Scott Morgan ha dimostrato scientificamente che la musica cosmica - nondimeno adatta per interni, tipo spazioporti, stazioni orbitanti, market venusiani ecc. - non ha concluso il proprio ciclo vitale con le sinfonie celesti di "Cosmic Century" (Wallenstein, 1973), con l’epica frastagliata di "Gilles Zeitschiff" (Sternenmädchen, 1974) o con la decelerazione del motore a curvatura di Klaus Schulze. La maestosa kosmische musik, abbozzata nel caos primordiale dagli Ash Ra Tempel, dal formidabile duo Witthüser e Westrupp e dalle intemperanze elettroniche di Sergius Golowin ("Lord Krishna Von Goloka" del ’73 rimane un gioiello di altissima caratura), dopo il dubbio impasto in salsa new age, sembra aver ritrovato l’habitat iniziale nella semplicità perfetta della sintesi, in una koinè epurata da eventuali eccessi spirituali (o presunti tali) rei di possederne l’anima.
Il discorso conduce al progetto Loscil firmato da questo strano canadese di Vancouver, batterista nei Destroyer di Dan Bejar e seguace certo del grande pioniere tedesco, capace di tradurre in suite post-moderne la gloriosa tradizione, mantenendo al contempo personalità e un particolare metodo di applicazione, aderente alla poetica dei Cluster della seconda prova ("Cluster II", Metronome, 1972), al senso melodico di Henry Mancini, ma soprattutto a quel Gavin Bryars, autore indefinibile per eccellenza, con il quale cerca sovente il confronto nel cosiddetto annullamento delle dinamiche.
Figura complessa, quella di Scott Morgan, da qualcuno individuato come il prototipo del compositore contemporaneo (scrive colonne sonore per menù di Dvd, per siti internet, ha curato le musiche per due corti d’avanguardia presentati al Barcelona Off-Line Flash Film Festival), e complessa si presenta la sua inusuale, bizzarra musica da camera (di decompressione), generata da lunghe texture ultraterrene, sintetizzatori alimentati a idrogeno liquido e un fine distillato di Pan Sonic e Boards of Canada (con un tocco di Brian Eno, naturalmente).
Dopo una serie di colonne sonore per film, dvd e cd-rom, Scott Morgan pubblica nel 2001 il suo primo album a nome Loscil. Moniker non casuale, in effetti, giacché origina dal software Csound, in particolare dalla funzione "looping oscillator" dei laptop.
Uscito sotto le insegne della Kranky, l'etichetta di Chicago da anni all'avanguardia in campo post-rock/ambient-drone music, Triple Point è un progetto ambizioso sin dal concept che lo ispira: impiegare su disco i principi della termodinamica, la branca della fisica che studia la conversione del calore in energia e viceversa. E' il coronamento della ricerca avviata sul cd autoprodotto A New Demonstration of Thermodynamic Tendencies, di cui vengono riprese le sei tracce, integrate con quattro inediti.
Il canovaccio è quasi sempre il medesimo: una tessitura o un ritmo centrali, cui Morgan aggiunge via via piccoli orpelli sonori, ottenendo il massimo dell'effetto e senza indulgere in quella glitch-dipendenza che ammorba molte produzioni elettroniche contemporanee. La conversione del calore in energia, l'alternarsi degli stati, tra solido, liquido e gassoso, si traducono in un flusso sonoro costante, in cui le tracce scorrono via quasi senza soluzione di continuità. E' un'algida ambient-techno, che si dipana tra lunghe tessiture atmosferiche, droni, battiti mid-tempo e sottili pattern elettronici.
L'opener "Hydrogen" incunea un battito robusto in spesse coltri di vapori elettronici, che si faranno poi più imponenti su "Vapour", traduzione in suono di una locomotiva a vapore lanciata a tutta velocità. Le caligini di "Zero" e "Fuel Energy" sconfinano quasi in territori industrial, mentre i soundscape nebbiosi di "Pressure", dove pare quasi di percepire l’acqua in ebollizione, e "Discrete Entropy", con i suoi tappeti iper-dilatati, rasentano l'isolazionismo più estremo. "Absolute" chiude il disco con dieci minuti di ambient-drone allo stato puro, che sfuma lentamente donando un senso di profonda quiete.
Quasi scontati i riferimenti, da Brian Eno a William Basinski da Harold Budd ai Cluster fino ai più recenti Labradford. Eppure, appare chiara fin dall'inizio la peculiarità dell'asteroide-Loscil, delle sue traiettorie siderali in slow-motion, lanciate oltre le porte della percezione sensoriale.
