Negli ultimi anni il confine fra metal e "resto del mondo" è divenuto relativamente più sfumato, sia per l'innovazione apportata da alcuni generi (per esempio il post-metal) sia per i cambiamenti radicali avvenuti nelle discografie di certi gruppi, inizialmente appartenenti proprio al filone metal, ma che poi si sono diversificati a volte abbandonandolo del tutto. L'esempio più eclatante sono forse gli Ulver (dal black-metal all'elettronica sperimentale), ma ugualmente creativa e spiazzante è la storia dei Gathering.
Furono fra i pionieri di un gothic-metal ben distante dalle produzioni laccate e sbrodolate degli ultimi anni, bensì in linea con quello originale, più duro, oscuro e viscerale; eppure, quando la formula stava iniziando ad avere successo, voltarono del tutto pagina, lasciando che influenze psichedeliche, atmosfere sognanti e "raffinatezze" compositive prendessero il sopravvento, guidate dalla cristallina voce di Anneke van Giersbergen, degna di essere accostata a una Elizabeth Fraser o a una Rachel Goswell in quanto a melodiosità.
Una svolta analoga a quella dei vicini inglesi Anathema, che partendo da origini molto simili hanno percorso una strada parallela (anche se non coincidente e con molta meno classe e inventiva) a quella dei Gathering.
Gli inizi
I Gathering vengono formati nel 1989 a Oss, Olanda, dai fratelli Hans (batteria) e René Rutten (chitarra) assieme al vocalist Bart Smits, a cui successivamente si aggiungono il bassista Hugo Prinsen Geerligs, il chitarrista Jelmir Wiersma e il tastierista Frank Boeijen. Per il nome si ispirano a una scena del film "Highlander" in cui si parla con insistenza di un'adunanza (in inglese "the gathering") di tutti gli immortali.
Ispirati da gruppi come Paradise Lost e Celtic Frost ma anche dalle particolari sonorità del movimento goth anni 80, e quindi da gruppi come Sisters Of Mercy, Dead Can Dance e Christian Death, i sei rilasciano due primi Ep abbastanza grezzi e primordiali (An Imaginary Symphony nel 1990 e Moonlight Archer nel 1991) per poi pubblicare il debutto ufficiale, Always, nel 1992. Nel frattempo s'erano aggiunti Henk van Koeverden al sintetizzatore e Marike Groot come voce femminile.
Se oggi i Gathering del periodo metal sono più noti e rinomati per pubblicazioni successive, come Mandylion o Nighttime Birds, pulite e rifinite, in questa fase iniziale il gruppo è invece molto più vicino al death-doom più macabro e oltretombale, come quello dei Tiamat di "The Astral Sleep" e soprattutto a quello seminale di "Gothic" dei Paradise Lost, ma anche agli esperimenti dei Type 0 Negative. Non mancano anche riff, immersi in tappeti di tastiera angoscianti, che ricordano la Bay Area, come nel thrash-doom dell'iniziale "The Mirror Waters".
Ma pur nel suo essere tetro, duro (soprattutto dal punto di vista ritmico) e marcio, il full-length d'esordio Always (1992) presenta già diverse aperture melodiche e riflessive, sia come distensioni del riffing roccioso, sia come contorno tastieristico e atmosferico. Le tastiere svolgono una funzione d'accompagnamento rilevante e partecipe, spesso sfociando quasi in un mesmerizzante death sinfonico ("In Sickness and Health", "Gaia's Dream"), fungendo da base esclusiva del brano solo nel caso della parentesi atmosferica della title track.
Anche i testi si orientano verso tematiche più romanticizzate e decadenti, "gotiche". Ma in generale il death/goth-metal del disco si mantiene su coordinate più ruvide già collaudate, aggiungendovi tratti peculiari solo nell'ispirata propensione ad arricchire le canzoni con pregevoli e ricercati contorni di tastiera, intermezzi melodici e digressioni d'atmosfera, elementi influenzati molto dalla dark-wave ottantiana e in parte anche da "Slow, Deep & Hard" dei Type 0 Negative.
La principale novità è la presenza del duetto fra la voce maschile di Bart, impegnata principalmente in un canto in growling basso e cavernoso, e quella più lirica di Marike Groot, binomio simbolicamente introdotto dai Paradise Lost e proprio dai Gathering tre-quattro anni prima che i norvegesi Theatre Of Tragedy ufficialmente lo "inventassero" (dando il la al cosiddetto concetto del "the Beauty and the Beast's vocals", cioè del contrasto fra una voce maschile oscura e ruggita e una voce femminile soave ed eterea).
In questo stadio iniziale, tuttavia, il ruolo della cantante è ancora molto marginale, a condurre le redini per la maggior parte del disco è piuttosto Smits, e la sua voce è predominante anche nelle canzoni in cui compare Marike come "King For A Day" o la malinconica "Stonegarden". Se il suo growl riesce a essere ben inserito nel contesto, per quanto banale, lo sporadico aspetto canoro "pulito" lascia a desiderare, risultando poco espressivo. La produzione ovviamente è sporca, date l'epoca e le risorse disponibili, ma migliore di quanto ci si potrebbe aspettare.
