Sunn O)))

Sunn O)))

I sacerdoti neri del drone

di Antonio Silvestri

Nati come un duo ossessionato dal drone assordante degli Earth e dalla lentezza esasperante dei Melvins, sono diventati una delle più importanti formazioni sperimentali del metal degli ultimi vent'anni. Un lungo travaglio interiore risolto in un commovente approdo spirituale
Un ragazzo di origini italiane lavora in una fabbrica inglese. Siamo a metà degli anni 60 e la scena musicale di Birmingham, dove il ragazzo vive, è in fermento. Un incidente sul lavoro, però, mutila le sue dita: perde l'ultima falange di medio e anulare. Medita di rinunciare a suonare la chitarra per sempre, poi ascolta uno dei più talentuosi chitarristi jazz di sempre, Django Reinhardt. Anche se Anthony Frank, questo il nome di battesimo del ragazzo, non è esattamente un cultore del jazz, è pur sempre un chitarrista: rimane subito colpito da quel prodigioso jazzista europeo. Ma non è la creatività di Reinhardt che fa la differenza, per Anthony Frank, quanto la sua storia personale: quel jazzista ha superato un grave incendio che lo ha menomato, sfregiato e costretto a suonare con due dita paralizzate sulla mano sinistra. Dato per finito, ha continuato a suonare la chitarra superando il suo handicap. Per Anthony Frank, per gli amici semplicemente Tony, è una rivelazione. E proprio questo Tony, che di cognome fa Iommi, diventa il chitarrista dei Black Sabbath. Inizia ad abbassare l'accordatura del suo strumento, per facilitare l'esecuzione alla sua mano mutilata, scoprendo un suono cavernoso e minaccioso. I Black Sabbath diventano in pochi anni leggende dell'heavy-metal e fondamento del doom-metal: musica pesante, lenta e dominata da chitarre ribassate, che affronta tematiche oscure.

I Black Sabbath, la band di Tony Iommi ma anche del celebre Ozzy Osbourne, non si sono sempre chiamati così. Avevano scelto, inizialmente, un nome abbastanza banale: Earth. Talmente poco creativo che in Inghilterra esiste già un gruppo psichedelico con quel nome ed è anche il nome di una terza band ai margini della storia, quella originaria di Bruce Springsteen. Tenete a mente questo nome, perché è destinato a tornarci utile fra poco.
Nei venti anni abbondanti in cui l'umanità non ha avuto una band rilevante chiamata Earth, sono successe molte cose nell'heavy-metal. Dai tempi dei Black Sabbath questo stile musicale duro e assordante è diventato un'istituzione degli anni 70, ha raccolto gli spunti del punk ed è mutato in nuovi stili, sempre più veloci ed estremi, nel corso degli anni 80 e primi anni 90. Affiancate a questa linea evolutiva, però, ne esistono almeno altre due: quella della commercializzazione pop-metal e quella, lenta e pesante, del doom-metal. Noi ci concentreremo proprio su quest'ultima, se non altro perché è la più trascurata emanazione dell'heavy-metal anni 80, prediligendo però una prospettiva atipica.

