Se il singolo “Libery Bell” si riavvicina a “Nighttime Birds” in una chiave più sperimentale, “Red Is A Slow Color” sembra riprendere il discorso del brano precedente intensificandolo e culminando nel ritornello con le tastiere string di sottofondo. Non è da meno “The Big Sleep” con la sua elettronica densa e fumosa, mentre “Marooned” ammicca ai Massive Attack più nostalgici ma con più morbidezza. Chiude il primo disco la stupenda “Travel”: ben nove minuti di passaggi cadenzati e intensi in un viaggio sonoro di grande emozione. Il secondo Cd è più psichedelico: se la strumentale “South American Ghost Ride” è lenta e ipnotica, “Illuminating” emerge più con il suo basso funky-dub, il theremin e le atmosfere quasi ambient delle tastiere a sostenere la superba prestazione vocale di Anneke. “Locked Away” è il brano più corto – tre minuti – del disco: un lento e ipnotico brano dove Black Sabbath e Pink Floyd trovano il punto d’incontro più assimilabile: un preludio agli emozionanti sette minuti di “Probably Built In The Fifties”, con una sezione ritmica decisa e il canto filtrato di Anneke ad arricchire l’atmosfera mesmerizzante. A chiudere, la lunga suite della title track, quasi trenta minuti di cui la prima metà è ottenuta dilatando una jam session rumoristica in cui vengono rielaborate le sonorità del disco con una vena più minimalista, riverberata e arricchita di delays, mentre la seconda parte è una lunga outro ambient tutto sommato trascurabile.

 

Due anni dopo i Gathering anticipano il loro ritorno con l’Ep Amity, che propone una divertente cover di "Life Is What You Get It" dei Talk Talk (il cui percorso è stato anch’esso di esempio per il gruppo) e vari remix trip-hop o electro dell’omonimo singolo, e con il live Superheat. Col successivo album i Gathering scelgono un approccio maggiormente “d’impatto” rispetto al precedente disco, con chitarre più corpose e arrangiamenti più diretti, al punto che if_then_else (2000) sembra quasi un punto d’incontro a metà strada fra i due lavori precedenti. Di primo acchito potrebbe deludere e sembrare più "semplificato", in realtà anche nei riff più diretti viene riposta molta cura nel dettaglio sonoro. La musica viene in ogni caso sviluppata unendo un impeto rock molto intenso ed emozionale ad atmosfere che si susseguono ora cupe, ora sognanti, scandite soprattutto dai bassi corposi di Geerligs e dagli inserti tastieristici. Il disco inoltre è stavolta prodotto dai Gathering stessi, con l’assistenza di Zlaya Hadzich che rimarrà fino al successivo album incluso.
Così le atmosfere evocative che introducono "Rollercoaster" vengono subito squarciate da riff corposi e ribassati, attorniati da effetti elettronici oscuri e dalla voce cristallina di Anneke, mentre "Shot To Pieces" è più spedita, veloce ed energica (ma resa profonda dai bassi da shoegazer); e lo è ancora di più in rapporto all’eterea ed emozionante "Amity", che sfocia in un vero e proprio dream-rock che ha il suo culmine emotivo nel climax della tastiera di Boeijen. La famosa "Saturnine" gioca a rimescolare tastiere atmosferiche, riff cavernosi, inserti acustici, nostalgici giri di pianoforte e stratificazioni d’archi, ma questi ultimi sono più presenti nella successiva "Morphia’s Waltz". È una ballata semiacustica dolce e rilassante, a metà strada fra pop-rock e dream-folk, dove gli archi non prendono banalmente il sopravvento, ma rimangono un accompagnamento vellutato di contorno. Già nel precedente album erano presenti sporadici inserti di strumenti classici, ma si trattava di campionamenti perché il gruppo giudicò troppo costoso aggiungere musicisti addizionali, ma su quest’album compaiono realmente per la prima volta. A chiusura dell’album c’è la strumentale “Pathfinder”, interamente costituita da melodie tenui e cullanti e un’atmosfera notturna adatta a chiudere l’album.
Come per il predecessore, molti vecchi fan storsero il naso all'epoca dell'uscita, mal digerendo questo nuovo corso. Ma if_then_else scorre liscio e perfettamente godibile, meno "rivoluzionario" ma anche più compatto nella composizione del suo predecessore, e come sempre non mancano brani molto melodici e dotati di una indubbia ricercatezza.


L'era della Psychonaut Records


Gathering - Anneke van GiersbergenNel frattempo i rapporti con la casa discografica si complicano ulteriormente. La Century Media non gradisce l’operato dei Gathering, fa storie sulla loro libertà artistica mettendola in discussione per esigenze commerciali e tenta di promuovere Anneke come sex-symbol, ruolo per cui ella stessa provava disagio. Il gruppo si ritrova in difficoltà economica e per un periodo medita anche di smettere di suonare. I Gathering così non rinnovano il contratto e si concentrano sulla loro etichetta personale che avevano fondato già nel 1999 con lo scopo di produrre la propria musica con pieno controllo, la Psychonaut Records, unica strada possibile per potersi esprimere in autonomia.

