Trent Reznor è una delle figure-chiave del rock anni Novanta. L'artista che ha saputo unire la poesia dei songwriter più introspettivo, la nevrosi del rocker maledetto, le pulsioni distruttive della musica industriale. Con Reznor la musica industriale è giunta alla sua più compiuta e definitiva ibridazione con il rock, completando il percorso intrapreso dai Ministry: e Reznor stesso incarna il punto di incontro perfetto tra il produttore, manipolatore e costruttore di suoni "artificiali" e il musicista rock, con tutta la sua sensibilità poetica, la sua energia, il suo impatto puramente "fisico" diretto, senza mezzi termini, a esprimere un lancinante "mal di vivere". Più di tutto Reznor possiede la qualità che manca a pressoché tutti i maestri della musica industriale: il talento melodico, una reale capacità di scrivere canzoni memorabili.
Reznor ha affinato le sue armi attraverso una produzione discografica che, nello spazio di quindici anni, ha dato vita a: tre dischi (di cui uno doppio), 1 Ep, 3 album di remix e 1 live ufficiale. Pochissimo se si pensa alla produzione media della maggior parte delle band industriali: e se si pensa invece al rock, Reznor rappresenta ancora di più una clamorosa eccezione: in un mercato sempre più frenetico chi altri, tra gli artisti di successo, avrebbe il coraggio di far passare 5 anni tra un disco e l'altro? Una anti-rockstar, diventato, quasi suo malgrado, un punto di riferimento imprescindibile di tutto un movimento musicale, tanto per chi lo ha preceduto, quanto per chi lo ha seguito. Una rockstar che fa dell'autolesionismo il suo credo (e non solo nei testi, ma anche nei video e soprattutto nelle spericolate performance dal vivo); un produttore capace di trasformare in fenomeno di massa tanto la sua musica quanto quella di un personaggio come Marilyn Manson; un "fragile" e sensibile cantautore. Ma prima di diventare tutto questo, Trent Reznor è stato quanto di più lontano si può immaginare dall'indemoniato "one-man-band" dei Nine Inch Nails. Nato nel 1965, a Mercer, cittadina della Pennsylvania, a soli cinque anni Reznor si scopre - o meglio viene scoperto - precoce talento al pianoforte. Un enfant prodige la cui infanzia è stata divisa tra la musica di Mozart, gli insegnanti, le prove e i concerti, e segnata dal difficile rapporto con i genitori (a occuparsi seriamente di Trent è praticamente la sola nonna materna), i quali divorziano dopo pochi anni: ma più che dal pianoforte, progressivamente abbandonato, il giovane Reznor è affascinato dall'elettronica, e andatosene dalla sua piccola città, trasferitosi a Cleveland, Ohio, comincia a muovere i primi passi nella scena underground della città, militando come tastierista in diverse band. Con una di queste, gli Innocent, incide nel 1985 il suo primo album, in uno stile wave-synth pop molto canonico. Tra le varie esperienze musicali intraprese a Cleveland il principale evento per Trent è l'incontro con il batterista Chris Vrenna, col quale nasce non solo un'amicizia personale ma anche l'embrione di ciò che saranno i Nine Inch Nails: nel frattempo Reznor si mantiene lavorando negli studi Right Track, dove ha la possibilità di imparare le tecniche di registrazione, produzione, mixaggio e manipolazione sonora.
