Ben Frost

Ben Frost

Il gigante di ghiaccio dell'elettronica

di Valerio D'Onofrio

La glaciale elettronica del compositore australiano coniuga minimalismo, assordanti droni, psicosi post-industriali e desolanti scenari di puro orrore cosmico. La sua violenza estrema è stata capace di trascendere il mero aspetto sonoro per abbracciare un elemento emozionale che trova nell’angoscia e nella paura il suo punto di arrivo

Nato nel 1980 a Melbourne (Australia) ma islandese di adozione, Ben Frost è uno dei più interessanti e innovativi tra i giovani compositori della nuova generazione dell'elettronica di ricerca contemporanea. La sua discografia si evolve negli anni dal minimal dei primi esperimenti giovanili e si contamina via via con le influenze dei mostri sacri del genere, dal glitch di Fennesz, al post-minimalismo di Oren Ambarchi, al dub di Loscil, alle cattedrali sonore di Tim Hecker, Lawrence English o Rafael Anton Irisarri, per arrivare a una potenza sonora più accostabile al rock d’avanguardia legato al massimalismo di Glenn Branca. La sua violenza, spesso estrema, nei momenti più alti è stata capace di trascendere il mero aspetto sonoro per abbracciare un elemento emozionale che trova nell’angoscia e nella paura il suo punto di arrivo. Un ulteriore aspetto che ha caratterizzato Ben Frost è stato un utilizzo differente e più intenso della chitarra all’interno della musica elettronica, che fa evidenziare una certa influenza anche dal mondo del metal estremo; un approccio "altro" allo strumento che è uno dei suoi principali marchi di fabbrica. Pur ritrovando questi elementi nei suoi tanti Lp, Frost ha dimostrato una sua coerente visione che si percepisce da una caratteristica violenza dei suoni, dall’uso di assordanti droni capaci di descrivere aspetti reali della società contemporanea (rumori industriali, moderne nevrosi) e una capacità di manipolatore sonoro che lo ha contraddistinto rispetto alla sua scena musicale di origine.

Le prime esperienze

benfrost1_02La sua prolifica carriera inizia in sordina con il semi-clandestino Music For Sad Children (2001) che, nella sua semplicità, ci segnala un giovanissimo musicista colto, affascinato dal minimalismo americano e dai loop di William Basinski, ma rivolto anche alle varie evoluzioni della musica elettronica contemporanea (dal dub al glitch fino al drum'n'bass).
Music For Sad Children è indubbiamente un lavoro artigianale, spesso neppure considerato nelle discografie ufficiali, ma che contiene brani che mostrano un indubbio talento premonitore di una carriera di tutto rispetto (i loop di piano di “Poking Holes In Your Research”, la litania dark di “Age 13... With A Screwdriver” o le intime melodie di piano con batteria elettronica di “Hiding In The Ether”).

Nel 2002 dà vita a un progetto - a nome School Of Emotional Engineering - insieme al bassista Daniel Rejmer, il chitarrista Andy Hazel, il violinista Russell Fawkus e il batterista Jova Albers. Pubblicato nel 2004, mostra un iniziale interesse di Frost alle collaborazioni, che diventeranno numerosissime negli anni successivi. Il progetto si pone come punto di congiunzione tra la sua carriera giovanile, iniziata l’anno prima, e quella che sarà la sua, ormai prossima, maturità.
School Of Emotional Engineering ricalca il precedente Music For Sad Children ma contiene elementi che vanno dal trip-hop (“Of Angel Dust”) al piano minimal ("To Be Continued" e “Refrain”). La traccia più originale, quella che meglio coglie parte di ciò che sarà il prossimo futuro di Frost, è una sorta di ballad tra ambient cosmico, rock e trip hop; la poetica e romantica “Falling For Sylvia”.

Il Ben Frost cosmico

Ma il vero Lp che innalza Frost a uno dei principali giovani compositori elettronici contemporanei è Steel Wound (2003), sorprendente viaggio cosmico che ricorda i fasti dei pionieri della kosmische musik tedesca arricchito di manipolazioni di chitarra che uniscono la sonorità dilatate di Schulze ai trip psichedelici degli Ash Ra Tempel, ottenendo un risultato che riesce a passare dal lugubre degli impenetrabili droni di “Swarm” e “I Lay My Ear To Furious Latin” per librarsi nelle note di chitarra dei maestosi dieci minuti di “You Me And The End Of Everything”, un’imponente sinfonia cosmica allo stesso tempo potente e lisergica, che resta uno dei punti più ispirati della sua discografia.
L’uso della chitarra diventa sempre più massiccio in “Last Exit To Brooklyn” e in “And I Watched You Breathe”, entrambe in perenne conflitto tra ambient e distorsioni di chitarre manipolate che tracciano una strada comune tra mondi diversi (ambient e noise-rock). La title track è invece un drone schulziano, lugubre e claustrofobico che incede fino a un finale che porta la tensione ai limiti.