Il debutto per la nuova etichetta avviene nel 2002 con un Ep di ottima fattura, Black Light District: è composto da "Debris", un rock accattivante, orecchiabilissimo ed effettato, incentrato sul riff allucinogeno, sui bassi modulati à-la Muse e sul chorus viscerale e trascinantissimo; "Broken Glass", commovente pezzo di pianoforte che mette in risalto la voce di Anneke, che sarà riproposto nel successivo album con un arrangiamento differente; e la title track, una lunga ed evocativa suite dove si intrecciano crescendo da post-rock, spunti jazzy,  eclettismo progressive e momenti più noisy e distorti. C’è anche un pezzo nascosto, "Over You", con chitarra acustica, effettistica alienante che ricorda i Radiohead di Amnesiac e voce filtrata per avere un effetto retrò.

Il vero nuovo Lp esce un anno dopo: più soft, cupo e intimista del predecessore, Souvenirs rappresenta un nuovo cambiamento verso sonorità più tenui, che abbandonano definitivamente ogni ulteriore residuo distorto e riff-centrico, ma anche più oscure e psicologicamente tese, soprattutto nei testi. La figura chiave di Anneke continua a esaltare il potenziale emotivo delle sonorità con le sue linee vocali che si sono ulteriormente evolute: lontane dalle potenti tonalità di tempo, sono sempre più nostalgiche, vellutate e dall’accento candido.
L’iniziale "These Good People" è una vera perla dolente e commovente, con tastiere atmosferiche, sofferti riverberi di chitarra, batteria a metà fra quella degli shoegazer e il downtempo, tenui linee di basso che accompagnano il pianoforte. L’attitudine che emerge fra le note si fa più oscura nel dark-rock angosciante di "Even The Spirits Are Afraid", con fiumi di note tesissime, incalzante parte ritmica vicina ai Porcupine Tree e atmosfere che assumono contorni spettrali. La versione di "Broken Glass" qui presente è diversa da quella proposta nell’Ep precedente, parte stordente e depressa con synth à-la Portishead, per poi divenire sempre più struggente fino al climax di vibrato di chitarra che riporta agli shoegazer come gli Slowdive. La successiva "You Learn About It" è più distesa, un pop radioheadiano condito da incanti celestiali degni dei Cocteau Twins. Una certa tensione psicologica di fondo tende a emergere nel corso dell’album, con il picco nella dolente title track e soprattutto nella pulsante elettronica di "Monsters" (di cui esistono due versioni differenti tra promo e album completo, a nostro avviso è più riuscita la prima): un brano feroce nelle sue atmosfere, sinistro e tesissimo, il cui culmine è il chorus, dove le chitarre assordanti e l’intensa batteria colpiscono come un getto di fuoco che per poco non trapassa da parte a parte l’ascolto; da brividi le linee vocali, che seguono un testo allusivo e alienante scritto dalla produttrice Zlaya Hadzich. "We Just Stopped Breathing" è più morbida e soffusa, filtrata con atmosfere elettroniche metropolitane. "Golden Grounds" richiama alla memoria i Pink Floyd, impiantandoli su di una base molto più dark e alienante, a tratti quasi claustrofobica, soprattutto per via degli effetti di riverbero applicati alla batteria e ai giochi sonori di sfondo. "Jelena" è aperta da una serie di chords riverberati che danno origine al punto più oscuro, gotico e spettrale di tutto l’album. Si trasforma in poco tempo in una marcia lenta, nebbiosa, densa e surreale, accompagnata da linee vocali eteree, pulsante battito di sottofondo e campionamenti alienanti. Nella conclusiva "A Life All Mine", scritta in collaborazione con Kristoffer Rygg degli Ulver, abbiamo invece un pezzo a metà strada fra elettronica minimale e trip-hop, con cui si raggiunge qui il punto di maggior vicinanza nella carriera del gruppo, e in cui si avverte la mano del compositore norvegese (reduce dal loro "Perdition City").

Nel frattempo, la Century Media esaurisce le pubblicazioni a firma Gathering previste dal precedente contratto. Se si escludono varie raccolte e Dvd non ufficiali pubblicati in questi anni, che il gruppo prontamente rifiuta (e che rappresentano materiale del tutto trascurabile), l’etichetta pubblica l’interessante compilation di inediti e b-side Accessories (comprensiva delle cover di Dead Can Dance, Slowdive e Talk Talk prima citate) ma soprattutto l’ottimo live Sleepy Building – A Semi Acoustical Evening. Si tratta di un concerto tenuto nell’estate 2003 in cui i Gathering hanno proposto materiale di tutta la loro carriera fino al 2000 più l’inedita title track, ma riarrangiandolo e ricostruendolo totalmente in maniera semi-acustica e minimalista. L’attitudine rivela affinità con gruppi come i Pink Floyd e gli Slint, ma è sempre fortemente personale. Tutto il disco, consigliatissimo, suona compatto ed essenziale, riducendo ai minimi termini la strumentazione. Il risultato è di esaltare ancora di più la voce di Anneke che brilla proprio per questo motivo. Tutto è rallentato, diradato nei dolci rintocchi di pianoforte e nelle tenui chitarre che accompagnano Anneke. L’effetto è ancora più dirompente e stupefacente sui vecchi brani e la classe mostrata è eccelsa: "Like Fountains" diventa una meravigliosa, commovente e dolcissima ballata scandita dal pianoforte e dalle percussioni; "The Mirror Waters" e "In Motion # 2" si tramutano in un gothic-rock mesmerizzante; "Stonegarden" si avvicina allo slowcore. Ma tutto il disco è un gioiello.

