Katatonia

Katatonia

Elegia della depressione

di Alessandro Mattedi

Gli svedesi hanno coniato un marchio di fabbrica unico, melodico, malinconico e dolente, che si è evoluto attraverso album diversissimi: dagli esordi in seno al doom-metal, fino a una particolare forma di goth-rock ribattezzata "depressive-rock", per poi rivoluzionare tutto, fondersi con l'alternative-metal americano, e infine avvicinarsi al progressive
Gli svedesi Katatonia sono un gruppo che negli ultimi anni è stato associato alla rappresentazione sonora della depressione. Non semplicemente tramite sonorità cupe o testi tristi, ma sviluppando un personale stile di decadenza lirica, drammaticità interiore e catarsi sonora. C'è addirittura chi li ha definiti "i Mozart della malinconia", anche se come definizione può suonare un po' bizzarra a un classicista. La loro nicchia non è grande, ma è peculiare, influente e significativa, se persino gruppi molto personali come gli Alcest, gli Agalloch o i nostrani Novembre e Klimt 1918 devono qualcosina al gruppo di Stoccolma.
 
Riassumere la carriera discografica dei Katatonia, e soprattutto fornire esempi da ascoltare per inquadrarli appieno, non è semplice: essi infatti fanno parte di quell'insieme di gruppi che hanno talmente evoluto il proprio stile, nel corso degli anni, da avere sul curriculum album ben diversi tra loro. Al punto da sembrare a un primo ascolto, per stile compositivo e suoni, appartenenti a gruppi differenti. Esattamente come non si può citare un solo album, o peggio, una sola canzone rappresentativa del percorso musicale di nomi come Radiohead o Ulver, dato che si perderebbero trasformazioni importanti, o si rischierebbe di dare un'impressione fuorviante del gruppo. 
Non si può d'altronde sintetizzare alla buona una band che ha spaziato dal doom funereo di inizio anni 90, al gothic, all'alternative, traendo dichiaratamente spunto tanto dalle imponenti opere dei Paradise Lost quanto dalle cupe ballate dei Metallica del "Black Album", riunendo influenze da nomi ben diversi come Fields Of The NephilimJeff BuckleyThe Cure, Sun Kil MoonTool, Slowdive, Bathory, Tori Amos o Porcupine Tree; dando vita a collaborazioni o progetti paralleli con membri di altri disparati gruppi amici come Opeth, Edge Of Sanity, Gathering, Long Distance Calling o Pineapple Thief

Fatte queste dovute premesse, e rimandando alla colonnina Spotify a lato per una nostra selezione parziale di canzoni degli scandinavi, c'è pur sempre un perno compositivo che li accompagna nella loro attitudine e nei loro intenti. Dopo 25 anni di carriera, a posteriori, il gruppo stesso parla di una natura per così dire progressiva nella propria musica. Non nel senso di riproporre il sound dei gruppi prog degli anni 70, ma nel senso di possedere una vena ispirativa fatta di ricerca sonora e costante aggiornamento ed evoluzione del proprio stile, senza disdegnare affatto influenze e fonti di ispirazione da generi diversi tra loro. Ciò è vero soprattutto per gli ultimi dischi. Il chitarrista e fondatore Anders Nyström spiega così sulla biografia attualmente (2017) presente sul sito del gruppo: "Il nostro stile e linguaggio musicale sono cambiati parecchio dal 1993 al 2016, ma posso ancora percepire un messaggio comune nelle nostre atmosfere sin dall'inizio. Forse potreste definirci come un gruppo progressive-metal con una profonda passione per la musica non-metal? È facile raggiungere tutti i rami di un albero e scuoterli quando hai delle radici salde su cui arrampicarti".

Ma soprattutto, a fare da trait d'union nel corso della carriera del gruppo sono le atmosfere e le tematiche cupe, malinconiche nel vero senso della parola. Depressive, a cominciare dal nome stesso della band e dalle stupende quanto drammatiche copertine - quasi tutte opera dell'artista Travis Smith - che catturano appieno l'essenza e il mood di ciascun lavoro. Pur chiaramente venendo espresse di volta in volta tramite sonorità differenti (prima magari con riff alienanti e ossessivi, poi per esempio con lievi melodie tenui e nostalgiche), songwriting in evoluzione (prima più minimale ed essenziale, poi più certosino e arricchito da contrappunti sonori), e pur mutando a loro volta nei dettagli e nei toni (da momenti più angoscianti ad altri più dolci e intimisti), queste caratteristiche fungono da filo conduttore lungo gli album. Per l'altro fondatore, il cantante Jonas Renkse, è anche un modo per sfogare i suoi stessi periodi di depressione del passato e per trovare una connessione con gli ascoltatori. In una intervista per MetalBlast spiega: "Ho avuto molto a che fare con la depressione lungo la mia vita, ma la musica è una grande valvola di scarico. È come con una valvola a pressione, che ti permette di far sfogare il vapore. Se non avessi avuto la musica, probabilmente avrei dovuto fare altro per gestirla, probabilmente in una maniera più distruttiva, così per me è stata davvero una cosa positiva averla. Quando sei in un periodo duro, c'è sempre musica a cui rivolgerti; la tua o quella di qualcun altro, e puoi ascoltarla per sentirti a tuo agio. [...] Ho sempre provato [una sorta di sentimento catartico nel comprendere che non sei il solo a provare certe emozioni], anche prima di comporre musica da solo. È stata una cosa naturale fin da quando ho iniziato a scrivere musica. Per me, sapere che le persone ottengono sollievo grazie alla mia musica, è come ripagare tutto ciò che ho ottenuto da altri musicisti. È una cosa positiva".
Per Chronicles of Chaos: "I Katatonia sono come una sensazione di grande sollievo. Poter scrivere della musica, i testi, e lavorare a un album, è una grande emozione. Realizzare qualcosa, vederla crescere in dei pezzi tanto efficaci, è semplicemente stupendo. Ho bisogno di comporre musica per essere felice, altrimenti non mi darei pace al punto da non sapere cosa fare con me stesso."
E di nuovo Nyström, per Rockline: "Il nostro desiderio è soprattutto di esplorare gli aspetti più progressivi e aggressivi della musica, ma senza mai perdere le dinamiche dell'avere delle malinconiche parti soft e un'atmosfera dark attraverso tutto quello che facciamo, queste cose saranno sempre la vera anima dei Katatonia".
Cercheremo ora di esplorare e presentarvi, passo per passo, il lungo percorso dei Katatonia con le sue originali sfaccettature, dagli esordi agli ultimi lavori.