Nonostante un songwriting ancora acerbo e in alcuni punti ancora derivativo, non mancano spunti originali che consentono di includere i Gathering fra i pionieri del gothic-metal, genere che vede la luce proprio in questo periodo grazie anche a dischi meno death-doom e un po' più gothic come Always.
Successivamente alla sua pubblicazione i Gathering allontanano Groot e Smits perché non soddisfatti del loro operato, per poi registrare il loro nuovo album.
Col secondo disco Almost A Dance assistiamo a una sensibile evoluzione degli olandesi, che raffinano la loro musica metabolizzando e diluendo gli elementi doom-metal e soprattutto death-metal in uno stile più compatto e assimilabile. Ciò che caratterizza (e melodicizza) il disco è però l'accentuata influenza dal periodo post-punk e in particolare dal goth-rock: echi di Sisters Of Mercy o Christian Death (ma anche di Nick Cave and the Bad Seeds o degli Swans di "Children Of God") si mescolano all'impianto metal, che ne risulta così rinfrescato oltre che rifinito negli arrangiamenti. Rimane un'influenza filtrata con un'ottica più diretta e meno ossessiva, che conferisce un tocco decadente più interiore e vissuto alle canzoni. Ma a risaltare su tutti, in ogni caso, è la voce di Niels Duffhues, subentrato a Bart Smits: una voce pulita, dal timbro tipicamente new wave, soluzione innovativa nel gothic-metal e che, più di tutti gli elementi introdotti in quest'album, mette in risalto il distacco del genere dalle sue origini death-doom per imboccare un sentiero proprio e sfaccettarsi in realtà diverse.
Ciò non toglie che in Almost A Dance permangano riff più duri e passaggi marcati con attacchi aggressivi e granitici, ma è notevole la progressione melodica rispetto al debutto, così come la cura per il songwriting, fattosi più rifinito, orecchiabile e aperto a più frequenti interventi di tastiera, oltre che a un'atmosfericità più densa ed esotica. Le iniziali "On A Wave" e "The Blue Vessel", poste l'una dopo l'altra senza soluzione di continuità, introducono queste atmosfere, non disdegnando anche stacchi più veloci e refrain epicizzati dalle tastiere di sottofondo. Ma è la successiva, lunga "Her Last Flight" a porre in risalto le influenze più goth-rock con distensioni melodiche, tappeti atmosferici di supporto, chords rallentati a fare da muro sonoro. "The Sky People" si pone a metà strada fra le due canzoni precedenti: le tastiere melodiche, la comparsata di voce femminile e l'intermezzo placido si miscelano ad altri elementi più metallici come l'assolo tagliente. "Nobody Dares" è una parentesi acustica mesta e intimista, una sorta di placida ballata che distende l'atmosfera dopo le canzoni precedenti.
Le trombe campionate di "Like Fountains" e le tastiere esotiche di sottofondo si ricollegano al lato più solenne e cerimoniale dei Dead Can Dance, impiantato su di una batteria decisa e su cadenzati chords di chitarra che cedono poi il posto a riff più thrashy, gli interventi femminili nel ritornello sono invece da angelica voce dream-pop. La successiva "Proof" si riallaccia a "Her Last Flight", ma contiene stacchi più brucianti e riff-arabeschi, comunque diluiti e dosati fra lunghi riempimenti ambientali di tastiera di sottofondo su cui si inseriscono bassi pulsanti, placidi assoli prolungati e arpeggi delicati in lontananza. "Heartbeat Amplifier" non aggiunge molto al discorso dell'album, mentre "A Passage To Desire" sfuma in un'outro atmosferica oscura e depressiva.
Almost A Dance si rivela un'interessante evoluzione del tema primordiale del gothic-metal, aperto a nuove strade e condito da una classe invidiabile negli arrangiamenti.
Ma è solo poco tempo dopo, quando il gruppo si distaccherà da Duffhues e scoprendo in ambienti jazz una talentuosa cantante di nome Anneke van Giersbergen, che i Gathering raggiungeranno i loro vertici.
L'arrivo di Anneke van Giesbergen
Con la pietra miliare Mandylion (1995), i Gathering iniziano la lunga e proficua collaborazione con la cantante Anneke van Giesbergen, punta di diamante del disco con la sua potente ma vellutata voce, carica di enorme emozionalità e personalità. Lo stile della band inoltre, allontanandosi molto dal gothic tetro e opprimente degli esordi, si evolve in un gothic/doom metal ricercato, particolarmente intenso ed evocativo, a tratti "sinfonico" per via dei tappeti di tastiere atmosferiche, ma con un certo sapore esotico mutuato dall'ethno-dark dei Dead Can Dance (su tutte la strumentale title track) a testimonianza del campionario di fonti d'ispirazione vasto e multisfaccettato del gruppo (a cui si potrebbe aggiungere un approccio più psichedelico nel songwriting, a differenza di diversi epigoni del genere, che si sono adagiati invece su cliché melodici sbrodolati e ripetitivi).