We Love You Michael Gira

benfrost4Nel frattempo i suoi interessi si spostano verso aspetti noise ben più marcati e distorsioni ben più potenti; Frost, con i suoi lunghi e monumentali brani diventa un punto di riferimento per un nuovo modo di intendere la musica elettronica di ricerca contemporanea.
Il bellissimo Theory Of Machines (2006) vira verso l’imponenza dei suoni (quattro lunghe composizioni), elemento che si nota già nella citazione degli Swans, nel brano “We Love You Michael Gira”; glitch, synth distorti, pulsazioni ossessive, sviluppo caotico e finale catartico che - nei due minuti assordanti di “Coda” - sfocia in un martellante incubo elettronico.
La citazione di Gira potrebbe essere più adatta nella magniloquente suite di “Theory Of Machines” che sembra la versione elettronica di uno dei capolavori degli Swans, “Helpless Child”. “Stomp (Lux et Nox)” è un incubo tra il tribale e l’industrial, dove rumori metallici e scariche di distorsioni stracciano i momenti di quiete. Ma il capolavoro del lotto è “Forgetting You Is Like Breathing Water”, composizione lenta e austera ma allo stesso tempo carica di tensione e di ansia crescente. Un lento crescendo robotico che commuove, l’inumano che diventa umano ricreato con poche note crescenti di un synth che ricorda un vibrafono, fino a un finale di archi che ricorda i momenti più ispirati di Max Ritcher, che rovescia l’inquietudine in una liberatoria catarsi.

Dopo questa perla della musica elettronica degli anni Zero, Frost riesce incredibilmente a superarsi ancora. Portando all’estremo le intuizioni di Theory Of Machines (2006), pubblica infatti il suo capolavoro, By The Throat (2009), vero magma elettronico debordante di idee che porta la sua gelida poetica allo zenit. Non un semplice album, ma una vera esperienza di ascolto estremo. L’orrido gorgo sonoro che Frost riesce a costruire colpisce come un pugno in ogni traccia dell’album; paura, inquietudine, tensione estrema e angoscia sono gli elementi che comunica l’opera dall’inizio alla fine.
Siamo al punto massimo di comunicatività di una poetica che si è ormai contaminata con una quantità di elementi stilistici e un numero di soluzioni sonore sorprendenti. Colpisce la potenza quasi faustiana di “Killshot”, turbinio senza fine di vortici elettronici di inaudita violenza, con i decibel che aumentano - mai in modo fine a stesso o per nascondere una carenza di idee - ma per trasmettere sentimenti drammatici crescenti secondo dopo secondo. Tanta forza si disperde nell’incredibile "The Carpathians", dove gli ululati rabbiosi dei lupi sembrano l’ipotetica colonna sonora del cinema espressionista del Nosferatu o del Faust di Murnau. Puro orrore cosmico senza tregua. Ancora droni di una violenza che strappa l’ascoltatore dalla sua tranquillità per scuoterlo fino a farlo entrare in una dimensione sconosciuta in “Híbakúsja”. Droni soffocati, quasi spasmi di creature primordiali alla ricerca di libertà.
Ma il capolavoro nel capolavoro è la doppia “Peter Venkman”, che traccia una strada tra le angoscianti sinfonie di Ligeti e gli archi di Klaus Schulze, tra l’orrore dello spazio profondo e l’incomunicabilità della psiche umana. Cori tra l’umano e il robotico si affiancano a note di piano e droni squassanti di chitarra; nella seconda parte un sinistro arpeggio di chitarra e il suono di trombe chiudono con possente malinconia quello che forse resterà come la più importante composizione di Frost.

