Trentemøller

Trentemøller

Un caleidoscopio elettronico

di Matteo Meda

Il danese Anders Trentemøller è uno dei personaggi chiave dell'elettronica del nuovo millennio. Il suo percorso è iniziato fra le fila della deep-house e proseguito in un processo di sottrazione verso il filone microsonoro della minimal, per approdare a una contaminazione con le forme più raffinate dell'indie. Ripercorriamo le tappe di evoluzione del suo crossover elettronico

Da Vordingborg con il cuore

L'uomo che surclassa la macchina, il cuore che scavalca la mente, la sostanza che prevale sulla forma, la passione che sovverte regole e definizioni, il sentimento che scalfisce la ragione. Il trionfo della sensualità, del calore e del colore nell'epoca in cui l'elettronica, quanto e più di prima, si è sempre più fatta radicale e monocromatica, tendente al bianco dell'astrazione, al grigio della strada o al nero della notte. Il rosa della carne accarezzata ma mai spinta a sudare, l'azzurro del cielo limpido, le tonalità più accese e quelle più tenui: tutti insieme all'interno di confini ben definiti ma pronti a sovrapporsi per creare nuove, imprevedibili sfumature, sotto la guida della spontaneità e alla faccia di calcoli, progettazioni e misure. L'umanità che prende il controllo, il sintetizzatore e la tastiera che domano il laptop in studio, il concerto che sradica il dj-set dal vivo. Un caleidoscopio pronto ad aprirsi ai mondi più disparati, tanto da tracciare una linea fatta di vibrazioni, battiti e melodie, discontinua e ricca di imprevedibili cambi di direzione, che unisce elettronica e pop con fermate intermedie nella deep-house, nel'universo minimal, nel cantautorato, nella wave, nella psichedelia e nelle tendenze contemporanee. Il caleidoscopio del crossover elettronico, il crossover elettronico di Anders Trentemøller.

L'anti-divo

Sono stato fortunato, ripensandoci. Ho incontrato d'improvviso l'hype e sono stato infilato nel box della minimal-techno. Da lì ho cercato di scappare per anni, e personalmente cerco da sempre anche di scappare dall'hype. Non mi sento a mio agio al centro dell'attenzione.

Si presenta per cognome, quasi a voler mantenere un distacco che è in realtà precisa intenzione di usare la musica come unico tramite fra la sua persona e il mondo esterno. Dice poco di sé, non ha un personaggio e non ne interpreta le parti. Nei dj-set non si agita sulla console né rimane immobile, nei concerti spartisce il palco con almeno tre collaboratori mostrandoli come fossero comprimari e senza pretendere di svettare. La sua non è la faccia che resta impressa, che attrae per bellezza o affascina per mistero, che trasuda uno spirito ribelle o si bea tra lineamenti angelici. Quasi chiunque conosce il suo nome, in pochi hanno presente un suo brano o un suo disco. Anders Trentemøller è l'anti-divo per eccellenza, l'anti-personaggio, quello che sembra impegnarsi a fondo pur di non distinguersi per qualcosa che non sia la sua musica, pur di non creare anche la più accennata forma di immaginario che intacchi la purezza del suo suono, che condizioni in qualsiasi senso la sua ricerca. Una ricerca che è quanto di meno arcigno e ambizioso si sia mai sentito: è artigianato puro, intreccio di passioni, ricordi, suggestioni, immagini e gusto. Il tutto sfuggendo a qualsiasi forma temporale a priori, andando a parare ora all'ultima tendenza elettronica ora a universi retrò: tutto legato magistralmente senza soluzione di continuità.
Ed è per questo che la figura musicale di Trentemøller resta a tutt'oggi particolarmente ardua da descrivere: non è un dj, eppure il suo talento principale è proprio quello di tracciare traiettorie in grado di toccare una miriade di universi anche distantissimi fra di loro, e di trovarvi una coerenza, un gusto sopraffino. Non è un producer, nonostante i suoi brani siano a tutti gli effetti frutti elettronici, e pure fra i più interessanti e lungimiranti della sua generazione, lavorati però con un approccio organico pari a quello di un autentico compositore. Non è un musicista, perché la sua musica è più che mai opera di commistione fra mondi, di calco e ricerca, di variazione personale su temi di pubblico dominio. Non corrisponde in pieno a nessuna di queste figure, ma le incarna un po' tutte, quasi volesse porsi egli stesso a comun denominatore. Ed è così che tanto sappiamo e deduciamo dalla sua musica, quanto poco effettivamente conosciamo di lui.
Sappiamo che è nato a Vordingborg, cittadina danese pure piuttosto lontana dalla capitale Copenaghen, e cresciuto in quella Scandinavia che è stata l'ultima frontiera fertile della house in Europa, in particolare nelle sue forme più languide e sognanti. Proprio quelle da cui l'avventura del giovane Anders prende il via, nel 2003, e dalle quali ben presto si mostrerà pronta a discostarsi, dando adito alla domanda che le continue e sempre più sorprendenti evoluzioni del suo sound alimenteranno sempre più: da dove viene, davvero, Anders Trentemøller? Quella a cui quanto segue tenterà di trovare una possibile risposta.

