Siouxsie & The Banshees

Siouxsie & The Banshees

La regina della notte

di Claudio Fabretti

Figlia della Londra anarchica del punk, Siouxsie Sioux è la stella del dark-punk. Dopo i folgoranti anni 80 e il declino del decennio successivo, ha recentemente cambiato rotta, abbandonando i vecchi Banshees e fondando una propria etichetta indie. Metamorfosi di una ex-riot girl che ha rotto con l'industria discografica per andare a vivere tra i gatti nelle valli dei Pirenei

Susan Janet Dallion, aka Siouxsie Sioux, è la "maschera" per antonomasia del dark-punk. Con il suo tipico look stregonesco - parrucca nera, pallore cadaverico, pesantissimo make-up, simboli necrofili e abiti sadomaso - è riuscita a incarnare l'icona definitiva di tutta una stagione, quella dei darkettoni, nerovestiti adoratori di un rock tetro e depresso. Ma limitarsi a questo, nei suoi confronti, significherebbe ridursi a meri cronisti di moda, non di rock. Perché, pur avendo indubbiamento contribuito a "sdoganare" il dark-punk per il grande pubblico e in particolar modo per quello femminile, e avendo quindi conquistato un posto di diritto tra i fenomeni "sociali" del rock, Siouxsie ha avuto anche un altro merito, che pochi le riconoscono: quello di aver, in pratica, gettato le basi musicali per tutto quel movimento, facendo da ponte tra il prima (punk) e il poi (dark). In mezzo, la sua fervente attività di groupie dei Sex Pistols, perfetto tirocinio per il suo futuro di star. Si potrà discutere all'infinito su chi ha "inventato" la musica dark - le litanie sepolcrali di Nico? L'horror-shock di Screamin' Jay Hawkins prima e Cramps poi? I sabbah luciferini degli Amon Duul? Le messe nere dei Black Sabbath? - ma un fatto è certo: il primo disco etichettabile come "dark-punk" (anche se ancora più "punk" che "dark") è del 1978, si intitola "The Scream" ed è firmato "Siouxsie And The Banshees". E' sulla loro scia che nasce quel movimento dark che dominerà gli anni 80, con alfieri come Joy Division, Cure, Bauhaus, Killing Joke, Sisters Of Mercy.
Lo stile vocale e le sonorità tetre di Siouxsie riecheggerrano poi nel repertorio di band di punta del rock "etereo" come Cocteau Twins (la cantante Elizabeth Fraser ha raccontato perfino di aver avuto da ragazzina "un tatuaggio di Siouxsie") e Dead Can Dance. E tracce dei Banshees sono tuttora visibili in gruppi pop attuali, dai Portishead ai Garbage.

Segnate i Banshees. Fatelo adesso.
(Scritta sui muri di Londra, 1978)

Ma procediamo con ordine. "Segnate i Banshees - Fatelo adesso" è lo slogan che si legge sui muri di Londra nei primi mesi del 1978. Siouxsie Sioux e Steven Severin, assieme a Kenny Morris e P.T. Fenton, poi sostituito da John Mckay, suonano intensamente già da tutto il 1977, arrivando a esibirsi anche in Francia e al mitico Parasido di Amsterdam. Ma nonostante questo e il fatto che un folto numero di fan è al loro seguito non riescono ancora a ottenere un contratto discografico. È certo che i Banshees non digeriscono i troppi compromessi che le major discografiche dell'epoca pongono al panorama musicale. Non a caso Pete Silverton intitola un suo articolo, uscito su Sounds, "Il gruppo più elitario del mondo". Poi finalmente, il 9 giugno 1978, firmano per la Polydor Records. Ma la storia dei Banshees comincia con 20 minuti di straziante improvvisazione, basata su "The Lord's Prayer", il 20 settembre 1976 al 100 Club di Londra durante il Punk Festival, organizzato dal famigerato Malcolm McLaren, al quale partecipano Sex Pistols e Clash, (per l'occasione Siouxsie e Steven assoldano Marco Pirroni, futuro chitarrista degli Adam & The Ants, e Sid Vicious alla batteria!), e prosegue con soddisfazione con i concerti e le due partecipazioni al programma di John Peel andate in onda su Radio 1 della BBC tra il '77 e il '78. Siouxsie - proveniente dal Bromley Contingent, il manipolo di fan che seguivano le gesta dei Pistols - folgora subito il pubblico con la sua inconfondibile voce: lugubre, roboante, ipnotica sensuale. Ma a far scalpore è anche la sua presenza scenica: tetra, aggressiva e inquietante.