Subito dopo la pubblicazione di questo disco viene annunciata una nuova defezione dalla line-up: stavolta è il bassista Hugo Prinsen Geerligs, che non se la sente di proseguire l’impegno oneroso col gruppo a fronte dei numerosi impegni personali.
La sostituta è la giovane bassista Marjolein Kooijman e il modo in cui è stata “assunta” a soli 24 anni è curioso: nel 2004 lavora in un negozio di dischi e strumenti musicali e per una fanzine musicale, mentre nei ritagli di tempo libero suona in un gruppo blues di nome leDimanche (nel 2009 avrebbero poi pubblicato un interessante disco con influenze jazz, trip-hop e post-rock). Un giorno viene concordata un’intevista a René Rutten, che viene condotta al tavolinetto di un bar. Mentre i due chiacchierano, René la informa che il bassista avrebbe lasciato il gruppo e, su due piedi e senza neanche pensarci, propone alla giovane Marjolein di rimpiazzarlo.

Con la formazione rinnovata, i Gathering nel 2005 collaborano al disco d’esordio degli acid rocker Drive By Wire; dopodiché pubblicano il DVD A Sound Relief (primo ufficiale, ma non primo in assoluto come già detto), che recupera il discorso di Sleepy Buildings e che avrà un seguito nel 2007 con A Noise Severe, che mostra invece il lato più rock del gruppo.
C’è poi quello che è a tutti gli effetti un album “perduto”, ovvero Passengers in Time: The Musical History Tour. Quest’album è praticamente sconosciuto a molti, anche perché il gruppo non lo considera una sua pubblicazione ufficiale e non è comparso nemmeno sul loro sito per molti anni. Pubblicato in accompagnamento a un trattato di storia del professor Wim Kratsborn, che mette la firma sul disco, e scritto assieme ad Anja Sinnige, si tratta di un lavoro che cerca di musicare i vari appuntamenti storici dei capitoli dell’opera. Si inizia così con l’ambient-folk di “Deer Hunter” a rappresentare l’uomo primitivo, per poi scorrere tra le epoche con l’effettistica simile alla prima Goldfrapp di “The Philosopher and the Soldier”, il tetro pianoforte di “Everyday Is Like a Thousand Years”, il malinconico folk acustico di “Mediaeval City”, le melodie di piano di “New Horizons”, il clavicembalo barocco di “Golden Age”, gli effetti psichedelici di “Talking About the Revolution”, il pianoforte dissonante di “Lost in Munch’s Scream”, la cupa e disperata “Thunder Without Frequencies”, l’elettronica kraftwerkiana di “Coldwar Child” e i ritmi upbeat di “Anachrone Circles”. Tutto sommato l’opera non sembra essere nelle corde dei Gathering, che si limitano a eseguire un compitino di maniera, senza troppa ispirazione e con pochi guizzi. Ma probabilmente ha poco senso concepirla slegata dal lavoro scritto di Kratsborn.

