Laika

Laika

Trip a spasso tra i satelliti

di Damiano Pandolfini, Roberto Rizzo

Partiti dagli spigoli post-punk dei Moonshake, i Laika di Margaret Fiedler si sono lanciati in un brillante percorso all'insegna del trip-hop e dell'elettronica di marca Novanta, con un occhio verso il jazz, il kraut e la musica "cosmica", alla volta di una personalissima forma sonora dai tratti meticci. Breve storia della band che inventò il "cosmic pop"

In uno stato di abbandono da ogni amore e ogni certezza, sogni e speranze possono cadere via come foglie in una stagione secca. Chinarsi a raccoglierle serve a poco, se non a lasciarsi risucchiare da un vortice di nero e fiumi di sangue. Quindi alzare lo sguardo e scoprirsi sorpresi da una luna abbacinante colta nel suo zigzagare tra le nuvole con grazia indifferente. Al di là delle stelle, nulla che valga la pena di essere fissato. In mano una snowglobe e un vinile dei Can.

La tensione viscerale al centro dell'atipica esperienza Moonshake era destinata prima o poi a detonare. Se i rapporti conflittuali tra David Calahan, Margaret Fiedler e John Frenett erano evidenti, pur dissimulati nell'equilibrio di un disco come “Eva Luna”, ben più incerto era lo scenario che si sarebbe delineato per la dipartita coppia Fiedler-Frenett dal nucleo originario della band. I Moonshake si reinventavano così con il pur ottimo “The Sound Your Eyes Can Follow”, mentre i due neo-compagni tramavano nello sviluppo di un suono nuovo e fortemente peculiare: velluto in luogo degli spuntoni, il vomito urbano che lascia il posto a una più sensuale e a tratti dolorosa introspezione, pur non rinnegando – al contrario, implementando – le radici tra vecchio e nuovo kraut. Breve excursus nell'agrodolce orbita spaziale dei Laika.

La cagna volante

Menfolks just can't even see
my fifty puppies and tits to my knees
stretch marks - hair like grease
just a bitch in heat
yeah i want it bad, so bad i'm howlin'
and all you dogs sniffin' butts outside
don't need it half as much as me...
("Honey In Heat")

 
Avranno anche preso in prestito il nome dalla storica cagnetta russa Laika - il primo quattrozampe lanciato nello spazio - ma già nel testo di "Honey In Heat", la coraggiosa mascotte sembra tramutarsi in una cagna sfatta in preda al più scabroso dei calori. Può servirci questa metafora per illustrare l'ambivalenza di un disco come Silver Apples Of The Moon? Un occhio teso verso l'immensità dello spazio e uno impantanato nella tragica condizione umana? Certo che sì, ma solo relativamente. I Laika irrompono sulla scena inglese di metà anni 90 con un'eclettica formazione liquida, e la loro musica ne è sintomo perpetuo. Ci sono Guy Fixsen, polistrumentista e ingegnere del suono accreditato di aver messo mano su (uno dei tanti strati di) "Loveless", l'americana Margaret Fiedler, che si cura di voce, chitarre e amennicoli vari (nonché compagna di Fixsen), e John Frenett, che suona il basso con eterna attitudine dub. Completano il quadro Lou Ciccotelli alle percussioni africane e Louise Elliott al flauto e sax.
Trarre paralleli è difficile, oltre che riduttivo. Si potrebbe parlare di post-rock e di trip-hop, di field recording, elettronica e delle esplorazioni radiofoniche di Delia Derbyshire. Fortuna che - intenzionalmente o meno - sembrano essere i Laika stessi a voler tagliare la testa al toro. Già dal titolo, infatti, Silver Apples Of The Moon ha qualche rimando importante; si va dai versi di un poema di Yeats (The Song Of Wandering Aengus), ad un lavoro del 1968 dallo stesso identico titolo del compositore elettronico Subotnick, denso di un visionario futurismo nel suono. E si giunge poi, forse più pertinentemente, all'omonimo album dei Silver Apples, celebre lavoro sempre del 1968 registrato con una stratificazione sonora - ed estro compositivo - talmente d'avanguardia ai tempi da suonare moderno ancora oggi. Ma per il resto il debutto dei Laika è un crogiuolo di temi e sonorità delle più disparate, dove l'apporto di ogni membro rende l'humus talmente fertile da partorire mostri strani.
Schiumaggine e asprezze free-funk, loop infervorati ("Sugar Daddy"), un passo di samba da carnevale di Rio ("Marimba Song"), i fremiti di flauto sull'incrinato rapporto di coppia di "Let Me Sleep", una sorta di proto-drum'n'bass ("Thomas") e, perché no, anche lo sfizioso stacchetto acid-jazz "Spider Happy Hour". E' un'orgia.
La voce di Margaret, più che cantare, recita eterea sopra il rumore con l'apparente delicatezza di una Sarah Cracknell, ma l'attitudine non è certo la stessa. Il già citato testo della scabrosa "Honey In Heat" è solo la punta di un iceberg di storielle surreali e incattivite - il funk di "44 Robbers", per dire, tratta delle frustrazioni di una donna che esce di casa da sola, e deve fare i conti coi brutti ceffi che girano per la sua strada (chiamati scherzosamente Stallone, Capone, Arnie e Hulk Hogan); "can I remember my judo?", si chiede, spaventata, in un punto.

