Il disco del mese: in archivio

 

2001

 

Natacha Atlas: Ayeshteni (Mantra Records)

 

Alla quarta prova da solista dopo l’esperienza nei Transglobal Underground, Natacha Atlas torna a stupire con le sue ardite contaminazioni tra folk arabo e pop europeo. Come il precedente “Gedida”, infatti, anche questo “Ayeshteni” è un disco di confine, poliglotta, ricco di sfumature e di timbri musicali. Un’altra prova d’eclettismo per questa “Striscia di Gaza umana”, come si è ribattezzata durante una tournée in Israele, e un’altra conferma della miopia dei discografici italiani, che continuano a boicottarla quando ormai in molti paesi europei - dalla Francia all’Inghilterra - si parla apertamente di lei come della “regina del pop arabo”.

Incantevoli occhi verdi e curve giunoniche da ballerina del ventre (l’attività con cui iniziò la sua carriera nei sobborghi marocchini di Bruxelles), l’egiziano-belga Natacha Atlas ha una voce unica, capace di fluttuare libera dai melismi del repertorio arabo ai vocalizzi eterei di certo pop europeo. Una sorta di Elizabeth Fraser della world music, insomma, che si concede il lusso di spaziare da un omaggio in salsa trip-hop alla tradizione francese, con “Ne Me Quitte Pas” di Jacques Brel, a una stupefacente cover di “I Put A Spell On You” di Screamin’Jay Hawkins, affogata in un mare di archi egizi e percossa da un battito hip hop. Sono prove azzardate, che altre voci rischierebbero di affondare nel kitsch, ma quello di Natacha Atlas è un canto sempre elegante e al tempo stesso imprevedibile, dalle infinite suggestioni ed escursioni di registro.

A dare ritmo al disco, però, sono soprattutto i pezzi in arabo: dalla seducente “Ashwa” alla iperdilatata “Mish Fadilak”, dalla melodia ipnotica di “Rah” alla dance elettronica di “Manbai”. Una progressione nell’anima più sensuale della musica mediorientale, unita a uno spiccato gusto per il pop sofisticato, per quei bassi dub cari ai Transglobal Underground (che hanno prodotto una delle tracce, “Soleil D’Egypte”, cover di un brano degli Zebda) e per le percussioni più ossessive. Se talvolta il rischio di ripetitività è in agguato, resta comunque il fascino di questo viaggio sonoro senza confini condotto al suono di una voce spettacolare come quella di Natacha Atlas. Una voce che il pubblico italiano potrà (finalmente) ammirare dal vivo in occasione del suo prossimo tour.


 

Nick Cave: No more shall we part (Mute Records)

 

Atteso ritorno per Nick Cave, il "bardo di Melbourne", a quattro anni dal suo ultimo lavoro, "The Boatman's call", un album che ne aveva accentuato la vena spirituale, riflessiva e dolente, con un pugno di "ballate della redenzione" vicine a quelle del suo maestro Leonard Cohen. Oggi Nick Cave sembra aver definitivamente abbandonato gli eccessi e la foga punk degli esordi per abbracciare un cantautorato assai più morbido, meditato e austero. Ed è la sensazione che trapela anche da questa sua ultima opera. Un disco severo e dolce al tempo stesso, dodici tracce che cercano di tessere il filo delle ultime produzioni di Cave, cercando un punto d'incontro tra le solenni ballate di "The Boatman's Call" (1997), il profumo d'amore e morte di "Murder Ballads" (1996) e la rabbia viscerale dell'amore tradito di "Let Love in" (1994).

Musicalmente, la formula di "No more shall we part" è il frutto di un cocktail formidabile: le struggenti decorazioni di violino di Warren Ellis dei Dirty Three ("Oh My Lord", "Sweetheart Come"), la profondita' delle armonie vocali di Kate e Anna McGarringle ("Hallelujah", "Love Letter", "Gates To The Garden"), il contegno sobrio e rigoroso delle chitarre di Blixa Bargeld e Mick Harvey, ovvero i Bad Seeds, la storica band di Cave, i crescendo tumultuosi di pianoforte ("Fifteen Feet Of Pure White Snow"), oltre alla consueta, incredibile intensità vocale dello stesso cantautore australiano. La rabbia, i toni crudi e violenti delle produzioni musicali precedenti, sembrano essersi placati in un contegno austero, ma non per questo meno drammatico. Anche perché resta l'asprezza delle liriche, che mescolano religiosità inquieta e disperazione terrena. 