Sottovoce, oltre le profondità

Non me ne è mai fregato troppo dell'industria musicale o della storia della musica, la musica è solo e semplicemente la mia passione. Faccio musica da quando ho quattro anni e ho intenzione di continuare per lo meno fino a quando ne avrò 75.

Del giovane Anders sappiamo come già detto decisamente poco. Serve essere fortunati e intraprendenti per scoprire il suo nome su un disco di una rock band di quattordicenni, i Flow, pubblicato dalla misteriosa Instant Records nel 1996, alla quale comunque non farà mai pubblicamente riferimento. I primi passi effettivi nel mondo della musica, Trentemøller inizia a muoverli un anno più tardi, quando incontra sulla sua strada il connazionale DJ T.O.M., al secolo Tom Von Rosen, con il quale dà vita al primo live act danese a varcare i confini nazionali. I due si fanno conoscere prima come Trigbag, poi, per un breve periodo, come Action Men: il tempo di farsi notare per la curiosa provenienza geografica e infilare qualche prima produzione su sampler ad oggi introvabili. Ma il folletto di Vodingborg non si sente minimamente appagato: trovarsi a produrre club music senza la libertà di espressione desiderata non fa per lui. L'intraprendenza e l'esuberanza creativa lo portano quindi, tre anni dopo gli esordi, a lasciare solo il suo compagno d'avventure, che scomparirà nell'oblio nel giro di pochi mesi. Pochi si ricorderanno di questa breve esperienza al di fuori (ma anche all'interno) del piccolo paese d'origine: fra di loro vi è Jay Denes, ai tempi rampante promessa e oggi fra i padri spirituali della lounge music elettronica, deflagrazione di spessore decisamente scarso della deep-house. Proprietario della Naked Music Recordings, il producer rimane colpito dal gusto di Trentemøller, e gli procura senza indugi il primo contratto discografico della sua carriera.

821_foto_trentemoller_8_by_rjohansenNel frattempo, il futuro giocoliere del crossover elettronico attraversa il più tipico periodo di transizione: deluso dall'esito a fondo cieco della sua prima esperienza, abbandona gran parte della sua strumentazione e inizia a dedicarsi interamente a un'altra sua eterna passione: quella per il viaggio. Durante un soggiorno a Londra, si ritrova quasi per caso a passeggiare per Bristol: è il 2002 e la generazione del trip-hop ha ormai abbandonato quasi interamente la sua terra natia, ma nell'aria, nei negozi di dischi e per le strade si respira ancora a fondo l'odore di marijuana e il gusto per i sample che Massive Attack e compagni vari hanno lasciato dai tempi del Wild Bunch.
Trentemøller si lascia rapire, condurre in quel mondo di gallerie oscure e ipnotiche: al ritorno a casa, il suo gusto musicale ha subito la prima, decisiva deriva. Il risultato è il misconosciuto Ep che porta il suo nome, segna il suo debutto discografico e riprende in mano la deep-house tipicamente gelida e impersonale della Scandinavia riscaldandola con suggestioni armoniche nuove e un gusto dub fino a quel momento rimasto estraneo a qualsiasi produzione. Il tutto in due soli brani, due lunghe odissee: la rilassata e cullante “Le Champagne” e la più ossessiva e inquieta “In Progress”, in cui per prima si presenta un gusto per la bass music che è ulteriore eredità londinese.

Sulla medesima falsariga arrivano tra 2004 e 2005 altri due Ep, i solisti Beta Boy e Physical Fraction, e il singolo "8 Timer/25 Timer" sfornato a nome Viltland al fianco di Krede Pedersen e Torsten Jacobsen, due amici di lunga data che non varcheranno mai i confini danesi. Sebbene ancora sottovoce, la carriera di Trentemøller ha imboccato la rampa di lancio.

Sottrazioni microsonore e soluzioni minimali

Alla gente pare piaccia particolarmente buttare la musica nelle categorie. Buttare, nel senso che è come sbattere un panno sporco nel cesto del 'bianco' o del 'rosso' per la lavatrice. A me non piace per niente, la trovo una cosa così... noiosa. La lavatrice mi annoia già abbastanza farla in casa.