Più che sugli esponenti classici di questo stile, fra i quali svettano Pentagram e Candlemass, focalizziamoci sui riff di chitarra e sulla lentezza dell'esecuzione. Scandagliando, in questo senso, il panorama doom-metal, individuiamo una band che più di tutte sembra voler portare l'idea del lento e pesante in musica: i Melvins, da Washington. Già nel 1987, con l'esordio "Gluey Porch Treatments", dimostrano di credere in un rock al rallentatore, dove incatenano la furia dell’hardcore-punk a chitarre assordanti e cacofoniche, inventando lo sludge-metal. Nel 1991 è "Bullhead" che contiene uno degli snodi fondamentali della storia che stiamo raccontando: "Boris", otto minuti e mezzo di Black Sabbath a metà velocità, con le chitarre in primo piano che insistono cocciutamente su ripetizioni meccaniche, esaltanti celebrazioni della potenza sonora dello strumento.
Nel 1992 i Melvins superano anche questo vertice di lentezza e pesantezza con l'album omonimo, meglio conosciuto come "Lysol", e brani come "Hung Bunny", un colosso di 11 minuti dominato dal fiume magmatico delle chitarre distorte, con un'esilissima struttura ritmica che si sveglia solo dopo 8 minuti. Il tempo quasi si ferma, il suono fluttua nello spazio e assorbe l'ascoltatore. Ogni nota è un rituale sonoro, tanto è sacrale l'attesa per la prossima plettrata.
Dicevamo del nome Earth, scartato dai Black Sabbath perché condiviso da una band conterranea. Quando Dylan Carlson, un chitarrista di Washington, fonda la sua band nel 1989 sceglie proprio quel nome essenziale. Il capolavoro "Earth 2: Special Low Frequency Version" (1993) è la versione estrema dei Melvins più lenti e pesanti. Tre brani in 73 minuti, uno sfora persino i 30 minuti. Tutto strumentale, con la quasi totale assenza di strumenti ritmici. All'epoca Carlson lo chiama ambient-metal, oggi lo chiamiamo drone-metal. Il drone - in italiano a volte si usa bordone - è una nota sostenuta per molto tempo, a volte per interi minuti. Il drone-metal usa la chitarra per produrre suoni sconfinati e psichedelici che mutano a suon di feedback, echi e distorsioni.

Quando Stephen O'Malley fonda con Greg Anderson la sua band a Seattle, nel 1998, non sa ancora che sarà lui a proseguire questa storia partita dalle falangi perdute di Tony Iommi. Anderson fonda nello stesso anno anche un'etichetta discografica, la Southern Lord, destinata a diventare un faro per la scena metal più sperimentale. Dovendo scegliere un nome per la band, i due optano per Sunn O))), in omaggio alla marca di amplificatori e alla grafica del logo. Sembra anche un tributo agli Earth, per il tema cosmico e per la condivisa passione per quello specifico brand (un live degli Earth del 1996 si intitola "Sunn Amps And Smashed Guitars").
Nei preistorici The Grimmrobe Demos (1999), 500 copie poi ristampate nel 2005 a uso e consumo dei completisti, i Sunn O))) fanno di tutto per omaggiare gli Earth: uno dei tre brani dell'edizione originale si chiama, testualmente, "Dylan Carlson". Ma questi demo, nonostante i prestiti dai fondatori del drone-metal, sono comunque spaventosi per le orecchie e l'anima. Tre brani, 55 minuti. Il primo, "Black Wedding" (19 minuti), emerge dalle tenebre e scopre visioni psichedeliche aliene mentre si porta avanti un riff di chitarra assordante e cupo, frutto di un'accordatura tanto ribassata da ridicolizzare quella storica di Iommi. "Defeating: Earth's Gravity" (15 minuti) toglie anche le bave psichedeliche concentrandosi sull'effetto stordente dei fendenti di chitarra, anche se dopo dieci minuti emerge una sorta di assolo doom-metal e nel finale il suono si rischiara, acquietandosi infine in vibrazioni galattiche. La già citata "Dylan Carlson" è una composizione di 21 minuti che macina un lentissimo riff di chitarra per qualche minuto solo per aprire a un'atmosfera di tensione insostenibile e lanciarsi nel successivo riff, ritrovando nel finale un barlume di umanità nei lamenti chitarristici.
La versione del 2005 aggiunge i 17 minuti di "Grimm & Bear It", aperta da un incendio di distorsioni insolitamente acute per il loro registro ma comunque dominata dai riff lugubri e conclusa da una lunga coda allucinogena.

