Jesu

Jesu

Il patto con la divinitÓ

di Mattia Braida, Francesco Nunziata

Il più recente progetto di Justin K. Broadrick, inarrestabile protagonista della musica dell’introspezione. Jesu, sotto cascate di chitarre riverberate e drone, incarna il suo lato più trascendentale e mistico, in un continuo fluire di idee che non trova pace. Tra shoegaze e industrial, tra sogno e drammatica realtà, la prolifica creatura dell’ex-Napalm Death continua a segnare indelebilmente la fine di un decennio dove la contaminazione si è elevata ad arte
Justin K. Broadrick è senza dubbio uno dei musicisti più eclettici dell’ultimo ventennio. Le band e i progetti in cui ha militato non si contano, così come la quantità di generi e influenze musicali trattati nella sua ultraventennale carriera.
Siamo nei primi anni Ottanta quando Justin inizia a familiarizzare con la musica: nonostante militi nella scena punk di Birmingham, la sua attenzione si sposta verso frange più estreme e sperimentali della musica, come l’industrial e l’elettronica più caustica. Nel 1985 entra a far parte dei Napalm Death, formazione grind-core fondamentale per gli sviluppi del metal estremo; la sua è una collaborazione molto breve, limitata solamente all’esordio del combo inglese (“Scum”), dove Broadrick è impegnato alla chitarra e alla voce. Dopo aver occupato il posto di batterista negli Head Of David, gruppo dedito alla sperimentazione industrial, Justin fonda il suo progetto più famoso: i Godflesh. Il duo, completato da G. C. Green, rimane unito dall’88 al 2002, con all’attivo quattordici album in studio e svariati Ep.
Non si contano comunque tutti i progetti paralleli di Broadrick: God, Ice, Techno Animal e altre svariate incarnazioni del suo fervido quanto deviato mondo musicale.

Poco prima di partire per un tour con i Godflesh nel 2002, Broadrick soffre un esaurimento nervoso che porta alla fine della band e a un momento di pausa per il musicista inglese. Il ritorno in scena non si fa comunque attendere: è il 2004 quando esce il primo Ep sotto il monicker Jesu. A completare la line-up ci sono Ted Parsone alla batteria e Diarmuid Dalton al basso. Il nome è tratto dall’ultimo brano di “Hymns”, disco epitaffio dei Godflesh.

Heartache, poco più di mezz’ora, si muove su due lunghi pezzi (“Hearth Ache”, appunto, e “Ruined”). La title track inizia come una marcia industrial pesantissima, con un incedere delle chitarre terrificante e, per molti versi, vicino al doom metal; dopo dieci minuti di granitico martellare, però, appare quella che è l’essenza del progetto Jesu: apertura melodica spiazzante, epica e solenne, con la voce di Broadrick tra il trascendentale e l’invocazione mistica. Le chitarre non sono più oscure, ma anzi delineano tinte melodiche distorte, che si intrecciano in un tappeto sonoro accostabile a quello che fu lo shoegaze. Tutta l’essenza dei Jesu è raccolta nei nove minuti dell’embrione che apre questo Ep.
Il secondo pezzo, “Ruined”, si mantiene invece su argomenti più sperimentali e pesanti, più vicini al lato metal dei Godflesh, nonostante nel finale un’apertura semi-melodica di una chitarra sommersa apra piccole crepe nelle pareti isolazioniste della mente di Broadrick. Come un diamante ancora grezzo, Heartache apre il discorso Jesu in maniera superba, anche se appare ancora ancorato al passato musicale di Broadrick.