È così che nel 1988 inizia a registrare canzoni da lui interamente scritte, arrangiate ed eseguite, nascondendosi dietro la sigla Nine Inch Nails: inizialmente è aiutato solo da Vrenna e in misura minore da Richard Patrick (chitarrista, poi fondatore dei Filter); ottenuto un contratto con l'etichetta TVT le canzoni verranno rivedute e corrette insieme a pezzi da novanta come Flood, Keith Leblanc e Adrian Sherwood, oltre a venire remixate a Londra da John Fryer, famoso per il suo lavoro con il progetto This Mortal Coil (citato da Reznor come fonte di ispirazione, insieme anche ad artisti come Jane's Addiction, Prince e Public Enemy). Nel 1989 Nine Inch Nails fa il suo esordio ufficiale sul mercato discografico con il singolo "Down In It", preludio al primo album Pretty Hate Machine. L'album diventa un vero e proprio cult nella scena industrial-rock del periodo. Pur risentendo ancora dell'influenza dei sovrani (allora) incontrastati del genere, Ministry e Skinny Puppy, l'opera prima del ventiquattrenne Reznor presenta un musicista "tuttofare" dalla personalità debordante, capace di mimetizzarsi dietro partiture che rimandano ora all'hip-hop (è il caso del singolo "Down In It"), o di annegare in soffocanti atmosfere "dark" (ed è il caso di pezzi come la minacciosa "Sanctified" - fin troppo memore però della "Cannibal Song" dei Ministry - e la tragica "Terrible Lie"), ma anche di esaltarsi in trascinanti danze che diventano immediatamente il fiore all'occhiello delle discoteche alternative (il secondo singolo "Head Like A Hole" e soprattutto "Sin", il primo vero capolavoro di Reznor, che sarebbe un gioiello di synth-pop melodico se non fosse sfigurato da un umore nevrotico e mostruose accelerazioni sempre più violente e distorte). La qualità superiore di Reznor è ancora nascosta da un convenzionale approccio electro, ma le sue doti innovative sono lì in attesa di esplodere: nel brano più suggestivo, "Something I Can Never Have", inquietante ballata per sola voce, piano e rumori di fondo, Trent mostra anche le sue straordinarie doti di cantautore introspettivo.
Negli anni successivi il passaparola e il supporto di una major come la Island, spingono l'album fino al triplo disco di platino: l'abrasivo rock elettronico di Nine Inch Nails diventa un clamoroso fenomeno mainstream (qualche anno dopo Pretty Hate Machine verrà incluso persino dal Rolling Stone nei "200 dischi fondamentali del rock"), e l'attività live di Reznor si fa intensa. E si svelano qui le due facce di Nine Inch Nails: "one-man-band" su disco, scatenata rock-band sul palco (con Reznor ci sono il chitarrista Richard Patrick, più la sezione ritmica formata da James Woolley e Jeff Ward). L'attività live influenza non poco il sound di Reznor, che slitta verso dinamiche e strutture decisamente più "rock", relegando in secondo piano l'elettronica, sull'Ep Broken, uscito nel 1992. Solo un Ep, causa dissidi con l'etichetta Tvt (Reznor nel frattempo ha anche creato una propria label, la Nothing Records), con sei pezzi, alcuni dei quali destinati a diventari autentici classici citati fino alla nausea (è il caso di "Wish"), ma nonostante la grande classe di Reznor come songwriter, anche nei momenti più violenti ("Gave Up") e lo straordinario lavoro sul suono (il produttore è Flood), l'Ep evidenzia debiti decisamente ingombranti verso i Ministry: solo "Happiness in Slavery", un accumulo di ritmi, breaks, urla e riff violentissimi, tra i quali si fa largo però un orecchiabilissimo ritornello synth-pop, suona davvero personale, e diventa non a caso un nuovo successo, grazie anche a un contestatissimo e censurato videoclip. Broken sarà accompagnato da un altro Ep, Fixed, con remix a cura, tra gli altri, di Flood, Adrian Sherwood e Butch Vig.
Un album interessante ma ancora poco incisivo, utile come base di partenza, un Ep gradevole ma poco personale: tanto è bastato a Reznor per creare un'attesa spasmodica intorno a ogni sua nuova mossa. Le voci che circolano intorno alla sua attività nel 1994 fanno sensazione: Reznor ha allestito uno studio nella villa di Beverly Hills dove nel 1969 dei seguaci di Charles Manson assassinarono l'attrice Sharon Tate; Reznor si fa talent-scout e imprenditore musicale di successo, producendo e promuovendo (garantendo così il successo e confermando la sua fama di re Mida del rock underground americano) il disco di una sconosciuta band della Florida la cui musica e i cui show all'insegna di un grezzo e truculento cabaret della provocazione, guidata dal carisma satanico e dalla furbizia scenografica di Brian Warner alias "Marilyn Manson", scandalizzano da subito il pubblico.
