Loscil

Loscil

Viaggi astrali in slow-motion

di Claudio Fabretti

Lunghe texture ultraterrene, sintetizzatori alimentati a idrogeno liquido, letti di droni su cui si snodano i contrasti dinamici di melodie e ritmi. Soundtrack per allunaggi e mondi sommersi. La musica da camera (di decompressione) di Scott Morgan aka Loscil, canadese con la passione per i dischi a tema, è la sublimazione di un tragitto di elettronica colta che parte dai padri fondatori fino a raggiungere un presente più che mai vitale

Scott Morgan ha dimostrato scientificamente che la musica cosmica - nondimeno adatta per interni, tipo spazioporti, stazioni orbitanti, market venusiani ecc. - non ha concluso il proprio ciclo vitale con le sinfonie celesti di "Cosmic Century" (Wallenstein, 1973), con l'epica frastagliata di "Gilles Zeitschiff" (Sternenmädchen, 1974) o con la decelerazione del motore a curvatura di Klaus Schulze. La maestosa kosmische musik, abbozzata nel caos primordiale dagli Ash Ra Tempel, dal formidabile duo Witthüser e Westrupp e dalle intemperanze elettroniche di Sergius Golowin ("Lord Krishna Von Goloka" del '73 rimane un gioiello di altissima caratura), dopo il dubbio impasto in salsa new age, sembra aver ritrovato l'habitat iniziale nella semplicità perfetta della sintesi, in una koinè epurata da eventuali eccessi spirituali (o presunti tali) rei di possederne l'anima.

Il discorso conduce al progetto Loscil firmato da questo strano canadese di Vancouver, batterista nei Destroyer di Dan Bejar e seguace certo del grande pioniere tedesco, capace di tradurre in suite post-moderne la gloriosa tradizione, mantenendo al contempo personalità e un particolare metodo di applicazione, aderente alla poetica dei Cluster della seconda prova ("Cluster II", Metronome, 1972), al senso melodico di Henry Mancini, ma soprattutto a quel Gavin Bryars, autore indefinibile per eccellenza, con il quale cerca sovente il confronto nel cosiddetto annullamento delle dinamiche.
Figura complessa, quella di Scott Morgan, da qualcuno individuato come il prototipo del compositore contemporaneo (scrive colonne sonore per menù di Dvd, per siti internet, ha curato le musiche per due corti d'avanguardia presentati al Barcelona Off-Line Flash Film Festival), e complessa si presenta la sua inusuale, bizzarra musica da camera (di decompressione), generata da lunghe texture ultraterrene, sintetizzatori alimentati a idrogeno liquido e un fine distillato di Pan Sonic e Boards of Canada (con un tocco di Brian Eno, naturalmente).

Dopo una serie di colonne sonore per film, dvd e cd-rom, Scott Morgan pubblica nel 2001 il suo primo album a nome Loscil. Moniker non casuale, in effetti, giacché origina dal software Csound, in particolare dalla funzione "looping oscillator" dei laptop.
Uscito sotto le insegne della Kranky, l'etichetta di Chicago da anni all'avanguardia in campo post-rock/ambient-drone music, Triple Point è un progetto ambizioso sin dal concept che lo ispira: impiegare su disco i principi della termodinamica, la branca della fisica che studia la conversione del calore in energia e viceversa. E' il coronamento della ricerca avviata sul cd autoprodotto A New Demonstration of Thermodynamic Tendencies, di cui vengono riprese le sei tracce, integrate con quattro inediti.
Il canovaccio è quasi sempre il medesimo: una tessitura o un ritmo centrali, cui Morgan aggiunge via via piccoli orpelli sonori, ottenendo il massimo dell'effetto e senza indulgere in quella glitch-dipendenza che ammorba molte produzioni elettroniche contemporanee. La conversione del calore in energia, l'alternarsi degli stati, tra solido, liquido e gassoso, si traducono in un flusso sonoro costante, in cui le tracce scorrono via quasi senza soluzione di continuità. E' un'algida ambient-techno, che si dipana tra lunghe tessiture atmosferiche, droni, battiti mid-tempo e sottili pattern elettronici.
L'opener "Hydrogen" incunea un battito robusto in spesse coltri di vapori elettronici, che si faranno poi più imponenti su "Vapour", traduzione in suono di una locomotiva a vapore lanciata a tutta velocità. Le caligini di "Zero" e "Fuel Energy" sconfinano quasi in territori industrial, mentre i soundscape nebbiosi di "Pressure", dove pare quasi di percepire l'acqua in ebollizione, e "Discrete Entropy", con i suoi tappeti iper-dilatati, rasentano l'isolazionismo più estremo. "Absolute" chiude il disco con dieci minuti di ambient-drone allo stato puro, che sfuma lentamente donando un senso di profonda quiete.