Gli inizi più duri e "underground"

Il nucleo iniziale dei Katatonia viene formato a Stoccolma nel 1987 dai due adolescenti Jonas Petter Renkse (inizialmente voce e batteria) e Anders Nyström (basso e chitarra), che si riuniscono occasionalmente per suonare pezzi dei loro artisti preferiti che spaziano tra la new wave e la scena metal underground, soprattutto quella nascente scandinava. Il duo successivamente forma una band ufficiale e sceglie questo nome nel 1991, anno in cui iniziano a incidere i loro primi demo e a distribuirli da soli.

La prima cassetta si intitola Rehearsal (a cui fa seguito una seconda parte pochi mesi dopo) ed è un lavoro molto grezzo, sulla scia dei primi gruppi nord-europei che stavano iniziando in quegli anni a rimescolare i ritmi lenti, ribassati, cadenzati e opprimenti del doom-metal, alle atmosfere oscure e al canto ruggito del death-metal, gettando così le basi del gothic-metal (in questi anni ben più oscuro e molto diverso dalle produzioni più sofisticate a cui siamo abituati oggi).

Il lavoro viene seguito nel 1992 da Jhva Elhoim Meth, sempre autoprodotto, e che mostra una sensibile crescita artistica del gruppo, che si assesta su un doom-metal funereo e alienante. Il primo termine di paragone che può venire in mente è un'altra formazione svedese, i Candlemass, considerati delle istituzioni del genere fin dagli anni 80; ma si nota una fondamentale differenza nello stile dei Katatonia, che trasfigurano le tonalità più solenni dei loro connazionali per concentrarsi su atmosfere gelide e d'oltretomba. Diversi giochi melodici atmosferici mostrano anche l'influenza del movimento darkwave anglosassone, e ciò li avvicina a un altro gruppo svedese, di poco antecedente, i Tiamat, che in quegli anni stavano mescolando death-metal, doom-metal e goth-rock, e sono stati indubbiamente una fonte di ispirazione importante per Renkse e Nyström.
In questi primissimi anni i Katatonia sono affascinati inoltre dall'estetica dei gruppi black-metal, che in questo periodo nel bene e nel male ispirano buona parte della produzione metallica scandinava underground, soprattutto tra i musicisti più giovani. Gli svedesi non ne assorbono tanto lo stile musicale, quanto elementi di contorno, come gli pseudonimi "cupi" per i musicisti e soprattutto le liriche associate al misticismo e all'anti-cristianesimo (ma solo per questa fase iniziale).
Jhva, in particolare, sta per Jehova (che i due non sapevano all'epoca come si scrivesse), e il titolo in un ebraico un po' alla buona si traduce con "Geova, il mio dio, è morto". Complice anche la giovanissima età degli svedesi, non si tratta di una vera riflessione filosofica su tematiche care a Nietzsche (cosa che altri gruppi metal negli anni hanno fatto in maniera più matura e profonda, come nel caso dei Death di Chuck Schuldiner), quanto più di un'espressione di ribellione, di un senso di alienazione e disagio, ma anche di una posa studiata per fare effetto. Anche gli pseudonimi usati dai musicisti seguono gli stereotipi della scena: Renkse si fa inizialmente chiamare "Lord Seth", mentre Nyström adotta il soprannome di Blakkheim che manterrà più a lungo.
L'essenza di questi primi Katatonia può essere racchiusa, oltre che nel loro nome (la catatonia è una condizione psichiatrica in cui il soggetto mostra negativismo, immobilità e inespressività), anche in una frase del brano "Without God", che recita "your fucking god is dead, and shall forever be".

Nel frattempo si aggiunge Guillaume "Israphel Wing" Le Huche al basso. La loro crescita cattura l'attenzione di alcune etichette indipendenti, che prima ristampano sotto forma di Ep il notevole demo precedente e poi permettono ai due di registrare nel 1993, appena maggiorenni, il loro primo album studio, intitolato Dance Of December Souls, che riassume e consolida il discorso portato avanti con i primi nastri. Il disco è prodotto da Dan Swanö che suona anche la tastiera, un importante polistrumentista, musicista stakanovista e talent-scout di Stoccolma, noto soprattutto per i propri lavori con gruppi come gli Edge Of Sanity e anche per il sostegno iniziale fornito a celebri formazioni come Opeth e proprio i Katatonia, con i quali stringe un proficuo rapporto di amicizia.
Si tratta di un lavoro enormemente diverso dagli ultimi album che il gruppo ha pubblicato, e che sono quelli per cui gli svedesi sono maggiormente conosciuti. Più "rozzo" e decadente, incentrato su riff lenti e ripetuti da marcia funebre, cattura l'essenza del genere doom-metal che proprio in Svezia ha visto alcuni dei suoi principali esponenti. La struttura delle canzoni è semplice, a tratti ripetitiva anche perché i brani tendono ad avere un minutaggio lungo, il che conferisce un tratto "granitico" al tutto. La performance vocale di Renkse in questa fase iniziale segue puramente un tipo di canto straziante e "ruggito", chiamato in gergo "growl". Le origini di questo tipo di canto sono nel death-metal, ma è stato impiegato anche da numerosi gruppi doom e soprattutto gothic per conferire un'atmosfera più macabra ai loro lavori. Non è molto assimilabile e adatto a tutti, ma per chi vi fa l'abitudine, può essere un tipo di vocalizzazione molto apprezzabile. Renkse, in particolare, segue tonalità relativamente acute e gracchianti, che lo avvicinano allo "screaming", più legato al black-metal.
Oltre ai già citati Tiamat, la principale fonte d'ispirazione metal per il gruppo sono gli inglesi Paradise Lost con il loro capisaldo "Gothic", uscito nel 1991, che rappresenta lo spartiacque tra le prime sperimentazioni death/doom-metal e il gothic-metal vero e proprio. Ma - dettaglio che prima dell'era di internet non fu immediatamente chiaro - una significativa influenza per le atmosfere, l'attitudine e la ricerca melodica dei Katatonia è arrivata anche dal movimento darkwave e dai gruppi goth-rock inglesi. Renkse e Nyström amano, infatti, gruppi come Cure, Sisters Of Mercy e soprattutto Fields Of The Nephilim, dei quali divorano la pietra miliare "Elizium". Il duo la considera una musica elusiva e atmosferica, in grado di conferire ai Katatonia quel tocco di colore in più che possa differenziarli dal resto della scena metal. Questa passione li accomuna a celebri gruppi relativamente affini nei loro primi dischi, come gli Anathema, i My Dying Bride o i Gathering, che stanno muovendo i primi passi in contemporanea, contribuendo a ridefinire gli standard musicali del doom-metal e del gothic-metal, prima di intraprendere strade diverse.