Il viaggio di "No more shall we part" inizia con il singolo "As I sat sadly by her side", una tenera ballata cantata da Cave in un insolito registro tenue e malinconico, si prosegue con la struggente title track per piano e voce, per proseguire su un sentiero più spiccatamente religioso con brani come "Hallelujah", "God is in the house" e " Oh my Lord". Ma sotto la cenere di una quiete apparente brucia il fervore punk degli esordi. Un fervore che incendia "Fifteen feet of pure white snow". I sentimenti più delicati prendono il sopravvento, invece, in pezzi come "Sweetheart come" (con accompagnamento di pianoforte e violino), "The sorrowful wife" e in quella "Love letter" che più di una lettera d'amore sembra quasi una preghiera. Ma la malinconia torna dolente nella conclusiva "Darker with the Day", in cui l'animo dell'amante solitario si incupisce man mano la giornata si dispiega davanti ai suoi occhi.

"No More shall we part" è la nuova testimonianza dell'ansia religiosa di Cave, ma anche della sua solitudine, della sua ricerca d'amore e dei suoi momenti di disperazione. Un'opera che, senza raggiungere i fasti di "The good son", ripropone l'artista australiano come una delle figure di punta del cantautorato mondiale del Duemila.


 

Mercury Rev: All is dream (V2 - Universal)

 

Il loro precedente lavoro “Deserter’s Songs” li aveva consacrati come una delle realtà più importanti della scena psichedelica mondiale. A distanza di tre anni, i Mercury Rev da Buffalo, Usa, tornano con “All Is Dream” (2001), un album ancor più sinfonico del precedente, che prosegue il cammino intrapreso con “Deserter’s Songs”, smussando le ruvidità dei primi lavori di Donahue e compagni in favore di un pop sempre più raffinato, solenne e onirico. Il "padre spirituale" del disco è il leggendario Jack Nitzsche, che doveva esserne il produttore, ma è morto una settimana prima dell'inizio delle registrazioni. L'impronta di Nitzsche è palpabile nel "muro del suono" di arrangiamenti lussuosi, a volte persino ridondanti, con l’impiego massiccio di una vasta sezione di archi a fare da contrappunto alle chitarre.

L’effetto è di grande suggestione. Le atmosfere di Donahue e compagni si fanno sempre più astratte ed evocative. "The Dark Is Rising" si apre delicatamente, esplodendo come il più trascinante dei temi dei film di 007, prima che il falsetto stridulo di Donahue e un soffice piano costruiscano un'atmosfera intima, destinata ad essere nuovamente soppiantata dal crescendo dell'orchestra. "Tides Of The Moon" combina strutture rock con strani intrecci di tastiere e xilofono sui quali irrompe la voce di Donahue, che canta di un “volo dentro la superficie del sole…” La misteriosa "Lincoln’s Eyes", invece, fonde atmosfere minimaliste e paesaggi sonori alla Morricone con una melodia struggente alla Van Dyke Parks. "Nite and fog" è una splendida ballata visionaria, mentre "Drop in time" è una raffinata digressione pop.

Le mini-sinfonie dei lavori precedenti vengono ulteriormente dilatate in stile epico oppure si riducono a fragili bozzetti. A rimetterci è la verve rumoristica di “Yerself Is Steam”. A beneficiarne, il lavoro di destrutturazione e rimodulazione dei cliché pop portato avanti negli anni dalla band di Buffalo coniugando le colonne sonore anni ‘50 e il vaudeville con la psichedelia malata dei Velvet Underground e dei Pink Floyd. Un progetto che con "All Is Dream", forse, ha raggiunto il suo apice. "I Mercury Rev - scrive il critico Riccardo Bertoncelli - avevano iniziato più di dieci anni fa scrivendo musica per film e qui a tratti sembrano ritornare su quelle piste, con toni di volta in volta epici, romantici, drammatici. 'All is dream' è uno dei migliori dischi dell'anno, più convincente nei momenti di abbandono struggente che nelle (rare) sortite di spensieratezza".