The Grimmrobe Demos è il punto di partenza della band, la testimonianza della fascinazione più plateale per gli Earth. Serve soprattutto a definire un'estetica estrema, fatta di impatto fisico del suono e di una diversa concezione del tempo in musica. È con il successivo ØØ Void (2000) che dietro al tributo inizia a notarsi una band destinata segnare l'heavy-metal di inizio millennio. Quattro brani, 58 minuti: circa 15 minuti a brano, tanto da delineare l'ombra di un "formato".
Apre "Richard", ed è già un altro mondo rispetto ai demo: domina la coppia assordante di chitarre, ma intorno al nono minuto la vibrazione devastante del drone contrasta con radiazioni chitarristiche più acute, tanto gelide da richiamare l'estetica black-metal. Sul finale proprio questa radiazione prende il sopravvento, in un tripudio dissonante che ricorda più l'avanguardia classica che "Earth 2". "NN O)))" a metà interrompe l'assalto ai timpani, facendo intravedere l'angosciante solitudine che si nasconde sotto la musica funebre del duo.
Vi ricordate che abbiamo parlato dei Melvins e della loro "Hung Bunny"? La terza traccia, "Rabbit's Revenge", è una fantasiosa reinterpretazione di un oscuro brano che la band di Washington suonava in sede live a inizio carriera. Il tributo è esplicitato, si fa per dire, da un campionamento dopo il quinto minuto. Non è, insomma, un coniglio qualsiasi. L'ultimo brano, "Ra At Dusk", prende il ritmo da una vibrazione distorta e fuori controllo, ricordando da vicino le escursioni cosmiche tedesche. È il brano più estremo in termini compositivi, una nube sonora dove il gesto musicale è spesso irriconoscibile: liberata la potenza della chitarra con la sua teoria di distorsioni ed effetti, i due si limitano a direzionarne il monologo assordante.

Come insegna il minimalismo, da cui i Sunn O))) riprendono la filosofia compositiva ed estetica più di quanto possa sembrare, la variazione è individuabile dall'ascoltatore se questo accetta di calarsi nella composizione. Il duo allestisce un ambiente lugubre, una notte sconfinata che non tarderà molto ad assumere connotati mistici. Lascia all'occhio (fuor di metafora, al timpano) il tempo per abituarsi a tutto quel nero. Sommerso dall'angoscia, circondato da tanta opprimente potenza, l'occhio diventa vigile a ogni minimo movimento. Non è solo paura, ma uno stato d'attenzione differente in cui il tempo sembra smettere di esistere e la sfera percettiva più intima diventa vivida, l'unico strumento per orientarsi.

Flight Of The Behemoth (2002), superati altri due colossi drone-metal come "Mocking Solemnity" (9 minuti) e "Death Becomes You" (13 minuti), fondamentalmente un unico mostruoso tributo ai soliti Earth, svela un'anima musicale nuova. Sono infatti i successivi due brani, mixati dal gigante del noise giapponese Merzbow, a far risaltare spunti classicheggianti finora ben celati. Un pianoforte domina l'inizio di "O))) Bow 1", mentre a seguito dei soliti droni lugubri le chitarre cercano di riconquistare terreno con fendenti a media frequenza degni dei wall of noise più intransigenti. La tormentata litania di distorsioni è decisamente più movimentata di tutto quello pubblicato in precedenza dalla band e gli assalti sonori improvvisi instillano un dinamismo inedito. "O))) Bow 2" emerge dalla notte più nera dell'anima con chitarre-motosega e un vento di morte che soffia fortissimo. Tanto è assordante l'insieme che l'onnipresente vibrazione dei droni rimane seppellita. Quando suoni rovesciati e terribili dissonanze pianistiche, a volumi spaccatimpani, intervengono in questo inferno, il ponte fra manipolazione elettronica, avanguardia classica dissonante e drone-metal è definitivamente stabilito.
La coppia di "O))) Bow" è uno snodo fondamentale della carriera: la prima collaborazione con un importante artista esterno al duo è un'apertura a sonorità differenti e sperimentali, in dialogo con le avanguardie e il noise. Un traguardo estetico che è solo in parte ridimensionato dalla conclusiva "F.W.T.B.T.", tributo irriconoscibile a "For Whom The Bell Tolls" dei Metallica, che reintegra basso e batteria, riavvicinandosi agli amati Melvins.