Silver Apples Of The Moon suona aspro e acerbo, ma anche morbido e chill-out. Zoppica tra una traccia e l'altra come un Faraone menomato dal limitato rimescolo di sangue che gira all'interno della sua casta. Non è "carino" per stare in sottofondo a un cocktail party. Ma è indubbiamente un fulgido prodotto dell'insozzata scena underground inglese di metà anni 90. Un album estremamente affascinante, spigoloso e originale, concepito con una scrittura in forma libera come solo un disco d'esordio può esserlo. L'ascesa dei Laika, però, è solo iniziata.

Retro-futurismo satellitare

LaikaPassano tre anni dalle brillanti intuizioni delle “mele argentate”, e i Laika ricompaiono con l'intento di ritoccare la formula dell'esordio con in mente un'idea più precisa e un'inedita concessione al tanto temuto compromesso. La band parte per orbite ancora più lontane, restituendo brani sotto forma di intercettazioni radio da galassie bellissime e ancora inesplorate. Intelligente manager di se stessa, Fiedler, che riveste sempre più il ruolo di leader del gruppo, rifinisce il marchio Laika in modo da adattarsi almeno in superficie alla moda del momento – il chill-out – e, con una semplice capriola, trasformarsi in elegante felina trip-hop come usa nei Novanta. Il riferimento al Bristol sound, tuttavia, va ben al di là dall'essere un valido escamotage per inserirsi nelle grazie della stampa specializzata senza turbarne troppo il sonno: Fiedler e Frennett avevano da sempre sostenuto il trip-hop come l'unica (non)tendenza d'Albione veramente valida della decade, rivendicando la loro storica passione per il jazz, il dub e l'analogico. Più volte, inoltre, interrogata dai giornalisti in merito all'originale suono dei Laika, la Fiedler usava liquidare laconicamente la ricetta del gruppo come “trip-hop... ma molto più veloce”.