A ulteriore testimonianza di questa passione, nel 1994 gli svedesi incidono l'inedito "Scarlet Heavens" (che poi 4 anni dopo finirà nell'Ep Saw You Drown): puramente in stile post-punk, con bassi e melodie a imitazione/tributo del goth-rock dei primi anni 80, a mostrare sia le affinità che le divergenze del sound Katatonia con quella scena. Viene composto insieme a Dan Swano, che nel frattempo avvia anche un progetto ad hoc su queste sonorità chiamato Nightingale (prima di virarlo verso lidi prog/AOR).

All'inizio del '95 viene pubblicato un nuovo Ep di inediti, For Funerals To Come, meno incisivo del predecessore (viene comunque apprezzato dall'ambiente) che segna l'improvviso abbandono di Le Huche nonché l'ultima prova in growl/scream di Renkse, che inizia ad accusare problemi vocali e a non sostenere più il canto-ruggito. Non riuscendo a trovare dei rimpiazzi, né nuovi membri con cui poter mandare avanti stabilmente il gruppo con nuove incisioni e soprattutto con gli impegnativi tour, i due sciolgono temporaneamente la band e si guardano intorno dedicandosi ad altri progetti.
Renkse decide di formare gli October Tide assieme all'amico chitarrista Fredrik Norrman, con i quali verrà proseguito il discorso doom-metal dei primi Katatonia, e che nel corso degli anni si ritaglieranno una propria piccola nicchia di pubblico fedele.
Nyström, invece, si dedica al melodic-black-metal con i Diabolical Masquerade e al thrash/black-metal con i Bewitched.

La situazione è positiva, i due intuiscono che possono ritornare sui propri passi e l'anno successivo ricostituiscono i Katatonia aggiungendo Norrman come terzo membro ufficiale. Quella di Norrman è sicuramente un'aggiunta importante: può dividersi il lavoro chitarristico con Nyström, il quale può inoltre riprendere in mano anche il basso. Cosa più importante, il ruolo di lead vocalist viene assunto da un giovane ragazzo, anch'egli amico di Renkse e che gli era stato in precedenza presentato da Swanö, ovvero Mikael Åkerfeldt, che aveva da poco pubblicato il proprio debutto discografico con quello che sarebbe diventato uno dei gruppi metal più rinomati e apprezzati di Svezia, gli Opeth. 
Con questa formazione rinnovata i Katatonia pubblicano il loro personale capolavoro fino a questo momento, cioè Brave Murder Day, prodotto per l'ultima volta da Swanö e seguito poco dopo dall'Ep di inediti Sounds Of Decay (di cui esistono due versioni, una senza Norrman perché il gruppo, scontento della registrazione, decise di rifarla daccapo mentre lui non era disponibile, e che è stato accorpato successivamente in via definitiva alla ristampa del full-length).
Brave Murder Day è al tempo stesso molto differente dal tradizionale doom-metal e una delle pietre miliari imprescindibili del genere, soprattutto per la sua evoluzione. Le sonorità si fanno ossessive, grazie anche al sostenuto ritmo in 4/4, sviluppando muri sonori alienanti, accompagnati da timidi giochi melodici che costruiscono atmosfere dolci-amare. I pezzi presentano uno stile molto originale e fatto di lunghe parti strumentali, in cui emerge il growling. Il contributo chitarristico di Norrman permette di personalizzare ulteriormente lo stile dell'album che vede stratificazioni di chitarra che non disdegnano digressioni più sommesse, ripetizioni più veloci e riprese midtempo. Il canto in growl di Åkerfeldt è basso, catarroso e oltretombale, mentre Renkse (non riuscendo a ruggire) sporadicamente lo supporta con backing vocals pulite. Il suo canto pulito guida totalmente l'eccellente "Day". L'immaginario che accompagna il disco è viscerale, dai forti toni viola della copertina fino ai sample del film "Shining" (in "Enditme") e ai testi divenuti più maturi e introspettivi, particolarmente malinconici e nichilisti ("The sound of falling/ When the pictures are moving/ Dead in time" recita il chorus dell'iniziale "Brave"). Queste caratteristiche esaltano l'atmosfera dolente e straziante del disco.
Un'influenza importante, apparentemente nascosta e passata inosservata tra pubblico e stampa specializzata, è quella degli shoegazer: Renkse e Nyström sono innamorati di gruppi come gli Slowdive, di cui adorano in particolare album come "Souvlaki" a cui sono molto legati, e l'atteggiamento sul palco con cui fissavano le proprie scarpe (in realtà gestendo l'effettistica della chitarra con la pedaliera) invece di interagire con il pubblico.
Se non sono stati i primi, i Katatonia sono senz'altro fra i pionieri tra quei gruppi metal che si sono lasciati in parte ispirare da questa corrente, filtrata attraverso il loro stile e  trasfigurata in maniera originale. Vari gruppi venuti alla ribalta negli anni successivi hanno tratto forte influenza anche da questo disco. L'esempio più eclatante che ci sentiamo di citare è quello del polistrumentista francese Neige con i suoi Alcest, che curiosamente dichiarò di non non avere mai ascoltato i gruppi shoegaze su cui gli venivano fatte domande prima che nelle interviste glieli menzionassero (l'influenza è stata indiretta, filtrata e reinterpretata tramite i Katatonia); ma è difficile trovare dopo il 1995 un gruppo doom, gothic o post-metal che non abbia preso in un modo o nell'altro un pizzico di spunto anche da Brave Murder Day.

Verso le tonalità malinconiche di un rock depressivo

I want to be forgotten
I want you to forgive
How I'm losing all this
It's just the way I live