La strada per il futuro della band è ormai stata tracciata: sperimentazione e apertura ai contributi esterni per uscire dal solco ormai usurato di Melvins e Earth.
White1 (2003) vede la partecipazione del poliedrico Julian Cope, che per l'occasione recita una poesia esoterica su "My Wall", la traccia d'apertura di 25 minuti. Le chitarre lasciano spazio alla voce, per la prima volta nella discografia. La recitazione è ben lontana dal suono degli esordi, affiancata da fischi e spettrali melodie che solo nella seconda metà sono sostituite da più corposi e assordanti droni. "The Gates Of Ballard" si apre con il canto di Runhild Gammelsæter, cantante già presente negli effimeri Thorr's Hammer, una formazione in cui militavano anche Anderson e O'Malley, ma che ha vissuto nella sua prima incarnazione una manciata di settimane. A seguito del contributo cantato arrivano basso e drum machine, destinati a lasciare spazio agli ormai familiari droni dopo circa 9 minuti, prima di tornare per il finale. Pur se suona quasi comico, è la traccia più ritmica che i Sunn O))) abbiano mai composto, nonostante non sembri portare avanti molte idee nei suoi 15 minuti abbondanti.
Terzo e ultimo brano, "A Shaving Of The Horn That Speared You" inizia con una chitarra che balugina nel buio con glissando sparuti, in un clima di attesa e tensione minaccioso ma più atmosferico che assordante. Muovendosi a ondate, lentissimamente, il brano fa emergere dettagli: un sospiro ectoplasmatico, una melodia deforme, una tessitura di dissonanze sparse nel desolante arrangiamento. Si arriva alla fine, ed è una notizia, per nulla storditi, magari angosciati da questo agghiacciante viaggio nell'impero del dolore.

Anche se White1 mantiene forti collegamenti col passato della band, ribadito nella seconda dozzina di minuti di "My Wall" e rievocato in un più umano richiamo ai Melvins in "The Gates Of Ballard", è la prova tangibile di una chiara intenzione di rinnovamento. Peccato che non giunga a compimento di questa fase transitoria neanche White2 (2003), aperto da una "HELLO-O)))-WEEN" che potrebbe stare sui primi demo. "bassAliens" (23 minuti) è invece una gradita evoluzione dai modelli tanto adorati: aperta da uno stillicidio psichedelico, prende lentamente la forma di una trenodia sempre più assordante, rivelando un'anima violenta da affiancare a quella malinconica. I fischi penetranti mimano gli archi spettrali di una sinfonia deflagrata, fino al finale convulso di scorie sonore, un indecifrabile puzzle di cacofonie.
Dietro il microfono della conclusiva "Decay2 [Nihils' Maw]" troviamo persino Attila Csihar, già in Mayhem e Aborym. Sono 25 minuti di tuffo nel buio più impenetrabile. L'apertura è un lugubre e sconfinato affresco cosmico in cui la voce arriva come un'allucinazione orrorifica, una mostruosa presenza subconscia, quando invece si poteva sperare in un pur flebile elemento umano. Poi le voci si moltiplicano in un coro ultraterreno e incomprensibile, fino a diventare un'opera lirica degna, per grandiosità e solennità, della morte dell'universo stesso. Solo superata questa prova annichilente si può ascoltare il coro alieno ripetersi, accompagnando la voce mostruosa, mentre i droni di diradano.

Insieme White1 e White2 fungono da opere di transizione, capaci di proiettare in avanti la formazione, ma ancora impegnate a ripercorrere alcune soluzioni, alla ricerca forse della forma definitiva da cristallizzare nel tempo di alcune soluzioni.

