Apollo 440

Apollo 440

Battito elettronico, chitarra elettrica

di Alessandro Mattedi

Gli Apollo 440 hanno rielaborato molte influenze: dance, jungle, big beat, chillout, house, synth-pop e soprattutto rock. Il gruppo ha poi sviluppato ancor di più queste ultime, dando vita a un vero e proprio "rock elettronico" infarcito di citazioni, campionamenti e tributi, con diversi singoli di successo

Tra la fine degli anni 80 e l'inizio degli anni 90 la scena elettronica britannica era in fermento. Molti dj stavano rimescolando sonorità ambient, techno, acid-house, trance e dance, contemporaneamente dando vita a nuovi generi come la drum'n'bass o la jungle. Muovevano i primi passi importanti act elettronici, come Orbital e Underworld, ma anche gruppi rock già consolidati come i Primal Scream iniziavano a evolvere il loro sound verso maggiori sperimentazioni electro-rock. Infine a metà anni 90 emersero artisti come Fatboy Slim, i Chemical Brothers e i Prodigy, che en passant portarono sotto i riflettori l'emergente cultura rave e soprattutto catalizzarono l'attenzione di stampa e pubblico verso un movimento che era stato definito come "big beat" dal compositore Ian Williams. 

Mentre questi gruppi scalavano le classifiche quasi da subito, da Liverpool alzavano la manina due fratelli, Trevor e Howard Gray, che assieme a James Gardner e Norman "Noko" Fisher-Jones si stavano distinguendo per i loro remix dance di vari noti artisti. Il gruppo scelse il nome @440, prendendo spunto dalla nota musicale La (in notazione anglosassone A) la cui frequenza è a 440 Hz, e da un modello di sintetizzatore chiamato Studio 440. Quasi subito lo cambiò in Apollo 440 in riferimento al dio greco, anche se per molti anni sarebbe stato trascritto direttamente come Apollo Four Fourty.
Sempre attenti a spaziare tra suoni diversi tra loro per assemblarli assieme con un approccio al tempo stesso retrò e aggiornato a gusti più attuali, gli Apollo 440 sarebbero divenuti col tempo una delle formazioni più note associate alla scena big beat, ma in realtà gli inglesi intrapresero un loro percorso alternativo che attingeva da molte altre sonorità.

Pur avendo iniziato la loro attività già nel 1991, gli Apollo 440 ci misero un po' a ingranare le marce. Iniziarono a entrare nelle classifiche inglesi solo nel biennio 1994/1995, con i singoli "Astral America", "Liquid Cool" (con inserti di riff latin-rock e percussioni esotiche) e "Don't Fear The Reaper" (remix/cover dei Blue Oyster Cult), e in quelle internazionali due anni dopo.
In questo periodo creano la loro etichetta personale Stealth Sonic Records e debuttano assieme a qualche session guest con l'album d'esordio, intitolato Millenium Fever, comprensivo dei singoli sopracitati e registrato a Londra (dove nel frattempo si erano trasferiti). È un tributo all'artista post-moderno francese Jean Baudrillard, più volte menzionato. I pezzi tutto sommato sono prevedibili ma orecchiabili e ballabili. Come molte altre composizioni da club, tendono a dilatare e ripetere le basi con beat fino a 140 bpm, sulle quali poi gli inglesi adagiano occasionali melodie tastieristiche e campionamenti a piccole dosi. Si orientano per questo esordio soprattutto su una dance arricchita da sonorità futuristiche, melodie in parte trance e in parte synth-pop, interventi atmosferici derivanti dall'ambient e da fraseggi dub (come nell'evocativa "Omega Point", ispirata dall'omonimo concetto spirituale del gesuita francese De Chardin).
Il gruppo ha anche una fissazione con la criogenizzazione e l'azienda Alcor, al punto da citarle in vari brani, come proprio "Liquid Cool" e la title track. Il pezzo più riuscito è forse la conclusiva "Stealth Requiem", immersa in un'atmosfera noir e urbana, impreziosita dagli effetti elettronici che spaziano dall'efficace contorno alla base melodica portante.
Ma questi non sono ancora gli Apolli noti al grande pubblico globale, e tutto sommato sono un po' distanti dai nomi grossi del big beat, che nel frattempo stava esplodendo.