Il disco, costruito con raffinata eleganza e personalità cristallina, risulta molto emozionante per via degli intensi assoli e ricercato nella costruzione melodica, il che non impedisce una certa propensione verso la struttura poliedrica. Al contempo, si assumono dei ripetuti motivi lenti e cadenzati che esaltano i tratti doom-metal nella musica, come già nell'iniziale "Strange Machines", con i riff meccanici che divengono un tutt’uno con le atmosfere delle tastiere e lasciano entrare appieno nel vivo della canzone. Un oscuro tappeto di tastiera introduce invece "Eléanor", modulata lentamente mentre Anneke sostiene il tutto con la sua angelica voce in preparazione del chorus più veloce e ancora più intenso. La prima parte di "In Motion" si costruisce su giochi di melodie esotiche e sulla forte voce di Anneke, fino all’assolo lungo, sentimentale e malinconico. Il dolce arpeggio di "Leaves" riporta subito alla mente le importanti influenze goth, ma subito tornano riff distorti, ripetuti e macabri, che fungono da base per i giochi vocali dell’ugola di Anneke: l’assolo si fa più rilassato e onirico, e culla l’ascolto fino al ritorno dei refrain. "Fear The Sea" trasmette subito sensazioni impetuose, come una scarica leggera al tatto ma capace di colpire a fondo. I lunghi intermezzi riempiono l’atmosfera di una consistenza palpabile a mano nuda.
La title track "Mandylion" è una parentesi strumentale che lascia senza respiro: l’infuocato flauto, le percussioni tribali, il forte sfondo di synth-strings e il breve intervento di Anneke che intona il suo canto angelico formano un amalgama denso ed etereo, che fa percorrere in un lampo immensi scenari e distese lontanissime. La lunga suite di "Sand And Mercury" (quasi 10 minuti, la più lunga dell’album) sembra un’altra parentesi strumentale, ma a metà brano Anneke scende in campo di nuovo con il suo canto magnetico. È il picco gothic-metal dell’album, con immensi intrecci di tastiera e di chitarra distorta per una cupa e inquietante perla sinfonica. L’angusto monologo finale ci fa trattenere il respiro prima che inizi la seconda parte di "In Motion", che conclude il disco con le sue tenui orchestrazioni di viola e contrabbasso ad accompagnare il passionale canto di Anneke e le corrosive distorsioni in un contrasto dolce-amaro dal sapore decadente.
Il concept lirico è il tema dominante di quest'opera sopraffina, con un romanticismo carico di passione e malinconia. Con questa opera i Gathering si posizionano nell'olimpo delle band dark pesanti e pongono un punto di riferimento imprescindibile per moltissime formazioni gothic successive: i gruppi venuti negli anni seguenti, sia con voce femminile (come i primi Theatre Of Tragedy, i The Provenance o i Lacuna Coil) sia senza (come i Madrigal) si sono dovuti confrontare con l'imponente statura del complesso olandese e trarne importanti influenze; spesso però riuscendone fortemente sconfitti, perché il "metal gotico" negli anni successivi sarebbe diventato un trend spesso scarsamente creativo ed eccessivamente propenso a riproporre stereotipi molto più blandi e banali, privi di reale spessore emotivo, seguendo coordinate stilistiche per nulla originali e pur tuttavia molto cool e radio-friendly.
Un'opera mastodontica, Mandylion, di enorme pathos e ricchezza musicale, con perle come l'evocativa suite "Sand And Mercury" o la dolceamara ma elegante partitura di "In Motion, Part II".
Due anni dopo i Gathering approfondiscono la strada intrapresa: il successo di critica permette loro in questo periodo di guadagnarsi sempre più consensi nel settore, ed è sotto questi buoni auspici che nel 1997 rientrano in studio per realizzare il loro quarto album (il secondo, dopo l'ingresso della van Giersbergen) Nighttime Birds. Meno innovativo del predecessore, e pervaso da un velato piglio psichedelico nello stile di René Rutten, l'album non rinuncia alla passione, all'eleganza e alla personalità mostrate su Mandylion, con l'ugola cristallina di Anneke, sempre potente e illuminante.
Si inizia con i corposi muri di chitarre di "On Most Surface, che subito ci catapulta nel vortice di suoni e sensazioni del disco, seguito anche dalla lenta ed evocativa "Confusion", incentrata su placidi giri di chitarra alternati a distorsioni corrosive, mentre un basso cupo sostiene la canzone assieme alla cadenzata batteria. Il gusto retrò e malinconico dell'elegante "The May Song" è uno degli episodi più interessanti e piacevoli del disco, mentre "The Earth Is My Witness" è una piccola gemma di oscura dolcezza e di gran classe; così come l'onirica "New Moon Different Day", che ricorda certe influenze dalla dark-wave 80 - ma ciò non le impedisce di sfiociare anche nelle consuete uscite distorte, con intense cavalcate di pedale da parte della batteria in alcuni frangenti.