Nel 2004 la band pubblica anche un Ep diviso con gli Earth: Cro-Monolithic Remixes For An Iron Age, remix di brani destinati ai collezionisti. Dopo l'Ep Candlewolf Of The Golden Chalice (2005), una "Peel session" che contiene solo i quasi 20 minuti del brano omonimo, i Sunn O))) sono finalmente pronti a tirare fuori dal cilindro un'opera ambiziosa come Black One (2005). O sarebbe meglio dire "tirare fuori dal cappuccio", visto che dal vivo vestono delle lunghe tuniche nere che nascondo il volto, rese ancor più scenografiche dalla nebbia diffusa durante i concerti e dai volumi proibitivi a cui sono soliti esibirsi.
L'album nero lo è in molti sensi: funebre come sempre, ma anche legato a doppio filo con il black-metal, tanto da sembrarne una versione distillata e atmosferica. Il clima da tregenda dell'iniziale "Sin Nanna" serve a creare il giusto contesto per "It Took The Night To Believe", un riff gelido di black-metal doppiato dal drone terremotante classico della band. Dopo una manciata di secondi interviene la voce mostruosa di Wrest della band ambient-black-metal Leviathan, un lamento da moribondo che recita frasi inquietanti. È una psichedelia nerissima, un'allucinazione black-metal che non ha precedenti nella loro discografia e pochi termini di paragone in generale.
"Cursed Realms (Of The Winterdemons)", una cover degli Immortal, è urlata da Malefic, cantante degli Xasthur. Si tratta di dieci minuti di folate assordanti di noise ultraterreno e fendenti di chitarra annichilenti. Le più tradizionale, per i loro standard, "Orthodox Caveman" e "CandleGoat" fanno temere che la spinta sperimentale si sia esaurita, impressione che "Cry For The Weeper" fa vacillare con tastiere atmosferiche e rintocchi sinistri.
In chiusura, troviamo il possibile capolavoro dell'intera carriera, "Báthory Erzsébet". Il brano, omaggio ai Bathory e alla figura della contessa più amata del black-metal, sviluppa in 16 minuti un lento ritmo ai limiti dell'infrasuono, accostandolo a campane tubulari e poi, finalmente, facendo intervenire le solite chitarre distorte. Una liberazione dall'ottundente clima funebre, un balzo al cuore che poi è ingabbiato nell'angoscia più nera dalla voce di Malefic, che sembra provenire dall'oltretomba, come indicato nelle note del disco. Questo rituale spiritico, questa visione d'incubo dall'aldilà è il precipitato di trent'anni di black-metal e doom-metal, uno dei brani più agghiaccianti che il mondo metallico abbia mai partorito.

La ricchezza di Black One, quantomeno delle sue composizioni maggiori, è solo in parte merito del nucleo fondante dei Sunn O))). Oltre ai già citati cantanti presi in prestito dal mondo black-metal, un ruolo fondamentale è rivestito da due polistrumentisti: Oren Ambarchi e Mathias Schneeberger. A questi si affianca un meno esteso contributo elettronico di John Wiese (già in Bastard Noise e Sissy Spacek). Da duo quale erano, i Sunn O))) sono diventati un progetto aperto a collaborazioni esterne, che ne modificano profondamente il suono. Black One diventa così l'inizio di una nuova carriera per la band, finalmente emancipata dallo stile ripetitivo e monolitico degli esordi.

Inizia un periodo di collaborazioni importanti. Lo split-album Angel Coma (2006) presenta una composizione dei Sunn O))) e una degli Earth. Il contributo dei Nostri, "Coma Mirror", è un lungo incubo che, partendo dal loro distillato black-metal, affonda poi in un muro di noise spaccatimpani. Non aggiunge molto ai vertici di Black One, ma testimonia un'ancora maggiore vicinanza a Dylan Carlson, che infatti sarà ben presente nella formazione in futuro.