 

(L'album All is dream si può ascoltare sul sito di NME: http://microsites.nme.com/listeningpost/mercuryrev/site/ )

 

ENGLISH VERSION

 

The new album of Mercury Rev, "All Is Dream" (2001), is a work that confirmed their new "symphonic" trend started from "Deserter’s Songs": more pop sounds and dreamy atmospheres, less noise-guitar rock. The album's "godfather" is the legendary Jack Nitzsche, who was destined to become the work's producer but died one week before the starting of the recordings. The Nitzsche's shadow surrounds this sort of "wall of sound", made of baroque arrangements (sometimes almost redundant), enriched by a wide strings ensemble that faces up the guitars. 

The music got even more solemn and evocative: "The Dark Is Rising" opens proceedings, erupting like a volcanic Bond theme, before Donahue’s cracked falsetto and gentle piano usher us somewhere hazily intimate, only for the orchestra to surge again. "Tides Of The Moon" combines more traditional rock textures with blessed-out keyboards and xylophones over which Donahue emotes beatifically about “flying into the face of the sun…” The mysterious "Lincoln’s Eyes", meanwhile, fuses minimal, Ennio Morricone atmospheres with a wounded, Van Dyke Parks-like melody. "Nite and fog" is a wonderful and evocative ballad, while "Drop in time" is a refined pop-oriented digression.

Mercury Rev have taken the predecessor’s windswept mini symphonies as a benchmark, expanding them epically or reducing them to achingly fragile vignettes. The sense of horizons being widened is palpable. The noisy atmospheres of “Yerself Is Steam” are far away. But the Buffalo's band has reached a new goal in developing its new project. That is to distort the stereotypes of traditional pop and create a new formula that can merge the 50's soundtracks and vaudeville with the sick, psychedelic ballads of the Velvet Underground and Pink Floyd. That's why "All Is Dream" can be considered as one of the best records of the year.

 

(You can hear the album All is dream on the NME website: http://microsites.nme.com/listeningpost/mercuryrev/site/)


 

Stereolab: Sound-dust (Elektra)

Dopo l’esito non sempre convincente degli ultimi tre album, in cui erano apparsi imprigionati in una formula musicale tanto gradevole quanto ormai “di maniera”, gli Stereolab tornano a inventare nuovi suoni e armonie con "Sound-Dust", l’album che corona un decennio di carriera nel segno della sperimentazione su pop, rock ed elettronica. Il nuovo disco della band di Tim Gane suona assai meno ripetitivo dei precedenti e nel complesso più oscuro e decadente, anche grazie all'apporto di un mago del suono come Jim O'Rourke e di John McEntire dei Tortoise. "Per questo anniversario ci siamo regalati un'altra esplorazione - ha raccontato Gane -. Volevamo provare tutti i tipi di suono, essere più sofisticati. L'intuizione del momento ci ha portati verso una musica melodica, soffice, impressionista". Un ritrovato stato di grazia confermato anche dalle brillanti performance live della band britannica nella recente tournée italiana.

Il nuovo clima si percepisce fin dall’inizio, con la tesa e austera overture di “Black Ants In Sound Dust”, partitura minimalista e interamente strumentale. La cantilena suadente di Laetitia Sadier riaffiora a partire dalla seconda traccia, “Spacemoth”, con una sorta di marcia funebre condotta al suono di trombe e una tenue melodia, sorrette da percussioni ossessive e variazioni di stile in pura tecnica minimalista. “Captain Easychord” si snoda attorno a una sonata di piano, alla chitarra “slide” di Jim O’Rourke e a cori celestiali con intrecci vocali alla Enya. Il ritmo si fa più serrato in “The Black Arts”, sostenuta da un battito dance e da un variopinto tappeto di tastiere. Il finale di “Les Bon Bons des Raisons” è una summa di questo nuovo stile, tanto severo quanto ricco di arrangiamenti.