La vera potenza espressiva di questo progetto viene a galla nel 2005, quando vede la luce Jesu.
Il crollo nervoso sembrava aver condotto l'artista inglese in un vicolo cieco, in cui, ormai, era solo possibile fare i conti con se stessi, elaborando strategie di auto-difesa e di fuga dal pantano psichico. Colpisce, quindi, in questa sua ennesima mutazione, la tensione verso un suono che, pur se ancora tra luci e ombre, si presenta, rispetto a quanto proposto in passato, come più rilassato e impreziosito da barlumi melodici. Il sinfonismo malefico dei Godflesh, ma anche il doom impenetrabile dei primissimi Head Of Davis, così come il rumorismo impietoso dei Final, si ritrovano a dover trasalire per visioni celestiali, vertigini cosmiche, rapimenti estatici. Una ricerca sonora, dunque, che ha saputo scalfire il dolore e la rabbia attraversando da parte a parte alcune delle pagine più estreme della musica rock.
Anche se ancora convinto che la vita sia tutt'altro che un viaggio di piacere, Broadrick, mostrandosi finalmente vulnerabile, intesse le sue trame musicali con il dono rassicurante (anche se bisognerebbe stabilire in quale dose…) della speranza. Una figura quasi palpabile, quest'ultima, a partire dall'evoluzione claustrofobica della drone-music, al limite dello space-rock, di "Your Path To Divinity". Un senso di nostalgia viscerale, solcato da feedback astrali. Di certo, la speranza cui si accennava non ha niente di retorico. Piuttosto, è qualcosa che sembra andare di pari passo con la percezione della fragilità e della tragicità della vita. L'ambient-music caricata di valenze e di emozioni al limite del collasso emotivo. Un pulsare mastodontico, un lied invasato. Dettagli che frantumano l'apparente staticità di una musica che saprà ripagarvi solo a costo di una dedizione assoluta.

Rinvigorito di nuova energia creativa e spirituale, Broadrick e i suoi due compagni si lanciano in un imponete tour, assieme ai Pelican. Jesu infatti, nonostante i tentativi di sembrare un outsider, è diventato il nome centrale della nuova corrente post-metal: andando oltre alle sperimentazioni di crossover con il post-core dei Neurosis, Broadrick diventa vessillo nonché padre putativo di un ipotetico ibrido tra doom metal, shoegaze e ambient-music.

A riprova di ciò è l’Ep del 2006, Silver. Il disco infatti esce sotto l’egida della Neurot, l’etichetta dei sopraccitati Neurosis. I quattro movimenti del disco vivono di alterne fortune. La title track riflette i cambiamenti apportati da Broadrick alla sua poetica; le melodie si confermano quali coordinate principali per orientarsi nel caos sonoro, ma questa volta sembrano distinguersi più comodamente lungo texture meno potenti e incisive di quelle ammmirate nell’esordio. L’indecifrabile scrigno nostalgico di Broadrick perde il suo fascino criptico per modularsi in strutture assolutamente accessibili.
Laddove, però, i motivi di Jesu riuscivano a erigersi come sacrali monoliti in nome di un mistico credo panico, in "Silver" l’ex-Napalm Death tesse melodie meno originali ed eteree, prive di quella solennità religiosa che aveva caratterizzato le piattaforme sonore dei dischi precedenti. "Silver” mostra un’apertura a quella speranza che nel recente passato stentava a fare breccia nell’abisso miltoniano di Broadrick.
Le tracce successive (“Star”, “Wolves” e “Dead Eyes”) non riescono però a eguagliare la compiutezza della title track. Manca quella materia oscura e impenetrabile che plasmava le pareti dei baratri inintelligibili del debut album. Sembra quasi che dopo aver oberato di idee e soluzione la matrice, adesso Broadrick tenti di rimuovere i possenti edifici sorti intorno al gorgo arcaico.
L’estrema prolificità a volte comporta insoliti effetti collaterali e Silver, pur nella sua fattura complessivamente interessante, perde il confronto con il suo illustre predecessore per uno scarto scopico di natura concettuale. Ne deriva una raschiatura sproporzionata rispetto al prodigioso pantheon magmatico che Justin aveva indagato con spietato sguardo agnostico. Silver si grava di interpolazioni estranee al corpus sensibile dell’ex-Godflesh, versando, alla fine, poco o nulla dell’irraggiungibile dolore esorcizzato in precedenza. Una prova incolore, che tuttavia non scalfisce la statura di questo artista.

