Wolfgang Press

Wolfgang Press

I piccoli demoni di casa 4AD

di Giuseppe D'Amato

Ispirati e talentuosi come pochi altri, i londinesi Wolfgang Press hanno incarnato una delle esperienze più significative dell’ondata darkwave di inizio anni Ottanta, tanto da essere inseriti, sia pure solo per un breve periodo, tra i nomi di punta della storica etichetta 4AD. Riviviamo la parabola dell’enigmatica band inglese, dagli esordi in territori dark-noise sino alla discutibile svolta commerciale
Nati dalle ceneri dei Rema Rema e dei Mass, due formazioni di durata effimera che a inizio anni Ottanta rappresentano i primi vagiti della neonata etichetta 4AD, i londinesi Wolfgang Press sono stati uno dei gruppi più originali, talentuosi e allo stesso tempo controversi del panorama darkwave, per poi rendersi protagonisti, a metà carriera, di un brusco quanto infelice cambio di rotta. La loro attività ufficiale si apre e chiude nell'arco di poco più un decennio e una manciata di dischi, ma i vertici più alti della loro produzione rimangono esemplari di rara bellezza e saranno punto di partenza ideale per molte di quelle band shoegaze (Lush e Breeders) e post-dreampop (Slowdive, Stereolab, Red House Painters) che in futuro cercheranno di replicare, a modo loro, i fasti della meravigliosa ma irripetibile prima stagione 4AD.
A inizio anni Novanta, infatti, l’etichetta inglese, ex-Axis Records, vive una fase di lento e graduale riassestamento dovuto a un inevitabile ricambio generazionale, ne segue una riduzione di uscite firmate da chi ne era stato a lungo il più sublime porta-bandiera (Cocteau Twins e Dead Can Dance) se non la scomparsa addirittura definitiva di alcuni di quei gioielli preziosi (Dif Juz e A.R. Kane su tutti) che avevano fatto della storica label una vera e propria scelta di vita, oltre che il più geniale appuntamento tra capriccio estetico, originalità compositiva e, perché no, follia creativa.

Il nucleo forte dei Wolfgang Press vede alla voce e al basso l'estroso Michael “Mick” Allen, alla chitarra Andrew Gray e alle tastiere Mark Cox: i tre saranno via via affiancati in fase di registrazione da parecchi altri musicisti-guest, tutti finemente selezionati e presi in prestito direttamente dal parco-giochi privato di casa Watts-Russell, con la consueta arguzia e lungimiranza.
Siamo a Harrow, nord-ovest di Londra, 1976. Michael Allen è un giovane spigliato e sbarazzino dai lunghi dreadlock biondi. Frequenta l'Istituto d'arte, e tra i suoi compagni di studi c'è Marco Pirroni, futuro braccio destro di Adam Ant. I due diventano subito molto amici, accomunati dalla passione per Frank Sinatra, Captain Beefheart e Brian Eno, oltre che per la musica reggae e il cinema di Kubrick. Quando decidono di iniziare a suonare insieme, Pirroni vanta già una fugace ma significativa esperienza in merito, dato che nello stesso anno si era esibito come chitarrista dei Siouxsie and the Banshees al club 100 di Londra, in una sorta di punk-festival che passerà alla storia come primissima esibizione live della band capitanata da Siouxsie Sioux.
I due inizialmente fondano i Beastly Cads e l’anno successivo modificano il nome in The Models: è una rudimentale punk-band che avrà brevissima durata, tra le sue fila anche Cliff Fox (voce e chitarra) e Terry Day (batteria). I Models realizzano un unico vero singolo che si intitola “Freeze”, ma prima di sciogliersi definitivamente registrano altre quattro canzoni che trovano posto nella sterminata collezione di John Peel.
A questo punto i superstiti Allen e Pirroni reclutano Gary Asquith (voce e chitarra, è un altro loro ex-compagno di studi), alle tastiere Mark Cox e alla batteria Max Prior (si tratta di Dorothy, futuro membro del progetto Psychic Tv). È il 1978 e nascono i Rema-Rema.


