Soft Moon

Soft Moon

La macchina morbida di Vasquez

di Michele Guerrini

La ricerca del lato oscuro e “morbido” della luna. Parafrasando un'opera di William S.Burroughs, eccoci su una superficie perversa, capace di assimilare incubi e paranoie; monocromatica per sua natura, riflette visioni acide  e illusioni reali, dai simbolismi continuamente in evoluzione

La ricerca del lato oscuro e “morbido” della luna.
Parafrasando un'opera di William S.Burroughs, eccoci su una superficie perversa, capace di assimilare incubi e paranoie; monocromatica per sua natura, riflette visioni acide  e illusioni reali, dai simbolismi continuamente in evoluzione.

Come nel film di Méliès in cui un grande proiettile a razzo è sparato verso il viso enigmatico del satellite, così il progetto di Luis Vasquez cerca di raggiungere un orizzonte mentale tra la finzione cinematografica e la più profonda psichedelia. Nel suo percorso assimila e incamera elementi provenienti dalla tradizione kraut tedesca di Neu! e Kraftwerk, come dall’industrial inglese e dalla cold-wave francese. Un flusso di coscienza frammentato, in cui fotogrammi e geometrie si accumulano magneticamente in un’autostrada spaziale dai contorni psichedelici.

Nato come progetto solista di Luis Vasquez, Soft Moon è riuscito a inserirsi in un nuovo contesto immaginifico e stilistico, in cui la cultura lo-fi di Blank Dogs, della scena shitgaze in generale, e del nuovo revival new-wave aveva nuovamente scardinato la scena indipendente americana, permettendo larghe trasfusioni e deviazioni nella sperimentazione più malata, legata a strumentazioni analogiche di recupero e vintage.

I primi due singoli usciti in previsione del primo omonimo debutto del 2009: “Parallels” e “Breathe The Fire” rappresentano perfettamente quest’attitudine in bilico tra una visione ossessiva e quasi maniacale del suono, e una psichedelia rumorosa, che nasce da un humus di feedback e noise controllato.
Un terreno radioattivo in cui fantasmi di celluloide e vibrazioni ipnotiche s’incontrano su un percorso circolare infinito, volto alla saturazione, a un orizzonte indefinito.

“Breathe The Fire” è un corpo sorretto da chirurgici innesti dark-wave, tanto debitore dei Joy Division di “Atmosphere” e “Transmission” quanto capace di sigillare in sussurri metallici una sottile magia onirica senza fine. Discorso diverso è per “Parallels”, strutturata secondo dinamiche ebefreniche e noisy: una spirale febbricitante di voci distorte sorrette da una linea di basso binaria, dirette verso un centro gravitazionale nullo. 

Questi due primi singoli (usciti in vinile per Captured Tracks, label di Mike Sniper/Blank Dogs) sono due eccellenti miniature di quello che poi troviamo nel debutto di Vasquez, in cui questi sintomi si sviluppano in una complessa rete mentale.



Soft Moon - Luis VasquezSoft Moon è un disco introverso ed enigmatico. La cover dalla chiara estetica minimale e influenzata dalla Bauhaus tedesca mostra un’eleganza capace di riassumersi al meglio nel dettaglio e nella concettualità. Un mondo immaginifico sintetizzabile in simboli geometrici e nei loro rapporti spaziali, in cui è la nostra capacità di analisi e d’interpretazione a svolgere un compito rilevante.

Le tracce che rappresentano questo spazio\tempo sono emblema strumentale (la voce ha un ruolo pressoché minimo) e nemesi stessa di questa visione. Per quanto ottimi esempi di ritmiche minimali come “Tiny Spiders”, “Dead Love” e la già citata “Parallels” giochino un ruolo cruciale nel mood dell’opera, disegnando stretti anfratti oscuri, di ispirazione in bilico tra Sister Of Mercy e i primi New Order, tradiscono però sfumature più orientate a terre di confine con lo shoegaze e il mondo post industriale.
Difatti non possiamo nascondere la natura epilettica e fragorosa di “Sewer Sickness” o “Into The Depths”, fughe tra rovine catacombali di e fragori metallurgici, loop apparentemente infiniti dentro feedback alimentati da synth analogici e drum machine. Anche “Circles”, altro singolo scelto dal LP, è un esempio di quest’animo multiforme: un post punk deforme e illogico, sorretto da un’elettronica povera e rotta, ma capace di costruire un’esperienza sensoriale profonda. 