Sottotono rispetto alle altre (ma non per questo scialba) "Third Chance", una delle tracce più melodiche e al contempo energiche del disco, che troverà la sua ideale consacrazione in veste live.
"Kevin's Telescope" è forse il brano più legato a Mandylion, chiamato ad alta voce dai tappeti di tastiera atmosferica di sottofondo alle imponenti distorsioni di chitarra, mentre si aggiungono piccoli inserti di archi che che però nella loro magrezza e sporadicità suonano come delle aggiunte minori fini a sé stesse. La title track (7 minuti) offre una miscela dal sentore notturno e dallo stile dolceamaro, delicato e potente al tempo stesso. La chiusura è affidata alla memorabile "Shrink", una esibizione di piano melanconica e cupa, che non scade mai nella banalità o nella scontatezza manieristica, al punto da surclassare quella "My Immortal" degli Evanescence, per la quale in tanti, oggi, gridano al miracolo.
Nighttime Birds è l'ultimo album "metal" degli olandesi, perché la loro visione musicale li porterà ad allontanarsi dal genere per abbracciare nuove sonorità, entrando così nell'immenso calderone della musica rock "alternativa". Scelta matura e sinonimo di cultura e apertura musicali, ma anche coraggiosa, dato che di lì a poco il goth (con i suoi surrogati) sarebbe diventato commercialmente molto fruibile e avrebbe garantito incassi sicuri.
La svolta
I Gathering rompono del tutto col passato, attuando un radicale cambiamento nella loro musica nel loro quinto disco, How To Measure A Planet?: niente più gothic-metal lento e atmosferico, via i riff cadenzati e intensi, così come le imponenti tastiere, e via anche il chitarrista Jelmer Wiersma (che amichevolmente lascia la band per divergenze musicali). E anche la stessa Anneke Van Giesbergen rinuncia al ruolo di assoluta mattatrice facendosi più calibrata, intimista e dolce nella sua voce angelica, e armonizzandosi meglio col resto del gruppo (per "essere più globale e meno individualista, e ridurre le urla", spiegherà lei). Le tastiere di Boeijen si innestano perfettamente nell'atmosfera cupa di sottofondo, a volte giocando con piccole e sporadiche orchestrazioni, mentre il chitarrista René Rutten vira verso arrangiamenti più raffinati e soffusi, facendosi influenzare dall'estro di chitarristi come David Gilmour dei Pink Floyd o Robert Fripp dei King Crimson e portando in dote un universo musicale tenue, mesmerizzante e meditato, in cui convergono anche le atmosfere stratificate e dilatate del dream-pop e dello shoegazing. Svolgono un buon lavoro, solido, stabile e perfettamente inserito nell'insieme anche i due elementi ritmici, il bassista Geerligs e il batterista Hans Rutten, sostenendo le costruzioni dei brani, ma al contempo mantenendosi in sinergia con l'intero complesso.
Il risultato è un disco fresco, coraggioso e di gran classe, che trae linfa dalla psichedelia dei Pink Floyd e dagli onirismi di Slowdive e Cocteau Twins, passando per una cupezza à-la Dead Can Dance e richiamandosi anche ai Radiohead, nel gioco di suoni pieni e intensi, e a un approccio oscuro e moderno, da alcuni identificato nel trip-hop. Tutto ciò però nasce da un equivoco, cioè dalla definizione di "trip rock" che i Gathering stessi idearono in un'intervista ai tempi di quest'album. Se il mood oscuro di un disco come "Mezzanine" dei Massive Attack può aver influito su certe atmosfere, resta difficile trovare altre assonanze: mancano di fatti tutti i principali tasselli costitutivi del genere, come il battito derivato dall'hip hop, il dub o l'utilizzo di strumenti rock per ricreare un sound elettronico, nessuna traccia di elementi essenziali come il downtempo o il turntablism; piuttosto, stilisticamente i Gathering si accostano a una forma di rock alternativo influenzata dalla corposità shoegazer in una veste più psichedelica, stratificata e cupa.
La stessa Anneke chiarirà il significato del termine "trip-rock", specificando che non intendeva riferirsi a un genere preciso, bensì a certe atmosfere intense ed evocative: "Quello che intendiamo con trip-rock è fondamentalmente ‘trippy music'... ti puoi sedere e rilassarti ascoltandoci. È una cosa diversa dal trip-hop, perché è radicata nella musica rock... Non una musica pesante, certo, ma al contrario molto melodica e intensa. Heavy pop o soft melodic rock sono definizioni brutte, che non ci piacciono... Trip-rock è una bella parola".