apollo440bLa vera notorietà per gli Apollo 440 arriva nel 1997 con Electro Glide In Blue, che mostra anche un significativo passo in avanti nella bontà dei brani proposti e nella personalizzazione del sound.  Nel frattempo Gardner aveva lasciato il gruppo, ormai fondamentalmente un trio composto dai fratelli fondatori Gray, da Noko e da svariati occasionali ospiti. Il titolo è una citazione da un film di James William Guercio, che a sua volta faceva riferimento alle stereotipate motociclette dei poliziotti stradali americani. L'album mostra un gruppo molto più ambizioso e consapevole delle sue potenzialità, che cerca di concretizzare la sua visione musicale smontando e rimontando assieme le sonorità più disparate, slegandosi dai binari precedenti, attingendo a influenze più variopinte.
I singoli più noti e di successo sono la dinamica e orecchiabile "Ain't Talkin' 'Bout Dub", che remixa in chiave jungle i Van Halen di "Ain't Talkin' 'Bout Love", e l'orecchiabilissima "Krupa", che campiona la ritmiche di "The Ballroom Blitz" del gruppo glam-rock The Sweet, nonché omaggio al batterista jazz polacco Gene Krupa. Abbastanza popolare è anche l'esotica "Tears Of The Gods", con i suoi riff southern, le maracas, lo scratching hip-hop e i ben dosati effetti elettronici, che probabilmente in molti ricordano per la pubblicità di una notissima bevanda (suggerimento: "Welcome to paradise").
Ma il meglio del gruppo viene dato nei brani più atmosferici e stilisticamente particolareggiati, come nell'electro-country di "Altamont Super (Highway Revisited)", nel downtempo/chillout della notturna title track (che sa molto di Underworld e figura Ewan MacFarlane come ospite con una prova vocale bluesy espressiva e intensa), oppure nell'atmosferica "Pain In Any Language" che naviga tra l'electro-dark e il trip-hop (la voce malinconica in stile Bowie stavolta è di Billy MacKenzie, poco prima che morisse) e soprattutto nella conclusiva "Stealth Mass In F#M" che rimescola atmosfere new age e percussioni tribali (con voce femminile dolente di Betty Gray).
Non mancano poi spunti funky (come in "White Man's Through"), surf-rock misto a motivi da film da spy-story ("Carrera Rapida"), jungle, drum'n'bass ("Vanishing Point") o breakcore ("Raw Power", presente non in tutte le edizioni).
È un disco vario, incalzante, molto melodico e atmosferico. Paradossalmente ciò sembra quasi penalizzarlo, perché tutta l'attenzione mediatica è rivolta al big beat propriamente detto in senso stretto, mentre gli Apollo 440 risultano più trasversali ed eclettici. Per sua sfortuna l'album è arrivato dopo il boom commerciale di altri celebri nomi elettronici che in questo periodo riscuotono più attenzione: i Chemical Brothers erano già diventati internazionali con l'esordio "Exit Planet Dust" nel 1995 e contemporaneamente rilasciavano l'acclamato "Dig Your Own Hole"; i Prodigy avevano già dato alle stampe "Music For The Jilted Generation" nel 1994 e nello stesso periodo "The Fat Of The Land"; solo Fatboy Slim doveva ancora pubblicare il suo secondo Lp "You've Come A Long Way Baby", che sarebbe stato un successo enorme.
Gli Apollo 440 sembrano competere a livello di popolarità dei singoli in classifica e nel dancefloor, ma vengono stracciati nelle vendite degli album.