Quasi scontati i riferimenti, da Brian Eno a William Basinski da Harold Budd ai Cluster fino ai più recenti Labradford. Eppure, appare chiara fin dall'inizio la peculiarità dell'asteroide-Loscil, delle sue traiettorie siderali in slow-motion, lanciate oltre le porte della percezione sensoriale.
I riconoscimenti incassati dal disco d'esordio permettono a Morgan di intraprendere il suo primo tour europeo, accompagnando gli Stars of the Lid e proponendo show multimediali, che mescolano suoni e installazioni visuali.

Il secondo capitolo della saga Loscil prende corpo un anno dopo in un altro progetto a tema: un album sui sottomarini, per un'ora complessiva di musica.
Submers (2002) è dunque il disco dell'acqua, elemento che ha sempre affascinato i maestri dell'elettronica, dalle tempeste di Drexciya alla "Watermusic" di Basinski. E allora giù, negli abissi, tra lunghi drone, pad, noise, bassi fluttuanti e oscillazioni di loop, per scandagliare ancora più a fondo i recessi oscuri dell'inconscio. Oppure basta chiudere gli occhi per scivolare lentamente nella trance, indotta dal mesmerico gioco di rifrazioni ed echi della superficie equorea.
Sfruttando sample e tastiere come sorgenti sonore, Morgan forgia un kolossal tanto titanico quanto più organico e strutturato del suo predecessore, padroneggiando ogni elemento con mano ormai salda.
Ognuna delle nove tracce prende il nome da un sottomarino ed evoca un'esperienza sensoriale subacquea. L'iniziale "Argonaut 1" si scioglie in un letto di accordi amorfi in cui si insinua un ritmo intermittente e irregolare, mentre attorno alla figura melodica centrale si alternano vari elementi ed effetti, che di volta in volta sembrano voler spiazzare l'ascoltatore, facendogli perdere la bussola. Giungono così quasi inaspettati i ritmi ossessivi della successiva "Gymnote", che con le sue tonalità oscillanti e le sue percussioni ovattate sembra quasi mimare il moto delle onde.
A volte ci perde in labirinti di beat secchi d'ascendenza techno ("Nautilus", "Diable Marin"), o in cupi riff di basso di marca quasi dub (l'energica "Triton"), in altri casi il silenzio delle immense masse oceaniche induce un ottudindimento dei sensi, attenuato solo da qualche sporadica pulsazione ("Mute 3", "Le Plongeur").
Anche in questa tenebra della mente, però, affiorano barlumi di melodia, magari strappati a un sample d'archi o a un esile riverbero, come in "Resurgam", uno dei gioielli del disco, col suo call-and-response tra accordi gassosi e toni tremolanti. Ma il momento più "alto" è il finale di "Kursk", requiem per il sottomarino nucleare russo inghiottito dalle gelide acque del Baltico con il suo equipaggio di 118 marinai. Lento e solenne, con lontani segnali che appaiono e scompaiono in un vortice di droni prolungati, riproduce in modo agghiacciante la quieta disperazione e l'agonia subacquea dell'equipaggio, destinato all'inesorabile discesa nel vuoto.

A differenza di molti suoi colleghi, Morgan non si limita a reiterare alla nausea toni e loop, preferendo utilizzare questi ultimi come tappeto sul quale imbastire i suoi contrasti dinamici di melodie e ritmi. Le cattedrali oceaniche di Submers hanno le fondamenta ben piantate nella tradizione, ma svelano un'estetica squisitamente moderna. Gli aeroporti eniani, l'epos subacqueo di "The Sinking of the Titanic" di Gavin Bryars e la classicità del Wolfgang Voigt di "Gas" rivivono al tempo del laptop, con un'attitudine non distante dalla scuola minimal-techno.