Ma soprattutto, nel maggio del 1994 (un mese dopo il suicidio di Kurt Cobain), Reznor pubblica il suo secondo album, e stavolta sarà un punto d'arrivo (e ripartenza) del rock. Il concept The Downward Spiral, straordinario monumento che assimila tutta la coscienza "sporca" dell'epoca: Reznor segue il percorso infernale del suo lato più instabile e psicotico, un alter-ego eloquentemente ribattezzato "Mr.Self Destruct" nella spirale della follia, dell'auto-annientamento, della violenza e della rabbia. All'insegna di fantasie di dominazione sessuale ("Piggy", "Closer" e soprattutto la strepitosa "Big Man With a Gun"), di malevoli attacchi al "sistema" ("Heresy", "March Of The Pigs") e di auto-analisi carica di lancinante, disperata frustrazione ogni volta che il personaggio fa i conti con la sua personale realtà ("The Becoming"- forse il capolavoro - la raffinata suite "Ruiner", e l'apice tragico "Eraser"), l'album è un cammino pressoché incessante tra ritmi martellanti, battiti pesantissimi e chitarre distorte all'inverosimile, fino a compiersi nella fantasia suicida della title-track e alla spiazzante mossa finale, la ballata acustica "Hurt", che è vera catarsi, presa di coscienza di sé stessi attraverso la sofferenza, nonché una canzone emozionante come poche altre (verrà coverizzata anni dopo da Johnny Cash in una versione forse ancora più toccante, e ripresa molte volte dal vivo da David Bowie, artista che condivide con Reznor stima e influenza reciproca - ascoltare "Outside" (1995) di Bowie per credere - e con il quale i Nine Inch Nails suoneranno più volte dal vivo). Il capolavoro di Reznor è compiuto: scrollatosi di dosso l'ombra dei "maestri" Ministry (che anzi, proprio a partire da qui, vanno in crisi di idee e di contenuti), guadagnatosi il rispetto del rock tutto (oltre al già citato Bowie, va ricordato doverosamente Adrian Belew, chitarrista e frontman dei King Crimson, che suona molte delle parti di chitarra dell'album), e confermato il successo commerciale (5 milioni di copie vendute), senza aver ceduto anche solo minimamente ai compromessi del music-business, il musicista di Cleveland ha anche realizzato l'opera che più di ogni altra cattura l'immaginario "oscuro" del suo tempo: il sensazionalismo e lo spettacolo della violenza e del sesso (quanto fa presa un disco simile nell'epoca in cui i serial-killer diventano moda!); tutto il cinismo e l'autolesionismo tipico dell'immaginario dei milioni di giovani appena rimasti orfani di Cobain, che con Reznor diventano improvvisamente "adulti"; in più, e cosa che più conta, la "Spirale" è un'opera musicale straordinaria per varietà, fantasia e compattezza sonora, minuziosamente cesellata insieme a maghi del mixer come Flood e Alan Moulder.