Il primo disco viene aperto dalla tenue e delicata "Frail", che lascia intravedere il vasto campionario di influenze reinterpretate dagli olandesi. "Great Ocean Road" sfoggia una effettistica avvolgente, mentre "Rescue Me" si adagia su arpeggi più delicati, pur annoverando un intermezzo distorto e psichedelico. "My Electricity" è introdotta da una batteria lenta e cadenzata e dagli accordi di chitarra, in linea col filo conduttore dell'album, E se il singolo "Libery Bell" si riavvicina a Nighttime Birds in una chiave più sperimentale, "Red Is A Slow Color" sembra riprendere il discorso di "My Electricity" intensificandolo e culminando nel ritornello con le tastiere "string" di sottofondo.
Non è da meno "The Big Sleep" con la sua elettronica densa e fumosa, mentre "Marooned" ammicca ai Massive Attack più nostalgici senza tuttavia graffiare. Chiude il primo cd la stupenda "Travel": ben nove minuti di passaggi cadenzati e intensi in un viaggio sonoro di grande emozione.
Il secondo disco è più psichedelico: se la strumentale "South American Ghost Ride" è lenta e ipnotica, "Illuminating" emerge più con il suo basso funky/dub e le atmosfere quasi ambient delle tastiere a sostenere la superba prestazione vocale di Anneke. "Locked Away" - tre minuti - è il brano più corto del disco: un lento e ipnotico brano dove Black Sabbath e Pink Floyd trovano il punto d'incontro più assimilabile: un preludio agli emozionanti sette minuti di "Probably Built In The Fifties", forse l'unico vero brano che presenta qualche traccia trip-hop, con una sezione ritmica decisa e il canto filtrato di Anneke ad arricchire l'atmosfera quasi allucinogena. A chiudere, la lunga suite della title track, quasi trenta minuti di progressione in cui vengono rielaborate tutte le sonorità finora incontrate, smontate pezzo per pezzo e poi ricostruite con una vena più minimalista.
I Gathering assimilano e rielaborano un caleidoscopio ricchissimo di sonorità proiettandolo verso il futuro nelle loro visioni oniriche e spaziali.
Opera sentita e profonda, intensa rappresentazione del tema del viaggio con digressioni eteree e quasi silenziose, How To Measure A Planet? incontra le critiche di molti fan di vecchia data, che si sentono traditi e gridano alla "commercializzazione" della band, rea di aver abbandonato il metal in favore di una musica apparentemente più immediata. Addirittura le vendite non raggiungono neanche i due terzi rispetto al precedente full-length, complici anche i dissensi con la label Century Media, ostile al nuovo corso del gruppo e destinata a rompere presto i rapporti. Eppure, è vero l'inverso: la vera commercializzazione vi sarebbe stata insistendo sul goth-metal melodico e romantico che di lì a poco sarebbe diventato un trend estremamente banalizzato e pre-confezionato. La critica, allora, intuisce il potenziale della formazione olandese e gli perdona anche qualche difetto - come una certa tendenza alla sovrabbandonanza e alla prolissità - a fronte del coraggio di sperimentare e cambiare rotta.
Due anni dopo, i Gathering espandono ancora l'influenza shoegazing nella cura effettistica, ma al contempo scelgono un approccio più "d'impatto" rispetto al precedente disco, con chitarre distorte spesso più corpose e arrangiamenti più diretti, addirittura relativamente più "metallici", al punto che if_then_else (2000) sembra il successore di Nighttime Birds più che di How To Measure A Planet, o comunque un punto d'incontro a metà strada fra i due album.
La musica viene in ogni caso sviluppata unendo il tutto a un impeto rock ancora una volta molto intenso ed emozionale. Così i muri sonori densi ed eterei di Slowdive e Ride si fondono con sprazzi più psichedelici e duri, riprendendo riff corposi che possono esser fatti risalire persino ai Black Sabbath; mentre si susseguono atmosfere ora cupe, ora sognanti, ben sostenute dalla versatilità del chitarrista.
A completamento, piccoli e sporadici cenni d'elettronica trovano ancora il loro spazio, inserendosi perfettamente come ciliegine sulla torta. Come al solito, i Gathering ci mettono del proprio per rendere ogni loro album un'opera unica, densa di emozioni, originale e coinvolgente; e la prestazione vocale di Anneke è più ispirata che mai.