Quando l'allora dj-producer danese decide di dare una svolta alla sua carriera, optando per un primo step verso mondi più elaborati, corre l'anno 2005. È l'anno della consacrazione del dubstep come linguaggio in ascesa: esce "Kingstown", fra le vette espressive della coppia Kode9/Spaceape, debutta Burial con le prime indicazioni di una possibile via “oltre”, esplode il grime con la compilation “Run The Road” a cura della 679 Recordings e Skream inizia a dettare le prime coordinate per il futuro sversamento mainstream dell'estetica classica.
Ma è anche l'anno della staffetta tra minimal ed electro, pronta a congiungersi alla carica melodica della trance nel frattempo esondata, e del conseguente declino dell'house come forma prima di elettronica da consumo. Anche nel Nord Europa, sebbene i lounge bar continuino (e continueranno) ad attirare il loro pubblico ruotando attorno a mix precotti di deep-house e chill-out prima e di dub-house poi, il cambio al vertice ha dato i suoi effetti. Il percorso ci metterà un paio d'anni a completarsi, quando nel 2007 Kylie Minogue e il suo “X” sanciranno la definitiva giunzione tra pop da classifica e il nuovo ibrido di electro e trance, appena prima dell'esplosione dei vari David Guetta e Bob Sinclar.

Proprio per questo la svolta che Trentemøller attua al suo sound a partire dalla seconda metà dell'anno non può essere ricondotta a un avvicinamento all'estetica “del momento”. Anzi, è semmai una regata controcorrente, legata in realtà in maniera marginale all'universo minimal in senso stretto (quello che parte da Robert Hood e arriva al secondo Richie Hawtin) e molto più vicina al suo controstep sperimentale: la cosiddetta microhouse. Nonostante le tante definizioni circolate in maniera disordinata, le stratificazioni e le ipnosi variopinte della sua musica poco hanno a che fare con il sudore vorace del martello techno tanto quanto con i grovigli di basso cari da sempre alle forme underground dell'elettronica britannica (garage e derivati vari). L'evento decisivo è l'incontro tra un Anders sempre più interessato a guardare oltre e la leggenda Steve Bug, ovvero il comun denominatore fatto a persona tra deep-house e l'universo sonoro dei microsound. Un mondo nato e sviluppatosi nell'universo dell'elettronica sperimentale del dopo glitch e ripercossosi via Raster-Noton sulla techno nel cosiddetto filone abstract, per poi arrivare a riversarsi sul lato “indie” dell'estetica minimal. A Steve capita fra le mani un 12'' del danese (Beta Boy, per la cronaca) che lo colpisce al punto tale da convincerlo a portarlo immediatamente sotto il tetto della sua Poker Flat.

A questo nuovo discorso musicale, Trentemøller applica per la prima volta in maniera decisiva l'approccio pronto a divenire suo marchio di fabbrica: far prevalere l'emozione sulla forma è missione assai ardua in un ambito intrinsecamente scarno e freddo come quello microhouse. Proprio per questo la transizione effervescente di Sunstroke, dove scintille metalliche e grovigli fetidi sporcano in maniera irreparabile gli echi eterei del passato, è un connettore fondamentale verso l'autentico miracolo del suo lato B “Minimal Fox”, ovvero la plastica che prende il sapore del legno e il calore del fuoco, la minimal che si fa profonda e la deep che si riduce ai minimi termini. Un autentico mantra, un manifesto della nuova direzione intrapresa dal folletto di Vordingborg che prosegue imperterrito sfornando altri quattro 12'' nel giro di sei mesi: l'a-side di Polar Shift porta il discorso al suo vertice lapidario, iniziando a vertere su quelle costruzioni grezze e pungenti che, nelle sue mille evoluzioni, il suo sound non perderà mai del tutto per strada, mentre il suo lato B, “Chameleon”, scava una galleria che si inabissa in profondità abissali riuscendo a renderne le oscurità con una nitidezza impressionante. Serenetti e Kink pongono invece l'accento sui tratti organici delle sue costruzioni, generando così uno spettro sonoro già in grado di mostrarsi nella sua impressionante ampiezza.