Nonostante stiano guadagnando un discreto consenso a livello metal underground, e abbiano avviato un discreto tour europeo assieme ai norvegesi In The Woods, gli svedesi sentono di avere un bagaglio musicale più variegato dal quale attingere; sono infatti molto colpiti anche da cantautori come Jeff Buckley o Tori Amos, di cui trovano rispettivamente "Grace" del 1994 e "From The Choirgirl Hotel" del 1998 due lavori fortemente in sintonia, per umori e atmosfere, con quel che volevano comunicare. Ma trovano soprattutto nella produzione di Mark Kozelek dei Red House Painters un forte incentivo a rendere più "reali" le loro canzoni, con linee vocali più genuine e spontanee, testi maggiormente ispirati dagli avvenimenti (positivi e soprattutto negativi) della vita. Stanno poi pian piano scoprendo i Porcupine Tree, che occuperanno un ruolo maggiore nella loro produzione futura.
A questo punto, quindi, i Katatonia decidono di dare una svolta al loro stile e di svilupparlo in una maniera sempre personale.
Il primo passo è quello di confermare l'uso del canto pulito per Renkse, nonché di estenderlo a tutti i brani al posto di Åkerfeldt (che deve inoltre dedicarsi interamente agli Opeth, ma rimarrà ancora per qualche tempo ad assistere alla produzione delle parti vocali). Dopodiché la scrittura delle canzoni si concentra su una durata più breve e un riffing sempre più essenziale e ripetuto, accentuando il carattere ossessivo e claustrofobico dei suoni. Il risultato è Discouraged Ones. In quest'album è evidente come il doom-metal del gruppo si stia trasformando progressivamente in una peculiare forma di rock distorto e decadente, essenziale, alienato, volutamente scarno e il più possibile improntato sulla semplicità ritmica e compositiva. Anche per questo i bassi, temporaneamente affidati a Mikael Oretoft, sono poco presenti e sfruttati. 
I testi sono meno raffinati, più intimisti, scevri da certi aspetti fantasiosi dei primi dischi e per questo più spontanei. Renkse li canta in maniera afflitta e minimale, quasi come se non volesse che la sua voce venisse ascoltata. La copertina è accesa, con la figura scura di un angelo immerso in uno sfondo confuso che sembra infuocato, quasi infernale. 
Sono dodici brani di angoscia melodica e collasso interiore, scanditi dalla dolente voce di Renkse. Non per tutti certo, e a tratti un po' ripetitivi, ma nella loro semplicità ricchi di intensità espressiva. Pezzi come l'iniziale "I Break", la commovente "Deadhouse", la funerea "Gone" o l'uggiosa "Instrumental" enfatizzano il lato melodico del gruppo, laddove in "Stalemate" o "Last Resort" si esasperano i toni lisergici e ossessivi.
Il simbolo dell'album è però "Saw You Drown", una struggente ballata distorta dove la metafora dell'annegamento di una persona cara rappresenta la perdita del rapporto con essa e una sconfitta la cui responsabilità è autoattribuita alle proprie mancanze. La litania agonizzante cantata nel ritornello trova un punto di contatto fra il Robert Smith di "The Same Deep Water As You" e Thom Yorke dei Radiohead; è breve e monotona, proprio per questo efficace, mentre Renkse quasi scoppia in lacrime nel recitare pochi semplici versi ("Don't you know I'm the end of what we'll be/ and right below us the last thing you'll see/ in the water I saw you drown/ down the water I saw you drown"). Il sentimento non è più nemmeno di depressione, ma di abbandono, desolazione e impotenza. Una sinfonia del dolore e della miserabilità dell'uomo.

La forza emotiva e allucinata del disco per certi versi ricorda il ruolo che assunse "Unknown Pleasures" dei Joy Division, per via dell'umore fortemente pessimista e della crudezza dei testi. E così come a quell'album fece ineluttabilmente seguito "Closer", i Katatonia danno poco dopo alle stampe un disco la cui copertina (un fantasma e un corvo che compaiono lungo dei binari di notte) e il cui titolo sono tutto un programma: Tonight's Decision. Il lavoro, che fra l'altro segna l'esordio per la storica etichetta Peaceville, è una diretta evoluzione del predecessore. Parte della stampa settoriale metal chiama queste sonorità, più ufficiosamente per i soli Katatonia che per definire una reale scena, depressive-rock. Il gruppo invece lo definisce come qualcosa non propriamente "gotico", ma affine ("don't really call it gothic [...] it's kind of goth-related").
Renkse ora si concentra totalmente alla voce, chiedendo a Dan Swanö di occuparsi temporaneamente della batteria per le sessioni di registrazione. Le chitarre sono meno brucianti e più spettrali, rendendo il lavoro meno emotivo ma più oscuro e decadente, con un generale senso di abbandono. Le parti cantate oscillano fra la mesta afflizione e l'apatia.
L'iniziale "For My Demons" è un inno alla depressione, dalle atmosfere cupissime e spettrali, mentre "Had To (Leave)" è il picco allucinogeno e alienato dei Katatonia. Pezzi come "I Am Nothing", "In Death A Song", "No Good Can Come Of This" o "A Darkness Coming" contribuiscono a edificare un umore più vicino ("closer") al suicidio.
Renkse & soci, però, non sono Ian Curtis, sia perché questi due dischi non toccano le vette liriche del compianto compositore inglese, sia perché gli svedesi non giungono (e per fortuna!) alle inevitabili estreme conseguenze di questa atmosfera. L'affinità è nella disperazione rassegnata, ma se nei Joy Division non veniva concesso il lusso di gridare aiuto, nei Katatonia si avverte ancora la ricerca di un appiglio di speranza. Lo si percepisce anche dalla presenza di una ghost track alla fine, che indica come il discorso portato avanti dal gruppo non sia affatto concluso, nonostante l'atmosfera generale di malessere. In parte lo si può supporre anche dalla presenza di una cover di Jeff Buckley, cioè la riuscita "Nightmares By The Sea", perché mostra un gruppo che cerca ancora il contatto con il mondo esterno, che vuole trasmettere le proprie passioni e trovare sfogo nella musica ritenuta più affine.

Chiarito che i Katatonia hanno ancora molto da esprimere, la band decide di stabilizzare una volta per tutte la line-up, di modo da smettere di rivolgersi ad amici come sessionmen e rendere più coesa la creazione di canzoni. Al basso viene reclutato Mattias "Kryptan" Norrman, fratello del chitarrista Frederick, così l'altro chitarrista Nyström può concentrarsi sul suo lavoro senza distrazioni. Mattias è un bassista talentuoso ed eclettico, che aveva già militato nei Dellamorte e che si porta in sacca l'apprezzamento tanto per il metal quanto per i gruppi wave.
Alla batteria invece viene reclutato Daniel Liljekvist, che si rivela un drummer portentoso: anche se i Katatonia compongono soprattutto in canonici 3/4 e 4/4, Daniel riesce a particolareggiarne le battute con fraseggi multipli, numerose terzine e guizzi personali che danno un tocco unico alla sezione ritmica, addirittura al punto da far sembrare come se invece stesse suonando con tempi inusuali. Il suo stile non è fatto di esibizionismo né di banalissimo doppio pedale a valanga, ma di stakanovistico lavoro e cura per i dettagli.
La line-up così fissata entra in sala di incisione nel 2000 per partorire quello che è il loro lavoro più variegato e curato fino ad ora, Last Fair Deal Gone Down, poi pubblicato nel 2001. È un disco che porta a compimento l'evoluzione da un doom disperato verso un suono sempre più soft e personale, affinato dal gruppo nel corso degli ultimi dischi. Riduce in parte i toni ossessivi e allucinati dei precedenti per introdurre raffinatezze compositive, atmosfere più dolci-amare, piccoli spruzzi di elettronica a impreziosire il tutto, in una sorta di "Disintegration" del nuovo millennio, ma più dolente e metallico.
I testi si mantengono sempre su toni molto malinconici, lasciando trasparire una tristezza più intimista. Il canto di Renkse si fa più versatile e sfaccettato, dando maggiore sfogo alla propria vena creativa e sembrando meno ripetitivo. L'iniziale "Disposession" è forse il capolavoro dell'album, che mescola dolce e salato fra tenui arpeggi, piccoli ed evocativi contrappunti chitarristici, spunti onirici. Ma è ben accompagnata da perle come "Teargas", con i suoi muri sonori "dreamy", oppure la melanconica ballata "Tonight's Music", tanto semplice (e forse effettivamente banalotta) quanto commovente. Il momento più inquietante è rappresentato dall'ottima "The Future Of Speech", con introduzione notturna e spettrale, climax alienante ("A brand new day/ It can't get worse/ Hear myself say/ It can't get worse") e generale sentimento di inadeguatezza.