Siouxsie SiouxSiouxsie è pronta per il grande salto. Per farlo, però, ha bisogno di una band. Ecco allora i Banshees (letteralmente: "spiriti di donna preannuncianti la morte"), guidati dal grande bassista Steven Severin e comprendenti il chitarrista John McKay e il batterista Kenny Morris. Questa formazione dà vita al primo, folgorante singolo "Hong Kong Garden", un lugubre balletto giapponese che si distende progressivamente in una ipnotica danse macabre. Sarà il primo di una lunga serie di singoli ispirati e memorabili, che verranno raccolti in seguito nell'antologia Once Upon A Time. Il pezzo è puro punk-pop, basato su due soli accordi (Ab/F#) e un ritornello in stile orientale, e fa assaporare immediatamente quel gusto "metallic but not metal" (come si legge su una recensione dell'epoca) che contraddistingue i primi Banshees.
Il testo, scritto da Siouxsie, è una riflessione sugli abusi inflitti alla comunità cinese nel ristorante che era solita frequentare con le sue amiche. L'ipnotica e scarna b-side, spontaneamente improvvisata, apre invece i toni all'atmosfera decadente, letteraria e cinematografica che caratterizzerà la band. Il testo, scritto da Severin, viene ispirato dal film "The Haunted Palace" di Roger Corman e da "Oppio, Hashish e Vino" di Charles Baudelaire, e figura la capacità di "vedere" i suoni e "sentire" i colori, fenomeno chiamato sinestesia. Siouxsie usa per la sua voce un "reverse gate reverb" che da l'effetto di echi retrogradi (perfetto per il senso onirico del pezzo), stesso effetto che, come asserisce lei, aveva sentito in "Holy Holy", una b-side di David Bowie. Il gruppo sceglie per la copertina di "Hong Kong Garden" la foto di una donna con il viso coperto, con la precisa intenzione di smentire chi si aspettava una foto di Siouxsie.

Metal is tough, metal will sheen
Metal won't rust when oiled and cleaned
("Metal Postcard")