Agitata e rigirata la snowglobe, utile souvenir ad alto tasso allegorico che portiamo volentieri in orbita, è con un numero dalla crosta squisitamente trip-hop che esordisce Sounds Of The Satellites: con un passo felpato tra Portishead e Badalamenti e animata da un Moog caldissimo, “Prairie Dog” si srotola paranoicamente sinuosa su giochi di parole e improvvise spinte nichiliste (“If I could pull the nerves from my skin/ I would”): una manifestazione radicale di quello che da questo istante in poi diventerà, con sempre maggiore evidenza, il cruccio espressivo del gruppo: il blues. Fiedler ha completato la sua metamorfosi nel ruolo di chanteuse dolce e discreta, eppure agitata costantemente da un'ombra di ansia repressa e faticosamente tenuta al guinzaglio (si senta la ballad delicatamente sofferta di “Shut Up/Curl Off”). Il blues di Bessie Smith, come rimando immediato e provvisiorio, ma anche e soprattutto quello contemporaneo e post-industriale di Beth Gibbons. Lontanissima in ogni caso dall'eterea veste dreamy che più di qualcuno aveva tentato di cucirle fino ad allora, forzando i Laika nel calderone techno-ambient.
Il disorientamento lunare di “Out Of Sight And Snowblind”, quindi, apre uno stretto varco per indagare l'architettura prediletta da questi Laika: una composizione che procede per stratificazioni di background continue, che invece di progredire in accumulazione ondeggia a mo' di flusso circolare, scegliendo di viaggiare su poliritmi ricercatissimi piuttosto che sul 4/4 di rito (altra scelta che proietta i Laika nettamente in avanti rispetto al trend dell'epoca), per estraniare infine il risultato con ulteriori frasi di synth “ambientali”, alternati a incursioni organiche ugualmente aliene.
Analizzato al vivisezionatore, ogni pezzo si rivela in questo modo un serbatoio impressionante di trovate e soluzioni stilistiche, un carico tale di ritmi e melodie che il musicista-medio si farebbe bastare volentieri per imbastire un album intero e che qui si ritrovano invece intrecciati a maglia fitta nello spazio di un brano.
Le movenze gentili e ipnotiche di “Almost Sleeping”, con tanto di allucinazione exotica in coda (nonché la Fiedler più sensuale), l'incredibile odissea psichedelico-kubrickiana di “Bedbugs”, la nervosa deriva jungle-wave (?) di “Poor Gal” sono i numeri più ammirevoli di tanta laboriosità messa al servizio di composizioni snelle, piacevoli e, in ultima analisi, “pop”. Una complessità figlia di quelle radici mai veramente troncate con tutto quello che inizia con kraut, con i Can di “Ege Bamyasi” (l'intro di “Starry Night” vale quanto un omaggio), ma anche con King Tubby, con Juan Garcia Esquivel, fino agli astri liqueformi di Sun Ra.
Un bagaglio diacronicamente assortito, ignaro precursore di tanta retromania a venire, un retroterra sempre fieramente esibito a partire dalla scelta di preferire per se stessi il titolo di “band”, in luogo dei più modaioli e creativi appellativi della galassia elettronica del tempo. Sounds Of The Satellites si presenta quindi come il fotogramma più completo e finito del percorso Laika, una posizione lungimirante nel suo sguardo dislocato nel retro e a un tempo lucidamente nell'avanti, brillando di fatto come sistema a sé.
I Laika firmano così una delle opere più rappresentative di un'eccitante era di transizione.

Melanconia chill-blues


Pur con un seguito nettamente maggiore rispetto all'album d'esordio, complice l'addolcimento della formula verso lidi prossimi al “pop”, Sounds Of The Satellites è però tutto meno che un successo, e si trascinerà nel sottobosco musicale ancora per diverso tempo prima di essere oggetto di una parziale rivalutazione solo in tempi recenti.

La loro ricetta tuttavia, lungi da una compiaciuta staticità, si arricchisce di nuove sfumature nel terzo capitolo della band, pubblicato nel 2000 ancora una volta dalla Too Pure. Good Looking Blues si configura immediatamente come un ulteriore passo nell'allontanamento dei Laika dalle forme più modaiole dell'elettronica del periodo, che si manifesta anche, in alcune interviste, evidenziando la crescente insoddisfazione verso l'uso esclusivo del digitale e rivendicando una volta in più l'identità di “band”.
A riprova di ciò, il passo di Good Looking Blues sembra più affine al tempo del jazz e all'exotica che al trip-hop o alle geometrie dell'idm, contribuendo a un'atmosfera più fumosa, notturna e ambigua. “Widows' Weed” è l'esempio più estremo e più riuscito di questa nuova dimensione, incentrata su percussioni free e sax in odor di cool-jazz, con la Fiedler nei panni di ansiogena vocalist da consumatissimo café con. Margaret è una volta in più protagonista di quasi ogni episodio dell'album, relegandosi però paradossalmente a un ruolo molto più discreto che in passato. Le sue linee vocali sono sempre più spesso trame sussurrate talvolta prossime al parlato, quando non addirittua a un'algida forma di rap – si sentano alle due estremità della raccolta “Black Cat Bone” e “Knowing Too Little”.
Per quanto il legame con le soluzioni più eteree di Sounds Of The Satellites sia fatto salvo in pezzi come “T Street” e il singolo “Uneasy”, pur distinte da un uso più parsimonioso e “minimalista” delle componenti, l'ideale set di Good Looking Blues è da ben altre parti: una tragicommedia retro-futurista, o un surreale glamour party inter-galattico riservato a pochi spiriti finemente scelti dalla marmaglia terrestre - Don Cherry, Holger Czukay, Piero Umiliani, Laub, Tarwater, Bowery Electric. Mai blues fu tanto trasversale e seducente.