A questo punto appare chiaro che i Katatonia hanno di fronte o l'autoindulgenza, e quindi la costante ripetizione degli stessi stereotipi, che però li farebbe apparire insinceri e artificiosi, o un netto stacco con il passato.
Avendo stabilizzato la line-up, ci sono tutte le basi solide e le premesse necessarie per aprire nuove strade.

La svolta moderna


Nel frattempo, gli October Tide si sono sciolti dopo due soli album, ma Renkse e Nyström decidono di riunirsi nuovamente con Åkerfeldt e Swanö per formare i Bloodbath, supergruppo death-metal pensato come divertissement volutamente all'insegna dei cliché più efficaci del genere. Dopodiché, siamo ormai nel 2002, rientrano in studio di registrazione con i Katatonia dopo essersi guardati un po' attorno e allargato le loro vedute sulla scena musicale.
I due sono rimasti molto colpiti tanto da gruppi come i neoprog-rocker Porcupine Tree, che citano come influenza già da alcuni anni, così come dalla scena alternativa pesante americana. Ammirano molto il lavoro di Maynard James Keenan con i suoi Tool, ma anche nei più soft e melodici A Perfect Circle. Apprezzano poi il groove-metal dei Machine Head e le chitarre ribassate dei nu-metallari Mudvayne. Sono anni in cui gli svedesi esplorano senza pregiudizio sonorità differenti.

Il marzo successivo viene finalmente pubblicato Viva Emptiness ed è un fulmine a ciel sereno. Lodato dalla critica quasi con un plebiscito, apprezzato dagli appassionati al punto da entrare per la prima volta in una classifica (quella finlandese), è un album che segna una marcata svolta rispetto al passato. I dischi precedenti sono ben diversi dagli esordi, ma in essi si può ancora tracciare un filo conduttore che di album in album ha accompagnato gli sviluppi nello stile del gruppo. Viva Emptiness, invece, stacca di netto con tutti i dischi, travolgendo col suo impatto melodico.
Fin dalla bruciante traccia iniziale "Ghost Of The Sun" gli svedesi offrono un metal alternativo e immediato, fatto di riff esplosivi, atmosfere al tempo stesso "gotiche" e urbane (impreziosite dal dosaggio di tastiere e dalle accordature ribassate), tempi a incastro e decorazioni sonore che rendono più variegato il lavoro. La sezione ritmica sfoggia il suo meglio, con Norrman e Liljekvist più corposi che mai. Le lontane origini doom sono nascoste nel carattere ripetuto di molti riff, ma il gruppo rende tutto più frenetico e adrenalinico, inserendo anche più sezioni o refrain differenti all'interno della stessa canzone. Il risultato è sui generis, molto innovativo nella scena metal svedese, al punto da far invecchiare di colpo i lavori di svariate altre formazioni coeve.
Molto più rabbioso e pesante dei precedenti, l'album segue un mezzo concept sulla solitudine, la vendetta, la depressione e la criminalità, in certi momenti entrando nel punto di vista di un non meglio specificato personaggio, idealmente identificato in Jonas Renkse - il quale offre riflessioni e monologhi sulle situazioni che affronta. I testi sono meno poetici e raffinati che in passato, a volte semplicistici, ma è cresciuta la confidenza canora di Renkse, il cui canto pulito ha ormai raggiunto la sua maturità e consapevolezza artistica. Tutto l'album in definitiva scorre compatto e ad alti livelli: la tenebrosa "Sleeper"; la lenta e angosciata "A Premonition", che è forse il picco di disperazione dell'album ("Keep it quiet here I will not tolerate your noise/ This is where I listen for the forgiving voice/ It haunts my dreams"); le furiose "Will I Arrive" e "Wealth"; il midtempo macabro e apocalittico di "One Year From Now"; i controtempi di "Walking By A Wire"; gli spunti anni 80 di "Complicity".
I capolavori del disco sono probabilmente "Criminals", con le sue chitarre gelide e brucianti, il basso penetrante e il suo ritornello alienante nei suoni e memorabile nel testo ("So gather your strength and break free/ Or you will surely die/ Gather your strength don't follow me/ Cause I will surely die"); "Burn The Remembrance" con le sue percussioni etniche e gli intrecci di chitarre brucianti e melodie elettroniche d'accompagnamento; e poi la commovente "Evidence", che narra la separazione di due amanti dopo un test della verità e gioca molto sulle atmosfere dolci-amare ricreate dalle chitarre. La chiusura invece è affidata alla combo della ballata acustica "Omerta", interrotta all'improvviso per sorprendere l'ascoltatore, e della strumentale "Inside The City Of Glass", spettrale, angosciante e terrificante. Ma tutto il disco suona compatto e ad alti livelli.

Con Viva Emtpiness i Katatonia hanno realizzato il loro capolavoro, eppure non ne sono ancora soddisfatti, in particolar modo per quanto riguarda la produzione: così dieci anni più tardi rilasciano un'edizione speciale per l'anniversario, completamente rimasterizzata. I suoni cambiano, la batteria diviene più corposa e incisiva, le tastiere sono messe più in risalto, le atmosfere si fanno meno dense e secche, più buie e gelide, ponendo il disco in una nuova e interessante prospettiva (viene inoltre aggiunta una parte cantata alla conclusiva "Inside The City Of Glass"). Entrambe le versioni sono disponibili su Spotify.

Nel frattempo vengono pubblicate diverse antologie: Brave Yester Day ripercorre il periodo dei primi anni del gruppo fino al 1998, mentre Black Sessions quelli successivi fino al 2004, aggiungendovi però diversi inediti che erano stati pubblicati o sotto forma di Ep o come bonus track a edizioni particolari degli album precedenti. Fra gli inediti, i più riusciti sono probabilmente "Wait Outside", che mescola goth-rock, nu-metal e riff doom in stile Black Sabbath, e l'uggiosa ballata acustica "O How I Enjoy the Light", cover di Will Oldham.