Il riciclaggio di temi lounge e pop degli anni Sessanta riaffiora, a tratti, in brani come “Baby Lulu” e “Hallucinex”. Ma si ha l’impressione che con la “polvere di suono” di queste dodici tracce gli Stereolab stiano innestando nuove variazioni su quel loro tradizionale cocktail di musica trasversale che unisce un’inclinazione per l’art rock presa in prestito dai Velvet Underground e dal kraut-rock, melodie pop francesi degli anni Sessanta, i primi esperimenti con i Moog e la new wave. Una formula che è valsa loro autentici capolavori, come “Transient Random Noise Bursts With Announcement” o “Emperor Tomato Ketchup”, ma che era apparsa un po’ logora nelle loro ultime prove.

 

ENGLISH VERSION

 

The music of latest Stereolab three albums seemed both catchy and mannered. Their new record "Sound-Dust" is a remarkable change of direction in the decennial career of this British band. The album sounds much more dark and decadent than the previous ones, thanks also to a pair of great collaborations: the producer Jim O'Rourke and John McEntire of Tortoise. "To celebrate our ten years of music we wanted a new search on music", the group's leader Tim Gane explained. "We wanted to experiment every kind of sound, we wanted to be even more sophisticated. We finally arrived to a soft, melodic and impressionist music". 

So a new atmosphere marks the record since the instrumental overture “Black Ants In Sound Dust”, played in a minimalist style. The sweet chant of Laetitia Sadier comes again, starting from the second track, “Spacemoth”, arranged with a sort of funeral march, horns, soft melodies and obsessive percussions. “Captain Easychord” is a cocktail of piano chords,“slide” guitar played by Jim O’Rourke and evocative vocals a la Enya. The ryhthm rules on “The Black Arts”, with a dance beat and a keyboards background. The final track, “Les Bon Bons des Raisons”, is a synthesis of this new style, both austere and rich.

Stereolab's homage to lounge-music and Sixties pop is less evident than in their previous records, though “Baby Lulu” and “Hallucinex” still recall that style. These twelve "sound-dust" songs seem to show that Stereolab are experimenting new contaminations on their musical collage, that merges an art rock attitude taken from the Velvet Underground and the German kraut-rock, French pop melodies of the Sixties, the early experiments on Moog and the new wave. A formula that inspired masterpieces such as “Transient Random Noise Bursts With Announcement” or “Emperor Tomato Ketchup”, but seemed to be quite worn out in their latest works.


 

Tindersticks: Trouble Every Day (Beggars Banquet)

Figli del dream-pop inventato negli anni '80 dai Cocteau Twins, i Tindersticks si sono imposti fin dall’omonimo disco d’esordio del 1993 con i loro delicati fraseggi, al confine fra folk e musica classica. Una sorta di “pop orchestrale”, costruito attorno ad arrangiamenti senza enfasi, con i contrappunti del violino e i rintocchi spettrali del piano ad intessere atmosfere torbide. 

"Trouble Every Day" esce a pochi mesi di distanza da "Can Our Love", l’ultimo lavoro in studio di Staples e compagni che aveva fatto ricredere quanti li ritenevano ormai in declino, intrappolati in quei cliché da loro stessi in parte ideati. Ad animare il nuovo corso della formazione inglese è stata la vocazione per il soul. Un soul elegante e oscuro, reso attraverso ballate avvolgenti, che sanno di fumo, alcol e locali notturni del Vecchio Continente. 

E' l'atmosfera che pervade anche la colonna sonora di questo film di Claire Denis, che ha fatto scandalo all'ultimo festival di Cannes. “Un horror geneticamente modificato, color rosso sangue”, come è stato definito per il suo cocktail perverso di sesso, violenza e cannibalismo. Per il sestetto di Nottingham è la seconda collaborazione con Denis dopo "Nenette et Boni" (1996) ed è una nuova immersione nelle sue tipiche atmosfere funeree e crepuscolari.