Tutto è pronto per l'album d'esordio The Scream, l'urlo, (1978). Per sfatare l'uso scontato di una sleeve in stile punk, i Banshees scelgono una foto di Paul Wakefield, che rappresenta a pieno, a detta di Siouxsie, lo spirito della band. Infatti, il titolo "The Scream", è ispirato al film "The Swimmer" con Burt Lancaster, e racconta la particolare vicenda di un ragazzo in viaggio per l'America attraverso le piscine della gente che incontra.
Si consuma il distacco dal "no future" dei cugini punk: la musica dei Banshees, infatti, predilige testi arcaici e atmosfere tenebrose, puntando su sonorità cupe, echi, riverberi e distorsioni snervanti. Un clima a metà tra horror e misticismo occulto, che trova nel cabarettismo macabro della rocker londinese il suo veicolo naturale. Siouxsie aggiorna in chiave punk, e con una pomposità quasi al limite del kitsch, le atmosfere scarne e sepolcrali di Nico, chanteuse dei Velvet Underground nel loro primo album e cantautrice di riferimento per generazioni di goth-fan. Brani come "Carcass", "Overground" e "Metal Postcard" sono intrisi di fumi elettronici e di aromi vagamente psichedelici, sono l'espressione di un punk che ha perso il suo spirito da "white riot" e preferisci rintanarsi negli angoli più bui della mente, alimentando incubi, paranoia e alienazione. Le liriche, i rumori elettrici e l'andamento sghembo, quasi "a spirale", di alcuni brani sembrano riprodurre esperienze mentali di dissociazione psichica, specie nelle composizioni di Severin ("Jigsaw feeling", "Mirage"). Prende piede, poi, una concezione arcaica del sound-Siouxsie (sviluppata soprattutto sul successivo Ju-Ju, che vive di pause e di tamburi tribali, di chitarre forsennate e del canto selvaggio della vocalist. "Pure" è di fatto l'intro del disco, perfetto nella sua dichiarazione d'intenti, ma è con la scarica d'energia chitarristica di "Jigsaw Feeling" che le "sensazioni a puzzle" cominciano a incedere, che i soliloqui, testimoni di dolorosi e scomodi stati d'animo, si susseguono e si rincorrono di traccia in traccia. Frenesia e dissonanza sono i cardini portanti del pezzo, basso e chitarra reiterati, batteria ai limiti del tribale, voce profetica. Poi, in lontananza e lentamente, si costruisce "Overground": tempi dispari, accordi obliqui e penetranti come rasoi. Il pezzo è scandito, pulsante, irresistibile (e a modo suo anche romantico). Il finale è un tripudio di voci intrecciate che rimbalzano di cassa in cassa. "Carcass" rappresenta il punk primordiale del gruppo; il testo è il peculiare racconto dell'innamoramento di un macellaio con la carcassa che sta tagliando! Il primo lato si conclude con la micidiale cover dei Beatles "Helter Skelter". Una nota di basso. La sua ripetizione, tipo campana "a morto". Una chitarra distorta e gemente. Poi, la lenta, trascinata e perversa "voce" intona, o meglio de-tona, i celebri versi "When I get to the bottom, I go back to the top of the slide", la batteria accelera, cresce e cresce ancora, così come la tonalità della voce, sempre più afona, e la tensione.
"Mirage" apre il lato B: la chitarra acustica impreziosisce la chitarra elettrica, mentre le due tonalità vocali scandiscono il ritmo. Il suo aspetto duale descrive genialmente il lamento della canzone: "Le persone ci vedono e prendono in modo superficiale ciò che facciamo", dice Siouxsie. Due aspetti dissonanti: la percezione che i Banshees hanno di loro stessi, e la percezione-miraggio che la gente ha del gruppo. Il ritmo marziale di "Metal Postcard" è un omaggio all'artista anti-nazista John Heartfield; l'intenzione del gruppo è quella di distaccarsi dall'immagine nazista, ricamata dalla gente nel periodo in cui Siouxsie, per provocazione, sfoggiava una fascia con la svastica sul braccio. "Nicotine Stain" esplora la dipendenza dal fumo "I can feel my lungs collapse/ sinking deep into my lap/ I'm so useless"; il mood è sexy-perverso: "Wallow in that ash bath/ soaking up the fumes/ and see the nicotine stain start to spread". La "scena della doccia" del film "Psycho" viene evocata dalla chitarra iniziale della durissima "Suburban Relapse". Il senso di non-appartenenza raggiunge qui il suo culmine con un testo devastante, sorretto da un'infetta melodia di sax, una ritmica dissociata e una dissonante chitarra, in un generale sabba dalla tensione altissima.
Ma è la conclusiva "Switch" che dimostra a pieno quanto solida possa essere la band e quali siano le sue future intenzioni. Siouxsie imprime il suo definitivo stampo con un monumentale inno alla drammaticità. Un altro brano che accelera fino a un ritmo sostenuto, senza però mai raggiungere la furia punk di altri. Il sax è sinistro, il riff arpeggiato è ipnotico, poi riverberato e lugubre, la voce torna a farsi profetica e allucinata, le percussioni secche e tribali. The Scream è un disco ambivalente: acerbo ed entusiasta da una parte, oscuro e profetico dall'altra. Ha "inventato" ciò che allora non era ancora dark o gothic, per poi dispiegare le successive coordinate di questi.