I pupilli di Ivo Watts-Russell

“Un pomeriggio torno in negozio e ci trovo questi cinque personaggi che stanno facendo ascoltare il loro demo-tape a Peter (Kent, ndr). È stata quella la prima volta in cui ho pensato che, come etichetta, stavamo lavorando a qualcosa di veramente importante”. Parola di Ivo Watts-Russell, boss della label, e biglietto da visita davvero niente male per i cinque ragazzi, soprattutto se si pensa che in quei giorni stanno per venire alla luce, dalla stessa scuderia, “In The Flat Field” dei Bauhaus, “Garlands” dei Cocteau Twins e “Prayers On Fire” dei Birthday Party, solo per citarne alcuni, oppure che in studio di registrazione si può incontrare gente del calibro di Colin Newman o Robin Guthrie.
Il demo in questione è Wheel In The Roses, viene pubblicato il 1° aprile 1980 e si tratta di un Ep che contiene due pezzi in studio, l'omonima “Rema-Rema” e “Feedback Song”, oltre a due registrazioni live del giugno '79, “Instrumental” e “Fond Affections”.
I brani risentono degli ascolti giovanilistici dei membri della band, si possono ritrovare evidenti tracce di Stooges, MC5 ma anche di certo art-punk à-la Wire, in particolar modo nei due episodi dal vivo “Instrumental” e “Fond Affections”(quest’ultima pochi anni dopo verrà ripulita e corretta dai This Mortal Coil, nel loro It'll End In Tears” del 1984). “Feed-back Song” e “Rema-Rema”, invece, lasciano intravedere i germi di quello che sarà il vero intento della stagione new wave, ovvero ricostruire dopo le macerie punk, riorganizzando con stile personalizzato e un certo piglio intellettualistico quanto di buono rilasciato dai decenni precedenti in materia di rock, rhythm'n'blues e psichedelia, prima del fatidico anno zero 1977.

Subito dopo l'uscita di Wheel In The Roses Marco Pirroni lascia definitivamente la band per proseguire la sua carriera come chitarrista di Adam Ant, così Allen, Cox e Asquith lo sostituiscono con Danny Briottet, rinascono come Mass e pubblicano prima il singolo “You And I/ Cabbage”, nel 1980, quindi il loro unico album Labour Of Love, nel 1981. Sebbene anche quella dei Mass si riveli un'esperienza fugace, la band fa comunque in tempo a stampare il proprio nome nel glorioso catalogo della label, apartire dalla copertina (in primo piano una Venere di Milo con l'aggiunta di vistosi capezzoli rosa), rimasta un piccolo episodio di culto per chi fagocita morbosamente qualunque dettaglio dell'inventario 4AD: per Allen e soci, l'attenta cura dell'aspetto grafico sarà una costante anche negli anni a venire, gli artwork successivi verranno tutti affidati allo stesso designer, Alberto Ricci.
Malgrado a un primo ascolto possa risultare oscuro e raccapricciante, l’album offre però spunti di notevole rilievo, acominciare dalla lunga ed estenuante title track “Mass”, quasi dieci minuti di atmosfere horror e spettrali, introdotti da una tastiera a metà strada tra la messa nera e gli Stranglers di “The Raven” (“Baroque Bordello”, ad esempio), mentre la seconda parte del brano concede qualcosa in più all’orecchio e si incammina verso un finale di stile post-punk (lo scricchiolio di chitarra anticipa di qualche mese “Stigmata Martyr” dei Bauhaus).

“Why”, presente due volte in scaletta, è un goth minimalista (nel testo non compaiono vere e proprie parole), mentre “Ill” un vortice di suoni ariosi e chitarre graffianti, con la voce di Asquith che si dilania in un continuo lamento, tormentato e spaventoso. L'incedere tetro di “Innocence” e “Isn't Life New” mettono da parte quasi del tutto la melodia a favore di urla laceranti e squarci di sax e xilofono, fino a quando con “FAHTCF” non inizia di nuovo qualcosa di più simile a una canzone, sia pure tra piatti che si rompono e organo funereo.

Nel complesso Labour Of Love è un delirio abrasivo e misantropico, che venne dimenticato persino dalle radio di tendenza più temerarie. A fine anno i Mass si sciolgono, Asquith e Briottet si ritroveranno insieme nei Renegade Soundwave (1986), mentre Allen e Cox proseguono il loro cammino insieme e fondano i Wolfgang Press, “senza alcuna ambizione di fama” come diranno più tardi “ma per combattere una nobile crociata contro il foraggio dato in pasto alle masse da Radio One e Top of the Pops”. Interrogato spesso sull'origine del nome della band, Michael Allen lascia un punto interrogativo al riguardo, precisando che “è volutamente senza alcun senso e aperto a ogni tipo di interpretazione. “Wolfgang perché ricordava Mozart (molto apprezzato dai membri della band), Press così, a caso, però Wolfgang Press suona bene”.
All'epoca, invece, l’autorevole magazine musicale statunitense Spin giustificava  tale scelta come omaggio a un particolare marchingegno progettato (ma mai realizzato) dallo stesso compositore austriaco per scrivere la sua musica, dal nome, appunto, “Wolfgang Press”. Ad ogni modo, il loro debut Burden Of Mules, del 1983, è di quelli da ricordare.