Nel 2006, nuovamente sotto l’egida di Attie Bauw come produttore, vede la luce l’ottavo disco in studio Home: meno dolente anche se sempre malinconico, esso accentua ancora l’aspetto melodico senza sminuire il lato più intimista e quello più effettistico. La base resta quella di Souvenirs, ma i Gathering si evolvono di nuovo in favore di una vena melodica più “pop” e aperta, elaborano ancora il loro suono abbinandolo a spunti relativamente più sperimentali, reinterpretano quello stile personale, dando alla luce un’opera singolare e dalle molte sfaccettature. Vengono presentate così atmosfere evocative su cui si adagia la voce limpida di Anneke, ma anche brani più catchy e tirati. La cantante olandese utilizza ormai sovente un canto a “mezza-voce”, con acuti sfiorati quasi sottovoce (in ciò influisce anche la sua recente maternità, che influisce anche sui testi che si fanno più speranzosi e positivi). Poche le occasioni in cui prende di petto le canzoni, ma è sempre grazie a lei che la musica dei Gathering può esprimersi al massimo. Il gruppo definisce questa perfetta sinergia semplicemente come “chimica”, quella esatta che viene a combinarsi fra musicisti e cantante. Ad aprire l’album provvede una hit pop-rock come “Shortest Day”, orecchiabile, semplice e diretta, in contrasto con brani meno immediati come “A Noise Severe” (con suoni che rievocano un folklore retrò che si congiungono a lenti e massicci riff distorti di sottofondo e ad atmosfere quasi drone e post-rock), “Solace” (immersa in effetti allucinogeni di chitarra, ritmi marziali sostenuti dalla batteria e dalle ultime corde in muting della chitarra elettrica) o la stupenda title track (un denso viaggio fra tappeti onirici di tastiera, distorsioni psichedeliche ed effetti riverberati). Il punto più oscuro dell'album è la lisergica “Alone”, con una componente elettronica maggiore espressa tramite refrain tenebrosi di synth e una batteria filtrata elettronicamente a sostegno delle chitarre acide. La conclusione cambia registro a partire da un intermezzo trance-ambient che eleva all’ennesima potenza il lato più onirico dei Gathering e prepara la voce di Anneke che intona a pieni polmoni un messaggio ottimistico e di speranza. Il punto più dolce è diviso fra “Forgotten” (composta soltanto da un timido piano che costruisce tutta la melodia e dal cantare dolce di Anneke, e poi rielaborata in chiave più elettronica, onirica e commovente con “Forgotten Reprise”) e “Box”, timidamente suonata da leggere chitarre appena distorte e da un pianoforte coperto, fino alla tradizionale effettistica da trip lisergico in chiusura. “In Between” coniuga spunti più progressivi e tempi dispari d’esecuzione con una forte componente melodica soprattutto vocale, la breve “The Quiet One” è un cupo brano acustico e “Fatigue” è una parentesi ambient/noise, “Your Trobles Are Over” è orecchiabile ed eterea. Il capolavoro dell’album è forse “Waking Hour”, malinconico duetto fra la voce di Anneke e il pianoforte di Boeijen che raggiunge il suo apice negli acuti centrali, nell'emozionalità delle liriche e nella chiusura pinkfloydiana e spaziale.

In questo periodo e col tour seguente ad Home i Gathering sono all’apice della loro popolarità, contribuiscono alla colonna sonora di un cortometraggio giapponese intitolato “The Quiet One” e vengono riscoperti anche da quel pubblico che prima li aveva snobbati, mentre iniziano timidamente a espandere il loro pubblico anche negli ambienti indie-alternativi. Purtroppo, è un sogno da cui gli olandesi si risveglieranno bruscamente perché dopo quest’album ci sarà l’ennesima dipartita, la più significativa di tutte, e stavolta non sarà tanto immediato trovare un rimpiazzo.


L'abbandono di Anneke

Gathering con Silje WergelandDurante l’estate del 2007 i Gathering annunciano a sorpresa sul loro sito che Anneke Van Giersbergen avrebbe lasciato il gruppo per concentrarsi sulla vita privata (i tour sono stancanti e la tengono lontana dalla sua famiglia) e sulla sua carriera solista, che da tempo progettava di avviare ma per cui non aveva tempo: “Dopo molte considerazioni e serie riflessioni personali, penso che sia giunta per me l’ora di cambiare la direzione della mia vita e pormi nuovi obiettivi da raggiungere”, recita il comunicato.

L’annuncio coglie tutti di sorpresa, soprattutto i membri del gruppo che non si aspettavano assolutamente la decisione di Anneke; ma soprattutto non si aspettavano che avesse già pronto, con un disco prossimo alla pubblicazione, il suo progetto personale (in cui partecipa come batterista suo marito Rob Snijders proveniente dai Celestial Season). Gli altri non la prendono molto bene, soprattutto i due fratelli Hans e René Rutten che già da un anno avevano percepito che Anneke fosse leggermente provata e le avevano offerto tutto il sostegno e lo spazio personale possibili, compresa l’eventualità di mettere in pausa il gruppo per 3-4 anni prima di tornare assieme in studio di modo da darle tempo di riposare e condurre la sua attività solista. Nonostante la delusione, gli olandesi accettano comunque la separazione e augurano buona fortuna ad Anneke.

L’evento ad ogni modo lascia un dubbio duplice: cosa avrebbe fatto Anneke senza i Gathering? Cosa avrebbero fatto i Gathering senza di lei?

Il debutto solista si intitola Air e conserva qualche residuo del Gathering-sound, assestandosi però su coordinate più convenzionali e molto meno ricercate. Nel complesso si tratta di un modesto pop-rock essenziale, intimista e intriso di venature dark, senza troppe pretese o ambizioni se non di esprimere le sensazioni più personali di Anneke con un’attitudine tendenzialmente minimalista. Il lavoro nel complesso però non eccelle e necessita di ulteriore messa a fuoco. Lasciamo ora la carriera solista di Anneke alla monografia dedicata.
Nel frattempo, i Gathering, pur scossi dall’abbandono della loro celebratissima voce e icona, non demordono, convinti che in fondo ciò che si riteneva speciale nella loro musica non aveva alcun motivo di sparire completamente assieme a lei. Così, lanciano un annuncio online per dei provini, ascoltano centinaia di brani spediti da aspiranti nuovi cantanti, e alla fine scelgono Silje Wergeland, proveniente dagli Octavia Sperati (un discreto gruppo goth norvegese) e con un timbro vocale limpido e avvolgente. Per lei è una svolta nella carriera, anche se sarà tremendamente difficile il giudizio di pubblico e recensori perché il paragone con Anneke incomberà immediatamente a ogni nota.