Contaminazione, sintesi e consacrazione

Mi piace molto lavorare con i contrasti, combinare suoni elettronici puri e freddi con melodie calde spesso di origine analogica. Lavorare con gli umori e le atmosfere è qualcosa di davvero bello e decisamente più stimolante che soffermarsi sulla forma, per questo ci sono sempre così tanti strati nella mia musica.

trentemollereventhoughyouarewithanothergirlmp3ringtonedownloadA sopresa, nonostante una serie di pubblicazioni ben più che ardue e non certo di presa immediata, il nome di Trentemøller si avvia nel 2006 verso un'ascesa folgorante. Gli addetti ai lavori, grazie anche alla garanzia del marchio Poker Flat, si avvicinano in massa a questo giovane scandinavo dalla chioma ribelle nera e dalla faccia “normale”, che sembra così tanto abile a far apparire “normali” anche le sue costruzioni sonore, complesse, articolate e profonde ma non per questo prive di una pelle musicale che le renda fruibili a tutti. Così, la prima metà del 2006 trasforma l'ex-sconosciuto Anders in uno dei remixer più ricercati d'Europa: Moby, Knife, Robyn, Sharon Phillips e i Röyksopp sono solo alcuni dei nomi di prim'ordine che decidono di affidare alle sue abili mani tracce del loro repertorio. E proprio questi ultimi sono gli indiretti responsabili primi della definitiva consacrazione di Trentemøller: è infatti con il remix della loro “What Else Is There?”, in grado di lanciare il brano stesso fra le club chart d'Europa e non solo, che il danese inizia a scavarsi un posto fra i grandi dell'elettronica contemporanea. Un mantra ipnotico che mette a fondo il suo modo d'intendere la bass music e di levigare con il calore della melodia i cicli cristallini.
Nel frattempo, la Poker Flat tiene caldo il suo nome e lo prepara all'exploit pubblicando il singolo “Always Something Better” e l'Ep Nam Nam, gustosissime anticipazioni di un piatto forte in arrivo nel giro di pochi mesi.

La “specializzazione” nel remix è la chiave di volta della carriera del danese: il suo stile, già di per sé aperto alla contaminazione, si incontra nella pratica di ricostruzione del lavoro altrui con i connotati e le specifiche di espressioni anche lontanissime dalla sua. E l'attento folletto danese non perde l'occasione per trarne qualcosa, per fare propria una parte di quei linguaggi che blasonati colleghi decidono di porre alla sua attenzione. Tornano ad affiorare passioni del passato, come quella per il rock (“indie” preferirà sempre chiamarlo lui), il pop, il cantautorato e in generale tutti quegli idiomi musicali in grado di tenersi lontano da interpretazioni monotematiche. Crossover diviene la parola chiave, intesa non come stile musicale ma come autentica modalità di vedere e (non)-inquadrare l'universo musicale, cui unica credenziale necessaria e “categoria” di distinzione diviene la capacità di trasmettere. I tempi sono maturi e, fra un remix e l'altro, Trentemøller inizia a progettare un'opera sulla lunga durata e a racimolare manciate di brani (“canzoni”, per usare una parola a lui particolarmente cara), che messi in sequenza saprebbero con tutta probabilità fungere da perfetta ricostruzione del progressivo ampliarsi del suo spettro stilistico. Molti di questi non vedranno mai la luce, altri ancora resteranno nel cassetto per poi essere ripresi più avanti. La maggior parte verrà ripresa mesi più tardi e raccolta, insieme proprio a una selezione dei suoi remix, in un'imperdibile compilation. Una rigida selezione confluirà invece, assieme a brani editi sui 12'' Poker Flat e b-side degli stessi, nel suo primo album.