Le collaborazioni, le colonne sonore e i lavori per teatro e danza

benfrostOrmai apprezzato in ogni parte del mondo, Ben Frost inizia a ottenere varie proposte di collaborazione; gli anni successivi sono quelli in cui ha l’opportunità di confrontarsi con la sfida delle soundtrack, sia di film che di serie-tv o documentari. Nel 2010 viene scelto per colonna sonora del documentario The Invisibles (2010) di Amnesty International sull’immigrazione del Centro e del Sud America; Frost si adatta ai bisogni e alle richieste dei registi, ma mostra spiccati elementi di congiunzione col post-minimalismo di Oren Ambarchi (“Seaworld”, “Invisible”) mentre il brano più originale è il bizzarro insieme di chitarra e archi di “The Gravity Of Numbers”. Nonostante le rigide regole Ben Frost riesce sempre a emozionare e colpire nel cuore l’ascoltatore.

L’anno dopo è la volta della brevissima colonna sonora del film della regista australiana Julia Leigh, Sleeping Beauty (2011), ma sopratutto della splendida collaborazione con Daníel Bjarnason in Solaris (2011).
Prendere un grande classico del cinema di fantascienza come "Solaris" del regista russo Andrej Tarkovskij - ispirato dal romanzo di Stanisław Lem - e cercarne di fare un’ideale colonna sonora è un progetto ambizioso e rischioso allo stesso tempo. Frost è un musicista legato al noise e a elementi post-industriali spesso cacofonici, mentre Bjarnason è più legato ad aspetti sinfonici. Di fronte hanno un gigante, quello che probabilmente è il più grande film di fantascienza nato al di fuori dei canonici confini anglofoni; non solo, "Solaris" (1972) è anche un film estremamente psicologico e complesso, più legato al cinema d’autore che a quello di genere. Ma la simbiosi tra il sinfonismo di archi e piano di Bjarnason e l’elettronica sperimentale di Frost ci trasporta in un mondo sospeso tra sogno e atmosfere cosmiche che è perfetto per la fantascienza psicologica di "Solaris". Stavolta Frost si fa leggermente da parte per dare maggiore risalto alle sinfonie di Bjarnason; gli archi e l’elettronica si combinano come se la musica cosmica dei Tangerine Dream si mettesse al servizio della classica sinfonica. L’album piace così tanto a Brian Eno che decide di collaborare a un progetto audiovisivo che utilizza le immagini del film di Tarkovskij. Indimenticabili le note minimali di piano preparato di “Cruel Miracles”, i flussi cosmici di “We Don’t Need Other Worlds, We Need Mirrors”, gli archi impetuosi di “Unbreakable Silence”, il sinfonismo romantico di “Simulacra” e i cenni di avanguardia claustrofobica di “Saccades”.

Negli anni successivi Frost arricchisce la sua carriera di nuove esperienze che lasceranno il segno. Il 2013 è l’anno delle collaborazioni con due compagnie di danza contemporanea (la Chunky Move e The Icelandic Dance Company).
Black Marrow accentua ancor più l’aspetto cupo e glaciale di By The Throat, portando all’estremo gli elementi claustrofobici. I campionamenti di versi di animali o di uomini de-umanizzati di “Undulating Beast” rimangono nella memoria per la crudezza e l’emotività che trasmettono, grazie al giusto dosaggio di elettronica, archi, fiati e registrazioni ambientali. Gli arpeggi simil-orientali di “Carbon Vessel Motherfucker” ipnotizzano dall’inizio alla fine ma non si smuovono da un mood che è sempre privo di ogni speranza; geniale l’improvviso passaggio dalle corde di chitarra che lasciano spazio - senza soluzione di continuità - a un piano e una tromba malinconici. I ritmi martellanti di “Metal On Skin” coinvolgono l’anima industrial di Frost ancora con una immutata capacità di coinvolgere l’ascoltatore. Sorprende come Frost riesca ancora a trovare una nuova identità, mantenendo fondamentalmente immodificata la sua poetica e la sua missione; dal ruolo di giovane studente di musica elettronica degli esordi a compositore solista, alle colonne sonore al ballo contemporaneo, la sua poetica si adegua senza mai essere stravolta o tradita.

Sempre nello stesso anno pubblica FaR (2013), musica per l’opera del coreografo britannico di danza moderna contemporanea Wayne McGregor. Stavolta i richiami più evidenti sono quelli al Philip Glass di “Einstein On The Beach” e alla sua ricerca vocale. Voci femminili e avanguardia si fondono (“Stocks And Stones”, “In Flesh And Blood”) in composizioni di grande fascino che sfociano nel sinfonismo lirico di “After Death Nothing Is”. Non mancano però inattese influenze, dal glitch (“Sinew/Bone”) fino al finale metal su sfondo elettronico di “Enlightenment (Hold Onto Me)”.