La formazione entra in studio per dar vita all’Ep City From Above (con l’inedita “Miniatures”, pezzo atmosferico e dai bassi pulsanti, e la meno riuscita “title-track”, lunga e spettrale rarefazione ambient) e a The West Pole, nono sigillo di una carriera ormai ventennale e prodotto dal solo René Rutten. Viste le esigenze, ci si poteva aspettare probabilmente il loro lavoro più ambizioso e sperimentale, ma in realtà i Gathering percorrono il sentiero inverso, puntando piuttosto a un lavoro molto più semplificato, etereo e melodico, e con più aperture al lato chitarristico rispetto ai recenti predecessori.
The West Pole si richiude nella dimensione più intima del gruppo, che sembra quasi dare uno sguardo al proprio passato per ricapitolare la situazione e trovare le basi da cui ripartire con un nuovo ciclo. Come a voler andare sul sicuro, senza rischiare, prima di aver metabolizzato a dovere il cambiamento e assestando Silje su linee vocali ricalcate su quelle di Anneke (e anche per questi motivi probabilmente non è presente in tutti i brani e partecipano due ospiti). Ciò che emerge principalmente è la divisione fra un’anima più distorta e immediata, espressa principalmente nelle prime canzoni in cui prevale l’elemento “riff-centrico” abbinato a spunti che esaltano il lato più sognante del gruppo, e una maggiormente psichedelica/atmosferica, concentrata invece nella parte centrale dell’album e che tocca i picchi più oscuri. Se la prima suona gradevole ma scontata (con i vertici della solare “Treasure” e della corposa title-track), la seconda mostra più spessore e caratterizzazione (“No Bird Call”, cupa e raggelante; “Capital Of Nowhere”, che riprende il discorso di Home in chiave più dream-pop; la mesmerizzante e psichedelica “Pale Traces”) pur rimanendo lontana dagli acuti dei precedenti lavori. A far da collante al tutto ci sono comunque la classe infinita dei Gathering e tutta la loro perizia in studio – dalla presenza nitida dei bassi fino alla produzione – nonché piccoli inserti sonori a sorpresa, come gli archi aggiunti in piccole dosi lungo diversi punti del disco per aumentare l’emozionalità delle canzoni (con risultati, per la verità, non sempre convincenti e a tratti lambenti il manierismo). Insomma, il ritorno della band olandese, pur orecchiabile ed easy, si rivela però meno ricco ed espressivo di quanto ci si aspettava. La sensazione che i Gathering siano regrediti mina il risultato finale, facendo sembrare i brani più deboli delle b-side di if_then_else e limitando l’efficacia di quelli migliori. The West Pole è dunque un album di transizione, per forza di cose un “checkpoint” per guardare al futuro.