Più interessante per la storia della band l'album collaborativo Altar (2006), insieme ai campioni dell'avanguardia metal giapponese, i temibili Boris (che prendono il nome da un brano dei soliti Melvins, quando si dice essere un gruppo influente). La presenza della band dell'estremo Oriente conferisce un suono più vicino alla canonica formazione rock, che recupera la batteria, per quanto in funzione espressionista più che ritmica, e il basso. Le chitarre rimangono comunque padrone incontrastate, anche perché sono diventate ben quattro nell'iniziale "Etna". Decisamente più sorprendente "The Sinking Belle", ballata folk-rock rassegnata, sospirata dalla Jesse Sykes già attiva con gli Sweet Hereafter, una ballata nella penombra che nulla ha a che fare con la discografia delle due band titolari del disco.
La pausa è comunque del tutto temporanea: il drone galattico di "Akuma No Kuma", con vocoder, trombone, synth e moog arriva non lontano a dove approderanno i futuri Fuck Buttons. "Fried Eagle Mind" dirada la tensione in una lugubre ninna-nanna imbevuta di riverberi e sfregiata dal rumore più atroce, tanto c'è "Blood Swamp" a chiudere con la più angosciante delle stasi allucinate, un tormento dove fischi e lamenti delle chitarre formano un ultaterreno coro di dannati.
La versione limitata dell'album contiene anche "Her Lips Were Wet With Venom", 28 minuti in compagnia, fra gli altri, di Dylan Carlson. Si tratta di uno sconfinato mostro a più teste, vale a dire chitarre, dove il fondatore degli Earth riveste il ruolo del poeta del deserto che fa risuonare il proprio strumento in un paesaggio estraneo a ogni forma di vita.

L'Ep del 2007 Oracle contiene due sole composizioni, al solito, chilometriche. Sono entrambe legate a una collaborazione con la scultrice Banks Violette, che ha trasformato in statue la band per una mostra a Londra. La prima, "Belülrol Pusztít", è per martello pneumatico e voci mostruose, montate sui droni lugubri di sempre. "Orakulum", dopo qualche minuto introduttivo, scopre la sua natura di rituale oscuro, a metà fra canto tibetano, preghiere proibite e invocazioni agli dei esterni Lovecraft-iani.
Nell'edizione limitata, completa la tracklist la sconfinata "Helio)))sophist", di oltre 46 minuti: un collage di alcune esibizioni della band in Europa che sembra perfetta per i completisti.