Il “Ghost Rider” dei Suicide si sente aleggiare attorno al disco, insieme ai fantasmi nobili di The Normal e di ascendenze kraute, capaci di incuneare il proprio Dna Motorik e di cucire ragnatele cosmiche negli anfratti più nascosti delle composizioni.

Poco dopo l'uscita del disco e al conseguente tour che ha visto il progetto attraversare con successo l'Europa e anche la nostra penisola (a fianco di Vasquez: Justin Anastasi al basso e Damon Way ai synth), è stato rilasciato un nuovo EP di materiale inedito: Total Decay.

Segnato da una vena compositiva sempre in linea con l’LP di debutto, riesce a proporre nuovi spunti di scrittura, mutando il suono verso un percussionismo tribale che in brani quali “Alive” e “Visions” arricchisce il sostrato darkwave o lo sostituisce del tutto, coltivando una forma noise-wave lisergica.
Di pari passo, la title track manifesta una liason noire con il mondo oscuro a bassa tecnologia di Blank Dogs, già presente in “Circles” nel primo disco, mentre “Repetition” è forse l’episodio più astratto e di lenta assimilazione, nel suo pout porri di feedback e drum machine.

Non stanco di scrivere e cercare nuovi spunti per la propria vena creativa, l’artista di origini cubane è arrivato a giugno 2012 con una straordinaria collaborazione con John Foxx, da cui è nata la traccia Evidence (rilasciata da CT su 7”).
Una collaborazione nata non solo da mutuo apprezzamento ma - come racconta Vasquez in una breve intervista su Artrocker - dal ruolo centrale di “Metamatic” e dell’uso dell’Arp Odyssey fatto da Foxx, nella crescita artistica dei Soft Moon.
Il risultato non poteva che essere eccellente, Evidence rappresenta un ambiguo matrimonio alchemico in cui l’animo dell’ex-Ultravox domina decisamente, riportando alla luce orizzonti elettronici e sintetici cari a “This City” e “Burning Car”, e al tempo stesso sorvolandoli, mischiandosi con i ritmi ipnotici e metallici di Vasquez.

A fine 2012 arriva il secondo LP, Zeros.
Il nuovo assalto frontale di Luis Vasquez è strutturalmente generato allo stesso modo del debutto.
L'intento è quello di creare un continuum ciclico, in cui la memoria della storia ravvivi tensione, paura, tragedia, inquiete rarefazioni che confluiscono in un senso di oscurità incombente reso attraverso percussività marziali, plumbei intermezzi kosmische, minimal-wave e sferragliate Motorik.
Un non - luogo spazio temporale che nasce, nuovamente, dalla solitudine. Un processo di scrittura intimista che perde però la successione evolutiva mostrata fino all'Ep Total Decay, tracciando tante piccole unità frammentate, molte installazioni artistiche a sé stanti in cui la forma-canzone è del tutto persa.
Il post-industrial di “Machines”, la dark-wave gelida e stridente di “Zeros” e “Insides”, il linguaggio binario, malato e carpenteriano di “Remembering The Future” rappresentano pienamente questa nuova visione. Le uniche eccezioni sembrano essere “Die Life” – primo singolo estratto - e la successiva “Lost Years”, in cui la voce di Vasquez, scesa nella produzione a strumento parallelo di synth e chitarra, dona un senso di claustrofobia emotiva, di vaga inquietudine spettrale.
Rispetto all'omonimo predecessore, Zeros guadagna senza dubbio in qualità sonora (Vasquez ha dietro lo studio di Monte Vallier), in velocità e nel disegno dei suoni, curati e scolpiti attentamente, senza alcuna sfumatura di gusto vintage, perde purtroppo il fascino tra crepe vuote di emotività, nella ricerca ossessiva per una qui troppo artificiosa perfezione geometrica.