Dopo una breve pausa e una mini-reunion con alcuni dei vecchi membri per alcuni concerti dedicati agli esordi del gruppo, nel 2012 esce il decimo album studio del gruppo, Disclosure. Il disco della “stella” rappresenta nella sua totalità un apprezzabile distacco dall’approccio maggiormente chitarristico del precedente The West Pole (il quale a sua volta si distacca dai lavori immediatamente precedenti, più atmosferici ed introspettivi). Il disco si basa maggiormente su un crogiolo di giochi compositivi che navigano fra dark, elettronica, pop, progressive, a volte ambient e psichedelia. Ma è anche a tratti un po’ manierista e artificioso, ed è questo il sassolino nella scarpa che gli impedisce di raggiungere i picchi di espressività ed innovazione raggiunti in passato; anzi, per certi versi The West Pole, pur essendo meno ricco e curato, suonava più spontaneo, diretto e coinvolgente. Inoltre la presenza di soli 8 brani (di cui due suite ed un riarrangiamento di un altro brano), per quanto sviluppata comunque lungo 51 minuti, dà la sensazione che manchi qualcosa e ci sia un pizzico di incompiutezza.
Non si tratta di un lavoro propriamente sperimentale, facendo anzi riferimento a due formazioni che sono state importanti per il gruppo come i Pink Floyd e i Dead Can Dance (dei quali ritornano in auge le influenze più esotiche e mesmerizzanti che si erano un po’ perse negli anni); ma il risultato suona certamente più variegato e soffuso che nel predecessore. Anzi, va detto che spesso e volentieri le chitarre in Disclosure si congedano tranne che per contribuire con note e fraseggi atmosferici di contorno. Non troverete un intenso riff principale attorno a cui incentrare le canzoni, lasciando che il disco nel complesso sia molto equilibrato e certosinamente arrangiato in maniera variopinta, mentre le redini vengono prese dai tappeti atmosferici e dalla voce molto bella di Silje, che si mostra più a suo agio col gruppo ed ha personalizzato le sue linee vocali.
L’iniziale “Paper Waves” è molto orecchiabile ed accattivante, con le sue note esotiche ad evocare viaggi verso paesi lontani, gli archi (un po’ banalotti) a tingere il tutto di emozionalità, la batteria incalzante e il finale melodrammatico. “Meltdown” è un brano pop-rock effettato e negli intenti molto incalzante, con bassi penetranti e synth trascinante, a metà strada fra prog anni ’70, Sonic Youth e il gusto per l’effettistica del britpop britannico. Rilevante la comparsata della voce maschile del tastierista Frank Boeijen, primo duetto dagli arcaici tempi degli esordi, forse come primo “esperimento” per qualche futuro approfondimento. Da metà brano in poi, però, il tutto sfuma in una tenue ballata elettronica onirica a tinte cupe. Il risultato complessivo non è qualcosa di inaudito o particolarmente suggestivo (a parte forse quando subentra la tromba dell’ospite Noel Hofman), ma si ritaglia il suo piccolo spazio senza lode e senza infamia. La successiva “Paralyzed” coniuga il dark atmosferico dei primi Antimatter con il dream-pop. Ma il risultato è un po’ banale, melenso e di maniera. La poliedrica “Heroes for Ghosts” è un meraviglioso omaggio ai Pink Floyd sia per la citazione del titolo sia per gli arpeggi psichedelici, il tutto fuso con un’atmosfericità onirica ed esotica. Poi i soliti archi, che introducono l’evocativa tromba… il brano è, con tutta probabilità, il più intenso ed affascinante del disco, una lunga suite che rappresenta la summa dell’album, nonché uno dei brani più efficaci di sempre del gruppo e che più rinverdisce l'influenza progressive del gruppo. “Gemini I” è un crogiolo di sferzate dark acustiche, climax emotivi nell’efficace ritornello, minimalismo che si riallaccia ad How to Measure a Planet? ed umori tanto penetranti quanto passionali. La ballata “Missing Seasons” è un breve rimando a Mike Oldfield piacevole nel suo intrecciare dolenti accompagnamenti di pianoforte e vellutati arpeggi acustici, ma un po’ anonima rispetto al resto dell’album. “I Can See Four Miles” (titolo che cita i Who) è un’epica suite a metà fra spunti jazz, rock sinfonico e crescendi post-rock, emozionante pur un pizzico ripetitiva. La conclusiva “Gemini II” non aggiunge nulla di nuovo e suona più piatta e melensa, ed è un peccato perché essendo il brano conclusivo contribuisce al senso di incompiutezza prima citato di un album che ha comunque molti momenti eccellenti.

Contemporaneamente al disco, i Gathering rilasciano anche l’Ep Afterlights, limitato a sole 1000 copie e che contiene 3 inediti, che un anno dopo saranno raccolti nell’ultimo full-length Afterwords, assieme ad alcune reinterpretazioni di brani di Disclosure
Afterwords sembra quasi un filler nella discografia del gruppo. Rispetto al predecessore, mostra una maggiore contaminazione ambient, elettronica e in parte trip-hop, con interessanti sperimentazioni nella realizzazione dei soundscape, ma è permeato ancor di più da un senso di incompiutezza. “S.I.B.A.L.D.” è un ambient onirico e psichedelico che si dilata in un post-rock arricchito dalla tromba e dagli strati di tastiere elettroniche che accompagnano la batteria. “Echos Keep Growing” è un remake di “I Can See Four Miles” che combina battito elettronico estrings, ma sembra più una b-side ripetitiva e senza spessore emotivo (eccetto per il distortissimo riff finale) dei Lamb. La ballata elettronica “Areas” ha il suo momento di maggior interesse nel duetto fra Silje e Frank Boeijen, ma scorre via senza incidere. La title-track vede il ritorno di un vecchio amico: nientemeno che Bart Smits, uno dei fondatori, dopo circa 20 anni, ora alle prese con la sua voce pulita (simile a quella di Brendan Perry dei Dead Can Dance) adagiata su un’elettronica downbeat minimale. Si rivela un abile interprete, e durante il 2012 lo si è visto anche tornare con la stessa formazione del primo album in una serie di concerti “nostalgia” per l’anniversario del debutto su disco. Silje torna comunque con l’esotica “Tuning in Fading out”, mentre “Gemini III” riarrangia “Gemini II” e la breve parentesi strumentale “Afterlights” è un piacevole tappeto di tastiere e sintetizzatori minimalisti che rievoca in parte le atmosfere dei Mogwai e dei Sigur Ròs; suonano godibili ma senza offrire sostanzialmente nulla di nuovo. “Sleep Paralysis” riprende “Paralyzed” in maniera più onirica e lisergica, mentre la conclusiva “Bärenfels” è una versione più atmosferica e dilatata di “Heroes for Ghost”, vicina allo space-ambient e alle tonalità dilatate di “How to measure a planet?”. Complessivamente un passo indietro di minor ispirazione, molti fan del gruppo preferiscono considerare Disclosure il vero ultimo Lp del gruppo - cosa che per certi versi sarebbe vera al di là della differenza qualitativa.