Per il suo terzo album, Loscil apre agli strumenti reali, seppur opportunamente "processati" in sala di registrazione. E per la prima volta si fa accompagnare da altri musicisti: Jason Zumpano al piano rhodes, Tim Loewen alla chitarra e Nyla Rany al violoncello improvvisano sulle sequenze elaborate al computer da Morgan e derivanti da varie fonti sonore "manipolate". Lo stesso Morgan provvede poi a rieditare digitalmente e mixare il tutto in studio. Il risultato è First Narrows (2004), sette sinfonie di droni per un nuovo concept, ispirato dalla principale "porta" di Vancouver sull'Oceano Pacifico attraverso il Lions Gate Bridge. Il battito della megalopoli, i suoi ritmi claustrofobici, opposti agli spazi sconfinati dell'Oceano, increspato dalle gelide correnti del Nord. Le desolate atmosfere sci-fi riscaldate da timbri umanamente tormentati, ma anche una serenità eterea, che sembra quasi volerci convincere del predominio della natura sull'uomo.
Più subliminale e meno dirompente dei lavori precedenti, il disco vive di note che ciondolano nell'iperspazio, di pacificati deserti lunari da cui giungono solo riverberi lontani, di vellutate palpitazioni digitali. L'eleganza è indubbia, anche se forse la scrittura perde qualcosa in tensione e pathos. Ecco allora le carezze minimal-techno della liquida "Sickbay" e della nebbiosa "Lucy Dub", tra synth felpati, reiterati pattern e crepitii siderali, ma anche i segni della "presenza umana" tra le macchine, percepibili soprattutto nei dieci minuti della title track, finemente cesellata dalla slide, e nella esangue melodia di "Ema", abbozzata dalla chitarra tra arpeggi ostinati e nuvole di synth. Le oscillazioni atmosferiche di "Mode", i droni celestiali di "Brittle" e le vibrazioni di violoncello della conclusiva "Cloister" completano questa suadente colonna sonora per metropoli al crepuscolo, contemporanea e per certi versi complementare a quella dei Pan American di "Quiet City".

Passano due anni di ulteriori ricerche prima di Plume (2006), sul quale Morgan prosegue il discorso, apportando leggere modifiche all'architettura di base (con la sorprendente eccezione di "Chinook") e mantenendo inalterati i mood, gli umori elettronici, il pantheon ipnotico e cerebrale dei due precedenti album. Tuttavia, a ogni ulteriore ascolto, le novità danno l'impressione di non essere poi così irrilevanti e il Loscil-sound assume le sembianze di un flusso sonoro in continuo divenire. Costante nel moto, ma imprevedibile nell'andatura. Alla stregua di "Motoc", l'oscura traccia che apre l'album: un tetro movimento lunare, un serpente umanoide, un unico loop misterioso e straniante, il raccordo più esplicito con l'opera di due anni fa. È lo stesso Scott Morgan a palesare le affinità tra i due album: "A livello compositivo, molte tracce di 'Plume' sono simili come approccio a quelle di 'First Narrows'; cominciano con una radice armonica dalla quale abbiamo elaborato una struttura sciolta su cui i musicisti potevano improvvisare".
Per il disco, Morgan ha confermato la presenza di Jason Zumpano, Josh Lindstrom (xilofono e vibraphone) e Steve Wood, prediligendo appunto una dimensione live differentemente dalla precisione matematica di First Narrows e Submers. La lunga "Rorschach" conferma questa volontà. Ritmiche dub e chitarre occultate da sintetizzatori eterei, melodie arcane, pressante sentore claustrofobico, smarrimento improvviso, una tastiera che vibra di impulsi tiepidi.
Plume si potrebbe riassumere così, analogamente alle atmosfere concepite in "Zephyr" e "Steam": strali noir per un giallo ambientato su Marte, soundtrack per indagini sotto un cielo con tre soli. Le stanze di Plume subiscono una parziale nuova distribuzione con "Chinook", micro-variazione sul tema, che introduce un ritmo decisamente più incalzante, una sorta di adagio allegro, e spezza le superfici sci-fi finora edificate dall'ensemble. Motivi che ritornano con "Bellows" e i suoi moti ottimistici, con la delicatezza sospesa di "Halcyon" e la suite "Charlie", appositamente scritta per accompagnare incauti astronauti lungo il drammatico atterraggio su un pianeta sconosciuto. È facile immaginare sotto le note di "Charlie" la gigantesca nave interstellare deporsi con estrema lentezza sul terreno arido, e figurarsi gli argonauti muovere i primi passi verso l'ignoto. La conclusiva "Mistral" riprende l'humus di "Moloc" terminando nel vuoto assoluto l'esplorazione.