The Last Resort è la cartina di tornasole di tutto quel che Trentemøller ha rappresentato dai suoi esordi al 2006. Un disco di elettronica minimale, uno dei più bei dischi di elettronica minimale di sempre, il disco più umano di elettronica minimale che sia mai stato composto, il disco più variopinto e poliglotta di elettronica minimale che sia mai stato prodotto. L'evoluzione anche rispetto agli Ep del periodo Poker Flat – idealmente concluso proprio con quest'album – è siderale e decisiva, uno step forse inatteso ma in totale linea con le potenzialità già emerse nei primi tre anni di carriera del danese. Il formato long playing permette per la prima volta allo spettro eterogeneo della musica di Trentemøller di svilupparsi ed estendersi nella sua interezza, prendendo per la prima volta l'evidente forma del caleidoscopio stilistico: colori tenui ma dalla distinzione accentuata si mescolano e combinano in una varietà incredibile di figure intercambiabili e in grado di combinarsi a formare una miriade di puzzle diversi.
Il punto di partenza è il carillon già edito di “Always Something Better”, ovvero un saggio magistrale di microsound a cavallo fra ambient e minimal, influenzato dalle affilate lame abstract di Alva Noto e coronato dagli scratch dell'amico DJ T.O.M., richiamato per l'occasione a partecipare alla grande festa della consacrazione. Un gioco di effusioni tiepide e punture glaciali combinate in un equilibrio quantomai fisico, che si ripresenta in una “Evil Dub” che trascina le gallerie di Moritz Von Oswald in un vortice al rallentatore, utilizzando bagliori e ombre come specchi di emozioni e visioni.
Il dub è una delle nuove passioni di Anders e pure l'escursione artica di “Nightwalker” - questa volta dando uno sguardo in più alle suggestioni deep delle origini – e l'immersione subacquea di “Snowflake”, quasi un inchino a Loscil, stanno a dimostrarlo. “Take Me Into Your Skin”, posta in apertura, muove dalle medesime suggestioni verso un ibrido sensazionale di malinconia, vibrazioni e spasmi: è il primo capolavoro di Trentemøller, un crescendo che spalanca le ali e traccia le coordinate per quello che diventerà il comun denominatore del suo crossover elettronico. L'elemento in più, acquisito soprattutto grazie al contatto con forme musicali spesso lontane dall'elettronica intesa in senso comune, è un approccio che fa dell'organicismo un credo: c'è quindi spazio pure per tocchi limpidi di glockenspiel nella lamina di ghiaccio di “While The Cold Winter Waiting”, per la celesta e gli archi nell'ambient astrale di “Like Two Stranger” (sorta di vera e propria lezione al primo Jon Hopkins), e per la chitarra di Mikael Simpson nel buco nero e sporco della marziale “The Very Last Resort”. Il passato fra i club riemerge in una nuova forma, puntando alle stelle in una “Into The Trees” potenzialmente strappata agli Yello, nell'avvinghiante esondazione bass di “Vamp” e nella pece nera à-la Deadbeat di “Chameleon”, unico passaggio di pura e ombrosa dub-techno.
La sospensione umorale della coppia di chiusura “Moan”-“Miss You”, tra dispersione e nostalgia, cala il sipario su quella che è una delle opere più straordinarie, lungimiranti, suggestive, poliglotte, personali e sottovalutate dell'elettronica del nuovo millennio.

L'orizzonte del crossover elettronico

Non ho mai voluto fare musica per club, e non mi vedo parte della scena elettronica. Forse sono più inquadrabile all'interno della scena indie, ma anche questa definizione non credo sia del tutto corretta. La mia pazienza si esaurisce molto più rapidamente registrando 12'' per i club che componendo canzoni.

trentemoller_3Il Trentemøller che si lascia alle spalle The Last Resort è un producer ancora ben attaccato al verbo elettronico e in grado di coniare e percorrere alcune delle declinazioni più originali e inedite dello stesso. Il fattore emotivo, già in grado di fare la differenza fra il suo primo lavoro e le opere di molti contemporanei, ha di fatto reso impossibile qualsiasi forma di parallelo con esponenti precedenti nei medesimi universi sonori: Anders è un songwriter dell'elettronica, un pittore prima che uno scultore o un architetto, un artista nel senso più classico del termine benché più che avvezzo a flirt con universi sonori sperimentali. Non è più, se mai lo fosse stato prima, un disc jockey o un produttore di club music: le sue costruzioni sonore sono semmai per il momento volte a una contemplazione partecipata tramite un buon impianto stereo, talmente poco adatte alla riproduzione che nessun tour fa seguito alla pubblicazione del disco. Piuttosto, il danese si cimenta in sporadici dj-set in cui ripropone frammenti sonori provenienti dal suo passato, e nel frattempo prosegue nell'importante e prolifica attività di remixer.

Ben più cosciente delle sue potenzialità e indirizzato verso un percorso sonoro più definito, inizia a lavorare su quello che è un suo sogno dai tempi degli esordi: fondare una sua etichetta discografica. Il tutto prenderà forma nel progetto In My Room, che richiederà ben tre anni per svilupparsi e dare vita all'omonima etichetta. Nel frattempo, l'accordo con Poker Flat viene spostato sull'altra etichetta di proprietà di Steve Bug, la Audiomatique, che si prende in carico l'operazione di raccolta dei migliori fra i remix di Trentemøller e di alcuni dei brani rimasti esclusi da The Last Resort.
Il risultato è The Trentemøller Chronicles, ovvero un focus sul lato più gelido, minimale e club-oriented delle produzioni del danese, retrospettiva necessaria per comprendere in due fasi lo step che ha portato all'evoluzione del disco. Fra le perle contenute, i remix di “What Else Is There?” dei Röyksopp, “Go” di Moby e “We Share Our Mothers' Health” dei Knife, più una serie di chicche provenienti dagli Ep pre-Poker Flat e un remix impietoso di “Always Something Better”.
La raccolta si rivela in realtà un'arma a doppio taglio, riuscendo a sorpresa a spingere il nome del danese nei club di tutt' Europa, ma costringendolo a un autentico, imprevisto tour de force di concerti per affermare la sua ben più complessa identità. Proprio durante uno di questi, tenutosi in occasione del Roskilde Festival, viene registrato il breve Live In Concert Ep, testimonianza al tempo stesso dell'abilità live dell'artista e della complessità di escuzione dal vivo dei brani di The Last Resort.