You'll never, never, ever get to heaven
You'll never climb the ladder to heaven
So just shake it, shake it, shake it
Shake it baby - and twist and shout

("The Lord's Prayer")

Robert Smith e Siouxsie SiouxSiouxsie comincia a divenire un personaggio di culto nel circuito underground britannico e non solo. Ma il 1979 è per lei un anno sfortunato. A coronamento di una serie di imprevisti, arriva, a settembre, nel mezzo di un importante tour inglese, la defezione del chitarrista John Mc Kay e del batterista Kenny Morris. Siouxsie allora ingaggia gli amici Robert Smith e Lol Thorlust dei Cure per concludere affrettatamente la tournée. Nonostante ciò, il successivo Join Hands conferma in buona parte il talento del gruppo, che accentua ulteriormente i toni cupi del suo repertorio e la passione per un aldilà dai contorni agghiaccianti. Molti i riferimenti letterari agli autori del preromanticismo inglese, alla poetica irrazionale del "sublime", che vede l'uomo confrontarsi con la potenza infernale della natura per cercare di riscattarsi. "Premature Burial" (sepoltura prematura), presagio ottocentesco di zombie che si aggirano in cimiteri della brughiera e spettri che scoprono tombe, si rifà al tipico gusto per l'occulto che caratterizzò l'opera di artisti come Blake e Redcliffe. E non mancano i rimandi alla narrativa horror di Edgar Allan Poe, con suggestioni medievali ("Icon"), e un diffuso sentimento di malinconia nel solco della poetica romantica ispirata da Ossian.
Musicalmente, comunque, i capolavori sono soprattutto due: "Playground Twist", addirittura spaventosa nel suo refrain straniante di sax e rintocchi di campane a morto, dentro una coltre di distorsioni metalliche, e "The Lord's Prayer", dodici minuti di infernale sarabanda elettrica, con Siouxsie, più che mai sacerdotessa "nera", a imperversare.

Kaleidoscope (1980) è preceduto da un altro cambiamento nella line-up: Smith, con il quale Siouxsie manterrà un rapporto a fasi alterne, tra slanci amorosi e liti furibonde, viene sostituito alla chitarra da John McGeoch (ex Magazine), che si dividerà per un anno la parte con Steve Jones dei Sex Pistols. Alla batteria, invece, subentra il talentuoso Peter Clark, in arte Budgie. Il disco sembra stemperare il fervore demoniaco dei lavori precedenti in un "dark-pop" venato di psichedelia à la Doors e di malinconico romanticismo.
La ninnananna bislacca di "Lunar Camel" ridesta perfino echi di Syd Barrett;
il lungo delirio metallico di "Hybrid" rinnova le ossessioni "psicotiche" della band, mentre i due singoli, la stravagante "Happy House" (sul tema della casa simbolo materno e della solitudine dell'individuo) e l'acustica "Christine", con tanto di riff d'organo, spopolano nelle discoteche dark, contribuendo a rendere ancor più accessibile e popolare il fenomeno-Siouxsie. "Christhine" esce anche con un intrigante retro, "Eve White Eve Black": entrambi i brani sono ispirati al romanzo biografico "Eve" della scrittrice americana Christine Sizemore, un personaggio schizofrenico che sosteneva di avere 22 personalità (!). Nello stesso periodo viene pubblicato anche un altro singolo-capolavoro del gruppo, "Israel", maestoso inno in "crescendo" intonato da Siouxsie su uno sfondo cupo, animato dalle pulsazioni ossessive del basso di Severin e dal drumming tumultuoso di Budgie.