Strepitosa è anche l'opera di "approfondimento", l'album di remix Further Down The Spiral (1995): maghi della manipolazione sonora come i Coil, l'amico Charlie Clouser (che è il tastierista live di Reznor) e il maestro J. G. Thirlwell (alias Foetus) accentuano il versante elettronico dell'opera maggiore senza perdere nulla del suo impatto e della sua suggestione: memorabili in particolare un'accorata versione live di "Hurt" e la sinfonia industriale "At The Heart Of It All", creata per l'occasione da Aphex Twin. Gli anni che seguono sono però difficili sia dal punto di vista personale che professionale: un tour mondiale che impegna per quasi due anni Reznor e la sua band (Robin Finck, chitarra - Danny Lohner, basso - Charlie Clouser, tastiere - Chris Vrenna, batteria), e soprattutto la pressione soffocante dei mass-media (dura prova, per lui, essere uno dei personaggi più chiacchierati - anzi "spettegolati" - d'America) portano Reznor sull'orlo del collasso nervoso. Nel 1997, dopo il successo del disco "Antichrist Superstar", si interrompe il suo felice rapporto di collaborazione e amicizia con Marilyn Manson, ormai diventato una superstar che con la sua pochezza fatta apposta per Mtv eclissa in un batter d'occhio la fama del suo pigmalione; l'anno successivo anche l'amico Chris Vrenna abbandona il progetto (e nel 2000 farà lo stesso il tastierista Charlie Clouser). Incapace di dar seguito al suo capolavoro (l'unica testimonianza sonora dei Nine Inch Nails nel frattempo è, nel 1997, il mediocre singolo "The Perfect Drug", per la soundtrack - da lui stesso curata - del film "Lost Highway" di David Lynch), Reznor reagisce chiudendosi negli studi ultra-tecnologici allestiti a casa sua, nella nuova residenza di New Orleans. Lavorando per mesi, raccogliendo i pezzi della sua crisi personale, chiamando a raccolta tutti i suoi rancori, le sue paranoie e i suoi fantasmi, Reznor compone decine di brani, lasciandosi andare a un vero tour de force. L'idea, dato il blocco creativo, era di pubblicare un disco di 8-10 brani, gran parte dei quali strumentali: "e ho fallito, fallito completamente" dice Reznor.
Già perché quello che esce alla fine è The Fragile (1999), doppio album colossale eppure incredibilmente intimo e personale: Reznor si mette in gioco senza remore, non ha paura di lasciare andare la sua musica alla deriva attraverso gli stili più disparati (e come per ogni doppio album che si rispetti anche il principale, anzi unico, difetto di The Fragile è quello di mettere troppa carne al fuoco), tantomeno di andare contro le aspettative di chi "si aspettava un Downward Spiral 2" o di chi gli chiedeva di "salvare il rock". Reznor si abbandona totalmente alla sua ispirazione e aiutato in studio nuovamente dal grande Alan Moulder, riparte dalla violenza bestiale della "Spirale" con brani come la minacciosa "The Wretched" e l'eccezionale opening-track "Somewhat Damaged", che esorcizza la crisi appena trascorsa in un crescendo memorabile, approda a canzoni grandiose e atmosferiche come "The Day the World Went Away" (che richiama la melodia di "Hey Jude" con tanto di coro finale, immergendola però in una assordante "orchestra" di chitarre distorte), il singolo "We're In This Together" (splendida rock-song sulla "dipendenza. dipendenza da tutto, dipendenza dalle cose e dalle persone") e la straordinaria title-track, semplicemente una ballata tra le più belle che il rock abbia regalato negli ultimi anni, impreziosita da un assolo da brividi. Reznor si dimostra anche grande "direttore d'orchestra", nella folgorante mini-suite strumentale "Just Like You Imagined", un vero studio su un rock al tempo stesso "artificiale" e "sinfonico": brano incredibile, di straordinario respiro, un tripudio di fantasia e libertà creativa, resa ancor più indimenticabile dai contorsionismi chitarristici di Adrian Belew.
Ma in tutti questi brani così eterogenei, Reznor riesce a mantenere intatta l'impronta di fondo, il suo "industrial-rock" è sempre lì, in primissimo piano, nelle manipolazioni del suono, nei ritmi elettronici, nella violenza liberatoria. Gradualmente il disco si fa sempre più intimo e raccolto fino a sfociare nella tenue e visionaria meraviglia che è "La Mer" e nella drammatica aria quasi new age di "The Great Below". Inizia così il secondo disco che, coerentemente, è tutto imploso, dove tutta la "fragilità" che Reznor ha esploso, urlato e messo a nudo nella prima parte, entra in collisione con l'instabilità della sua personalità. Ma non c'è più bisogno delle fantasie omicide del passato: bastano i suoni, soffocanti e contraffatti, e bastano le atmosfere, sempre più criptiche, oscure, malate. "Decay", disfacimento, è parola che ricorre spessissimo nei testi: è di questo che parla Reznor: di raccogliere i pezzi della propria vita e incollarli per vedere che al di là c'è solo disfacimento, invecchiamento, altra sofferenza: ma ora la depressione è, se non superata, almeno interiorizzata: l'artista tormentato, si scopre uomo maturo, ha trovato un equilibrio che nemmeno sognava di poter trovare solo qualche anno prima. "Mr.Self Destruct" non esiste più: il nuovo brano- manifesto si chiama "The Way Out Is Through": affrontata la crisi, la depressione, la solitudine, si trova la via d'uscita, che non è la guarigione ma l'accettazione e la consapevolezza di sé: "Ripe (With Decay)" è l'ultimo brano, bizzarro collage strumentale che termina la gigantesca opera su note di sommessa inquietudine. Così Reznor commenta il disco: "Invece di cercare di analizzare ciò che creavo, l'ho semplicemente lasciato fluire per vedere che cosa saltava fuori. Si trattava semplicemente di non avere mai timori e alla fine mi sono sentito veramente liberato".