Passano tre anni e il nome di Trentemøller, che dopo il ciclo di concerti si sottrae a qualsiasi proposta di dj-set in club o discoteche, si dilegua di fatto dal circuito danzereccio, concludendo la sua esperienza nel mondo del clubbing con un paio di 12'' – Rykketid e African People – e un sostanziale ultimo tentativo di lanciare l'amico Torsten Jacobsen (Buda) nello split Gamma. Per il resto, se ne sente parlare unicamente in occasione della costante e prolifica produzione di remix: ma per un pubblico che cala progressivamente, la stima di colleghi dagli universi musicali più disparati continua ad accentuarsi.
Se fino a prima dell'uscita di The Last Resort erano stati principalmente esponenti della savana elettronica ad affidare al danese i rework dei loro brani, dopo il successo di critica del funambolico esordio – acclamato disco dell'anno dalla tedesca Groove Mag e dalla francese Trax – la carica si duplica, aprendosi in particolare a esponenti del mondo pop indipendente (e non): per Anders è un sogno che si avvera, l'occasione di poter finalmente “tornare alle origini” dei suoi primi passi nella musica. Ed è proprio da remix come “No You Girls” dei Franz Ferdinand, “White Flash” dei Modeselektor in combutta con Thom Yorke, “Raincoats” degli Efterklang, “Wrong” dei Depeche Mode e “Beach” dei Mew che il giocoliere incorpora nel caleidoscopio le nuove figure colorate in grado di combinarsi con i suoi suoni originali a formare un primo abbozzo di crossover elettronico.

Da lì all'approdo in un secondo capitolo sulla lunga durata, il passo è breve. E così, Into The Great Wide Yonder arriva a sorpresa, senza annunci altisonanti o promozione massiccia, mostrandosi immediatamente per quel che è: un disco di transizione. Transizione dalla minimal poliglotta al crossover elettronico, dalle stalattiti sintetiche alla contaminazione organico-elettrica, dallo strumentale alla forma-canzone con tanto di vocalist, dalle profondità marine all'oscurità terrena, dalla Poker Flat alla sua In My Room. Ma per intuire il distacco che differenzia l'album dal passato strumentale del danese, basta dare una rapida occhiata ai credits: se in The Last Resort la figura era quella del Trentemøller producer-tuttofare, qui il Nostro si cela dietro le tastiere e i synth per lasciare spazio a una breve ma significativa lista di collaboratori. A farne parte sono i connazionali Mikael Simpson al basso e Jakob Høyer a batteria e chitarra, il violinista Davide Rossi (Black Submarine) e una serie di voci provenienti dal mondo indie, fra cui Fyfe Dangerfield dei Guillemots, Solveig Sandnes dei Lovebites, Josephine Philip e la fida Marie Fisker, che lo seguirà da questo momento in poi sia in studio che dal vivo. Ed è proprio quest'ultima a firmare “Sycamore Feeling”, la dark-ballad scelta come singolo di lancio dell'album: il territorio solcato stavolta è quello di una dark-wave lussureggiante ed ermetica, improntata senza mezzi termini su una forma-canzone di stampo pop ma dai risvolti e dall'eleganza del tutto inedite.
Sulla stessa falsariga si pone anche “...Even If You're With Another Girl”, inchino trip-hop alla Goldfrapp cantastorie, in grado di distinguersi per una sensualità senza precedenti. Una vetta superata in extremis dalla sublime energia di “Past The Beginning Of The End”, tappeto minimale e liquido attorno a cui gravitano, in crescendo, la chitarra elettrica a tinte shoegaze di Simpson, il theremin dell'ospite Dorit Chrysler e i cori, rigorosamente in presa diretta, di Nanna Øland Fabricius. In “Neverglade” sembra addirittura, grazie soprattutto al mandolino di Sune Martin, di sentire gli Unto Ashes ibernarsi fra sospiri sintetici, mentre la conclusiva “Tide” parte sinistra e atonale per votarsi poi a un dream-pop liberatorio e malinconico. Se l'organicismo era tratto somatico già presente fra le piaghe minimal del passato, qui siamo di fronte a un soundscape che di minimale ha solo qualche occasionale scelta sonora, che si pone semmai in congiunzione fra un'elettronica dal volto crepuscolare e un pop raffinato e volutamente vicino alla sfera indie. Ma la transizione passa anche attraverso legami diretti con i suoni del passato recente, affidati all'ouverture cinematica di “The Mash And The Fury”, che unisce bassi profondi a sciami chitarristici e alla marcia spettrale di “Haxan”, cui evoluzioni dirette sono l'apoteosi melodica di “Shades Of Marble” e il massacro adrenalinico di “Silver Surfer, Ghost Rider Go!”, fuga di basso, batteria e pestoni analogici alla velocità della luce.
Con la stessa sorpresa con cui era stato dato alla luce, Into The Great Wide Yonder raggiunge in poche settimane la seconda posizione della classifica degli album più venduti in Danimarca, e piazzamenti nella top 50 anche di Belgio, Germania e Svizzera. È la prima occasione di sdoganamento fra il pubblico della musica di Trentemøller, che raggiunge in breve tempo lo status di vero e proprio idolo in patria attirando su di sé le attenzioni, in tutt' Europa, sia del pubblico elettronico più raffinato che degli appasionati del circuito indie. L' ingranaggio del crossover elettronico ha dato il suo primo, importante anche se ancora da oliare: unica pecca del disco è infatti il suo raccogliere mondi variopinti senza amalgamarli con altrettanti denominatori comuni.