Comunque, dopo aver rotto così il ghiaccio, gli inglesi ottengono la consacrazione stilistica definitiva nel 1999 con Gettin' High On Your Own Supply. Di tutti i gruppi inseriti nel movimento big beat, gli Apollo 440 sono certamente quelli più "borderline" e rockeggianti, al punto che in quest'album passano con disinvoltura tra l'elettronica più variegata e il rock. Quali siano i loro intenti non è ben chiaro, al punto che la stessa band sembra ironicamente chiederselo nell'iniziale "Are We A Rock Band Or What?...", ovviamente composta dal solo... sintetizzatore. E in tutto il disco l'anima che si percepisce è quella di un electro-rock scanzonato, che cita con naturalezza tanto i gruppi rock anni 70 quanto l'effettistica hip-hop e l'elettronica da club anni 90.
In realtà, se c'è uno scopo nel gruppo, è proprio sfornare singoli orecchiabili, per divertirsi e senza pretenziosità. La loro canzone più famosa di sempre è quella "Stop The Rock" che fra film, pubblicità e videogiochi è forse fra i brani più celebri degli anni 90, col suo riff grintoso e il testo con un pizzico d’ironia (“stop the rock, can’t stop the rock”, “dancing like Madonna into the groove” ecc.). È in realtà basata su "Caroline" degli Status Quo, di cui sono ripresi gli stessi riff. Il gruppo però non li ha mai citati nei crediti, attribuendoli come composizione originale assieme all'ospite Ian Hoxley alla voce.
L'album rimane in ogni caso il lavoro più compatto e maturo del gruppo, senza rinunciare a guizzi melodici e frizzanti nemmeno nelle digressioni più atmosferiche. Dai brani più retrò ("Cold Rock The Mic", tra glam-rock, industrial e big beat) a quelli più solari (la hit "Lost In Space", dalla colonna sonora dell'omonimo film), gli Apollo 440 hanno ormai consolidato il loro stile sul brio e sull'eclettismo. L'inno da stadio è forse "Stadium Parking Lot", una marcia epica dove un riff alla Led Zeppelin in stile "Heartbreaker" viene guidato da una voce anthemica, effetti scratchati, tastiere melodiche di sottofondo e una batteria semplice ma trascinantissima.
Forti componenti elettroniche animano l'intrigante "The Machine In The Ghost" (titolo citazione dai Police), in uno scenario trip-hop/downtempo dalle atmosfere noir. "Heart Go Boom" è colorata e schizoide: campiona suoni reggae, country, surf-rock e spari da film western immersi in un impianto jungle, aggiungendoci consuete schitarrate e influenze alternative-rap. "Blackbeat" suona come un omaggio ai Kraftwerk che all'improvviso si trasformano nei Chemical Brothers in una vena più frenetica. La chiusura dell’album è affidata a "The Perfect Crime": atmosfere notturne e soffuse, sassofono ed effetti dark, forse a suggerire all'ascoltatore che il "crimine perfetto" lo hanno fatto gli inglesi convincendo il pubblico che un gruppo elettronico possa vestire con naturalezza i panni del gruppo rock.
Il disco è ben arrangiato e ricco di potenziale melodico, ma la spada di Damocle sul gruppo è l'aver combinato assieme spunti e "citazioni sonore" già sulla scena da tempo. Ciò si riflette nel successo commerciale che per questo album è contraddittorio (migliora sensibilmente la posizione nelle chart britanniche, peggiora decisamente in quelle europee) e declinerà rapidamente subito dopo. Tutte le classifiche sono intanto in procinto di venire affollate da nuovi trend. Pochi gruppi electro-rock come i Grand Theft Audio prendono spunto dagli Apollo 440, ma durano il tempo di un album o poco più.

Nel 2000 il gruppo rilascia un energico inedito per la colonna sonora del film "Charlie's Angels" che riscuote molto successo, ma è quasi un riciclaggio di "Cold Rock The Mic". Inoltre gli inglesi tornano a progettare remix, stavolta però sotto il moniker di Stealth Sonic Orchestra.