Così le atmosfere evocative che introducono "Rollercoaster" vengono subito squarciate da riff corposi e ribassati, attorniati da effetti elettronici oscuri e dalla voce cristallina di Anneke, mentre "Shot To Pieces" è più spedita, veloce ed energica (ma resa profonda dai bassi da shoegazing); e lo è ancora di più in rapporto all'eterea ed emozionante "Amity", che sfocia in un vero e proprio dream-rock che ha il suo culmine emotivo nel climax di tastiera. La famosa "Saturnine" gioca a rimescolare tastiere atmosferiche, riff cavernosi, inserti acustici, nostalgici giri di pianoforte e stratificazioni d'archi, ma questi ultimi sono più presenti nella successiva "Morphia's Waltz". E' una ballata semiacustica dolce e rilassante, a metà strada fra alt-pop-rock e dream-folk, dove gli archi non prendono banalmente il sopravvento, ma rimangono un accompagnamento vellutato, ben calibrato all'interno della canzone. A chiusura dell'album c'è la strumentale "Pathfinder", interamente costituita da melodie tenui e cullanti e un'atmosfera notturna adatta a chiudere l'album.
Come per il predecessore, molti fan storcono il naso, mal digerendo il caleidoscopio di sonorità disparate offerto dal disco. Pur imperfetto, if_then_else scorre liscio e perfettamente godibile, anche più compatto nella composizione del suo predecessore, e come sempre non mancano brani molto melodici ma dotati di una indubbia ricercatezza ed eleganza.
L'era della Psychonaut Records
Nel frattempo i rapporti con la label si complicano ulteriormente. La Century Media non gradisce più l'operato dei Gathering, anche se seguita a sfruttarne il nome pubblicando raccolte varie che il gruppo prontamente rifiuta.
Se si eccettua l'ottimo live semi-acustico Sleepy Building (consigliatissimo, un riarrangiamento di vecchi brani la cui classe innumerevoli gruppi non saprebbero eguagliare) e l'interessante compilation di inediti e b-side Accessories (con tanto di cover di Dead Can Dance - splendida la versione di "In Power We Trust The Love Advocated" - Talk Talk e Slowdive), si tratta di materiale trascurabile.
I Gathering così non rinnovano il contratto e formano la propria etichetta personale, la Psychonaut Records, unica strada possibile per poter esprimere la propria libertà artistica, all'epoca spesso messa in discussione dalle esigenze commerciali e dal tentativo dei discografici di promuovere Anneke come sex-symbol, ruolo per cui ella stessa provava disagio.
Il debutto per la nuova etichetta avviene nel 2002 con un Ep di ottima fattura, Black Light District (dove si notano "Debris", un rock orecchiabilissimo ed effettato incentrato sul riff allucinogeno, sui bassi modulati à-la Muse e sul chorus accattivante; e la title track, una lunga ed evocativa suite dove si intrecciano crescendo da post-rock, spunti jazzy e momenti più distorti),
Un anno esce il nuovo full-length: Souvenirs rappresenta un nuovo cambiamento verso sonorità più melodiche e orecchiabili, ma anche più oscure e psicologicamente tese, sempre gravitanti attorno alla figura-chiave di Anneke.
Più soft, cupo, psichedelico e intimista del precedente, il disco si avvale anche di un mutamento nelle linee vocali di Anneke: lontane dalle potenti tonalità di tempo, sono ora sono più nostalgiche, vellutate, angeliche e con un accento candido e innocente. Un ulteriore cambio di rotta, insomma, che abbandona definitivamente ogni ulteriore residuo distorto e riff-centrico, ridimensionando le influenze dream-pop/shoegazing più corpose nella ricerca sonora e avvicinandosi a una certa scena pop-rock inglese di marca malinconica e intimista. Restano, tuttavia, i tradizionali punti di contatto con le oscurità dark anni 80 e con la psichedelia floydiana.
L'attitudine che emerge fra le note si fa anzi più oscura nel dark-rock angosciante di "Even The Spirits Are Afraid", dove le note ricreano fiumi di immagini cupe e interiorizzanti che assumono contorni quasi spettrali grazie alla cura riposta dal gruppo nelle scelte melodiche e compositive, o nella spettrale title track.
Una certa tensione psicologica di fondo tende a emergere, con il picco nella pulsante elettronica di "Monsters": un brano feroce nelle sue atmosfere, sinistro, il cui culmine è il chorus, dove le chitarre assordanti e l'intensa batteria da shoegazer generano un getto di fuoco che per poco non trapassa da parte a parte l’ascolto, mentre un mood neo-gotico e una ricerca effettistica da trip-hop acuiscono la tensione; da brividi le linee vocali, che seguono un testo allusivo e alienante. Ma non mancano episodi più distesi, che proiettano verso umori placidi e mesti, come in "Broken Glass", che parte stordente e depressa per poi divenire sempre più struggente, o in "You Learn About It", un pop radioheadiano condito da incanti celestiali à-la Cocteau Twins.
Stavolta, rispetto ai due dischi precedenti, c'è forse anche qualche accenno trip-hop, soprattutto nella conclusiva "A Life All Mine" (scritta in collaborazione con Garm degli Ulver reduce dal loro "Perdition City"), ma ancora una volta è improprio parlare in senso stretto di trip-hop, perché mancano l'essenziale componente hip-hop e il turntablism.