L'abituale disco di remix, Things Falling Apart (2000), è trascurabile.
Con la sua agguerrita band al suo fianco (Vrenna è stato rimpiazzato con il fenomenale Jerome Dillon) questo nuovo, "maturo" Reznor si imbarca nel nuovo tour mondiale, il "Fragility Tour", dal quale viene tratto il disco + Dvd live And All That Could Have Been (2002) al quale è associato Still , un album di inediti e versioni alternative: tra gli inediti, bellissime in particolare proprio "And All That Could Have Been" e le strumentali "Leaving Hope" (quasi ambient) e "The Persistance of Loss" (un raffinatissimo adagio da camera); tra le alternate-version, spicca una dilatatissima e straniante esecuzione di "The Day The World Went Away". Artista complesso e geniale, coraggioso e disturbante, di importanza capitale per il rock contemporaneo, Reznor incarna l'antieroe per eccellenza, il simbolo dell'anti-rockstar anni Novanta, dell'artista di "rottura", contro tutto e contro tutti, specie contro sé stesso: la sua è la battaglia di una vita, una battaglia vinta con la sola forza del suo talento. "Mi sono seduto. Mi sono guardato allo specchio. Ho cercato di ricordare che la musica è l'unica cosa che mi ha salvato in passato. Probabilmente se non fosse per la mia carriera con i Nine Inch Nails oggi non sarei più a questo mondo. La mia musica mi ha fatto sentire indispensabile, unico". Esatto! Unico, sotto tutti i punti di vista.
Nel 2005, a sei anni da The Fragile, esce un nuovo album, intitolato With Teeth. Delle innumerevoli strade esplorate in Fragile, Reznor sceglie di approfondire quelle che già in quel disco diedero risultati memorabili in brani come "We're In This Together", "The Day The World Went Away" o "The Fragile". Sceglie di tuffarsi in strutture dirette e meno complesse, che diano risalto a voce, parole, melodie, ritornelli come forse mai aveva osato fare finora. Senza rinunciare ad alcuno dei marchi di fabbrica del Nine Inch Nails sound, Reznor confeziona finalmente ciò verso cui tendeva da sempre la sua arte: confeziona una raccolta di canzoni. E basta.
Perché se qualcosa di With Teeth colpisce, è proprio il suo essere un disco fatto prima di tutto di melodie, di quelle melodie oblique eppure accattivanti di cui Reznor è sempre stato maestro. Ed è un disco sconsolato e intimista: Reznor sembra guardarsi attorno e vedere solo vuoto, distanza, solitudine: non serve più fare ricorso alla violenza, se non in episodi isolati come "You Know What You Are" e, in misura minore, "Getting Smaller"; non servono più catartici flussi di coscienza. Quello che si agita tra le righe del disco è un Reznor forse finalmente in pace con sé stesso, ma per nulla pacificato con il mondo che lo circonda. Ma non c'è più nemmeno rabbia: sembrano esserci solo un sottile e distaccato sconforto, ci sono rimpianti e riflessioni dolorose (su tutte la struggente "Right Where It Belongs").