E qui si conclude la storia (almeno in studio, per ora) dei Gathering: subito dopo la pubblicazione di Afterwords, che come dice il nome funge da epilogo e poscritto alla carriera del gruppo, Marjolein Kooijman annuncia a malincuore che lascia il gruppo per proseguire la propria strada indipendente (ha intanto pubblicato il debutto dei leDimanche, intitolato “Colours of Shade”, ed è entrata nel gruppo noise-pop The Sugarettes, che è in fermento e con cui ha inciso “Destroyers of World” nel 2012) e il gruppo annuncia su Facebook di prendersi una lunga pausa a tempo indeterminato “per riconsiderare che forma dare al futuro del gruppo”. Frank Boeijen inoltre ha da alcuni anni il proprio side-project, i Grimm Limbo, e collabora nel collettivo elettronico Glaxclock; mentre i due fratelli Rutten affrontano felici cambiamenti nella loro vita personale.
Gli ultimi due dischi forse deluderanno chi è alla ricerca di opere più rock-oriented. Si sarebbe potuto fare di più? Forse no. Come già detto, suonano più variegati di The West Pole e permangono classe compositiva, maturità e cura negli arangiamenti. Risultano in ogni caso superiori alla maggior parte degli ultimi lavori solisti di Anneke Van Giersbergen, che sembra essersi impantanata dopo il deludente "In Your Room" per poi far confidare in un risollevamento con "Everything Is Changing".

Già, Anneke che fine ha fatto?

 

Insieme per il domani


Anneke non si è limitata a pubblicare dischi solisti (altri quattro, nel frattempo il monicker Agua de Annique era stato sostituito dal suo solo nome in copertina), ma si è dedicata anche a collaborazioni varie e comparsate nei dischi degli artisti di più o meno mezzo mondo. Che compaia in pochi brani o per tutto il disco, in studio o in live, la contiamo assieme a più di 15 artisti differenti dal 2008 al 2015 (nomi del calibro di Arjen Lucassen, Danny Cavanagh o Devin Townsend), dei generi musicali più disparati. Non male per una artista che nel 2007 sentiva il peso degli impegni e la mancanza della famiglia al punto da dover lasciare il gruppo con cui ottenne la consacrazione.
Fra tutte queste apparizioni, viene spontaneo ipotizzare un possibile ritorno con i Gathering, magari per un solo brano. L’eventualità viene paventata dalla stessa Anneke nel 2009 in un’intervista in cui afferma che tutto è possibile, ma la reazione di René Rutten è testualmente di porte chiuse per lei. D’altronde, non avrebbe senso trattare il gruppo come un divertissement in cui tornare a discrezione dopo avere scelto strade separate.
Ma si sa, il tempo guarisce le ferite e la nostalgia è canaglia, così viene alla fine trovato un compromesso: in occasione del 25° anniversario della formazione del gruppo, il 9 novembre 2014 a Nijmegen presso il Doornrosje, i Gathering si riuniscono assieme ad Anneke e a tutti i membri passati del gruppo (tranne Duffhues, che dopo varie collaborazioni ha avviato una carriera solista di nicchia, e Martine Van Loon che non suona più dal 1997) per un doppio concerto-tributo di compleanno. L’evento è un successo e si nota soprattutto Bart Smits, frontman carismatico al microfono, che nonostante la grande distanza temporale coinvolge e si integra alla perfezione con un gruppo che per oltre due decenni è proseguito per un’altra strada. Marike Groot invece si mostra meno a suo agio sul palco, è più statica e certo invecchiata di più; mostra comunque delle capacità vocali degne della serata, anche se un po’ offuscate da un volume migliorabile. Ad ogni modo tutto il pubblico del concerto è concentrato su Anneke Van Gierbsergen: è lei la frontwoman storica dei Gathering, anche dopo aver lasciato il gruppo, e per lei sono gli applausi più scroscianti e le invocazioni più sentite. Silje, per quanto brava e in ottima sinergia con lei nei duetti, non può sostituirla nei ricordi del pubblico e, consapevoli forse di questo, le due cantanti hanno cercato in tutti i modi di pensare più che altro a divertirsi e a condividere la loro passione per la musica e per il gruppo in sintonia.
L’evento viene immortalato con un doppio album intitolato TG25: Live at Doornrosje, pubblicato ufficialmente solo il 31 gennaio 2016, e questa per ora è la conclusione di una carriera all’insegna della sperimentazione e della personalità.

Blueprints (2017) è una raccolta di inediti e demo provenienti dal periodo 2002-2006. L'uscita è di particolare interesse perché permette di tornare a sentire al microfono Anneke per canzoni inedite. Gli inediti, cioè i pezzi "outtake", sono ovviamente al centro del mirino. Sono per la maggior parte brani melodici in definitiva godibili, ma non tutti spiccano per davvero. Sono anche in larga parte strumentali, vuoi perché concepiti fin dall'inizio come interludi, vuoi perché non giudicati sufficientemente convincenti prima di abbozzare delle linee vocali da abbinarvi. Le rimanenti versioni demo si lasciano ascoltare, ma nel complesso questa release è consigliata solo ai fan collezionisti del gruppo.