Deve essere stato un anno e mezzo particolarmente difficile quello trascorso da Luis Vasquez, la mente creatrice dei Soft Moon, a Venezia, dove ha detto di aver ideato e scritto Deeper (2015),  lavoro feroce, duro e complesso. Se all’inizio la miscela robotica di post-punk e kraut-rock era piacevole ed azzeccata, qui ci troviamo invece ad un mostro psicologico che sa portare al grande pubblico le intuizioni dell’avanguardia, mischiando, come hanno saputo i grandi del passato, elementi eterogenei e in genere ben distinti in scompartimenti musicali non comunicanti.
Abbiamo quindi un’alternanza di brani sperimentali e sintetici (forse la novità più forte di tutto il disco) a pezzi più vicini al post-punk in stile 4AD (come nel pezzo “Try” o nella wave elegante di “Feel”), le cui dilatazioni di chitarra non ne rilassano la serratezza. La composizione e le declinazioni emotive hanno qui a disposizione una tavolozza di profondi contrasti e minute sfumature che rendono il lavoro solido, riuscendo ad equilibrare i toni dei singoli pezzi al servizio di un unico scopo: mettere a nudo l’anima dell’artista, nelle sue ansie nascoste, nell’esaltazione quasi furiosa, anche attraverso grida provenienti non da voce umana e sorrette da pilastri ritmici.
Che si abbia un'insolita presenza di composizioni vicino alla dance alternativa (una su tutte è la spezzata “Wrong”) o se viene scelta una linea vocale vicina al pop anni 80, come in “Wasting” , si riesce a comprendere come l’artista sia riuscito, tramite una totale padronanza dei propri mezzi espressivi, a fondere appunto sperimentazione e musica popolare, gothic vecchio stile e nuove articolazioni di inizio millennio, moltiplicando le sfaccettature del suo lavoro. Si notino le tristi note di piano che accompagnano la malinconica “Without”, i profondi ritmi para-africani che coronano “Deeper”, devastata da abissi interiori, e “Being” che usa delle registrazioni a magnetofono per creare quasi una sensazione filmica, a cui fanno da controaltare grida selvagge e scatenate, che scemano in un feedback rumoroso che non finisce. Da notare anche come Vasquez sia riuscito a passare da composizioni minimali e spesso soltanto strumentali in canzoni vere e proprie, affrontando la difficile tenzone di misurarsi con quella forma che ha più proseliti del semplice giro alternativo; in questo vince, pur usando una gamma di suoni decisamente poco amichevole, ma orchestrata per saper agganciare l’ascoltatore.
I pezzi sono minacciosamente meccanici, la matrice industriale non risiede tanto nel suono elettronico o nel ritmo pur incalzante, ma nella sua ripetizione ossessiva e marcatamente disarmonica, il cui risultato esprime profondo disagio, come la trasformazione del grido in “Desertion” o la cadenza sincopata di “Black”, che sembra quasi bruciare all’ascolto.

Contributi di Federico Gennari ("Deeper")

Soft Moon

La macchina morbida di Vasquez

di Michele Guerrini

La ricerca del lato oscuro e “morbido” della luna. Parafrasando un'opera di William S.Burroughs, eccoci su una superficie perversa, capace di assimilare incubi e paranoie; monocromatica per sua natura, riflette visioni acide  e illusioni reali, dai simbolismi continuamente in evoluzione
Soft Moon
Discografia
Soft Moon (Captured Tracks, 2010)
 Total Decay Ep (Captured Tracks, 2011)
 Evidence (with John Foxx, Captured Tracks, 2012)
 Zeros (Captured Tracks, 2012)
Deeper (Captured Tracks, 2015)
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

Circles
(Official video, by Ron Robinson, 2010)

Parallels
(Rhythm 23, by Hans Richter, 2010)

Into The Depths
(Official video by Will Joines, 2011)

Total Decay
(Official video by Ron Robinson, 2011)

Dead Love
(art-live video by Room 205, 2012)

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(2015 - Captured Tracks)
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