Come in una irrefrenabile corsa contro se stesso, Broadrick continua a lavorare in studio e a solcare i palchi, in un vortice di laboriosità stacanovista. Nel 2007 le uscite all’attivo quasi non si contano. La più importante è sicuramente il secondo full-length a nome Jesu: Conqueror, che riesce a giungere dove il predecessore non riuscì ad arrivare.
Conqueror viene accolto come il disco più compiuto della discografia Jesu. Effettivamente, in questo album Broadrick riesce a mediare il contrasto tra le atmosfere più pesanti e industrial (i suoi demoni) e le melodie limpide, pulite ed eteree (i suoi angeli). La figura della speranza, che nell’esordio assumeva connotati ambigui e ingannevoli, diventa una lama affilata per penetrare l’imponente strato di ossessioni e paure che investono l’animo dell’uomo. Conqueror è una lotta interiore rappresentata in musica, una corposa e densa opera moderna: speranza contro oppressione, uomo contro divinità. Il tutto traslato in musica, dove a scontrarsi sono da una parte le pesanti e quadrate chitarre, dall’altra l’estatiche melodie, sempre proiettate verso l’alto.
Quello che a un primo ascolto potrebbe sembrare rumorismo fine a se stesso, confusione senza briglie, è in realtà una sorta di caos ragionato. I riverberi delle chitarre, stratificati pian piano, minuto dopo minuto in una spessa coltre impenetrabile, sono chiusi in ritmi semplici, ben delineati e compatti. Su un altro piano si pongono le melodie: la voce, qualche apertura di synth e anche le chitarre stesse che escono dal coro, sono sempre tesi verso l’alto, verso la ricerca di qualcosa che va oltre l’immaginabile.
La capacità evocativa di Broadrick raggiunge in Conqueror l’apice, riuscendo a proiettare l’ascoltatore in posti lontani, compiendo quindi la missione di "trascendentalismo" accennata sin dal primo Ep. “Weightless & Horizontal”, dal titolo più rappresentativo che mai, è il non plus ultra dell’essere Jesu: un riassunto perfettamente compiuto e inarrivabile.

Dello stesso anno altri due Ep, che però non riescono ad eguagliare la compiutezza e la concretezza di Conqueror risultando anzi come due preoccupanti passi falsi nella discografia, ormai ipertrofica, di Broadrick.
Sun Down/Sun Rise (pubblicato come vinile 12”, poi ristampato in cd come bonus disc per l’edizione giapponese di Conqueror) incrocia le dilatazioni di Silver con la tensione melodica di Conqueror, cullandosi nella solita, grigia malinconia e vaneggiando un ambient-drone non dimentico dei trascorsi heavy del Nostro.
L’innesto di texture elettroniche conferisce all’operazione il valore di un esperimento, ponendosi, dunque, come un avamposto per nuove future (e, ci auguriamo, più interessanti) elucubrazioni shoegaze-metalliche. Un continuo rimescolarsi di prospettive, dunque, che dicono di un musicista indomito, incapace, magari, di dosare le forze e di risparmiare la creatività, ma sempre pronto a tentare, anche senza molta convinzione e senza le dovute precauzioni, nuove strade, nuovi percorsi sonori.

Lifeline contiene altre 4 tracce inedite per complessivi ventitré minuti di shoegaze-doom epico e onirico, a seconda dei casi. Parte la title track ed è tutto un susseguirsi di già-sentito: sound in proiezione, tono elegiaco, liriche stemperate dalla malinconia o dalla nostalgia, ascensione pseudo-cerimoniale. Si è alle prese con un’artista che ha imboccato la strada della “sottrazione”, che ha scelto di giocare su di un terreno ormai sicuro, ripetendosi all’infinito, giusto armeggiando (ma nemmeno più di tanto) con qualche variazione.