Nel resto del disco, "Golden Grounds" richiama alla memoria i Pink Floyd, impiantandoli su di una base molto più dark e spettrale, a tratti quasi claustrofobica, soprattutto per via degli effetti di riverbero applicati alla batteria e ai sample sullo sfondo. "Jelena" è aperta da una serie di chords riverberati che danno origine al punto più oscuro e spettrale di tutto l’album. Si trasforma in poco tempo in una marcia lenta, nebbiosa, densa e surreale, accompagnata da linee vocali eteree, pulsante battito di sottofondo e campionamenti alienanti. "We Just Stopped Breathing" è una full-immersion fra Radiohead e Pink Floyd, filtrati tramite un crogiolo sonoro ambient-gothic. La vera perla è però l'iniziale "These Good People", dolente e commovente, con tastiere atmosferiche, sofferti riverberi di chitarra, drumming a metà fra quello degli shoegazer e il downtempo, tenui linee di basso che accompagnano il pianoforte.
Una produzione ricercata, delicata ma al tempo stesso intensa, romantica e mesta, che si dipana in 58 minuti tra i più sentiti della discografia del gruppo.
L'ultima era dei Gathering viene sancita nel 2006 con Home: meno dolente anche se ugualmente malinconico, accentua ancora l'aspetto melodico senza sminuire il lato più intimista e quello più psichedelico. La base resta quella di Souvenirs, ma i Gathering si evolvono di nuovo in favore di una vena melodica più "pop" e aperta, elaborano ancora il loro suono abbinandolo a spunti relativamente più sperimentali, reinterpretano quello stile personale, dando alla luce un'opera singolare e dalle molte sfaccettature.
Il chitarrista René Rutten e il tastierista Boeijen riescono a ricreare atmosfere evocative e densi scenari su cui si adagia la voce di Anneke, ma anche brani più catchy e tirati, che la vocalist olandese interpreta da par suo, con voce limpida e celestiale, utilizzando sovente un canto a "mezza-voce", con acuti sfiorati quasi sottovoce. Poche le occasioni in cui prende di petto le canzoni (la tenebrosa "Alone") ma è sempre grazie a lei che la musica dei Gathering può esprimersi al massimo. Il gruppo, infine, trae giovamento anche dall'inesto della nuova bassista, Marjolein Kooijman.
Ad aprire l'album provvede una hit pop come "Shortest Day", orecchiabile, semplice e diretta, in contrasto con brani più caratterizzati come "A Noise Severe" (con suoni che rievocano un folklore retrò che si congiungono a lenti e massicci riff distorti di sottofondo e ad atmosfere quasi drone/post-rock), "Solace" (immersa in effetti allucinogeni di chitarra, ritmi marziali sostenuti dalla batteria e dalle ultime corde in muting della chitarra elettrica) o la stupenda title track (un denso viaggio fra tappeti di tastiera, distorsioni psichedeliche ed effetti riverberati).
Il punto più oscuro è la già citata "Alone", con una componente elettronica maggiore espressa tramite refrain tenebrosi di synth e una batteria filtrata elettronicamente a sostegno delle chitarre acide. L'intermezzo trance/ambient eleva all'ennesima potenza il lato più onirico dei Gathering.
Quello più dolce è diviso fra "Forgotten" (composta soltanto da un timido piano che costruisce tutta la melodia e dal cantare dolce di Anneke, e poi rielaborata in chiave più elettronica, onirica e commovente con "Forgotten Reprise") e "Box", timidamente suonata da leggere chitarre appena distorte e da un pianoforte coperto, fino alla tradizionale effettistica da trip lisergico in chiusura.
"In Between" coniuga spunti più progressivi e tempi dispari d'esecuzione con una forte componente melodica soprattutto vocale, la breve "The Quiet One" è un cupo brano acustico e "Fatigue" è una parentesi ambient/noise. Rimangono ancora "Waking Hour", malinconico duetto fra la voce di Anneke e il pianoforte di Boeijen, e l'orecchiabile ed eterea "Your Troubles Are Over".
Melodia, malinconia, umori ora più tristi ora più leggeri, tappeti di tastiera suggestivi, psichedelia, sperimentalismo compositivo, atmosfere oniriche o celestiali, un certo sentimentalismo lirico e tanto altro ancora: ingredienti amalgamati con raffinatezza in uno scenario molto significativo, un album soft molto intrigante, dove ogni brano brilla di luce propria.
L'abbandono di Anneke
Nell'estate 2007 i Gathering annunciano che Anneke van Giersbergen avrebbe lasciato il gruppo per concentrarsi sulla vita privata (è di recente diventata madre) e sul suo progetto personale, gli Agua de Annique. "Dopo molte considerazioni e serie riflessioni personali, penso che sia giunta per me l'ora di cambiare la direzione della mia vita e pormi nuovi obiettivi da raggiungere", scrive lei in una nota ufficiale. Il nuovo gruppo formato assieme al marito Rob Snijders (già attivo da anni nella scena musicale olandese) lascia un dubbio duplice: cosa avrebbe fatto Anneke senza i Gathering? Cosa avrebbero fatto i Gathering senza di lei?