La nuova veste del gruppo viene ulteriormente approfondita e sviluppata nel 2006 con The Great Cold Distance. Meno spiazzante, ma più curato negli arrangiamenti del predecessore, suona anche più "americano" nel riffing. Salta subito all'orecchio la produzione curata e certosina, ricca di contrappunti sonori, effetti atmosferici (rigorosamente non in digitale), fraseggi in sottofondo delle chitarre o bassi che pervadono l'ascolto. Sono molto lontani i tempi delle produzioni grezze, scarne e minimali di metà anni 90, volutamente in lo-fi (purtroppo questa cura per i dettagli non viene replicata in sede live).
I quattro minuti che celebrano l’inizio del disco sono tutti per "Leaders", il pezzo che forse più di tutti ricorda l'album precedente, e che fornisce il leit-motiv dell'attitudine del disco fino a "Followers", per sottolineare per l'appunto il concetto (ripreso dai Korn) di essere "leaders, not followers". Dopo l’energica introduzione, le chitarre schizzano la base emotiva tremolante, tenacemente in bilico, su cui si poggia la poetica dell’album. Una tensione che si stempererà solo alla fine, con la possibile redenzione (o meglio, dissoluzione) di "Journey Through Pressure". Una certa mobilità di sentimenti (raffigurata sapientemente dall'inquietante artwork) invade (ma senza colmare) la distanza che separa l’angoscia dalla serenità. 
Così, in un calcolato avvicendamento di episodi distorti fra i più incisivi e potenti dell’intera produzione del combo svedese ("Consternation"), attacchi nu/prog ("Rusted") e transitori arpeggi d’impronta intimista ("In The White"), la band confeziona una tracklist dai molteplici volti, fondendo talvolta elementi hardcore ("July") e crossover ("Soil’s Song") in una mescolanza ibrida che scompagina i principi del metal scandinavo. 
Nella parte centrale, l’album concentra la sua anima aggressiva. "Incresead" e "July" rafforzano l’idea che il modo di suonare la batteria di Daniel Liljekvist sia cresciuto, mai così possente e preciso, mentre "In The White" si configura la manovra di atterraggio del disco. La trilogia di brani finali allevia le paure e le ansie maturate con la consapevolezza di una solitudine infinita. Il fade out di "Journey Through Pressure" lascia l’esplorazione in un vuoto paranoico. Un oblio oscuro dove l’unica stranezza è toccare la mano di un altro essere umano.

L'album è un egregio punto d'incontro fra l'alternative-metal americano e la sensibilità tipicamente scandinava; segna il picco di popolarità raggiunta fino a questo punto dai Katatonia, che iniziano a fare capolino nelle principali classifiche d'Europa e a vedere fioccare interviste da ogni parte. Purtroppo, questa attenzione corrisponde anche a una pressione notevole, che causa un dichiarato blocco creativo negli svedesi: entrano in studio, incidono nuovi pezzi, ma ne rimangono insoddisfatti; ritornano in studio, ne riescono e ogni volta ricominciano da capo.
Questo blocco viene portato avanti fino a novembre 2009 quando, finalmente soddisfatti del materiale composto, pubblicano Night Is The New Day. È forse il loro album più curato fino ad ora negli arrangiamenti e nella produzione, che amalgamano sapientemente tanto strumenti tradizionali quanto tastiere d'accompagnamento e spunti elettronici mai in sovraimpressione. Ed è forse anche il loro album più stilisticamente eterogeneo, dato che rielabora e consolida gli stilemi sviluppati dal gruppo, occasionalmente ripescando anche qualcosa dal passato, filtrata attraverso la nuova ottica del gruppo. Ma è anche quello in cui inizia a percepirsi un pizzico di manierismo nei pezzi, che conduce a una certa discontinuità nei risultati.
L'esperienza maturata dal gruppo permette di realizzare alcune delle migliori canzoni da loro mai scritte: l'iniziale "Forsaker", dalle sonorità intimiste ed emotive, riff panzer a metà tra Meshuggah e Tool, il tutto immerso in un goth-rock atmosferico e decadente ("Rage from a distance/ The name unfamiliar/ Spikes reach the heart/ Time set for rewind"); il singolo "The Longest Year", dal ritornello emozionante e infuocato; o la stupenda "Liberation", giocata su riff aggressivi e brucianti, intermezzi in downbeat notturni, canto soffuso e digressioni alienanti. È notevole anche il doom funereo e old-school di "Nephilim", soprattutto per il suo distinguersi rispetto agli altri pezzi. Ma il dark-rock psichedelico di "Inheritance" suona tanto accattivante quanto formulaico, mentre "Idle Blood" è una ballata acustica troppo debitrice degli Opeth e "Day & Then The Shade" poggia su di un riff troppo simile a molti act post-grunge (di quest'ultima è forse più riuscito il remix di Frank Default, che la trasforma in una ballata di pianoforte e sintetizzatore à-la Kraftwerk, anche se alla lunga monotona).
In generale ogni tanto sembra di ascoltare troppo un ibrido tra Opeth, Porcupine Tree e A Perfect Circle, certo sempre ben fatto, ma non altrettanto sorprendente come i precedenti dischi. Ad ogni modo, la produzione mette in risalto la raffinatezza e l'eleganza compositive del gruppo, superando, da questo punto di vista, anche il precedente album. Le atmosfere sono molto più crepuscolari, riflessive e meditate, come se dopo lo "sfogo" che ha fatto seguito agli album più depressivi, ora fosse giunto il momento di fermarsi e fare il punto della situazione. Si tratta in ogni caso di un lavoro di transizione, che alterna luci e ombre.