Opera raffinata e intimista, Plume è un nuovo gioiello nella pregiata collezione Loscil, in un'annata particolarmente felice per la scena elettronica (Nathan Fake, Ellen Allien & Apparat, Hashimoto), che pare abbia recuperato l'equilibrio e la compostezza dei tempi migliori.

L'arte di Scott Morgan è la sublimazione di un tragitto di elettronica colta che parte dai padri (Schulze, Eno, Riley, Reich, Budd) fino a raggiungere un presente più che mai vitale (Stars of the Lid, Lightwave, Eluvium). Le sue elucubrazioni sono insieme stimolo per i centri nervosi e relax per la mente. Il maestro de la Salle sosteneva che l'ambient doveva essere un tipo di musica "sia trascurabile sia interessante". Loscil riesce nell'impresa, ma è arduo sostenere che a prevalere, nelle sue partiture astrali, non sia il secondo elemento.

Uno iato più prolungato del solito nell'isolamento umano e creativo di Scott Morgan prelude al successivo album Endless Falls. Se si eccettua l' Ep Strathcona Variations, pubblicato a fine 2009 su Ghostly International, di Loscil si erano perse le tracce da ben quattro anni. Nel suo quinto nuovo, l'artista canadese rimane fedele alle sue modulazioni interstellari e alla watermusic basinskiana, rimaneggiandole tuttavia entrambe in senso più piano e decisamente meno oppressivo. Per quanto permanga l'elemento nodale delle composizioni di Morgan, l'acqua di Endless Falls non è più quella tenebrosa delle inesorabili profondità oceaniche di Submers, bensì soltanto un fenomeno atmosferico, ricorrente e sospeso nell'aria della sua Vancouver.
Non è un caso che l'album si apra e si chiuda con il suono della pioggia, registrato in presa diretta da Morgan nel cortile di casa, al pari di tanti altri field recordings, catturati, processati e ricombinati insieme a fonti sonore organiche, drone e texture elettroniche.

Endless Falls
è un disco che non vive soltanto di filtraggi e trasformazioni sonore, presentando piuttosto un variegato bouquet di soluzioni compositive, che vanno dalla solennità orchestrale della title track iniziale agli abissi amniotici delle raffinate modulazioni di "Lake Orchard". Immersioni in flussi discontinui, slanci cosmici e una miriade di battiti, riverberi e sciabordii si susseguono senza sosta a puntellare composizioni che a più riprese sembrano sviluppare onde dense e totalizzanti attraverso accuratissimi giochi di loop e cadenze dub che in "Shallow Water Blackout" e soprattutto "Dub For Cascadia" avvolgono in una trance sinuosa persino le gocce di una pioggia incessante.
Attraverso una cangiante galleria sonora costituita da vitali ondulazioni elettroniche in crescendo, microsuoni e incursioni organiche di archi, chitarra e pianoforte Endless Falls si snoda per tutta un'ora (qualcosa di più nella versione in vinile, che comprende due brani esclusivi) come un'elegia impalpabile che conduce per mano all'esito finale di "The Making Of Grief Point", primo brano della produzione di Loscil a contemplare l'elemento vocale, sotto forma di una ieratica declamazione ad opera di Dan Bejar, che chiude il lavoro, rideclinando riccamente l'ispirazione dalle piccole cose e dai piccoli suoni già tipica del raffinato artista canadese.