Sempre del 2007 è anche Pale Sketches, una raccolta di b-side che non hanno trovato, secondo Broadrick, una collocazione nei precedenti lavori. Uscita in edizione limitata per la Avalanche Recordings (etichetta dello stesso Broadrick), la raccolta non sembra voler aggiungere nulla a quanto già espresso dal progetto in precedenza, se non una predilezione per suoni che puntano all’elettronica. Forse è proprio questa maggiore presenza di elementi elettronici a rendere il disco, se non vario, almeno qualcosa di nuovo e “azzardato”. Purtroppo però la qualità generale dei pezzi lascia alquanto a desiderare, nonostante buone intenzioni ci siano. Rimangono pur sempre degli “scarti” delle opere precedenti e per tali vanno presi.

Nel 2008 è il turno di un altro (ennesimo) Ep. Con un totale di cinque pezzi (di cui due già contenuti in uno split con Eluvium, uno inedito e con le ultime due tracce versioni alternative delle prime due), Why Are We Not Perfect non si muove dal discorso che sta alla base del progetto Jesu: chitarre riverberate in un marasma shoegaze racchiuse in rigide strutture ritmiche, voce misticheggiante ed epica; la novità più grande è una spruzzata di elettronica in più, che però non cambia di molto il risultato.

Broadrick dovrebbe fermarsi un attimo e buttarsi sulla meditazione o su attività più tranquille di quella musicale, in modo da ritrovare l’ispirazione che ha reso grande lavori come l’Ep d’esordio, Jesu e Conqueror. La discografia di questo suo progetto, infatti, è qualcosa di anomalo e di pericoloso come un tumore da estirpare: ipertrofico e insaziabile, Jesu continua a partorire piccoli lavori senza alcuna aspettativa di vita. Eppure, sotto questo monicker Broadrick ha espresso una parte importante del suo pensiero, che ha saputo materializzare splendidamente nei due full-length che, tutto’ora, rimangono degli apici nella musica del nuovo millennio.

Non un vero e proprio nuovo album, Infinity (2009) è un monologo registrato ed eseguito in solitaria da Broadrick. Un flusso di coscienza che ripercorre in volo radici e sviluppi di quel fuoco celestiale che è il sound di Jesu, le sue origini nei neri pozzi doom già esplorati dai Neurosis e dai primi Swans, la continuazione e sublimazione spirituale degli scenari disumani, disperati dei Godflesh attraverso l'estasi incantata dello shoegaze.
Una singola traccia di 50 minuti; un lungo tragitto, che riserva molte piacevoli vedute diluite in un clima di generale monotonia. Assai fiacca la prima parte, interrotta solo da un improvviso inasprirsi della voce in un growl che non si sentiva dai giorni gloriosi dei Godflesh. Un isolato scatto d'ira, un rancore destinato a perdersi nelle brume della seconda e molto più riuscita metà del lavoro, con quell'unica frase dilatata in una reiterata, infinita dissolvenza, splendente ralenty che scioglie tutto il proprio gravoso peso in una luce sempre più calda e melodiosa.