Dopo 25 anni di musica, dei Gathering rimane il rammarico per l’ostracismo ricevuto quando decisero di virare stilisticamente e imbracciare nuove sonorità. Nonostante opere di indubbio valore composte durante la prima fase del gruppo, l’eredità di complesso metal agli esordi ha inciso negativamente sul loro percorso, tanto per la freddezza ricevuta dalla label e dai fan della prima ora dal 1998 in poi, quanto perché spesso li si è seguitati a invitare in festival metal (per il loro passato) dove risultavano spesso delle mosche bianche, quasi pesci fuor d'acqua, e nei quali non sono mancati episodi amari di disinteresse. Tali eventi hanno inoltre fatto sì che a fatica il gruppo acquisisse maggiore popolarità presso il pubblico non metal, proprio perché percepito ancora come gruppo del genere nonostante non avesse più niente a che fare con lo stesso.
Ciò nonostante, agli olandesi non è mai importato di sfondare commercialmente, preferendo rimanere coerenti con loro stessi e scrivere buona musica che il gruppo stesso vuole “provenga dal cuore”. Così facendo si sono ritagliati una propria nicchia personale di qualità, hanno ricevuto apprezzamenti dai componenti di gruppi tanto diversi come System of a Down, Morbid Angel o gli Ignite, e ispirato gruppi che vanno dai messicani Elfonía ai britannici The Eden House passando per gli svedesi Paatos o i norvegesi Pale Forest (questi ultimi in particolare particolarmente supportati dal gruppo soprattutto in tour, assieme agli olandesi TeNK, Green Lizard e Telefunk).

Resta da chiedersi se i Gathering torneranno prima o poi in studio (eventualità per ora non presa in considerazione) e se magari replicheranno la reunion concertistica, per esempio per il trentennale della formazione. La risposta la conosce solo il gruppo di Oss.



Gathering

Trip-rock all'olandese

di Alessandro Mattedi

Già pionieri del gothic-metal, dopo l'ingresso della talentuosa cantante Anneke Van Giersbergen gli olandesi The Gathering hanno totalmente cambiato forma, penetrando nei lidi di un sound ricercato e atmosferico - da loro stessi ribattezzato "trip rock" - ed evolvendosi costantemente. Fino alla dipartita della Van Giersbergen e alla nuova ripartenza con la norvegese Silje Wergeland.
Gathering
Discografia



 ALBUM STUDIO

 

 Always... (Foundation 2000, 1992)

 

 Almost A Dance (Foundation 2000, 1993)

 

Mandylion (Century Media, 1995)

 

 Nighttime Birds (Century Media, 1997)

 

How To Measure A Planet? (Century Media, 1999)

 

 if_then_else (Century Media, 2000)

 

Souvenirs (Psychonaut Records, 2003)

 

Home (Noise/The End, 2006)

 

 The West Pole (Psychonaut Records, 2009)

 

 Disclosure (Psychonaut Records, 2012)

 

 Afterwords (Psychonaut Records. 2013) 
   
 LIVE E DVD 
 Superheat (live, Century Media, 2000) 
 In Motion (Dvd, Century Media, 2002) 
Sleepy Buildings - A Semi Acoustic Evening (live, Century Media, 2004) 
A Sound Relief (Dvd, Psychonaut Records, 2005) 
 A Noise Severe (Dvd, Psychonaut Records, 2007) 
 TG25 - Live In Doornrosje (live, Psychonaut Records, 2016) 
   
 ALTRE PUBBLICAZIONI 
 An Imaginary Symphony (demo autoprodotto, 1990) 
 Moonlight Archer (demo autoprodotto, 1991) 
 Adrenaline/Leaves (Ep, Century Media, 1996) 
 Kevin's Telescope (Ep, Century Media, 1997) 
 Amity (Ep, Century Media, 2000) 
 Downfall - The Early Years  (antologia, Hammerheart records, 2001) 
Black Light District (Mini, Psychonaut Records, 2002) 
 Accessories - Rarities and B-Sides (antologia, Century Media, 2005) 
 Sand And Mercury - The Complete Century Media Years (antologia, Century Media, 2008) 
 City From Above (Ep, Psychonaut Records, 2009) 
 Afterlights (Ep, Psychonaut Records, 2012) 
 TG25 - Diving Into The Unknown (antologia, Psychonaut Records, 2016) 
 Blueprints (antologia, Psychonaut Records, 2017)

 

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

In Motion
(videoclip da Mandylion, 1995)

Leaves
(videoclip da Mandylion, 1995)

Liberty Bell
(videoclip da How To Measure A Planet?, 1999)

In Power We Entrust The Love Advocated
(cover Dead Can Dance, da Accessories, 2005)

 

Heroes For Ghosts 
(videoclip da Disclosure, 2012)

Gathering su OndaRock
Recensioni

GATHERING

Blueprints

(2017 - Psychonaut Records)
Una raccolta di outtake e demo degli olandesi, provenienti dal periodo 2002-2006

GATHERING

Disclosure

(2012 - Psychonaut)
Nuovo capitolo per la band olandese (ancora) orfana di Anneke Van Giersbergen

GATHERING

The West Pole

(2009 - Psychonaut)

Ritorno ed ennesima rinascita per la storica formazione olandese

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