Il tormento

Wolfgang PressOscure, intense, impenetrabili: le nove tracce che compongono Burden Of Mules sono diversissime tra loro, ma allo stesso tempo tutte figlie legittime di una madre comune, l'inquietudine latente dell'era post-punk nelle sue molteplici sfumature. Si inizia con “Lisa (The Passion)”, splendida ouverture strumentale segnata da un'atmosfera malinconica e decadente, costruita su stringhe simil-organo e un insistito tambureggiare di percussioni, mentre la chitarra che appare nel brano è di Andrew Gray (preso in prestito dagli In Camera, più avanti diventerà il terzo membro fisso della band).
L'andatura a singhiozzo di “Prostitute I” e “Prostitute II” è scandita da un pesante basso mono-tono in primo piano, molto simile a quello che un paio di anni prima aveva caratterizzato, ad esempio, “Half-Mute” dei Tuxedomoon (viene in mente la loro “59 To 1”). Sono entrambe due piccole opere d'arte più che delle vere e proprie canzoni, disegnate da linee di percussioni, pixiphone e clarinetto e marchiate dalla voce di un Allen che qui canta con distacco da novello Alan Vega, intonando versi del tipo “Le prostitute sono il sale della vita/ Se non ti piace il sapore, accendi un'altra sigaretta”, ribaltando il punto di vista (ma non il senso) delle invettive al vetriolo lanciate qualche anno prima dai Pop Group di “We Are All Prostitutes”. La batteria è suonata qui come nel resto dell'album da Richard Thomas dei Dif Juz.
È lo stesso Michael (per tutti “Mick”) Allen a spiegare quali siano le sue massime fonti di ispirazione: “The Fall, qualunque cosa di Nick Cave, ma soprattutto i primi dischi dei Pil. Tutto è iniziato dopo aver ascoltato per la prima volta ‘Metal Box’”. In effetti, non c'è bisogno nemmeno di scavare troppo in profondità per rintracciare in questo riuscito esordio parecchio della miscela dark-punk-funk di mister Lydon, come ad esempio in “Complete And Utter”, cantilena diabolica e nefasta che muove da uno sconfortante scenario di alienazione e squilibrio psichico. Allen canta in maniera sgraziata e inelegante, il suo approccio vocale suona rozzo e stonato: parecchi brani della band risulterebbero persino fastidiosi, se non fosse per la furbizia di alcuni arrangiamenti o per la scrupolosità della sezione ritmica. È proprio questa intrigante miscela, però, a fare dei Wolfgang Press una presenza sui generis nel panorama contemporaneo e una band che trascende ogni possibile categorizzazione o riduzione a etichetta. Accade così che estro e intelligenza creativa sposino a meraviglia il tono fuori dai canoni del loro frontman, discepolo della scuola di Mark E. Smith e del Nick Cave più dissacrante e depravato.
Insomma, tanta sregolatezza al servizio di altrettanto genio, e viceversa, come nel rituale iniziatico “Slow As A Child”, celebrato in un camera sonora che sgocciola su un pianoforte tremolante e sinistro, premonitore di un finale che assume i contorni di perfido richiamo dall'aldilà. Oppure nella terrificante danza tribale “Journalists”, dove Allen/anima in pena si contorce in una supplica straziante e inascoltata, più simile al latrato di un cane, mentre intorno viene giù tutto, per uno spettacolino massacrante che riporta in scena il circo pagano dei primi/e la vocazione teatrale dei secondi Virgin Prunes. Impeto, caos, e psicosi nutrono il rumorismo ossessivo e disturbato della title track Burden Of Mules, stesso buco nero da cui era stato risucchiato “Mesh And Lace”, esordio dei compagni Modern English nel 1981, o, attraversato l'oceano, il primo “Confusion Is Sex” dei Sonic Youth, dello stesso anno. “Give It Back” allestisce il palcoscenico per una recita beffarda che fa la conta delle vittime nella valley of death raccontatadal testo, di cui percussività frammentate e breakbeat primitivi sono la fedele ricostruzione, mentre l'astratta e disorientata sonata per piano punk/jazz “On The Hill” è l'ultimo tassello di un mosaico a questo punto completo e totale, il che paradossalmente costituisce forse il limite più grande di questo esordio a bruciapelo, dato che l'impossibilità di trovargli un indirizzo fisso e preciso finisce per negargli la dovuta residenza nell'Olimpo new wave. “Troppo sofisticati per il mainstream e sin troppoalternative persino per la scenaunderground”, così li ha definiti qualche critico all'epoca.