A fine 2010, Broadrick celebra a modo suo il Natale, con un Ep nel quale si lascia andare a uno shoegaze lucido e fastoso - non lontano dalle ventate distorte dei maestri Slowdive, il cui spettro aleggia anche nell'eco della sua voce; una brevissima parentesi di folk bianco alla Agalloch rappresenta il punto focale degli otto possenti minuti di "Christmas". Fanno da corollario i due remix a nome Pale Sketcher e FINAL, moniker di altri progetti dello stesso Broadrick, che si reinventa dapprima in un trip-hop denso di bassi riverberati, poi in un lungo e impalpabile drone ascendente, per svuotare del tutto la mente dal fervore dei preparativi natalizi.
L'anno successivo è tempo per un nuovo lavoro sulla lunga distanza, Ascension, che torna su soluzioni sonore d'un tratto obsolete, dozzinali. Un ottimo album, se considerato in un panorama mondiale che negli ultimi anni ha partorito shoegazer a profusione, revival post-rock su larga scala e in cui persino giovani band dedite al black metal trovano spazio per elucubrazioni strumentali, perde di colpo il suo fascino e diviene l'ennesima copia stanca di qualcosa che esiste e persiste oramai da più di un decennio.
L'indiscutibile talento della band supplisce alla mancanza di novità con l'inventiva, i particolari che accrescono l'emotività, il trasporto che innegabilmente lega questo e gli album (Lp ed Ep) precedenti, in cui una sapiente mano gioca con gli strati armonici, con le dinamiche e persino con i volumi. La chiave di lettura di un lavoro simile non può che essere nei particolari, nei dettagli, nelle contrapposizioni così ben assemblate da dover e poter essere scoperte solo in seguito a più di un ascolto.

Il percorso verso il divino prosegue dunque sempre uguale a se stesso, come sempre a cuore aperto, stanco ma imperturbabile, e non c'è forse molto più da chiedere a Jesu/Justin. Poi, si sa, dagli artisti di genio è sempre un piacere essere smentiti.

Contributi di Mauro Roma ("Infinity"), Michele Palozzo ("Christmas Ep") e Alex Franquelli ("Ascension")

Jesu

Il patto con la divinitÓ

di Mattia Braida, Francesco Nunziata

Il più recente progetto di Justin K. Broadrick, inarrestabile protagonista della musica dell’introspezione. Jesu, sotto cascate di chitarre riverberate e drone, incarna il suo lato più trascendentale e mistico, in un continuo fluire di idee che non trova pace. Tra shoegaze e industrial, tra sogno e drammatica realtà, la prolifica creatura dell’ex-Napalm Death continua ..
Jesu
Discografia
 Heartache Ep (Dry Run, 2004)

7

Jesu (Hydra Head, 2005)

7

 Silver Ep (Hydra Head, 2006)

5,5

Conqueror (Hydea Head, 2007)

8

 Sun Down/Sun Rise (Hydea Head, 2007)

5,5

 Lifeline (Ep, Hydra Head, 2007)

5

 Pale Sketches (b-sides, Hydra Head, 2007)

6

 Why Are We Not Perfect? (Ep, Hydra Head, 2008)

5,5

 Infinity (Avalanche, 2009)

 6,5

 Christmas Ep (Avalanche, 2010)7
 Ascension (Caldo Verde, 2011)6,5
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Jesu su OndaRock
Recensioni

JESU

Ascension

(2011 - Caldo Verde)
Nuovo lavoro per la creatura di Justin Broadrick, ancora una volta in ritardo sui tempi

JESU

Christmas

(2010 - Avalanche)
Il Natale secondo Justin Broadrick: musica riflessiva ma autenticamente luminosa

JESU

Infinity

(2009 - Avalanche)
Un flusso di coscienza che ripercorre in volo radici e sviluppi di quel fuoco celestiale che è ..

JESU

Why Are We Not Perfect?

(2008 - Hydra Head)
Ennesimo Ep per il prolifico Justin K. Broadrick.

JESU

Conqueror

(2007 - Hydra head)
Justin Broadrick e soci virano verso un'ipotesi di doom marchiato shoegaze

JESU

Sun Down/ Sun Rise

(2007 - Aurora Borealis)
Nuove idee per Justin Broadrick

JESU

Lifeline

(2007 - Hydra Head)
Mr. Broadrick in preda a un vortice di stakanovismo musicale

JESU

Silver Ep

(2006 - Neurot)

JESU

Jesu

(2005 - Hydra Head)

Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.