Il debutto degli Agua de Annique, Air, conserva qualche residuo del Gathering-sound, assestandosi però su coordinate più convenzionali e molto meno ricercate. Nel complesso si tratta di un modesto pop/rock essenziale, molto intimista e intriso di venature dark, senza troppe pretese o ambizioni se non di esprimere le sensazioni più personali di Anneke con un'attitudine tendenzialmente minimalista. In definitiva, un lavoro poco meno che sufficiente, dove i pochi episodi positivi sono parentesi che non riescono a bilanciare quelli trascurabili.
Successivamente ripubblicato in una nuova versione, Pure Air è a tutti gli effetti un disco solista di Anneke più che degli Agua de Annique ancora più del suo predecessore, tant'è che l'aggettivazione del suo titolo sembra suggerire che si tratti di un "perfezionamento" del disco stesso verso una strada ancora più personale e modellata sull'ispirazione più diretta, genuina ed essenziale (in parole povere più pura, per l'appunto) della cantante olandese.
Quasi interamente acustico, il disco suona molto più intimista e cantautoriale di Air, esplorando terreni pure più minimalisti che mettono in maggior risalto la voce di Anneke e restando sempre solcato da quella vena introversa e malinconica che ormai è radicata nell'attitudine musicale dell'artista olandese. Gli strumenti sono diluiti e relegati dietro le quinte, così a risaltare è unicamente la voce di Anneke attorno a cui gravita l'intero disco. Troppo, probabilmente, per le capacità compositive della van Giersbergen, che riesce a esprimersi al meglio, guarda caso, solo nei brani scritti in collaborazione con altri noti musicisti ospiti dell'album.
Nel frattempo, i Gathering, pur scossi dall'abbandono della loro celebratissima voce e icona, non demordono, convinti che in fondo ciò che si riteneva speciale nella loro musica non aveva alcun motivo di sparire completamente assieme a lei.
Così, invitata la cantante norvegese Silje Wergeland (proveniente dagli Octavia Sperati e con un timbro vocale limpido e avvolgente, anche se molto ricalcato su quello di Anneke), la formazione entra in studio per dar vita a The West Pole, nono sigillo di una carriera ormai ventennale.
Viste le esigenze, ci si poteva aspettare probabilmente il loro lavoro più ambizioso e sperimentale, ma in realtà i Gathering percorrono il sentiero inverso, puntando piuttosto a un lavoro molto più semplificato, etereo e melodico, e con più aperture al lato chitarristico rispetto ai recenti predecessori. The West Pole si richiude nella dimensione più intimista del gruppo, che sembra quasi dare uno sguardo al proprio passato per ricapitolare la situazione e trovare le basi da cui ripartire con un nuovo ciclo, come a voler andare sul sicuro, senza rischiare, prima di aver metabolizzato a dovere il cambiamento (e anche per questo probabilmente Silje non è presente in tutti i brani e partecipano due ospiti).
Ciò che emerge principalmente è la divisione fra un'anima più distorta e immediata, espressa principalmente nelle prime canzoni in cui prevale l'elemento "riff-centrico" abbinato a spunti che esaltano il lato più sognante del gruppo, e una maggiormente psichedelica/atmosferica, concentrata invece nella parte centrale dell'album e che tocca i picchi più oscuri. Se la prima suona gradevole ma scontata (con i vertici della solare "Treasure" e della corposa title track), la seconda mostra più spessore e caratterizzazione ("No Bird Call", cupa e raggelante; "Capital Of Nowhere", che riprende il discorso di Home in chiave più dream-pop; la mesmerizzante e psichedelica "Pale Traces") pur rimanendo lontana dagli acuti dei precedenti lavori.
A far da collante al tutto ci sono comunque la classe infinita dei Gathering e tutta la loro perizia in studio - dalla presenza nitida dei bassi fino alla produzione - nonché piccoli inserti sonori a sorpresa, come gli archi aggiunti in piccole dosi lungo diversi punti del disco per aumentare l'emozionalità delle canzoni (con risultati, per la verità, non sempre convincenti e a tratti lambenti il manierismo).
Insomma, il ritorno della band olandese, più orecchiabile ed easy, si rivela però meno ricco ed espressivo di quanto ci si aspettava. La sensazione che i Gathering siano regrediti mina il risultato finale, facendo sembrare i brani più deboli delle b-side di if_then_else e limitando l'efficacia di quelli migliori.
The West Pole è dunque un album di transizione, per forza di cose un "checkpoint" per guardare al futuro. Resta da chiedersi se i Gathering accentueranno ancora la loro vena più pop e melodica, oppure torneranno a percorrere più impervie vie sperimentali. La risposta la conosce soltanto il gruppo di Oss.
(Questa monografia contiene estratti da recensioni edite su Rockline, che ringraziamo per la collaborazione)