Tra le note dei Tindersticks, la violenza del film si stempera in un sommesso requiem, dalla forte carica visionaria. Un clima che si avverte fin dagli "Opening Titles": una ballata dolente, in bilico tra il Cave più malinconico e il Cohen più noir, con la voce nasale di Staples a declamare una litania solenne. E’ il tema dominante dell’opera, rielaborato via via con variazioni di stile ora eteree, ora incalzanti. Lo spirito del disco si dibatte tra momenti di stasi e sprazzi di tensione allo spasimo. Un sinistro ticchettio agita la quiete di "Maid Theme", mentre la tromba minacciosa di "Room 321" contribuisce ad appesantire un clima che si fa sempre più thrilling con i rintocchi di campana di "Notre Dame" e i bassi cupi di "Killing Theme". "Closing Titles" chiude il disco accentuando gli archi e la sezione ritmica, con il baritono monocorde di Staples che torna a intonare la melodia triste di “Trouble every day”. I brani scorrono via lenti e maestosi. Unico limite, forse, una certa ripetitività che non compromette tuttavia l’impatto emotivo dell’opera. 


IN ENGLISH

 

Sons of the Eighties Cocteau Twins dream pop, the Tindersticks have showed a peculiar style since their debut album in 1993. A style made of delicate arrangements, close to folk and classic music. A sort of “orchestral pop”, built on severe and refined themes. The violin's counterpoint and the spectral piano are the main features and create dark atmospheres. "Trouble Every Day" was issued a few month later the cut of "Can Our Love", their latest studio album. A work that has been considered as a renaissance for the band of Stuart Staples after the not so glorious experience of their previous album. The new deal of the British band is pervaded by a soul attitude. A refined and dark soul, expressed through charming ballads, calling to mind the smoky and alcoholic smell of the Old Continent’s pubs. This is also the atmosphere of this work, that is the soundtrack of the homonymous film directed by Claire Denis. A film that made scandal during the last Cannes festival. “A red bloody-coloured horror" it was defined for its perverse cocktail of sex, violence and cannibalism. It's the second time that the Nottingham's band collaborates with Denis, after "Nenette et Boni" (1996), and it's a new demonstration of their typical dramatic and funereal spleen. The film's violence is dissolved into a sort of solemn and visionary requiem. The "Opening Titles" are a sick ballad that combines the most melancholic Cave and the noir side of Cohen, with the monotone baritone of Staples singing a solemn litany. It's the soundtrack's main theme, modified during the tracks with both ethereal and thrilling arrangements. A sinister noise disturbs the quiet of "Maid Theme", while the aggressive trumpet of "Room 321" creates a quite dark atmosphere. An atmosphere that becomes even more horror with the bell's tolls of "Notre Dame" and the loud bass of "Killing Theme". "Closing Titles" ends the album increasing strings and drumming, while Staples comes back singing the sad melody of “Trouble every day”. The tracks pass slowly and magnificently. The only problem with this album is a certain monotony, but it doesn't soften its thrilling impact.


 

Explosions in the sky: Those who tell the truth shall die (Temporary Residence)

Certo, quando si sono formati (4 luglio 1999), gli Explosions in the Sky non potevano immaginare che il loro nome sarebbe diventato una macabra profezia. E quando hanno riportato sulle pagine interne della copertina di questo cd l’immagine di un aereo con la scritta “This plane will crash tomorrow” non potevano immaginare quello che sarebbe successo davvero qualche mese dopo. Ma, di fronte a questo quartetto texano, non bisogna fermarsi al nome (un po’ iettatorio, in verità). Ciò che conta, infatti, è la qualità della musica che emerge da questo sorprendente album.

Chris Hrasky (batteria), Michael James (basso), Munaf Rayani e Mark Smith (chitarra) riescono a creare un’atmosfera surreale, che combina melodie e paesaggi sonori trasognati con strati di denso noise-rock al limite della cacofonia. Il terreno da cui prendono le mosse sembra essere soprattutto l’anarchia strumentale di Godspeed You Black Emperor!, ma è solo un punto di partenza. La loro è una combinazione mirata tra spontaneità punk e cerebralismo post-rock, una fusione dosata di malinconia ed energia. I toni languidi e dimessi sono solo un pretesto per far cadere l’ascoltatore in uno stato di trance dal quale ridestarlo improvvisamente con le cadenze ossessive della batteria e l’andamento serrato delle chitarre. “Dal silenzio totale alla violenza totale”, è il motto dichiarato della band.