Dall'estasi del successo al crepuscolo della maturità

La maggior parte delle volte che compongo mi siedo al pianoforte e suono, senza computer e senza elettronica. Con 'Lost' ho fatto proprio questo: volevo creare un disco semplice. Se è vero che è un lavoro molto stratificato, le canzoni sono decisamente facili, si possono eseguire anche solo con chtarra e pianoforte e protagonista è quasi sempre la melodia.
Non mi è mai interessato fare musica che avesse solo una bella forma.

trentemollerQuanto segue nella carriera di Trentemøller a Into The Great Wide Yonder è la più classica ed estasiante delle ascese. Pur non arrivando, per scelta, alla conquista della massa mainstream, l'ormai ex-ragazzo di Vordingborg ha su di sé le luci dei riflettori di una critica sempre più stupefatta dalla sua abilità nel contaminarsi senza rendersi definibile e di un pubblico che trova nella sua musica una perfetta sintesi di raffinata complessità e accessibilità. In seguito alla pubblicazione del disco, decide dunque di partire per un lungo tour europeo di presentazione dello stesso, i cui brani dalla natura più diretta, si adattano decisamente meglio di quelli di The Last Resort alla dimensione live da lui ormai presa in definitiva: quella del concerto. Proprio per questo, la band che aveva già suonato nel disco è confermata e integrata dalla chitarra di Lisbet Fritze e la batteria di Henrik Vibskov. Il successo delle date è ancor più stupefacente di quello dell'album promosso, e il suo vertice è toccato nella data conclusiva del tour, nella terra natale di Copenaghen: circa duecentomila persone accorrono ad assistere a uno show da capogiro, pieno di effetti speciali chiaramente ispirati al modello-Jarre e registrato per una pubblicazione che vedrà la luce ben tre anni più tardi, in Live In Copenaghen.
Nell'anno seguente, la presa di coscienza del successo riscosso porta il danese a cercare di riprendere le fila di tutti i discorsi portati avanti nel tempo: è così dunque che nel 2011 vedono la luce un ambizioso quanto megalomane mix per LateNightTales, un nuovo singolo di synth-pop dalla natura decisamente retrò e forzatamente accattivante (“My Dreams”, dalle parti di nuovo dei Goldfrapp ma stavolta quelli di “Supernature”) e un imperdibile Reworked/Remixed, seconda raccolta dei migliori fra i suoi remix contenente tutti i passaggi chiave per comprendere l'evoluzione poliglotta del suo linguaggio tra 2006 e 2010.