benfrostadeNel 2013 compone la musica per l’adattamento teatrale di un romanzo dello scrittore scozzese Iain Banks, The Wasp Factory. Frost si trova perfettamente a suo agio nelle regole della musica da teatro o per corpo di ballo; sembra persino che queste limitazioni imposte dallo standard richiesto lo aiutino a contenere e indirizzare la sua creatività. Il romanzo, edito in Italia come “La fabbrica degli orrori” o “La fabbrica delle vespe”, racconta la cruda storia di due ragazzini psicopatici, misogini e violenti, dediti fin dall’infanzia all’uccisione di animali, con genitori assenti e pessime amicizie. E' una denuncia dell’alienazione della società moderna, di una vita priva di ogni interesse che non sia lo sfogo animalesco dei propri istinti. Un territorio perfetto per Frost, che alterna sapientemente parti cantate a tenebrosi incubi elettronici (“My Greatest Enemies Are Women And The Sea”), che portano per mano l’ascoltatore nella psicologia malata dei personaggi. Emblematico di questi esperimenti è il brano finale “Inferno”, monumentale mix di musica lirica, archi e violente intrusioni elettroniche.
Pubblicato solo nel 2016, The Wasp Factory è il lavoro di un compositore moderno perfettamente in grado di coniugare sperimentazione e comunicatività.

Una nuova svolta

Dopo queste parentesi, Frost pubblica un nuovo album solista, il controverso AURORA (2014). Trattasi di una vera svolta in cui il compositore si appiglia alla potenza sonora per cercare di tenere insieme un coacervo di idee che fanno fatica a fondersi. Dalla tecnologia che fa da tramite per esprimere emozioni, stati d’animo o ambienti, sembra che si passi all’uso di artifici elettronici fini a se stessi che danno l'impressione di essere un poco fruttuoso tentativo di cercare continuamente il colpo a effetto, il caos noise senza costrutto. AURORA fa di un massimalismo impetuoso la sua cifra, ma questo non porta a nulla che non sia mero suono, mero aumento dei decibel. Qualunque cosa voglia comunicare Frost sembra che il suo nuovo messaggio sia imprigionato nella sua mente, senza che l’ascoltatore possa percepirne in alcun modo il significato, se non leggendo le sue interviste. Il suono saturo sino all’inverosimile, barocco, debordante è - allo stesso tempo - il meno coinvolgente e il più sfiancante che Frost abbia mai creato; mai come in questo caso sembra che l’aggiunta sia, in effetti, una sottrazione.
Alcune tracce funzionano più di altre (il sound apocalittico di “Sola Fide”, i tribalismi industriali con synth solenni di “Secant” o l’incedere marziale con vibrafoni di “Venter”), ma nel complesso l’album è una delusione per chi ha vissuto dal profondo le atmosfere dei precedenti album. Sempre nello stesso anno viene pubblicato VARIANT, una serie di remix di alcuni brani di AURORA.

Se i segnali di una carenza di idee sembrano evidenti, Frost ritrova se stesso all’interno della struttura soundtrack, ribadendo come la sua creatività debba avere bisogno di paletti ben delimitati per trovare un giusto indirizzo. Il 2017 è l’anno della colonna sonora della serie Tv noir Fortitude. Qui ci troviamo di fronte a un compositore che si mette al totale servizio della serie. Un segno di maturità che ci regala piccole perle di musica elettronica quali “Impossibilities”, con synth e cori femminili a intrecciarsi, i ritmi tribali di “Tupilaq”, i flussi cosmici di “Permafrost” o i cori satanici di “Mammoth Suite”. La brevità e l'efficacia di queste tracce ricordano i piccoli acquarelli ambient del Brian Eno di "Music For Films" (1978).