I riconoscimenti incassati dal disco d'esordio permettono a Morgan di intraprendere il suo primo tour europeo, accompagnando gli Stars of the Lid e proponendo show multimediali, che mescolano suoni e installazioni visuali.
Il secondo capitolo della saga Loscil prende corpo un anno dopo in un altro progetto a tema: un album sui sottomarini, per un'ora complessiva di musica.
Submers (2002) è dunque il disco dell'acqua, elemento che ha sempre affascinato i maestri dell'elettronica, dalle tempeste di Drexciya alla "Watermusic" di Basinski. E allora giù, negli abissi, tra lunghi drone, pad, noise, bassi fluttuanti e oscillazioni di loop, per scandagliare ancora più a fondo i recessi oscuri dell'inconscio. Oppure basta chiudere gli occhi per scivolare lentamente nella trance, indotta dal mesmerico gioco di rifrazioni ed echi della superficie equorea.
Sfruttando sample e tastiere come sorgenti sonore, Morgan forgia un kolossal tanto titanico quanto più organico e strutturato del suo predecessore, padroneggiando ogni elemento con mano ormai salda.
Ognuna delle nove tracce prende il nome da un sottomarino ed evoca un'esperienza sensoriale subacquea. L’iniziale "Argonaut 1" si scioglie in un letto di accordi amorfi in cui si insinua un ritmo intermittente e irregolare, mentre attorno alla figura melodica centrale si alternano vari elementi ed effetti, che di volta in volta sembrano voler spiazzare l’ascoltatore, facendogli perdere la bussola. Giungono così quasi inaspettati i ritmi ossessivi della successiva "Gymnote", che con le sue tonalità oscillanti e le sue percussioni ovattate sembra quasi mimare il moto delle onde.
A volte ci perde in labirinti di beat secchi d'ascendenza techno ("Nautilus", "Diable Marin"), o in cupi riff di basso di marca quasi dub (l'energica "Triton"), in altri casi il silenzio delle immense masse oceaniche induce un ottudindimento dei sensi, attenuato solo da qualche sporadica pulsazione ("Mute 3", "Le Plongeur").
Anche in questa tenebra della mente, però, affiorano barlumi di melodia, magari strappati a un sample d’archi o a un esile riverbero, come in "Resurgam", uno dei gioielli del disco, col suo call-and-response tra accordi gassosi e toni tremolanti. Ma il momento più "alto" è il finale di "Kursk", requiem per il sottomarino nucleare russo inghiottito dalle gelide acque del Baltico con il suo equipaggio di 118 marinai. Lento e solenne, con lontani segnali che appaiono e scompaiono in un vortice di droni prolungati, riproduce in modo agghiacciante la quieta disperazione e l'agonia subacquea dell'equipaggio, destinato all'inesorabile discesa nel vuoto.
A differenza di molti suoi colleghi, Morgan non si limita a reiterare alla nausea toni e loop, preferendo utilizzare questi ultimi come tappeto sul quale imbastire i suoi contrasti dinamici di melodie e ritmi. Le cattedrali oceaniche di Submers hanno le fondamenta ben piantate nella tradizione, ma svelano un'estetica squisitamente moderna. Gli aeroporti eniani, l’epos subacqueo di "The Sinking of the Titanic" di Gavin Bryars e la classicità del Wolfgang Voigt di "Gas" rivivono al tempo del laptop, con un'attitudine non distante dalla scuola minimal-techno.
Per il suo terzo album, Loscil apre agli strumenti reali, seppur opportunamente "processati" in sala di registrazione. E per la prima volta si fa accompagnare da altri musicisti: Jason Zumpano al piano rhodes, Tim Loewen alla chitarra e Nyla Rany al violoncello improvvisano sulle sequenze elaborate al computer da Morgan e derivanti da varie fonti sonore "manipolate". Lo stesso Morgan provvede poi a rieditare digitalmente e mixare il tutto in studio. Il risultato è First Narrows (2004), sette sinfonie di droni per un nuovo concept, ispirato dalla principale "porta" di Vancouver sull’Oceano Pacifico attraverso il Lions Gate Bridge. Il battito della megalopoli, i suoi ritmi claustrofobici, opposti agli spazi sconfinati dell’Oceano, increspato dalle gelide correnti del Nord. Le desolate atmosfere sci-fi riscaldate da timbri umanamente tormentati, ma anche una serenità eterea, che sembra quasi volerci convincere del predominio della natura sull'uomo.