L'anno seguente è già tempo per l'interpretazione di Morgan dell'estetica ambientale ghiacciata caratterizzante l'etichetta romana Glacial Movements. Dopo essersi addentrato nell'impervio entroterra della sua Vancouver, costellato da laghi, cascate e canyon, creati e modellati dal ghiaccio, alla ricerca di suoni e suggestioni adeguate al concept tematico, restituisce la sua esperienza nei cinquantacinque minuti di Coast/Range/Arc, che racchiudono una visione in un certo senso "domestica" e più prossima dell'isolazionismo.
Accantonate le cadenze dub e le pulsazioni elettroniche del disco precedente, Morgan disegna sei sinfonie ambientali, modulate sul crinale tra iterazione e persistenza, senza tuttavia rinunciare ad abbracci armonici dalle sembianze quasi orchestrali, né alle vibrazioni sfrigolanti che catturano l'incessante processo di fenditura, diluizione e rigenerazione del ghiaccio.
L'ispessimento quasi "fisico" che contrassegna la prima parte del lavoro si percepisce nella coltre ipnotica di "Black Tusk" e nella varietà di riflessi liquidi di "Fromme", mentre i due brani centrali si sciolgono in più brevi partiture, che innalzano cattedrali di suono ibernato, statico ma pronto a dileguarsi in vaporose astrazioni.
I due più lunghi brani finali (entrambi oltre i dieci minuti di durata) traducono invece tale impalpabile orchestralità in trame sonore granulose, le cui increspature e correnti spettrali fungono da corollario a una grandiosità documentarista, non priva di una certa tensione di fondo.
Ancora una volta, sotto l'apparente immobilità delle superfici ghiacciate, ci sono vita, suono e movimento; Morgan li ha colti, restituendoli condensati in un universo sonoro in fragile ma perfetto equilibrio.

La quotidianità di Vancouver e dintorni continua a essere fonte di ispirazione per la musica di Morgan anche nel successivo Sketches From New Brighton (2012), disco che rimpiazza le suggestioni atmosferiche e ghiacciate degli immediati predecessori con un estremo rigore compositivo e da una più marcata componente elettronica, sotto forma di propulsioni irregolari, di sibili acuti e di un battito che a tratti giunge persino a scandagliare territori prossimi alla minimal-techno (“Collision Of The Pacific Gatherer”).
Non mancano gli incastri di oscillazioni ipnotiche e le immersioni in liquide profondità ambientali, anzi è come se Morgan, abbia lavorato per sottrazione di elementi, sfumando gradualmente ritmi e screziature caleidoscopiche nelle dense saturazioni di quieti notturni metropolitani. Anche in questi casi, tuttavia, la trama compositiva permane estremamente densa e variegata: Morgan non si limita infatti all’uniformità di una indistinta marea dronica in ascesa, disegnandone con precisione i contorni, attraverso un accurato processo di stratificazione di layers sonori, frammenti ritmici e riverberi chitarristici.
Ne risulta un disco confezionato con l’abituale accuratezza, che conferma e sviluppa l’impianto organico di Morgan con una ricchezza e dovizia di particolari sonori davvero rari nella sterminata offerta di musica ambientale.

Dopo la pioggia autunnale di Endless Falls, la glaciazione di Cost/Range/Arc, la nevicata sporca su New Brighton e la primavera ambientale del capolavoro condiviso con Bvdub, è di nuovo inverno per Scott Morgan. Un inverno che stavolta suona animato, brillante, per certi versi paradossalmente vitale. Il tutto per ritrarre un'isola che per metà, quella non "rovinata" dalla presenza dell'aeroporto di Vancouver, può dirsi a tutt'oggi regno della Natura incontaminata.
Sea Island (2014) è di nuovo un viaggio, dunque, il documento di un'esplorazione. Del medesimo soggetto, Vancouver appunto. Ma stavolta più che mai la forma è quella di un racconto, di una testimonianza, di un diario di bordo. Mai un capitolo della saga Loscil aveva tentato di toccare la materia descritta così da vicino, tanto da preferire la sensazione fisica, tangibile, alla contemplazione.
Le gallerie dub, già elemento fondante delle impressioni del passato recente, divengono qui chiave di una forma espressiva tutta, che concretizza in maniera definitiva quei terreni a lungo elaborati in parallelo con l'ultimo Pan American. Terreni oggi liberi per incursioni di strumenti "classici" (archi, piano, voce) pronti ad affiancare l'elettronica e a inserirsi in solchi profondi e frastagliati. Così i bagliori intermittenti che inaugurano “Ahull” segnano un ipotetico passaggio di consegne, la partenza dalla terraferma di “Khanahmoot” verso quell'isola dove la Natura rivela una vita propria. La cura di ogni suono rasenta qui il maniacale, dai sussurri su cui prende forma l'aurora di “Iona” ai rintocchi che originano il passaggio amorfo di “Bleeding Ink”, sui quali Ashley Pitre inscena una suggestiva serie di richiami vocali.
Sul tramonto fluttuante di “Sea Island Murders”, a stretto contatto con gli ultimi Stars Of The Lid, e nello splendido inchino all'Eluvium più malinconico di “En Masse” si rinnova invece il sodalizio con i Fieldhead - già insieme a Morgan per uno splendido split e un tour condiviso - nella persona di Kelly Wise protagonista al piano. La nebbia di droni gelidi di “Catilina 1943”, il caldo abbraccio in forma armonica di “Holding Pattern” e il notturno desolato di “Angle Of List” rappresentano gli unici, parziali comeback alla formula originaria, conciliata altrove in maniera impeccabile al presente organico. Ne sono dimostrazioni impagabili le cime degli alberi ritratte su “In Threes” e le ipnotiche gocce di rugiada protagoniste in “Angle Of Loll”.