Di solito si dice che un artista non viene abbastanza apprezzato finché non scompare, e i Wolfgang Press sono artisti veri. Coraggio e talento ne hanno da vendere, questo Ivo Watts-Russell lo sa bene, ma non ha alcuna intenzione di aspettare una loro eventuale scomparsa per commemorarli, così tutta la casa discografica se li coccola un po', e per limare e affinare alcune delle loro inevitabili brutalità primitive gli affiancano quanto di meglio a disposizione in quel momento: Robin Guthrie. E a questo punto inizia un'altra storia. Sotto la regia occulta di Mr. Cocteau Twins avviene una prima piccola ma decisiva sterzata verso una sorta di pop anarchico e impegnato allo stesso tempo, che nasce da quegli stessi semi che i gemelli di Grangemouth avevano piantato prima in “Garlands” e poi coltivato in “Head Over Heels”, per vederli sbocciare definitivamente in “Treasure” nel giro di un paio d'anni .

L'estasi

Come già accaduto per parecchie delle produzioni dei Cocteau Twins di quel periodo (ma un po' per tutte le band del catalogo), anche i Wolfgang Press hanno il vezzo  di lanciare sul mercato una lunga serie di pubblicazioni in formato Ep, che a conti fatti si riveleranno raccogliere il loro materiale migliore. Così nel 1984 esce Scarecrow, primodi una trilogia mozzafiato, che si apre con una cover della celebre “Respect” di Otis Redding, qui proposta in un frizzante duetto di sapore 50’s messo in scena da un Michael Allen in versione crooner e dalla regina Elizabeth Fraser in persona. La trombetta jazzy che mena le danze testimonia di un atteggiamento generale della band che si va gradualmente alleggerendo, per aprirsi verso un sound più accessibile e meno ostile, con un solo tuffo nel passato più dark rappresentato da “Deserve”.
Ma è “Ecstacy” il vero gioiello incastonato in questo primo Ep, che impreziosisce una volta di più il già ricco repertorio della label. È un paralizzante folk-apocalittico di quelli che rendono onore al miglior Douglas P., con intro solo strumentale (insistito giro di basso e tintinnio ossessivo di tastiere) che ipnotizza e stordisce l'ascoltatore, per poi traghettarlo verso una seconda parte dove la voce di Allen su due piani differenti (lungo monologo recitato sovrastato da un canto straziante e melodrammatico) e un sontuoso crescendo finale conferiscono al brano una bellezza cinematografica dall'ambientazione western, in un tripudio di tromba e percussioni. “ Ecstacy” è uno di quei brani che rinnovano i brividi a ogni ascolto, ideale punto di arrivo di un'intera stagione di esercizi stilistici sospesi tra musica e poesia, terra e aria, sogno e realtà, come hanno saputo esserlo solo le suggestioni oniriche ed eteree dei Cocteau Twins, le alchimie etnico-mistiche dei Dead Can Dance, le sospensioni trascendenti e ultra-terrene dei This Mortal Coil e certi virtuosismi ritmici dei Dif Juz o dei Durutti Column più sognanti.

L'anno successivo ecco Water, che rispetto al precedente  si addentra in percorsi stilistici completamente differenti. Ma il risultato è ancora egregio. L'esperienza di Scarecrow consegna una band più consapevole delle proprie capacità e rinnovata nelle intenzioni, su queste premesse nascono la trascinante marcia a tempo di valzer “Tremble/My Girl Doesn't”, “Fire Eater” e la raffinata “My Way”, che sonda i terreni ballabili più spiccatamente wave.

Il lavoro con Robin Guthrie forgia un sound più idoneo e una perizia tecnica invidiabile, che giungono a completa maturazione in Sweatbox, sempre del 1985, ultimo episodio di questa imperdibile trilogia. I quattro brani che compongono l'Ep rafforzano il credo artistico della band, che ora si prodiga in un sapiente sforzo di de-costruzione e ri-modellamento delle regole pop secondo nuovi canoni, offrendo uno spaccato sonoro ammirevole per ingegno creativo. Ne sono la riprova concreta “I'm Coming Home”, raffinata chitarra-flamenco che fa da contraltare a una partitura orchestrale-noir, e il vellutato synth-pop di “Heart Of Stone”, che stravolge completamente la “Heart Of Gold” di Neil Young riscrivendola a propria immagine e somiglianza (i Cock Robin ringraziano, ma anche Frazier Chorus, His Name Is Alive, Mazzy Star e un po' tutte le nuove leve della casa discografica). Infine, l'impertinente balletto funky-elettrico dal tono minaccioso della title track e la sinistra “Muted”, una danza industriale con batteria scolpita da Manuela Zwingman degli Xmal Deutschland, altri scolaretti che prendono ripetizioni a casa Watts-Russell.