Siouxsie SiouxNel 1981 è la volta di Ju-Ju, probabilmente il miglior album dell'intera produzione firmata Siouxsie And The Banshees. Al suo tipico repertorio gotico-romantico, la "regina della notte" unisce qui il tribalismo stregonesco dell'Africa profonda ("ju-ju" è una tradizione musicale nigeriana). L'uso della musica etnica, combinato con l'elettronica, converge in una sorta di trance allucinata, in un rituale esoterico dai risvolti macabri e funerei. Apre le danze "Spellbound" ed è subito delirio: la furia della chitarra (acustica) di McGeogh e il tribalismo ossessivo delle percussioni di Budgie spalancano le porte degli inferi, mentre Siouxsie canta come una strega indemoniata, in un climax di deturpazioni sonore e urla lancinanti. Del punk resta solo l'impronta - il ritornello, la velocità, l'immediatezza - ma tutto è ammantato da una cappa nera e maledetta. Giusto il tempo di prendere fiato con l'ipnotica "Into The Light", che la band riesplode in un altro dei suoi rituali orrorifici: "Arabian Knights". Il brano sfodera una delle melodie più memorabili del dark-punk, a metà tra atmosfere arcaiche e sapori mediorientali, accompagnata a continue variazioni di ritmo, che sfociano in un galoppo forsennato. Siouxsie è l'indiscussa dominatrice di questa cavalcata sonora nei deserti d'Arabia, con il suo vocalismo selvaggio e sensuale. Dopo tante emozioni, la "danse macabre" di "Halloween" sembra quasi attenuare il pathos, preparando il terreno all'elettronica pulsante di "Monitor".
Gli spettri gotici riaffiorano però in "Night Shift", ballata dalla maestosità satanica: la notte di Siouxsie si consuma in un ideale cimitero muschioso delle brughiere d'Albione, affollato di vampiri, zombie e assassini. E' invece il retaggio punk della band a riemergere nella schizofrenica "Sin In My Heart", che alza il ritmo grazie al drumming indiavolato di Budgie. La chitarra "noise" di McGeogh prende il sopravvento su "Head Cut", in uno scenario horror degno d'un dipinto di Bosch, tra labbra sanguinanti, maschere della morte, teste tagliate e fiamme dell'inferno. E' il preludio all'epilogo grandguignolesco di "Voodoo Dolly", in cui il fervore di Siouxsie straripa in una terrificante orgia necrofila. Il rituale di magia nera della "bambola voodoo" si celebra tra le urla spettrali di Siouxsie, i ricami atmosferici della chitarra di McGeogh e la rumba tribale inscenata da Budgie.


Il mito della "regina della notte" è in pieno fulgore e viene celebrato addirittura con la "profanazione" dell'austera Royal Albert Hall di Londra da parte di orde sfrenate di giovani punk e dark. Un evento testimoniato nello splendido doppio live Nocturne (1983) e nell'omonimo film, che vede una Siouxsie scatenata ballare a piedi nudi, gettarsi a terra e grondare rimmel dal suo impressionante "mascherone".

Can you see?
See into the back of a long, black car
Pulling away from the funeral of flowers
With my hand between your legs
Melting
("Melt")

La carriera di questa inquieta Pierrot della suburbia londinese, però, comincia a scricchiolare. A Kiss In The Dreamhouse (1982), infatti, propone una versione edulcorata del dark-punk degli esordi, ben esemplificata dal suadente singolo "Slowdive", nel segno dei più melensi New Order. Pur mantenendosi su quelle sonorità, l'altro singolo "Melt" è però un saggio di bravura assoluta della cantante, qui nei panni di una affascinante dark-lady animata da neanche tanto velati intenti necrofili: "Can you see?/ See into the back of a long, black car/ Pulling away from the funeral of flowers/ With my hand between your legs/ Melting...". Tra gli altri brani, si segnalano l'ipnotica "Obsession", persa tra sospiri, muraglie di synth e inserti d'archi; "Green Finger", up-tempo con un basso melodico alla Joy Division; e "Painted Bird", che gioca soprattutto sul dialogo voce-batteria. Ma forse il vero vertice del disco è rappresentato dai 4'29'' di "Cocoon", sorta di cabaret dell'orrore, con Siouxsie nei panni di una Marlene Dietrich "dark", accompagnata da un arrangiamento pop-jazz.

Nel 1983 esce Feast primo lavoro a firma dei Creatures, il side-project di Siouxsie e Budgie, destinato a svilupparsi in modo più consistente negli anni successivi.

Robert Smith torna in pianta stabile nel gruppo, alle chitarre e alle tastiere, per l'album Hyaena (1984). La sua collaborazione contribuisce ad addolcire ulteriormente il sound dei Banshees. Miglior saggio di questo nuovo corso è la pomposa sinfonia per archi e tastiere di "Dazzle" (con un'interpretazione meravigliosa di Siouxsie). Degni di nota anche la pianistica "Swimming Horses" e l'intrigante cover di "Dear Prudence" dei Beatles.