L’overture di "Greet Death inizia con 50 secondi di semplici fluttuazioni sonore, che fanno da preludio a una sequenza di riff incalzanti, in una progressione che è insieme epica e trascinante. "Yasmin the Light" simula un battito cardiaco, in una sorta di ninnananna, accompagnata dal suono ora quieto ora più serrato delle chitarre. Anche "Have You Passed Through This Night?" parte piano, con suoni aperti e distesi, che sembrano quasi evocare le distese sconfinate del Texas, prima di immergersi in un mare di chitarre abrasive e lancinanti. E sono proprio queste esplosioni che rendono la musica degli Explosions in the Sky così drammatica ed emozionante. Esplosioni rese grazie a un chitarrismo raffinato, emulo di maestri come Joe Satriani e Robert Fripp, a cui si abbina a una sezione ritmica marziale e poderosa. Una miscela sonora di grande impatto emotivo per una band giovane che sembra possedere tutte le carte in regola per la definitiva consacrazione. 

 

Natalie Merchant: Motherland (Elektra/Cgd) 

Terzo album solista per Natalie Merchant, ex-leader dei 10.000 Maniacs, uno dei gruppi più originali degli anni ’80. Co-prodotto con T Bone Burnett (Elvis Costello, Wallflowers, Sam Philips e la colonna sonora di “Fratello dove sei”?), “Motherland” raccoglie dodici nuove canzoni che incrociano rotte musicali disparate. Si spazia da ballate folk a ritmi reggae, da aromi arabi a orchestrazioni da camera, da accenni gospel a sprazzi di tango e flamenco. Canzoni che Natalie Merchant interpreta da par suo, con la sua voce armoniosa e la sua consueta classe da songwriter di razza, già sfoggiata in quel piccolo capolavoro che era “Tigerlily” e – in parte minore – nel successivo e più confuso concept-album “Ophelia”.

Se in passato aveva preferito raccontare storie prettamente “intimiste”, questa volta Natalie Merchant getta soprattutto uno sguardo politico e sociale sull’America d'oggi. “The House is On Fire”, la "casa che va a fuoco", ad esempio, è una metafora degli Stati Uniti. Il brano è stato scritto durante le proteste anti-globalizzazione a Seattle e lo scandalo dei voti durante il ballottaggio elettorale in Florida. Ma il testo, letto alla luce degli ultimi eventi, diventa anche la testimonianza della rabbia di una popolazione ferita, che - come racconta la cantautrice di Jamestown - “vuole fuggire dalla realtà, e non si rende conto che l’11 settembre anche l’America ha avuto il suo Armageddon, il giorno del giudizio”. “The House is On Fire” si rivela anche uno dei pezzi migliori dell'intero album, grazie a un arrangiamento ammaliante di archi e fiati in stile arabo, alle chitarre elettriche distorte e a un ritmo reggae, con i vocalizzi di Natalie che a tratti sembrano quasi evocare la magia di Natacha Atlas.

Nonostante la durezza dei temi trattati, si respira un’aria di serenità. La serenità di chi osserva i drammi con la sincerità e la fermezza indispensabili per andare avanti. La musica di "Motherland" riflette questo sguardo lucido e riflessivo, ma si scompone in una serie di direzioni musicali, mantenendo sempre in primo piano i suoni "root", non solo con le fisarmoniche e le pedal steel country, ma anche attraverso le diverse contaminazioni "etniche". Come nell’accenno di tango di "The Worst Thing". Non mancano poi gli episodi che riportano alla mente i momenti più gradevoli del pop-rock firmato 10.000 Maniacs ("Tell yourself", “Just can’t last”), ma anche incursioni nella musica nera, come “Build a levee”. Un impasto sonoro che alla fine risulta omogeneo e riuscito. E la Merchant narratrice profonda di storie personali torna a emozionare con la meditazione sofferta di “Not in this life” e l’esausta invocazione finale di "I'm Not Gonna Beg" ("Non ti supplicherò per nessuna cosa/ Non ti supplicherò per il tuo amore"), una ballata austera che ricorda la miglior Joni Mitchell. “Motherland”, insomma, è un disco che lascia il segno. Una prova matura per una delle cantautrici più raffinate ed eclettiche del panorama attuale. 

 

 

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