Il sesto album, Monoliths & Dimensions (2009), è un degno seguito di Black One. Non solo è in grado di dare nuova linfa ai droni della band, ma ne segue l'approccio collaborativo, integrando a voce e strumenti alcuni artisti di grande caratura: l'amato Dylan Carlson degli Earth, l'ormai fido Oren Ambarchi, il compositore Eyvind Kang, l'ugola infernale di Attila Csihar e due trombonisti, Julian Priester e Stuart Dempster. Non bastasse, troviamo sparse nel disco le presenze di archi, ottoni, arpe, flauti, corni, pianoforte, strumenti ad ancia e persino un coro femminile viennese condotto da Jessika Kenney.
L'album consta di un quartetto di brani con le solite proporzioni ciclopiche. "Aghartha" (17 minuti e mezzo) dà il tempo all'anima di abituarsi al buio, scendendo nel lago nerissimo delle distorsioni e dei droni. Arriva la voce lugubre di Attila Csihar a recitare la trenodia con impassibile spirito funereo, iniettando tensione col supporto dell'inedita strumentazione estesa. Al nono minuto è già una sinfonia sinistra e assordante, al decimo un insostenibile vespaio di archi angoscianti e fiati martoriati, all'undicesimo si aggiungono scricchiolii e rintocchi funebri, lasciando poi al pianoforte lo scettro del rituale, condotto a suon di lugubri tonfi. Scarnificata, questa musica liturgica riorganizza le proprie scorie mentre la voce, lenta e cavernosa, continua terrificante a recitare, avvolta dai fiati tormentati. Lentamente, molto lentamente, sorge dalla distruzione un rumore d'acqua e pian piano i tromboni modulano un om, prima di lasciare sola la voce nel vuoto più desolante.
"Big Church [Megszentségteleníthetetlenségeskedéseitekért]" (quasi 10 minuti) si apre con un coro femminile a introdurre i droni catacombali, destinati a unirsi in un ossimoro totale, quasi metafisico: il coro di voci umane vibranti d'emozione che combattono l'inumano ringhio sconfinato delle chitarre. A completare il già ricco quadro interviene una preghiera da invasati, recitata con ipnotica convinzione. Il brano funziona fino alla fine, alimentando questi avvicendamenti e queste sovrapposizioni, suggerendo una lettura filosofica: il tormento dell'anima (i cori femminili) interpreta la violenza della natura (i droni assordanti) per tramite di un rituale liturgico (le preghiere esoteriche da invasato). In ogni caso, è palese un'esaltazione dell'aspetto più ritualistico e spirituale, declinato con creatività rara.
"Hunting & Gathering (Cydonia)" recupera l'aura black-metal di Black One, questa volta con chitarre più dinamiche ad accompagnare il recitato mostruoso, poi si trasfigura in cori lugubri e soprattutto in un tripudio dei più spettrali fiati, raggiunti infine anche da cosmici inserti di sintetizzatore. Si chiude in om eterni lasciati fluttuare nel cosmo deflagrato.
A coronamento dell'opera, "Alice" (16 minuti), l'abbandono del drone assordante e ottudente per la plettrata riecheggiante, associabile proprio agli Earth di quel periodo, più umani e atmosferici. Una lentissima melodia di chitarra conferisce il senso del tempo, intervenendo nel silenzio appena disturbato dal basso tellurico, colorandosi di svolazzi orchestrali. Lentamente la composizione prende corpo, diventando persino epica nella sua lentezza maestosa: ottoni compaiono a rinforzo dell'ascensione al rallentatore, l'aria si rischiara fino a lambire un jazz orchestrale con arpa e sbuffi d'archi. Facile, in questo senso, capire il titolo dedicato ad Alice Coltrane e al suo spiritual-jazz, ma totalmente inaspettato è il percorso della composizione: "Alice" segna l'espiazione dal dolore sconfinato e dall'angoscia di un'intera discografia, l'approdo dolce nella speranza malinconica, la visione commovente del cielo stellato e luminoso dopo aver attraversato gli inferi dell'anima.

Con Monolith & Dimensions i Sunn O))) sembrano portare a compimento un lungo travaglio interiore. Arricchiti musicalmente da illustri contributi di tanti musicisti, rendono non solo possibile ma persino commovente la transizione dall'abisso più nero alla più poetica delle luminose notti estive. Dalle iniziali e monolitiche composizioni punitive a base di droni spaccatimpani si è giunti prima a una dimensione mostruosa e nera come la pece, ma già più passionale e umana, e infine a un ampliamento tale della tavolozza stilistica da poter racchiudere, in sole quattro composizioni, la più insperata delle mutazioni: l'uscita tanto agognata dalla catacomba, all'aria aperta.

Si apre quindi un secondo periodo di collaborazioni. Si inizia in sordina, con una deformata cover dei Suicide, su Che (2009), split di tre brani. Quello dei Nostri è in collaborazione con i Pan Sonic, mentre gli altri nomi titolari sono Alan Vega e Stephen Burroughs. Anche considerando la brevità del brano, la natura di cover e quello che arriverà di lì a poco, è un dettaglio per collezionisti.

Già più sostanziosa la collaborazione con Nurse With Wound per The Iron Soul Of Nothing (2011), una sorta di rilettura di ØØVoid in chiave dark-ambient con "Ash On The Trees (The Sudden Ebb Of A Diatribe)" che si staglia come il loro doom più tradizionale, reso più creativo da rumori sinistri e un inaspettato momento di cacofonia e allucinazioni.