Tinderbox (1986) è un'altra tappa del progressivo riallineamento di Siouxsie a più convenzionali canoni pop. Si salva, al solito, il singolo: "Cities In Dust", sinuosa dark-dance propulsa da un sintetizzatore che mima anche il suono delle campane. ll resto dell'album, però, affoga in massicce dosi di melassa e quando tenta di recuperare un pizzico di verve (l'incalzante "Candyman"), lo fa senza brillare particolarmente.

La pressione della casa discografica sul gruppo, nel frattempo, è divenuta quasi insostenibile: neanche undici mesi dopo Tinderbox, "deve" uscire Through The Looking Glass, album di cover, in cui Siouxsie omaggia alcuni dei suoi artisti preferiti (dai Doors di "You're Lost Little Girl" ai Roxy Music di "Sea Breezes", dal Bob Dylan di "This Wheels On Fire" ai Television di "Little Johnny Jewel", passando per i Kraftwerk di ""Hall Of Mirrors"). Un solo brano, comunque, riesce a diventare un hit: la cover della leggendaria "The Passenger" di Iggy Pop, che Siouxsie riesce a rendere ancor più oscura e ammaliante.

Siouxsie SiouxLa discreta verve mostrata nel rivisitare classici del passato manca però a Siouxsie in fase di scrittura, quando si tratta di dar vita alle composizioni del nuovo album Peepshow (1988).
Per l'occasione, la line-up cambia ancora: alla sezione ritmica (Budgie e Severin) si affiancano ora il violoncellista Martin McCarrick e il chitarrista Jon Klein (ex Specimen). Ma i risultati sono modesti. Si salva soltanto una manciata di brani (sostanzialmente) pop: il minaccioso singolo "Peek-A-Boo", la serenata romantica di "Last Beat Of My Heart" e la trascinante "Turn To Stone". Il resto è all'insegna dello smarrimento e della confusione, con la band che, persa la sua direttrice-guida, sembra non sapere più quale rotta imbroccare.

Siouxsie e Budgie, d'altra parte, da diverso tempo si stanno dedicando al nuovo disco dei Creatures, Boomerang, che esce finalmente nel 1989, con sonorità di stampo decadente, ispirate all'esistenzialismo francese del dopoguerra ("Pluto Drive").

You return to Tienanmen
An eyewitness in a shroud
To see them fall, feel them yield
Relieving the terror of the crowd
("The Ghost In You")

Quando esce Superstition (1991) appaiono ormai chiari due fatti: i Banshees hanno del tutto esaurito le loro cartucce e Siouxsie è ormai presa unicamente dal progetto-Creatures. Difficile, altrimenti, spiegarsi il senso di un disco così vacuo e inconsistente, che il solito singolo ad effetto ("Kiss Them For Me") e una sincera ballata su Tien An Men ("The Ghost In You") non possono bastare a riscattare. L'ex regina della notte è giunta al capolinea, con ormai stuoli di fan accumulati in anni di successi, ma con poche e confuse idee in testa.

Da un lato, però, l'insistenza dei discografici, che si ostinano a spremerla come un limone, dall'altro la sua immedesimazione in un ruolo, quello della dark-star di successo, che le si è ormai cucito addosso portano all'uscita di un nuovo, e stavolta ultimo disco firmato Siouxsie And The Banshees: Rapture (1995). La lunga title-track (undici minuti), orchestrata addirittura da un quartetto d'archi, si rivela tanto sofisticata quanto velleitaria. E, nel complesso, il disco affonda in un mainstream pop senza capo né coda, con la sola eccezione del ruggito di "Not Forgotten", che per un attimo fa sobbalzare sulla sedia l'ascoltatore, facendogli balenare davanti i fantasmi delle notti magiche del decennio 80.

Nel frattempo sono usciti anche la seconda raccolta di singoli Twice Upon A Time e l'ipnotico brano "Face To Face", contenuto nella colonna sonora del film "Batman Returns". Ma l'unica vera perla di Siouxsie nel declino irreversibile degli anni Novanta è la splendida ballata "Interlude" (1994), interpretata in duetto con Morrissey, ex-leader degli Smiths L'avvento del Duemila, però, segna un brusco cambiamento, sia nella vita privata che nell'attività artistica della cantante londinese.
L'ex regina della notte si è trasferita in un placido villaggio francese nei dintorni di Tolosa dove vive, in una dimora del XIV secolo, insieme a Peter Clarke in arte Budgie, l'ex-batterista dei Banshees che ha sposato nel 1991.