Perduti nello spazio

A coronare quasi un decennio di onorata attività, ci pensa la doppia raccolta Lost In Space - Volume 1 (1993-2002), che esce sempre sotto la Too Pure nel 2003. Ovviamente, essendo i Laika una band atipica, la formula della raccolta è tutto tranne che un canonico best of. Per un combo che si è sempre mosso sottocorrente (il massimo della notorietà viene raggiunto suonando in supporto ai Radiohead per il tour di "Ok Computer"), questa è l'occasione per raccogliere su disco qualche singolo, ma anche b-side, curiosità, versioni alternative e qualche traccia registrata dal vivo - un aspetto che forse oggi si è un po' perso, visto che nell'era social tutto è più accessibile, ma ai tempi era un modo per mostrare con orgoglio ogni sfaccettatura del proprio operato (si pensi a tutti gli Ep dei Belle And Sebastian, o le b-side dei Suede, poi riunite in golosissime raccolte).

Il primo disco offre una selezione di tracce già apparse sui precedenti album di studio, con l'eccezione dell'introspettiva "Lower Than Stars", e un'onirica versione alternativa di "If You Miss (Laika Virgin Mix)" che originariamente era su Silver Apples Of The Moon.
Sul secondo disco, invece, si raccolgono le curiosità più disparate. Tre brani eseguiti per le celebri Peel Sessions (inclusa "Looking For The Jackalope" che, curiosamente, viene ripresentata anche in una spaziale versione "Jack Dangers' 236 Mix" - oltre nove minuti di esplorazioni lunari). Appare pure una bella versione live di "Red River", con Margaret che, prima di presentare la canzone, ricorda al pubblico che dopo lo show è possibile acquistare sia il cd della band che gli yo-yo (?). Semplicemente ipnotico il remix di "Marimba Song (Boo Boo's Gone Mambo)", mentre da Sounds Of The Satellites appare "Prairie Dog (Maxwell House Mix)", una zoppicante versione quasi acustica e tendente all'acid-jazz rispetto all'originale. Tra le b-side spiccano la sporca acidità di "Beestinger" (titolo azzeccatissimo), il beat proto-house di "Squeaky" e una cover di "German Shepherds" dei Wire.

Gone missing

LaikaCome spesso accade, però, a un certo punto la band perde coesione. All'alba del nuovo millennio, Margaret decide di aggregarsi al tour di PJ Harvey, lanciatissima dopo il successo di "Stories From The City, Stories From The Sea". Frenett ed Elliot lasciano la formazione, e rimane Guy, chiuso per un anno da solo in studio a lavorare al nuovo album. Non la prende bene: "Lei sta in giro per il mondo a fare la rockstar, mentre io faccio tutto il lavoro sporco", ha raccontato poi. E' un periodo difficile per la band, aggravato anche dal fatto che la relazione sentimentale tra Margaret e Guy giunge alla sua naturale conclusione.
Forse è anche per questa tensione che Wherever I Am, I Am What Is Missing rimane l'album in assoluto più triste e "solitario" dei Laika, nonché quello più sconosciuto della loro produzione. Solo Lou Ciccotelli è in studio con le sue percussioni. Per il resto, ci sono Margaret e Guy, ormai avviati su strade divergenti. Si guardano l'un l'altra, si conoscono a menadito, ma non sanno più cosa dirsi. Sul risvolto del cd, una poesia di Mark Strand - "Keeping Things Whole" - sembra quasi voler sottolineare, puntigliosamente, le sorti sul futuro dei Laika.
Wherever I Am, I Am What Is Missing non è certo un brutto disco, ma rispetto al passato è un discreto salto laterale. I testi di Margaret si fanno criptici, come se volessero sfuggire alla comprensione dell'ascoltatore. Vedasi l'apparente trasloco (?) di "Falling Down", che potrebbe alludere forse alla scombussolata vita in tour con la Harvey, ma anche essere una triste metafora per la fine di un rapporto. Quando vuole, però, riesce a sfoderare allusioni tutt'altro che sottili; "All is said and done/ do I walk away or run", dice senza mezzi termini in "Dirty Bird", oppure nell'etereo refrain di "Alphabet Soup" lamenta: "You broke a heart a many a time/ but you'll never break this heart of mine".
Il lavoro da parte di Guy è preponderante sul resto, ma nella solitudine dello studio, l'aspetto che più viene a mancare è quel crogiuolo di suoni che aveva reso sino ad ora unica la musica della band. La cura del dettaglio è certosina, ma a tratti (volutamente?) sfiancante: è come sentire un costante polverio elettronico, unito al batter d'ali di percussioni dream-pop in sottofondo, contro il quale Margaret mugola, sconsolata, le sue liriche a fil di voce. Se l'abbandono avesse un suono, probabilmente sarebbe una cosa del genere.
La bellissima "Girl Without Hands" in apertura conserva comunque il meglio dei Laika, con basso in evidenza, tastiere celestiali e il fluttuare della voce su una bellissima melodia.