Nuovi cambiamenti e nuove prospettive


Quasi immediatamente dopo l'uscita del disco, i due fratelli Norrman annunciano l'abbandono del gruppo nei termini più amichevoli e nostalgici possibili, perché desiderano stare vicino alla famiglia e i tour massacranti uniti alla crisi economica non sono di aiuto per i musicisti. Al loro posto vengono chiamati Per Eriksson (già tecnico sonoro) alla chitarra e Niklas Sandin al basso.
Dopo tre anni viene pubblicato Dead End Kings, seguito e ideale proseguimento degli ultimi dischi. Rispetto al predecessore, stilisticamente si configura come una sua evoluzione più rock e meno metal, soprattutto più slegata da quei marcati elementi doom che ogni tanto tornavano a fare capolino anche in maniera diretta: l’album tende a mettere in secondo piano l'elemento “metallico” (almeno sul piano ritmico e atmosferico) per concentrarsi sul lato soft e “gotico”, a sua volta dal piglio leggermente meno drammatico, più intimista e malinconico. La differenza principale risiede più che altro nell’economia complessiva della tracklist, che mostra canzoni un po' più lineari e omogenee, anche se appare priva dei picchi più emozionanti e diretti. Eppure l’opening track, "The Parting", sembra suggerire qualcosa di diverso, con i suoi riff brucianti intervallati da digressioni melanconiche di tastiera minimale, string e batteria cadenzata.
Addentrandosi nell’ascolto si percepisce come gli elementi soft siano più amalgamati e quelli metallici meno marcati e più sfumati, con pezzi ben caratterizzati, come l’alienante "Hypnone", l'introversa ed effettata "The Racing Heart" (uno dei brani più riusciti del disco ed espressione di un senso di solitudine molto malinconico) o "Leech", con il suo spleen radioheadiano e il contrasto dolceamaro fra melodia e oscurità.
Altri momenti, come il riuscito trip mentale di "Undo You", sono totalmente extra-metal. Il pezzo più debole è forse l'orecchiabile "The One You Are Looking For Is Not Here" (con backing vocals di Silje Wergeland dei Gathering), molto catchy ma un po’ grossolano. Naturalmente è immediatamente riconoscibile l’impronta del gruppo svedese, con la sua orecchiabilità oscura e l'accuratezza riposta negli arrangiamenti, sempre suggestivi, graffianti e molto ben limati, la cui caratterizzazione arriva a toccare lidi progressive. Parte delle atmosfere è merito anche della collaborazione tastieristica di Frank Default, non preminente, ma un ottimo complemento alle sonorità che Renkse (autore da solo di quasi tutte le canzoni dell’album) e Nyström intendono evocare. Il ruolo più importante però è proprio quello di Renkse, sempre estremamente emozionale ed espressivo, nonché autore di testi molto vissuti. Ciò che delude un po’ è la mancanza di grandi sussulti o sorprese, ma questo si può considerare accettabile, dopo 20 anni di carriera con già molti cambiamenti all'attivo.

L'album viene riproposto dopo pochi mesi in una versione completamente acustica con Dethroned & Uncrowned. È un lavoro controverso, che rinuncia a qualsiasi avvisaglia metallica, piegandosi piuttosto a una forma di ballad malinconica e crepuscolare, cullata da dialoghi fra soli strumenti acustici, in una sorta di commistione fra un pop dimesso e il dark-folk più accessibile. Una ricetta di per sé raffinata, dalla quale riescono a nascere gioielli strappalacrime, come le rivisitazioni della livida "The Racing Heart", dell'evanescente "Hypnone", della più esoterica "Buildings" e della variopinta "Undo You".
I problemi sorgono, però, una volta posto il tutto dinnanzi alla prova della lunga durata: seppur priva di scivoloni grossolani e decisamente compatta, una tracklist di undici brani - peraltro adattati anziché costruiti in questa forma - che continua ad indugiare su una simile formula finisce per scadere in un impasse che conduce inesorabilmente alla noia.

Nella primavera 2014 viene anche rilasciata la raccolta a edizione limitata Kocytean, che raccoglie i principali inediti scritti nel periodo degli ultimi tre album e presenti, al solito, o in Ep o come bonus track agli album stessi. Bene o male tutte si differenziano dallo stile principale degli album a cui erano associati, motivo per cui vennero pubblicate a parte – avrebbero altrimenti stonato nell’equilibrio generale dei full-length effettivi. È sicuramente una proposta interessante per i fan del gruppo, dato che raccoglie inediti che altrimenti sarebbero stati reperibili solo cercando dei mini separati probabilmente non più reperibili oppure le edizioni limitate dei dischi completi. A nostro avviso, è un peccato che manchino "Displaced" e "Dissolving Bonds", dall'Ep di "My Twin" del 2005. In realtà, il discorso ha una utilità relativa, dato che fra servizi di streaming o semplice acquisto digitale delle canzoni, è tutto tranquillamente reperibile da tempo. Comunque consigliamo di prestare un ascolto all'uscita, più che per il contenuto comunque discreto, quanto per l'interessante divagazione, con alcune canzoni che attirano l'attenzione. Segnaliamo fra tutte "Unfurl", proveniente dall’Ep "July" del 2006, un’interessante divagazione, tinta di trip-hop, da parte degli svedesi. L'arrangiamento è di maniera ma idoneo alle atmosfere, cupe, notturne e molto malinconiche; risaltano in particolare il ritornello (il testo metaforico ha più chiavi di lettura e sembra riferirsi tanto alla consapevolezza della morte, quanto al sollievo dato dall'amore o alle droghe), i bassi overdriven e le tenuissime pennellate di chitarra in sottofondo. E c'è poi il goth-nu-metal introverso e aggressivo di "Ashen", pubblicato nella ristampa di Night Is the New Day del 2011 (assieme a "Sold Heart"). Alterna distensioni tenui e depressive, come nel consueto trademark del gruppo, a schitarrate più dure ed energiche. Il testo è vendicativo e minimale, pare riferirsi a un'amicizia che ha tradito il protagonista dopo aver approfittato psicologicamente della sua fragilità. Per contro, "Sold Heart" è una ballata languida e tenuissima, scandita solo dagli arpeggi di chitarra, dagli effetti elettronici rarefatti e dalla lieve batteria in downbeat, che parla del senso di vuoto dato dalla fine di un amore, anche se senza particolare ispirazione lirica.