Ero stanca del cinismo dei discografici, loro pensavano soltanto a sfruttare i miei successi passati per fare soldi, infischiandosene della musica che volevo fare. Così ho deciso di fondare una mia etichetta indipendente, la Sioux Records, e di puntare definitivamente sul progetto-Creatures.
(Siouxsie)

Siouxsie SiouxE' sempre con Budgie che la cantante londinese continua a portare avanti il discorso dei Creatures, di cui è nel frattempo uscito il terzo album, Anima Animus (1999). Un lavoro che privilegia le percussioni, con pulsazioni elettroniche, sprazzi dance (il singolo "2nd floor") e un intrigante pezzo acustico chitarra-voce ("I was me"). Per presentare il disco, i Creatures hanno affrontato una lunga tournée mondiale, che ha toccato anche l'Italia."Ero stanca del cinismo dei discografici - ha raccontato in quell'occasione Siouxsie - Loro pensavano soltanto a sfruttare i miei successi passati per fare soldi, riciclando le stesse cose e infischiandosene della musica che volevo fare. Così ho deciso di fondare una mia etichetta indipendente, la Sioux Records, e di puntare definitivamente sul progetto-Creatures". Stanca del suo personaggio e soffocata dalla macchina discografica, Siouxsie ha così deciso di imprimere una svolta radicale alla sua carriera. Ha lasciato la caotica routine di Londra, che "dopo tanti anni cominciava a stare stretta", per la vita rurale nelle valli dei Pirenei. "Quasi nessuno da queste parti sa chi sono - racconta -. Qualcuno tutt'al più mi definisce "quella cantante un po' strana, che viene dall'Inghilterra...". Ed è difficile immaginare la regina del gotico intenta a dare da mangiare agli animali e a zappare l'orto nella sua magione. Eppure anche Anima Animus, ispirato da un concetto di Carl Jung, è stato concepito in casa. "Era fantastico - racconta Budgie -. Mentre suonavo la batteria in sala da pranzo, Siouxsie ascoltava e cantava dall'altra parte della casa. Molte canzoni sono nate così".

La cantante inglese, che è anche autrice dei testi, ha sempre preferito l'istinto alla programmazione. "Molte delle mie storie - spiega - nascono di getto, magari da sogni che sto ricordano proprio in quel momento. E qualcosa di simile accade per la musica. Gli argomenti delle canzoni sono in parte cambiati, ma mi piace sempre confondere i confini tra buio e luce, tra uomo e donna". Siouxsie, che ha giocato a lungo su temi come necrofilia e ambiguità sessuale, ammette il proprio debito con la rivoluzione glam-rock di Marc Bolan e David Bowie che incendiò l'Inghilterra dei primi anni Settanta. "Dopo di loro, è stato tutto diverso; i cantanti volevano essere effeminati, le cantanti mascoline. E' stata un'epoca di grande libertà sessuale. Il punk, poi, ha accentuato la rivolta; così le ragazze hanno cominciato a diventare sempre più dure e aggressive, a fare paura". E la proverbiale scontrosità di Siouxsie non è certo venuta meno. Ne sa qualcosa un malcapitato drappello di spettatori dell'ultimo concerto romano, che aveva provato a importunarla ed è stato brutalmente zittito. Così, fa un certo effetto sentire l'ex-"riot-girl" della suburbia londinese confessare il suo "storico" punto debole: "Adoro i gatti e non riesco a capire chi non li ama".