Let me out I'm a cloud
I can't live here anymore
turn the sky inside out
I can't live here anymore
fish for nails in a drought
I can't live here anymore
all is ash in my mouth
I can't live here anymore

("Fish For Nails")


L'epilogo

Non che i Laika avessero mai veramente dominato le classifiche, ma l'ultimo disco è un insuccesso non indifferente anche per una band underground. La stessa Margaret commenta senza peli sulla lingua "(...) avevamo venduto sempre meglio con ogni disco, fino all'ultimo che non è andato affatto bene. E questo è coinciso col periodo in cui tutti iniziavano ad avere il broadband in casa e a scaricare musica. Eppure la gente ai concerti ci veniva ancora...".
Altro che concerti! Siamo all'alba di una nuova era geologica per il mondo discografico. Una scossa tettonica di proporzioni bibliche sta prendendo piede, tanto che ancora oggi - oltre un decennio più tardi - non accenna ad assestarsi. Non è una critica. La novità del consumo di musica via internet sarà in grado di aprire porte inimmaginabili, ma lo scarto tra il vecchio e il nuovo sistema crea, inevitabilmente, un discreto numero di vittime. A detta della stessa Margaret, per i Laika fare musica non è più un'opzione per campare. Uniamo poi il fatto che il rimanente della band ormai è ridotto a una ex-coppia con ingombranti residui sentimentali nel mezzo, e abbiamo già scritto la lapide.
Ufficialmente lo scioglimento non è mai stato annunciato - quasi a voler esorcizzare la possibiltà di un ritorno - ma da qui in poi Fixsen continuerà a lavorare nell'ambito della produzione e del sound engineering, mentre Margaret diventerà avvocato specializzandosi nel copyright ("hell hath no fury...") e come hobby si metterà a creare candele. Nel 2008 accompagnerà i Wire in tour, confermando l'immutato talento di superba polistrumentista, prima ancora che di vocalist.

I Laika ci lasciano così, con una punta di amarezza, e la triste consapevolezza che una band del genere, così fragile e "rara", poteva esistere solo nel sottobosco degli anni 90. Se dovessero muoversi oggi, con la confusione e la bulimia a regnare sovrane nella bolla internettiana, probabilmente rimarrebbero nascosti in una paginetta della Giungla di Bandcamp, arrivando alle orecchie di qualche decina di persone al massimo. Ancora una volta, questa non è una critica al nuovo sistema. Ma ringraziamo comunque i favolosi anni 90 per aver dato ai Laika l'opportunità di pubblicare i tasselli di una discografia concisa quanto immacolata e un album da consegnare ai posteri come Sounds Of The Satellites.

 

Lower than the stars.
There is nothing to
stare at
Stare

Laika

Trip a spasso tra i satelliti

di Damiano Pandolfini, Roberto Rizzo

Partiti dagli spigoli post-punk dei Moonshake, i Laika di Margaret Fiedler si sono lanciati in un brillante percorso all'insegna del trip-hop e dell'elettronica di marca Novanta, con un occhio verso il jazz, il kraut e la musica "cosmica", alla volta di una personalissima forma sonora dai tratti meticci. Breve storia della band che inventò il "cosmic pop"

Laika
Discografia
Silver Apples Of The Moon (Too Pure, 1994) 
Sounds Of The Satellites (Too Pure, 1997) 
 Good Looking Blues (Too Pure, 2000) 
Lost In Space - Volume 1 (1993 - 2002) (Too Pure, 2003) 
 Wherever I Am, I Am What Is Missing (Too Pure, 2003) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video
 

Uneasy
(da Good Looking Blues, 2000)

  Alphabet Soup
(da Wherever I Am I Am What Is Missing, 2003) 
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