È un Reznor che si guarda indietro, che guarda a un passato anche lontano ("Only" arriva dritta dagli anni Ottanta senza il minimo tentativo di "modernizzazione", ma è pure uno degli episodi meno convincenti del disco insieme al debole singolo "The Hand That Feeds", mentre l'operazione-nostalgia riesce meglio in "Sunspots"), alla ricerca di un rifugio sicuro. E Reznor è sempre stato prima di tutto un cantautore nel senso più classico del termine: questa sua anima esce finalmente allo scoperto ed ecco allora che l'iniziale "All The Love In The World", che parte in sordina con voce e melodia trincerate dietro un guardingo drum 'n bass, prende via via coraggio e si trasforma in un coro cadenzato che più pop non si può. Ed ecco soprattutto autentici gioielli come la trascinante "The Collector" e come, soprattutto, "Every Day Is Exactly The Same", che col suo immediatissimo ritornello e un crescendo emotivo come solo Reznor sa fare, rappresenta meglio di ogni altro pezzo il tono dell'album.
Se nella parte centrale Reznor tradisce qua e là dei vuoti di ispirazione, gli episodi conclusivi dell'album si collocano su livelli degni dei vecchi capolavori: "The Line Begins To Blur", strofa acida e pesante che si distende in un ritornello epico e sconsolato: da manuale; "Beside You In Time", un incantesimo: Reznor sussurra una ninna nanna, e il mixer la annega in un oceano di feedback deformati, reiterati, sfibranti, fino all'esplosione finale, ancora più ovattata e onirica. E dalle sue ceneri prende vita la già citata "Right Where It Belongs", intensa, disperata confessione degna erede della mitica "Hurt", con uno dei testi più belli mai scritti da Reznor.
Alla fine, con Reznor tornato a chiudersi nella sua "Home", eccoci qui storditi da sensazioni contrastanti: c'è, inutile negarlo, una punta di delusione, ma perché dopo tanti anni ormai troppo alte erano le aspettative, e perché in ogni caso l'ispirazione e la fantasia del nostro non sono più al 100 per cento. With Teeth è nulla più che l'opera minore di un artista superiore.
Trent Reznor fa mostra di rinnovate ambizioni e ispirazioni in Year Zero (2007), il suo album in assoluto più diretto e "politico", acri invettive e adrenalina pura senza troppi giri di parole. Resta tuttavia la sua speciale capacità di rendere altamente sofisticata la materia più rozza e brutale grazie a soluzioni sonore e melodiche sempre all'avanguardia, specie in un brano come "The Beginning Of The End". Ad aprire il sipario c'è la folgorante "Hyperpower" al cui interno troviamo già ben espressi i temi portanti della nuova fatica di Trent: caos, disgusto, guerra, catastrofi attuali e future.
Opera ampia e ben più compiuta rispetto all'altalenante predecessore, Year Zero svaria lungo un raggio di contrastanti coordinante sonore: i fan dell'industrial "duro e puro" possono gioire sguazzando in quella pozza di rifiuti tossici che è la micidiale "Vessel"; splendida e classica "The Good Soldier" soddisferà invece chi vuole un Trent più "synthetico" e accessibile.
A mettere d'accordo tutti magari ci pensa "In This Twilight", perfetta via di mezzo. Certo anche in tutti questi ottimi episodi, una cosa è da mettere in chiaro: non ci troviamo più davanti il Reznor capace di rendere epocale ogni suo gesto e pensiero: quel Reznor non sarebbe mai inciampato in un pastrocchio come "Capital G", ad esempio. E non avrebbe nemmeno avuto bisogno di plagiare senza troppa fantasia il suo stesso passato, come fa nel pur godibilissimo singolo "Survivalism", riciclando senza troppo pudore i brani più accesi del vecchio Broken (1992). Molto meglio semmai quando in quel gioiello di atmosfera che è "The Greater Good" il nostro rispolvera i fantasmi della sua maturità, quelli che popolavano i capolavori di Fragile.