È nel dinamismo che Loscil racchiude la chiave della sua attuale cifra stilistica, in un realismo per certi versi “tradizionalista”, che preferisce l'interpretazione musicale alla presa diretta sonora sull'ambiente, scegliendo una strada complessa quanto sempre più affascinante.

Nel 2016 pubblica Monument Builders che presenta tre fondamentali ispirazioni; il pensiero del filosofo inglese John Gray che da anni denuncia il dominio dell'uomo sull'ambiente e sugli altri esseri viventi, le immagini pre-apocalittiche del fotografo canadese Edward Burtynsky che testimoniano l'impatto dell'industria sulla natura, e infine la musica minimalista di Philip Glass. L'uomo, nella sua essenza più concreta, è il vero protagonista dell'album; il "costruttore di monumenti" in cemento armato che ambiziosamente sfidano l'eternità pur essendo destinati a perdere, il creatore di una nuova era geologica (Antropocene) anch'essa destinata a svanire nel nulla. Stavolta il pessimismo è pressoché assoluto; sembra che l'uomo sia per definizione incapace di influire positivamente sul mondo che lo ospita. Il nichilismo di Loscil raggiunge una nuova consapevolezza; il freddo e l'oscurità del cemento sembrano ben superiori a quelli dei ghiacci o delle piogge degli anni passati. "Weeds", forse il momento più alto dell'album, è molto vicina al compositore Philip Glass e accostabile agli esperimenti vocali di Tim Hecker in "Love Streams" (2016); le pseudo-voci, che tentano di emergere dal fondo elettronico, potrebbero sembrare sia post-umane - nuove vite nate dopo la nostra scomparsa - sia incomprensibili voci nate da essere de-evoluti, prossimi alla propria estinzione, in stile Residents

Contributi di Raffaello Russo ("Endless Falls", "Coast/Range/Arc", "Sketches From New Brighton"), Matteo Meda ("Sea Island"), Valerio D'Onofrio ("Monument Builders")



Loscil

Viaggi astrali in slow-motion

di Claudio Fabretti

Lunghe texture ultraterrene, sintetizzatori alimentati a idrogeno liquido, letti di droni su cui si snodano i contrasti dinamici di melodie e ritmi. Soundtrack per allunaggi e mondi sommersi. La musica da camera (di decompressione) di Scott Morgan aka Loscil, canadese con la passione per i dischi a tema, è la sublimazione di un tragitto di elettronica colta che parte dai padri fondatori fino ..
Loscil
Discografia
 A New Demonstration of Thermodynamic Tendencies (2001)

 

 Triple Point (Kranky, 2001)

6,5

Submers (Kranky, 2002)

7,5

 First Narrows (Kranky, 2004)

7

Plume (Kranky, 2006)

7,5

 Strathcona Variations Ep (Ghostly International, 2009)

6

Endless Falls (Kranky, 2010)

8

 Coast/Range/Arc (Glacial Movements, 2011)

6,5

 Sketches From New Brighton (Kranky, 2012)

7

Sea Island (Kranky, 2014)

7,5

Monument Builders (Kranky, 2016)

7

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Coast/Range/Arc

(2011 - Glacial Movements)
Scott Morgan nella sua declinazione dell'isolazionismo ambientale, per la romana Glacial Movements ..

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(2010 - Kranky)
La pioggia incessante della sua Vancouver segna il ritorno in grande stile delle proiezioni ambient-dub ..

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Plume

(2006 - Kranky)

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