Per rintracciare con maggior facilità Scarecrow, Water e Sweatbox occorre aspettare qualche mese, quando nel novembre 1985 la 4ADpenserà bene di riunirli nella compilation The Legendary Wolfgang Press And Other Tall Stories, che raccoglie il materiale dei tre Ep sia pure offrendone alcuni brani in versione leggermente ritoccata o remixata rispetto agli originali, a differenza di quanto accaduto ai Cocteau Twins, per i quali un lavoro analogo si lascerà desiderare oltre venti anni, finché ci penserà “Lullabies To Violaine” del 2008 a fare maggior chiarezza sulla produzione dispersiva formato 12'' pubblicata durante quel periodo.

Avanti un altro

Wolfgang PressNel 1986 esce il loro secondo album vero e proprio, Standing Up Straight. Si riparte dall' eclettismo dei precedenti Ep per aggiungere strumentazione da musica classica ed elementi marcatamente industrial al già agguerrito arsenale sonoro a disposizione della band. Così capita di librarsi al chiaro di luna “Hammer The Halo”, dove Allen emula il Nick Cave cantautore meno febbrile e più bluesman (con accompagnamento vocale femminile da musica soul) , o di inabissarsi nell'intricata “Ghost”, singhiozzante lamentela avvolta in un caleidoscopio di suoni multi-colore che disinnescano a stento l'opprimente organo funereo.
Standing Up Straight è anche molto altro, saturo com'è di contaminazioni ed esperimenti più o meno riusciti ma tutti di sicuro interesse: rilancia le frenesie disturbate dei Talking Heads in “Forty Days Thirty Nights” o certi tribalismi spietati e criminali dei Pere Ubu in “Rotten Fodder”, o ancora dissonanze garage in “Fire Fly” e una “Dig A Hole” in precario equilibrio tra funk e robotica.
L'album si chiude con la tetra discesa agli inferi di “I Am The Crime”, guidati per mano ancora una volta da Elizabeth Fraser, qui in un canto desolato e agonizzante che la trascina al limite delle sue capacità vocali, sempre che esista ancora un limite oltre il quale alla sua voce sia proibitivo spingersi.
Da non trascurare nemmeno l'esclusivo libretto che aveva accompagnato l'uscita del disco, dove lo spartito dei testi veniva offerto come parte integrante di un progetto visuale più ampio curato dalla 23 Envelope, laboratorio grafico messo in piedi dal designer Vaughan Oliver e dal regista/fotografo Nigel Grierson, binomio che tra il 1983 e il 1988 stabilì una solida partnership con la 4AD firmando le copertine più importanti di Cocteau Twins, Dead Can Dance, This Mortal Coil etc.

Il 1987 partorisce Big Sex, nuovo stralunato 12'' che chiarisce una volta di più, se mai ce ne fosse bisogno, i motivi per cui i Wolfgang Press sono una band sempre all'avanguardia, nel bene e nel male, per ingegno creativo e carica visionaria: “The Wedding” è un’allucinata cerimonia tribale, greve e primitiva, ricalcata da “That Heat”, che però ne sostituisce le percussioni rozze con improvvisi lampi di chitarra distorta; “God's Number” è tutta pervasa da tamburi atipici, con la novità di cori femminili soul a fare da sottofondo a un canto sgangherato, mentre una  melodia incessante e sconsolata rende “The Great Leveller” la canzone più simile a un pezzo pop tradizionale in cui si fossero mai cimentati Allen e soci sino a quel momento, non fosse per qualche arrangiamento squinternato piazzato qua e là, tanto per ricordarci di non dare mai nulla per scontato quando decidiamo di appoggiare la puntina su uno dei loro vinili.