apollo440aUn po' in silenzio e dietro le quinte, il gruppo ritorna sulle scene quattro anni dopo con Dude Descending A Staircase (titolo ironico che, assieme alla copertina, parodizza un famoso quadro di Marcel Duchamp). L'album è il lavoro più lungo degli inglesi, ben 18 pezzi divisi in due dischi per oltre un'ora e mezza di musica arricchita da vari ospiti, e segue un'attitudine retrofuturista tinta nei suoni tanto di Isaac Hayes quanto di St Germain. Il primo cd vede il loro stile fare un passo indietro, mettendo da parte le chitarre per la maggior parte del tempo, riallacciandosi alla musica dance, in parte al soul anni 70 e a stilemi disco-funk eleganti, sempre molto orecchiabili. Il secondo cd concede maggior spazio a influenze acid-jazzchillout e downtempo
Non mancano certo episodi melodici e godibili, sia tra le parentesi più atmosferiche ("Christiane", "Children Of The Future") che nei momenti più briosi ("Time Is Running Out", "Bulletproof Blues") e vintage (la title track tra tastiere lounge, spruzzi elettronici futuristici e linee vocali sguaiate in collaborazione col gruppo hip-hop The Beatnuts).
La vena ironica del gruppo è - come già anticipato - schiettamente evidente, con assoluta nonchalance (esemplificata in particolare da pezzi come "Disco Sucks", una dance anni 80 catchy e beffarda, forse giusto un po' ripetitiva). Ma complessivamente il gruppo sembra avere meno idee genuine da metter a cuocere e vari altri brani sembrano più riempitivi di classe, quando non anche un po' prevedibili e manieristici ("1, 2, 3, 4" è fondamentalmente una "Stop The Rock" un po' più funky e kraftwerkiana di cui ricicla pure alcuni motivetti vocali, "Diamons In The Sidewalk" è una breve citazione sonora di Bark Psychosis e Mogwai ma è inconcludente, "Rope, Rapture & The Rising Sun" è un trip-hop annacquato). Probabilmente ridurre il minutaggio e il numero di tracce su cui concentrare gli sforzi avrebbe aiutato, perché, presi singolarmente, sono molti gli spunti intriganti sparsi lungo l'Lp. Questa sensazione è supportata anche dal fatto che metà dei brani non ha come crediti Apollo 440 ma la Stealth Sonic Orchestra: e forse la release è il risultato della condensazione di quelle che in principio dovevano essere due uscite separate.
Purtroppo per il gruppo, l'album viene percepito come "fuori tempo massimo" da pubblico e stampa, si rivela così un flop commerciale e non entra nemmeno nelle classifiche inglesi. Altri gruppi elettronici anni 90 sono più fortunati, continuano a intercettare i gusti in evoluzione degli ascoltatori, a rinnovarsi e a riscuotere successo.

A questo punto inizia un lungo periodo di relativo silenzio, in cui il gruppo compone colonne sonore minori a nome Stealth Sonic Orchestra, interrotto dopo quasi dieci anni con The Future's What It Used To Be. È stavolta l'album più breve, poco più di 40 minuti, introdotto già da un pezzo sotto i tre minut,i incalzante ed energico, come "Stay Frosty". È anche già dal titolo un inno all'attitudine più celebrativa degli inglesi e risulta un sincero tentativo di ripercorrere le sonorità esplorate in passato del gruppo, coniugare l'elettronica anni 80 e il rock con suoni più attuali, fino al dubstep sorto in questi anni prendendo spunto anche dal big beat. Si spazia quindi fra brani anthemici (la title track), che lambiscono dance-funk ("Motorbootee"), disco-rock ("A Deeper Dub") e persino arena-rock ("Fuzzy Logic") ma anche pezzi atmosferici più bluesy e psichedelici ("Love Is Evil"). La conclusiva "Music Don't Die" infine sembra come se riunisse gli U2 con gli Archive. Il disco mostra ancora qualche episodio sottotono, ma nel complesso appare più a fuoco del predecessore, soprattutto perché è anche lampantemente passatista e quindi ispirato da obiettivi chiari, benché un po' di maniera. Si tratta insomma di un lavoro consigliato più ai fan del gruppo che vogliono sperimentare una variante più "moderna" (nel senso di aggiornata ai trend nati pochi anni prima), che a chi cerca rivoluzioni sonore, anche perché la promozione del disco è praticamente inesistente. Difatti, il grande pubblico e la scena stessa di riferimento non sembrano accorgersene.

E qui finisce, per ora, la carriera discografica degli Apollo 440. A lungo andare "decaduti" in popolarità dopo una breve (e intensa) stagione d'oro, costellata da numerose partecipazioni in oltre 50 fra film, spot televisivi, videogiochi e altri mezzi mediatici, hanno però saputo incarnare uno spirito citazionista, spiritoso, scanzonato, trasversale e frizzante con spontaneità e senza mai rinunciare alla melodia. 



Apollo 440

Battito elettronico, chitarra elettrica

di Alessandro Mattedi

Gli Apollo 440 hanno rielaborato molte influenze: dance, jungle, big beat, chillout, house, synth-pop e soprattutto rock. Il gruppo ha poi sviluppato ancor di più queste ultime, dando vita a un vero e proprio "rock elettronico" infarcito di citazioni, campionamenti e tributi, con diversi singoli di successo
Apollo 440
Discografia
 Millenium Fever (Stealth Sonic/Sony, 1994)

 

Electro Glide in Blue (Stealth Sonic/Epic, 1997)

 

Gettin' High On Your Own Supply (Stealth Sonic/Epic, 1999)

 

 Dude Descending A Staircase (Stealth Sonic/Epic, 2003) 
 The Future's What It Used To Be (Stealth Sonic/Reverb, 2012)

 

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