Sorvolando sul solito, scontato, straordinario lavoro sui suoni, segno distintivo della premiata ditta Reznor & Moulder, "My Violent Heart", "The Warning", la clamorosa "Meet Your Master" sono tutti brani perfetti, che Trent sembra ormai in grado di sfornare col pilota automatico. Non parliamo di "God Given" un ritornello e un impianto sonoro di quelli che solo i Nine Inch Nails sanno sfornare.
Con Year Zero, Reznor si dimostra ancora capace di sorprendere, tanto nei momenti più riflessivi che in quelli più violenti.
Con Ghosts I-IV (2008), Reznor realizza un suo antico progetto: una raccolta strumentale, introspettiva e concisa. Registrato e composto nel giro di dieci settimane con gli abituali compari di studio Atticus Ross e Alan Moulder, e l'attiva partecipazione di preziosi collaboratori, vecchi (Adrian Belew) e nuovi (Alessandro Cortini, Brian Viglione dei Dresden Dolls), l'album è anzitutto un'operazione di marketing. Superando quanto fatto dai Radiohead nel 2007 con "In Rainbows", Reznor offre ai suoi fan un lavoro subito disponibile in formato digitale (e scaricabile dall'apposito sito al prezzo di 5 dollari), e al contempo lo impacchetta in due versioni cd, una "normale" e una "deluxe" limitata a 2500 copie alla modica cifra di 300 dollari, già data per esaurita. E c'è pure un quadruplo vinile. Il tutto al grido di "best package ever".
Ma Ghosts I-IV è anche un'operazione di illuminante restyling artistico e creativo. Reznor torna a chiudersi in sé stesso, rivestendo di attualità sensazioni, suoni e spigoli che sembravano essersi consumati. Non è un caso il ritorno di Adrian Belew, il cui apporto è fondamentale.
Frammenti volatili e sfuggenti, grumi di rock deragliato, elettronica acida e industriale, minimalismi pianistici: componenti che si annullano e alimentano a vicenda. Un lungo percorso, quasi due ore; 36 brevi, densi brani strumentali, ognuno dei quali è un universo in miniatura, autonomo e indipendente.
Il progetto "Ghosts" nasce non come album, ma come contenitore potenzialmente infinito. Non c'è la voce, e trattandosi di Reznor la cosa non è di poco conto. Ma il marchio Nin si sente forte e chiaro, dai soffi di sintetizzatore ad agitare calme e buie onde di piano sino alle accelerazioni più deviate e psicotiche.
Colto da una irrefrenabile smania di pubblicare tutto ciò che gli passa per la mente in formato digitale, a poco più di un mese da Ghosts, Reznor rilascia sul sito nin.com un altro nuovo album da scaricare gratuitamente, stavolta un lavoro tradizionale, un album di "canzoni", eseguito da Reznor con i fidi Cortini, Freese e Robin Finck (bentornato!).
The Slip, tuttavia, presenta una manciata di canzoni poco riuscite, diciamolo subito. Una buona metà dell'album scivola via senza lasciare altra traccia che non sia un fastidioso senso di tempo sprecato. A partire dalla pompata e trasandata "1,000,000" e passando per "Head Down", Reznor dà la sensazione di aver passato durante la lavorazione più tempo in palestra che seduto nel suo studio a inventare melodie e arrangiamenti presentabili. "Letting Go" è cattiveria plastificata che esagera all'inverosimile i passaggi meno convincenti di album quali With_Teeth e Year Zero. Non c'è una particolare motivazione che tenga insieme queste canzoni. E' tutto dire che le migliori del lotto siano le simpatiche "Echoplex" e "Discipline", che rispolverano il mai sopito amore di Trent per il sintetico anni 80.
Tutto ciò almeno nella prima metà del lavoro. Nella seconda parte invece Trent risveglia almeno una minima parte del suo talento, prima con l'intimismo pianistico di "Lights In The Sky", poi con le brume ambientali della lunga e fascinosa "Corona Radiata", episodio che con la successiva "The Four Of Us Are Dying" conferma quanto interessanti potrebbero essere gli sviluppi del progetto "Ghosts".