Lonely Is An Eyesore

Ma il 1987 è anche l'anno di “Cut The Tree”, loro personale omaggio, e che omaggio, a una stagione, la prima della 4AD, che si va pian piano spegnendo, e uno sguardo malinconico a ciò che ormai è passato e non ritorna. Il brano ha il sound più marcatamente darkwave delle origini, inizio lento e meditativo e un crescendo finale da batticuore,con refrain ripetuto all'infinito.
Con "Cut The Tree” i Wolfgang Press trovano posto al fianco di Cocteau Twins, This Mortal Coil, Dead Can Dance, Dif Juz, Throwing Muses, Colourbox e Clan of Xymox  nella compilation-dogma Lonely Is An Eyesore, vero e proprio manifesto culturale redatto nel 1987 dalla label, che qui offre il più incantevole affresco di un decennio che per la storia della musica rimane, se non il più bello, senz'altro il più pittoresco, vivace e colorato.
D'ora in avanti i protagonisti di quell’indimenticabile scena proseguiranno la loro avventura ciascuno per la propria strada, chi per continuare a scrivere pagine di notevole  importanza (Cocteau Twins e Dead Can Dance), chi per smarrirsi lungo il cammino (Throwing Muses e Clan of Xymox), chi per scomparire definitivamente (Colourbox, Dif Juz).

I Wolfgang Press evidentemente vogliono stupire anche in questo, e non riuscendo a decidere da quale di queste tre possibili strade riprendere il proprio cammino, nel giro di pochi anni finiranno per imboccarle tutte e tre. La prima, la più tortuosa e accidentata, è come sempre quella che porta al traguardo più ambito, con l'uscita di Bird Wood Cage nel 1988: “l 'album di cui vado più orgoglioso - lo definisce Allen - il perfetto ponte tra passato e futuro della band”, che stavolta serve in tavola ingredienti funk, dub e reggae a insaporire una certa riscoperta delle radici “nere” della musica e della tradizione Motown, qui non sminuita, ma anzi esaltata dal felice utilizzo delle innovazioni elettroniche.
Dietro l'esilarante “tazza del gabinetto abbandonata in campo d'erba” che adorna una copertina in stile-Warhol, si cela un Lp tutto sommato accessibile e tra i più completi  della discografia della band, ora impegnata persino in testi di attualità (“Kansas” tocca la questione Kennedy e più in generale la cronica afflizione americana per il tema-assassinii) o addirittura canzoni d'amore sui generis infarcite di humour nero (“See My Wife” e “Bottom Drawer”). Il primo singolo “King Of Soul” balbetta funky e cori gospel, “Raintime” è sussurrata a fuoco lento su violini country, mentre “Swing Like A Baby” indugia su un caldo mix di atmosfere dark e arrangiamenti sintetici.
La cornice spettrale di “Hang On Me (For Papa)” viene rischiarata da un sottile tango per fisarmonica che gioca con sibilline frasi di tastiera, mentre le sbrindellate byrniane di “Kansas” vengono continuamente ricucite da una godereccia chitarra wah-wah, più o meno ciò che accade nella distorta “Shut That Door”, forse l'esempio migliore di cosa possano creare i Wolfgang Press nei loro momenti di maggior ispirazione: discordanze sinuose, esondazioni funk e rumorismo neo-industrial.

A completamento di Bird Wood Cage segue nel 1989 l'uscita dell' Ep Kansas,che ha tutta l'aria di essere più un bizzarro tentativo di invadere territori di pertinenza geo-politica che una vera e propria appendice all'album, visto il groviglio di discorsi registrati su nastro che insistono sulla questione Kennedy nella reprise di “Kansas” e il banjo di “Assassination K./Kanserous” che ricostruisce “Yellow Rose Of Texas” , inno folk dell'omonimo stato.

Osare e perdere

Allen e soci, però, si distinguono non solo come musicisti di talento cristallino, ma anche per essere attenti osservatori di quanto accade al di fuori della loro sfera di competenza, alla ricerca di aggiornamenti sonori in linea con le ultime tendenze, per quello che ha il sapore più di sfida e provocazione che non di confronto costruttivo, quasi a volersi auto-imporre una presunta impermeabilità artistica al nuovo che avanza e ribadire ad ogni costo una capacità innata di tradurre nella propria lingua ogni possibile slang musicale, anche laddove non richiesto. Così assistiamo a un nuovo repentino cambio di direzione, stavolta radicale e irreversibile.