A questo punto i Katatonia veri e propri sono ridotti ai soli Renkse (autore contemporaneamente di una poco felice escursione in territorio alt-prog al fianco di Bruce Soord dei Pineapple Thief) e Nyström, perché anche Liljekvist a malincuore annuncia che deve lasciare il gruppo visto che, testualmente, non può pagarsi le bollette solo con la musica. Al suo posto Daniel Moilanen dei doomster Runemagick. Nel frattempo se ne va anche Per Eriksson dopo un solo album, perché i suoi impegni lo avevano portato a Barcellona e non riusciva a farli incastrare con l'attività dei Katatonia. Al suo posto, invece, arriva Roger Öjersson (dal trio blues/stoner Kamchatka).
Cercando di far fronte a queste difficoltà, gli svedesi rientrano in studio nell'autunno 2015 per poi pubblicare nel maggio 2016 The Fall Of Hearts, con cui debuttano i nuovi acquisti. Non che siano semplici turnisti, anzi: Moilanen è un batterista talentuoso e per nulla eccessivo, che scandisce il ritmo con disinvoltura sia nei momenti più placidi che in quelli più aggressivi, mentre gli spunti 
bluesy di Öjersson impreziosiscono gli arrangiamenti, dando loro una nota di colore; ma, a conti fatti, i Katatonia veri e propri sono ormai i soli fondatori Jonas Renkse e Anders Nyström, che nonostante i recenti cambi di line-up si fanno sempre carico di tutto, composizione e produzione. Nel corso dell'album è palpabile la tendenza ultima degli episodi unplugged non solo di Dethroned & Uncrowned ma anche del live Sanctitude, che propongono nuove versioni più minimaliste e acustiche dei loro brani.
Tali episodi hanno influenzato la stesura dei brani, con numerosi momenti soffusi senza chitarre elettriche, che si alternano con queste ultime in riff decisi ma mai violenti o in climax emotivi mai troppo distorti. Viene concesso volentieri spazio a momenti solo acustici come in "Pale Flag" o nella ballata "Decima" - che però è scandita ugualmente dalle tastiere di riempimento. Il contenuto lirico, invece, si mantiene sugli standard introspettivi e personali di Jonas Renkse.
Questo gioco di variazioni all'interno degli stessi brani aiuta a costruire un'atmosfera autunnale, scandita da riferimenti al progressive-rock (se i Tool rimangono un punto di riferimento per il gruppo, si avverte anche una piccola influenza di Steven Wilson e degli ultimi Opeth) e al gothic-rock, come se i Cure incontrassero i Pink Floyd e si facessero produrre come gli ultimi Anathema.
Il principale pregio del disco, ormai un marchio di fabbrica del gruppo da un decennio e in contrasto con le produzioni scarne ed essenziali di un tempo, è come al solito negli arrangiamenti curati al massimo del dettaglio e arricchiti da piccoli contrappunti sonori che impreziosiscono le atmosfere: piccole perle dell'album come "Residual", con i suoi dolci arpeggi alternati a cupi riff sincopati; l'angosciante "The Night Subscriber"; o gli assoli della conclusiva "Passer". Il principale difetto, che era emerso già in precedenza, è paradossalmente la stessa cura negli arrangiamenti, che a volte sfocia in momenti ben confezionati, suonati e missati in fase di produzione, ma sfruttando poche idee e tendenzialmente ripetitive.
Le stesse atmosfere dolci-amare oscillano fra la sincera passione emotiva e il manierismo, e il canto di Renske è vissuto ma monodimensionale. 
Fra gli esempi più significativi ci sentiamo di citare i singulti emotivi di "Old Hearts Falls", la soffusa ballata settantiana "Shifts" (a tratti quasi psichedelica) o i lunghi momenti apocalittici di "Serac", molto espressiva ma forse un po' troppo dilungata. Sono tutti brani ben eseguiti e arrangiati, con notevoli risultati nella costruzione delle atmosfere, ma mancano di quella genuina espressività creativa del passato.

I nostri, ancora una volta, ritraggono vite vinte dal proprio ineluttabile destino, scenari degradati, momenti di alienazione quotidiana, folate di torrida tristezza, tormenti interiori che sfiancano, l’accanimento di una sofferenza senza senso. E, come sempre, riconoscono nella irreversibile caducità della vita l’unica certezza ammissibile.
Una buona uscita da apprezzare senza scetticismi, aspettando un’ulteriore svolta da parte di chi non si è mai assorto in contemplazione di sé, ma si è sempre lasciato trasportare dalle pulsioni cineree di un’acuta desolazione cosmica, sancite da uno scontento senza conforto né fine.

Contributi di Emilio Saturnini ("The Great Cold Distance"), Vincenzo Gaglioti (conclusione, da "Dead End Kings") e Matteo Meda ("Dethroned & Uncrowned")



Katatonia

Elegia della depressione

di Alessandro Mattedi

Gli svedesi hanno coniato un marchio di fabbrica unico, melodico, malinconico e dolente, che si è evoluto attraverso album diversissimi: dagli esordi in seno al doom-metal, fino a una particolare forma di goth-rock ribattezzata "depressive-rock", per poi rivoluzionare tutto, fondersi con l'alternative-metal americano, e infine avvicinarsi al progressive
Katatonia
Discografia


 ALBUM STUDIO 
   
 Dance Of December Souls (No Fashion, 1993)

 

Brave Murder Day (Avantgarde Music, 1996)

 

 Discouraged Ones (Avantgarde Music, 1998)

 

 Tonight's Decision (Peaceville, 1999)

 

Last Fair Deal Gone Down (Peaceville, 2001)

 

Viva Emptiness (Peaceville, 2003)

 

 The Great Cold Distance (Peaceville, 2006)

 

 Night Is The New Day (Peaceville, 2009) 
 Dead End Kings (Peaceville, 2012)

 

 Dethroned & Uncrowned (kScope, 2013)

 

 The Fall Of Hearts (Peaceville, 2016) 
   
 LIVE E DVD 
   
 Live Consternation (dvd, Peaceville, 2007) 
 Last Fair Day Gone Night (live, Peaceville, 2014) 
 Sanctitude (dvd, kScope, 2015) 
   
 ALTRE USCITE 
   
 Rehearsal (demo, autoproduzione, 1991) 
 Jhva Elohim Meth (demo, autoproduzione, 1992) 
 Rehearsal '92 (demo, autoproduzione, 1992) 
Jhva Elhoim Meth... The Reprise (Ep, VIC Records, 1993) 
 For Funerals To Come... (Ep, Avantgarde Music, 1995) 
 Sounds Of Decay (Ep, Avantgarde Music, 1997) 
 Saw You Drown (Ep, Avantgarde Music, 1997) 
 Brave Yester Days (antologia, Avantgarde Music, 2004) 
The Black Sessions (antologia, Peaceville, 2005) 
 My Twin (singolo, Peaceville, 2006) 
 July (Ep, Peaceville, 2007) 
 The Longest Year (Ep, Peaceville, 2010) 
Kocytean (raccolta, Peaceville, 2014) 
   
 COLLABORAZIONI E ALTRI PROGETTI
 
   
 October Tide (3 album studio) 
 Uncanny (1 album studio, vari Ep e demo) 
 Diabolical Masquerade (4 album studio) 
 Bewtiched (3 album studio) 
 Bloodbath (6 album studio + 2 live) 
 Bruce Soord with Jonas Renkse - Wisdom Of Crowds (kScope, 2013) 
   
 Renkse inoltre è ospite per le parti cantate o i testi di singole canzoni sparse di Ayreon, Edge Of Sanity, Long Distance Calling, Swallow The Sun, Pantheon I 
pietra miliare di OndaRock
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Recensioni

KATATONIA

The Fall Of Hearts

(2016 - Peaceville Records)
Il ritorno della formazione svedese, nel segno di un approccio più soft

KATATONIA

Kocytean

(2014 - Peaceville Records)
Una raccolta eterogenea delle ultime bonus track degli svedesi.

KATATONIA

Dethroned And Uncrowned

(2013 - Kscope)
Ritorno con tanta malinconia e senza chitarre elettriche per gli ex-maestri del doom

KATATONIA

Dead End Kings

(2012 - Peaceville)
Il nono, atteso compendio di prostrazione e male di vivere per la rodata coppia Renkse/Nyström

KATATONIA

The Great Cold Distance

(2006 - Peaceville)
Fuga verso territori forse non etimologicamente dark ma contagiati da paure recondite

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