Più subliminale e meno dirompente dei lavori precedenti, il disco vive di note che ciondolano nell'iperspazio, di pacificati deserti lunari da cui giungono solo riverberi lontani, di vellutate palpitazioni digitali. L'eleganza è indubbia, anche se forse la scrittura perde qualcosa in tensione e pathos. Ecco allora le carezze minimal-techno della liquida "Sickbay" e della nebbiosa "Lucy Dub", tra synth felpati, reiterati pattern e crepitii siderali, ma anche i segni della "presenza umana" tra le macchine, percepibili soprattutto nei dieci minuti della title track, finemente cesellata dalla slide, e nella esangue melodia di "Ema", abbozzata dalla chitarra tra arpeggi ostinati e nuvole di synth. Le oscillazioni atmosferiche di "Mode", i droni celestiali di "Brittle" e le vibrazioni di violoncello della conclusiva "Cloister" completano questa suadente colonna sonora per metropoli al crepuscolo, contemporanea e per certi versi complementare a quella dei Pan American di "Quiet City".
Passano due anni di ulteriori ricerche prima di Plume (2006), sul quale Morgan prosegue il discorso, apportando leggere modifiche all’architettura di base (con la sorprendente eccezione di "Chinook") e mantenendo inalterati i mood, gli umori elettronici, il pantheon ipnotico e cerebrale dei due precedenti album. Tuttavia, a ogni ulteriore ascolto, le novità danno l’impressione di non essere poi così irrilevanti e il Loscil-sound assume le sembianze di un flusso sonoro in continuo divenire. Costante nel moto, ma imprevedibile nell’andatura. Alla stregua di "Motoc", l’oscura traccia che apre l’album: un tetro movimento lunare, un serpente umanoide, un unico loop misterioso e straniante, il raccordo più esplicito con l’opera di due anni fa. E’ lo stesso Scott Morgan a palesare le affinità tra i due album: "A livello compositivo, molte tracce di 'Plume' sono simili come approccio a quelle di 'First Narrows'; cominciano con una radice armonica dalla quale abbiamo elaborato una struttura sciolta su cui i musicisti potevano improvvisare".
Per il disco, Morgan ha confermato la presenza di Jason Zumpano, Josh Lindstrom (xilofono e vibraphone) e Steve Wood, prediligendo appunto una dimensione live differentemente dalla precisione matematica di First Narrows e Submers. La lunga "Rorschach" conferma questa volontà. Ritmiche dub e chitarre occultate da sintetizzatori eterei, melodie arcane, pressante sentore claustrofobico, smarrimento improvviso, una tastiera che vibra di impulsi tiepidi.
Plume si potrebbe riassumere così, analogamente alle atmosfere concepite in "Zephyr" e "Steam": strali noir per un giallo ambientato su Marte, soundtrack per indagini sotto un cielo con tre soli. Le stanze di Plume subiscono una parziale nuova distribuzione con "Chinook", micro-variazione sul tema, che introduce un ritmo decisamente più incalzante, una sorta di adagio allegro, e spezza le superfici sci-fi finora edificate dall’ensemble. Motivi che ritornano con "Bellows" e i suoi moti ottimistici, con la delicatezza sospesa di "Halcyon" e la suite "Charlie", appositamente scritta per accompagnare incauti astronauti lungo il drammatico atterraggio su un pianeta sconosciuto. E’ facile immaginare sotto le note di "Charlie" la gigantesca nave interstellare deporsi con estrema lentezza sul terreno arido, e figurarsi gli argonauti muovere i primi passi verso l’ignoto. La conclusiva "Mistral" riprende l’humus di "Moloc" terminando nel vuoto assoluto l’esplorazione.
Opera raffinata e intimista, Plume è un nuovo gioiello nella pregiata collezione Loscil, in un’annata particolarmente felice per la scena elettronica (Nathan Fake, Ellen Allien & Apparat, Hashimoto), che pare abbia recuperato l’equilibrio e la compostezza dei tempi migliori.
L’arte di Scott Morgan è la sublimazione di un tragitto di elettronica colta che parte dai padri (Schulze, Eno, Riley, Reich, Budd) fino a raggiungere un presente più che mai vitale (Stars of the Lid, Lightwave, Eluvium). Le sue elucubrazioni sono insieme stimolo per i centri nervosi e relax per la mente. Il maestro de la Salle sosteneva che l'ambient doveva essere un tipo di musica "sia trascurabile sia interessante". Loscil riesce nell'impresa, ma è arduo sostenere che a prevalere, nelle sue partiture astrali, non sia il secondo elemento.