In quello stesso anno 1989, infatti, l'Allen ascoltatore e musicofilo viene letteralmente folgorato dall’uscita di “3 Feet High And Rising”, debut-album del trio hip-hop statunitense De La Soul, inserito nella sua personale lista dei dischi fondamentali, che lo porta a “rimettere in discussione tutto il processo creativo dei nostri precedenti lavori. Era un disco pieno di novità, gioia e freschezza, grazie al quale abbiamo riscoperto che, a volte, fare musica può risultare persino divertente”. Da queste considerazioni nasce Queer del 1991, loro personalissima incursione sui dancefloor meno esclusivi, fatta di una house-music alquanto cervellotica e piuttosto inconcludente, con largo utilizzo di campionamenti spesso nemmeno troppo funzionali alla causa (tra l'altro, una serie di controversie legate ai diritti dei sample li costringerà a importanti correzioni nell'edizione destinata al mercato americano). Tra disco-funk e ritmi da facile consumo, l'album si incammina su un binario morto che termina la sua corsa in un cocktail-bar, dove sarebbe più naturale ascoltarlo seduti a un  tavolino mentre si sorseggia l'aperitivo che non di fronte al proprio giradischi, in quel contesto non ci renderemmo nemmeno conto di essere allietati da un Wolfgang Press originale, il che ci risparmierebbe almeno la fatica di chinarci a raccogliere le briciole della geniale band che fu. E se mai decidessimo di raccoglierle, due sono i possibili motivi che ci spingerebbero a farlo: o siamo fan di lunga data animati da incrollabile devozione, nella vana speranza che prima o poi salti fuori qualcuna delle loro trovate eccentriche, oppure, molto più probabilmente non abbiamo ancora terminato il nostro drink e vogliamo divertirci al gioco degli indovinelli con il nostro compagno di bevute: vince chi per primo riesce a smascherare tutti i sample disseminati qua e là “a tradimento”, si parte da New Order e Kraftwerk (citati in “Honey Tree”) e si prosegue con Pink Floyd (“Questions Of Time”), Velvet Underground (“Birmingham”) e via di seguito. Il basso è suonato in quasi tutte le canzoni dall'ex-Throwing Muses Leslie Langston, a iniziare dai due singoli “Questions Of Time” e “Mama Told Me Not To Come”, cover di Randy Newman, ulteriore conferma di una certa imprudenza nel calpestare terreni altrui.
Salgono di livello solo il blitz anti-Thatcher di “Sucker”, che viaggia su frequenze care ai Nine Inch Nails (non a caso quell'anno i Wolfgang Press aprono le date del tour di Trent Reznor e compagni), e la disco-music di “Heaven's Gate”, uno dei pezzi più riusciti dell'album. Da apprezzare  il vellutato trip-hop “Dreams And Light” firmato da Annie “Anxiety” Bandez, artista multi-mediale “maledetta” parecchio stimata da Frank Zappa e spesso al lavoro per una certa avanguardia sperimentale (sua l'interpretazione ad alto tasso alcolico di “Things Happen” su “Love's Secret Domain” dei Coil e numerose altre collaborazioni con Current 93 e Nurse With Wound).
Intendiamoci, non siamo improvvisamente al cospetto di novellini sfaccendati, acume e ingegnosità rimangono e quelli non si discutono, non vengono scalfiti nemmeno dalle banalità più grossolane che infarciscono “Birmingham”, “Louis XIV” e “Birdie Song”, inoltre la tracklist offrirebbe spunti considerevoli se solo saltassero fuori da mani inesperte, ma viste le sortite di livello cui ci avevano abituato questi musicisti navigati e brillanti, Queer rimane comunque un progetto modesto e incompiuto, che rischia di risultare persino imbarazzante se raffrontato al geniale taglia e cuci sonoro con cui gli ex-compagni di scuderia Colourbox e A.R. Kane (dietro l'acronimo M/A/R/R/S) avevano riscritto le leggi fondamentali del nuovo universo avant-dance, fissandole nella semplice equazione matematica “Pump Up The Volume”.
L'edizione Usa aggiunge alla scaletta il singolo “A Girl Like You (Born To Be Kissed)”, con cui si strizza l'occhio a un’audience più ampia e per la prima volta si fanno anche i conti in tasca alle chart (n.2 nella classifica Billboard, più grande successo commerciale della carriera). Più tardi “A Girl Like You” sarà riproposta da Tom Jones, per il quale Allen scrive nel 1994 “Show Me Some Devotion” (contenuta nell'album “The Lead And How To Swing It”). Jones ricambierà il favore affiancando la band on stage nell'ambito di “All Virgos Are Mad”, show auto-celebrativo dell'etichetta che la 4AD organizza a Los Angeles nel gennaio 1995.