Nel 2017 Frost pubblica un nuovo Lp solista, che segue la medesima strada del predecessore. Preceduto di soli due mesi dall'Ep Threshold Of Faith, che sapeva fin da lontano di crisi di idee, il quinto album del giovane musicista australiano - The Centre Cannot Hold - nasce con auspici non proprio rosei e ripropone i difetti di AURORA, quell'elettronica satura di effetti pomposi che non sembrano comunicare nulla se non la presenza di suoni sempre fine a se stessi, caotici e freddi, senza alcun margine di comunicatività. Frost ci presenta l'album parlando di "saturazione cromatica" o di "tentativi di tradurre in musica uno spettro di cromatismi blu profondo", scegliendo il blu come colore base da cui partire, in riferimento al blu del mare dove gli immigrati muoiono alla ricerca di un futuro migliore. Ma dietro queste belle parole, quasi una dichiarazione politica, non sembrano esserci sviluppi significativi; il blu, da sempre il colore della malinconia, qui diventa il colore della confusione e della mancanza di un progetto chiaro.
Detto questo, si deve anche sottolineare quanto di buono vi sia in questo lavoro; in particolare "Ionia", con un sound chiaramente in stile Boards Of Canada, è tra gli esperimenti più significativi, passando da momenti introspettivi ad altri più ariosi. "A Sharp Blow In Passing" vive di continui contrasti che giungono a un finale ipnotico e inatteso. Il brano-cardine è senza dubbio "Threshold Of Faith", accompagnato da un bel video che sottolinea la volontà di Frost di approfondire il binomio musica-cromatismo; sei minuti di nevrosi pura, distorsioni senza tregua, saturazione sonora che lambisce il confine pericoloso che passa tra l'arte e l'eccesso ingiustificato. Nonostante il limite sia lì a un passo, il tutto funziona ed è anche originale, se paragonato al resto.
Altrove si hanno maggiori difficoltà a trovare qualcosa di significativo: dai synth saturi di rabbia di "Entropy In Blue" al baillamme di rumori di "Trauma Theory", dal lungo drone di "Healthcare" al turbinio di "Eurydice's Heel" che ha almeno un clone ("All That You Love Will Be Eviscerated"), ci si perde in una strada che non sembra avere sbocchi chiari. Proprio quelli che Frost sembra non trovare negli ultimi anni, in una continua ricerca dell'effetto a sorpresa, della distorsione più dura.



Ben Frost

Il gigante di ghiaccio dell'elettronica

di Valerio D'Onofrio

La glaciale elettronica del compositore australiano coniuga minimalismo, assordanti droni, psicosi post-industriali e desolanti scenari di puro orrore cosmico. La sua violenza estrema è stata capace di trascendere il mero aspetto sonoro per abbracciare un elemento emozionale che trova nell’angoscia e nella paura il suo punto di arrivo
Ben Frost
Discografia
 BEN FROST
  
 Music For Sad Children (autoprodotto, 2001)
 Steel Wound (Room40, 2003)
 Theory Of Machines (Bedroom Community, 2007)
 By The Throat (Bedroom Community, 2009)
 AURORA (Mute Records / Bedroom Community, 2014) 
 VARIANT (Bedroom Community, 2014)
 Threshold Of Faith EP (Mute Records, 2017)
 The Centre Cannot Hold (Mute Records, 2017)
  
 COLLABORAZIONI, SOUNDTRACK
  
 School Of Emotional Engineering (Architecture, 2004)
 The Invisibles (for Amnesty International, 2010)
 Sólaris (with Daníel Bjarnason) (Bedroom Community, 2011)       
 Sleeping Beauty (autoprodotto, 2011)
 Black Marrow (autoprodotto, 2013)
 F a R (autoprodotto, 2013)
 The Wasp Factory (Bedroom Community, 2016)
 Fortitude (Mute Records, 2017)
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

Poking Holes In Your Research
(videoclip da Music For Sad Children, 2001)

You, me and the end of everything 
(videoclip da Steel Wound, 2003)

 

To Be Continued / Refrain
(videoclip da School of Emotional Engineering, 2004)

Forgetting You Is Like Breathing Water 
(videclip da Theory Of Machines, 2007)

The Carpathians 
(videoclip da By The Throat, 2009)

 

Peter Venkman I & II 
(videoclip da By The Throat, 2009)

Invisibles
(videoclip da The Invisibles, 2010)

Simulacra I
(videoclip tratto da Solaris, 2011)

Undulating Beast
(videoclip tratto da Black Marrow, 2013)

Venter
(videoclip tratto da A U R O R A, 2014)

Permafrost I & II
(videoclip tratto da Fortitude, 2017)

Threshold Of Faith
(videoclip tratto da The Centre Cannot Hold, 2017)

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Recensioni

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The Centre Cannot Hold

(2017 - Mute Records)
Il quinto album del musicista australiano prosegue su una strada simile al precedente "AURORA"

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A U R O R A

(2014 - Mute)
L'elettronica sui generis dell'artista trapiantato in Islanda

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By The Throat

(2009 - Bedroom Community)
Dall'Australia, un'esperienza totalizzante di tenebrosa ambient-music

BEN FROST

Theory Of Machines

(2007 - Bedroom Community)

I fantasmi elettronici dell'artista australiano trapiantato a Reykjavik

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