Per la collaborazione con gli sperimentali Ulver, intitolata Terrestrials (2014), le due band propongono tre improvvisazioni live. Il risultato vale molto meno della somma delle parti: l'apertura con "Let There Be Light", pur suggestiva con i suoi ottoni, sembra il prologo a un climax che, anche quando arriva, non stupisce né per intensità né per originalità. "Western Horn" introduce i droni tanto amati, sovrastati da una sinfonia tragica di archi strazianti, ma nei suoi 9 minuti abbondanti non riesce a togliere l'impressione che si tratti di un abbozzo. "Eternal Return", malinconica e cameristica, è invece una composizione che fonde il drone con il post-rock, capace con la voce dell'ottimo Kristoffer Rygg di elevarsi a canto vibrante d'emozione.

Sempre nel 2014 arriva la più inaspettata delle loro collaborazioni, quella con il cantautore sperimentale Scott Walker per Soused. Si alternano un canto accorato a miasmi dronici e spunti gothic-rock nell'iniziale "Brando". Circondato da musiche infernali ma anche piuttosto statiche, Walker sembra perdere forza espressiva in "Herod 2014" e "Lullaby", mentre in "Bull", ben più movimentata, la fusione con i sacerdoti neri del metal sembra sortire i risultati più peculiari, con una prima parte che destruttura il gothic-rock.
Pur essendo una fusione inedita, che trova qualche collegamento nella recente discografia del cantautore, l'album non sembra né un vertice per i Sunn O))) né per Walker.

Che il percorso artistico della formazione sia giunto a termine, o quasi, è confermato dal settimo album, Kannon (2015). Decisamente più breve, totalizza appena 33 minuti e tre brani che si configurano come un'unica lunga composizione. La sfumatura spirituale è rimasta ben presente, si sente sin dalla prima parte, segnata dal contributo vocale mai così spaventoso di Attila Csihar, un ringhio alieno su cui costruire una nuova ascensione al cielo. La seconda parte propone un crescendo di droni chitarristici sfidato da un coro liturgico mentre il finale, di 11 minuti, evita di appiattirsi sulle note sconfinate facendo esplodere le chitarre a media frequenza mentre una trenodia è intonata da un coro. Al settimo minuto si fa spazio una voce torturata dal dolore, che accompagna con il suo crescendo drammatico il brano alla propria conclusione, un feedback acuto e assordante.
Niente di tutto questo aggiunge qualcosa a quanto ascoltato in Monolith & Dimensions, sembra quasi un contentino per saziare gli appassionati dopo sei anni.

Sunn O)))

I sacerdoti neri del drone

di Antonio Silvestri

Nati come un duo ossessionato dal drone assordante degli Earth e dalla lentezza esasperante dei Melvins, sono diventati una delle più importanti formazioni sperimentali del metal degli ultimi vent'anni. Un lungo travaglio interiore risolto in un commovente approdo spirituale
Sunn O)))
Discografia
 SUNN O)))

 

  

 

 The Grimmrobe Demos (Hydra Head Records, 1999) 
00 Void (Hydra Head Records, 2000)

 

 Flight Of The Behemot (Southern Lord, 2002)

 

 White 1 (Southern Lord, 2003)

 

 Candlewolf Of The Golden Chalice (The Peel Session) (Ep, live, Southern Lord, 2004) 
 Cro-Monolithic Remixes for an Iron Age (Ep, Southern Lord, 2004)  
 White 2 (Southern Lord, 2004)

 

Black One (Southern Lord, 2005)

 

 Oracle (Ep, Southern Lord, 2007) 
Monoliths & Dimensions (Southern Lord, 2009)

 

 Kannon (Southern Lord, 2015) 
   
 SUNN O))) + BORIS  
   
 Altar (Southern Lord, 2006)

 

  

 

 SUNN O))) + EARTH  
   
 Angel Coma (Ep, Southern Lord, 2006)

 

   
 SUNN O))) + ULVER 
   
 Terrestrials (Southern Lord, 2014) 
   
 SCOTT WALKER & SUNN O))) 
   
 Soused (4AD, 2014) 
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