Il risultato più naturale della deriva mainstream è Funky Little Demons ,che esce nel gennaio 1995 e scrive la parola “fine” sulla storia della band. A dispetto del titolo, l'album non contiene alcunché di diabolico, se non il perseverare dove già si era errato con il precedente Queer, di cui è la prosecuzione più ovvia e scontata. E non è nemmeno particolarmente funky, ma in compenso porta sulle spalle quattro anni in più di esperienza che permettono almeno di affrontare con maggior cautela la traversata in un territorio, quello dance, che però per loro continua a rivelarsi ostile e accidentato.
Lo schema compositivo trova un amalgama migliore rispetto al precedente Queer, e le 12 canzoni che compongono la tracklist abbozzano un copione più logico e sensato. Stavolta ci pensa  “Blue Lines” dei Massive Attack a far vacillare il credo artistico di Allen, ormai calato appieno nella parte del diligente discepolo. Ne scaturisce un ingenuo white-soul su groove sintetici che trova la sua formulazione migliore nel gioiellino “Executioner”, sensuale idillio in musica tra Allen e la poetessa francese Sandra Moussempès, mentre l'insipida rock-dance di “So Long Dead” o del singolo “Going South” hanno poco da aggiungere a undici anni di onorata carriera, raccontata con poca lucidità nel brano “11 years”.
Meglio, allora, congedarsi con “Derek The Confessor” e “Chains”, delicate quanto godibili tracce ambient che raccolgono a testa bassa la sfida lanciata da Air e Broadcast, oppure con il beat dance di “Christianity”, che contribuisce a rendere meno amara questa uscita di scena di una band ormai al suo ultimo battito d'ali, dato che ogni velleità di rinascita techno cede inevitabilmente il passo di fronte all’astro nascente Warp e all’incalzare del fenomeno-Bristol.
Funky Little Demons è un addio comunque dignitoso e da non buttar via, ma quanto è lontano quel novembre '85 quando la 4AD aveva deciso di immortalare il meglio della loro produzione con l'epiteto “Legendary”...

Nel febbraio dello stesso anno Cox lascia, Allen e Gray meditano di continuare senza di lui, ma riescono solo a portare a termine un tour promozionale dell'album in giro per gli Stati Uniti, finito il quale depongono le armi e dichiarano ufficialmente chiusa la storia dei Wolfgang Press.

Nel 2001 esce la compilation Everything Is Beautiful (A Retrospective 1983-1995), ad oggi ultima produzione ufficiale a portare il nome della band.

Oggi Michael Allen è al lavoro insieme all'italiano Giuseppe De Bellis, ex-collaboratore degli Orb. Insieme hanno dato vita al progetto  Geniuser, che nel 2005 ha partorito “Mud Black” per l'etichetta danese Phisteria. All’album collabora anche l'ex-compagno Andrew Gray, che nel frattempo continua a registrare per conto proprio e con lo pseudonimo Limehouse Outlaw ha pubblicato nel 2002 il suo primo disco solista, “Homegrown” (Allen ricambia il favore scrivendone gran parte dei testi). I due, inoltre, prendono parte alle nuove creazioni firmate Lavender Pill Mob, creatura messa in piedi dall'ex-Mass Gary Asquith, mentre Mark Cox è anch'egli attivo col suo nuovo progetto U:Guru.

Wolfgang Press

I piccoli demoni di casa 4AD

di Giuseppe D'Amato

Ispirati e talentuosi come pochi altri, i londinesi Wolfgang Press hanno incarnato una delle esperienze più significative dell’ondata darkwave di inizio anni Ottanta, tanto da essere inseriti, sia pure solo per un breve periodo, tra i nomi di punta della storica etichetta 4AD. Riviviamo la parabola dell’enigmatica band inglese, dagli esordi in territori dark-noise sino alla discutibile ..
Wolfgang Press
Discografia
 REMA REMA  
   
 Wheel In The Roses (Ep, 4AD, 1980)

 

   
 MASS 
   
 Labour Of Love (4AD, 1981)

6,5

   
 WOLFGANG PRESS  
   
Burden Of Mules  (4AD, 1983)

7,5

The Legendary Wolfgang Press And Other Tall Stories (antologia, 4AD, 1985) 
Standing Up Straight  (4AD, 1986)

7

 Bird Wood Cage (4AD, 1988)

 6,5

 Queer (4AD, 1991)

 4

 Funky Little Demons (4AD, 1995)

5

 Everything Is Beautiful (A retrospective 1983-1995) (antologia, 4AD, 2001)  
   
 MICHAEL ALLEN/ GENIUSER 
   
 Mud Black (Phisteria, 2005)

 

   
 ANDREW GRAY/ LIMEHOUSE OUTLAW 
   
 Homegrown (Limey, 2002)  
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

Prostitute I
(videoclip, da Burden of Mules, 1983)

Ecstasy
(videoclip da Scarecrow, 1984)

Kansas
(videoclip da Bird Wood Cage, 1985)

A Girl Like You
(videoclip da Queer, 1991)

 

Going South
(videoclip da Funky Little Demons, 1995)

Wolfgang Press su OndaRock
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