Nel 2003 Siouxsie è tornata con i Creatures per incidere Hai!, lavoro più marcatamente sperimentale, realizzato insieme a Leonard Eto, percussionista giapponese dei Kodo. L'album è diviso in due parti: la prima parte più "tribale", la seconda più "romantica", sia dal punto di vista dei suoni, sia da quello dei testi. Brilla soprattutto l'iniziale "Say Yes!", una cavalcata percussionistica caratterizzata dal daiko (grande tamburo giapponese) di Eto, e in cui la voce di Siouxsie appare solo in coda per pronunciare le parole "No more maybe, no more could be. Say Yes!".
La nuova frontiera dell'ex regina delle notti dark d'Albione sembra ormai quella di una raffinata (anche se non sempre ispiratissima) musicista d'avanguardia, decisa a pubblicare solo i dischi che realmente le interessano.

Siouxsie SiouxCon Mantaray (2007) Mrs. Dallion firma il primo lavoro solista della sua lunga carriera.
Quello che manca al disco è la solidità di scrittura dei brani: un problema compositivo, quindi, che viene bilanciato dalla accuratezza, opulenta a volte ma mai ridondante, degli arrangiamenti.
L'iniziale "Into A Swan" è un pezzo al fulmicotone: distorsioni divelte e percussioni maniacali disegnano un brano epico e umbratile. "About To Happen", invece, si perde in un tappeto di tastiere tanto pacchiano e barocco da ricordare i peggiori Muse. Il disco si riprende bene con tre brani d'atmosfera: la fanfara notturna di "Here Comes That Day", il sensuale crooning noir di "If Doesn't Kill You" e la morbosa "Loveless". Scorie di follia siouxsiana si ritrovano nella galoppata delirante di "One Mile Below", mentre in "Drone Zone" si delinea una sorprendente rumba "malata" per contrabbasso, piano e fiati.
Gli ultimi tre pezzi oscillano tra la resa accettabile del tango decadente "Sea Of Tranquillity" e quella biasimevole delle fin troppo zuccherose "They Follow You" e "Heaven And Alchemy".
Infine, la produzione laccata toglie forse immediatezza a molti dei brani, ma in compenso li riveste di un fascino particolare, di una torbidezza meno inquietante e più elegante.

Contributi di Massimiliano Lana ("The Scream") e Salvatore Setola ("Mantaray")

Siouxsie & The Banshees

La regina della notte

di Claudio Fabretti

Figlia della Londra anarchica del punk, Siouxsie Sioux è la stella del dark-punk. Dopo i folgoranti anni 80 e il declino del decennio successivo, ha recentemente cambiato rotta, abbandonando i vecchi Banshees e fondando una propria etichetta indie. Metamorfosi di una ex-riot girl che ha rotto con l'industria discografica per andare a vivere tra i gatti nelle valli dei Pirenei
Siouxsie & The Banshees
Discografia
 SIOUXSIE AND THE BANSHEES

 

  

 

The Scream (Geffen, 1978)

7,5

Join Hands (Geffen, 1979)

7

 Kaleidoscope (Geffen, 1980)

6,5

Ju-Ju (Geffen, 1981)

8,5

Once Upon A Time - The Singles (antologia, Geffen, 1981)

 

 A Kiss In The Dreamhouse (Geffen, 1982)

6,5

Nocturne (live, Geffen, 1983)

8

 Hyaena (Geffen, 1984)

6

 Tinderbox (Geffen, 1986)

6

 Through The Looking Glass (Geffen, 1987)

7

 Peepshow (Geffen, 1988)

6

 The Peel Sessions (Dutch East India, 1991)

 

 Superstition (Geffen, 1991)

5

Twice Upon A Time - The Singles (antologia, Geffen, 1992)

 

 The Rapture (Geffen, 1995)

4

  

 

 THE CREATURES

 

  

 

 Feast (Wonderland, 1983)

 

 Boomerang (Geffen, 1989)

 

 Anima Animus (Instinct, 1999)

6

 Hai! (Sioux, 2003)

6

   
 SIOUXSIE 
   
 Mantaray (Universal, 2007) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Siouxsie su OndaRock
Recensioni

SIOUXSIE

Mantaray

(2007 - Universal)
Primo disco solista, in 30 anni di attivitą, per la regina dark

SIOUXSIE AND THE BANSHEES

Ju-Ju

(1981 - Polydor)
Le danze macabre della regina del dark-punk, tra incubi e riti voodoo

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