Ma proprio quando l'esplosione euforica sembra aver preso un pericoloso sopravvento, arriva la decisione che funge da autentico conduttore verso la maturità artistica: nel 2012 Trentemøller conclude il suo tour e scompare temporaneamente dalle scene, per rinchiudersi in studio a lavorare al suo terzo album. Nessuna indiscrezione riesce a filtrare dallo studio di In My Room, nessuna anticipazione viene concessa fino a quando, ad inizio 2013, lo stesso Anders ricompare in un video in cui riproduce una bobina: è il demo, parziale, di una sorta di ninnananna dall'atmosfera sospesa, quasi interamente acustica, cullata dall'inconfondibile voce di Mimi Parker. Ma è l'intero bozzolo caldo in cui quei tre minuti scarsi avvolgono a condurre verso aspettative elevatissime e una nuova possibile evoluzione. Quella che Lost (2013) rappresenta a tutti gli effetti, conducendo alla maturità compositiva e artistica il sophomore di Into The Great Wide Yonder, scardinandone quell'equilibrio precario e acerbo per aprirsi a un'ulteriore espansione dello spettro sonoro, e richiudere il tutto alla luce di un unico collante: il trionfo indistinto dell'emozione. Così, il caleidoscopio arriva a contenere una gamma di colori e forme ancor più complessa ed estesa: chi si aspettava dalla maturazione del (ormai a tutti gli effetti) musicista una sintesi delle tesi esposte nel tempo rimarrà deluso nel trovarsi semmai un ulteriore, impensabile approfondimento delle stesse, evidente già dal cameo di ospiti, rinnovato nelle componenti tanto quanto nel prestigio, e dal contemporaneo rinfresco pure delle fondamenta elettroniche, ripulite dell'oscurità del predecessore e lanciate a lambire la contemporaneità.
“The Dream” apre e lo stupore è puro eufemismo, dolce e languida ballad crepuscolare con i Low al completo a offrire le loro suggestioni in slow-motion, brezza fresca ma anche cullante torpore fra tocchi penetranti e bagliori in crescendo. Un “sogno” che sfuma idealmente nella dance pastorale di “Gravity”, passaggio a nord-ovest dalle parti di un Devendra Banhart contagiato dagli elettrodi – non a caso alla voce c'è Jana Hunter in versione Lower Dens - per poi condensarsi nei pattern dell'irresistibile singolo di lancio "Never Stop Running", passeggiata nelle liquefazioni post-dubstep battezzata da Jonny Pierce dei Drums.
Su un sentiero più lussureggiante l'immancabile Marie Fisker guida in un terreno che avrebbe fatto la fortuna degli ultimi Massive Attack nel tramonto analogico di “Candy Tongue”, la cui notte si identifica più avanti nella ninna-nanna lunare di “Come Undone”, che torna a guardare alla sensualità dei Novanta americani dando spazio questa volta a Kazu Makino dei Blonde Redhead. La delicatezza è la prima dote di questo (ennesimo) “nuovo” Trentemøller, che esalta anche quando decide di sfoggiare i lati più muscolari del suo sound: questo avviene sotto forma di mantra spettrali, come la marcia metallica “Still On Fire”, l'ipnosi post-industriale di “Morphine” e l'oscura ebm di “Deceive” in compartecipazione con Sune Rose Wagner, metà dei Raveonettes, ma anche di tese cavalcate ad alta velocità quali l'arabesco technoide di “Constantinople” e la corsa vorace di "River Of Life", in combutta con le tinte shoegaze dei Ghost Society. E se questo non bastasse, all'appello mancano i due autentici capolavori del disco: l'effimera “Trails” che parte opprimente per poi dispiegarsi in grovigli melodici à-la-Four Tet, e l'evanescente congedo di “Hazed”, un sogno lucido fatto di ombre, chiaroscuri, scintillii e stratificazioni in intermittenza armonica.
Nella coda del disco, nascosta da qualche minuto di silenzio, un pianoforte detonato da casa infestata sembra voler riproporre l'arcano iniziale: da dove viene, veramente, questo curioso fuoriclasse dell'elettronica odierna? Una domanda a cui non basta certo qualche nota biografica, l'articolo appena conclusosi e un'interessantissima intervista su influenze e passioni a fornire risposta. Una domanda a cui forse risposta è giusto non vi sia, affinché l'incantesimo di cui Lost rappresenta l'odierno vertice possa continuare a stupire, ancora e ancora, negli anni a venire.

Nel 2016 il dj e producer danese conferma in Fixion la ferma volontà di non volersi rilassare in quella comfort zone rappresentata da tutto ciò che ha ben fatto in passato, decidendo di proseguire la lenta trasmutazione dalla minimal techno degli esordi alle atmosfere decadenti darkwave. Ed allora ecco servita una “Never Fade” che potrebbe tranquillamente essere scambiata per un outtake dei Cure epoca “Faith” o con gli Editors di “In This Light And On This Evening”. Le architetture post-punk permeano quasi tutte le dodici tracce di Fixion, sia negli strumentali dalle ambientazioni opprimenti (le egregie “Sinus” e “November”), sia nelle tracce cantate, dagli sviluppi inequivocabilmente dark (la drammatica “Spinning”, la più debole "Redefine", l’iniziale ”One Eye Open”).
Ma le radici sono importanti, quindi non mancano i tourbillon da dancefloor (“Phoenicia”) e l’electropop in stile New Order (“Circuits”), utili a conferire la giusta iniezione di ritmo e dinamica, per poi chiudere i giochi sui placidi landscape di “Where The Shadows Fall”. A nobilitare il disco, la carismatica presenza vocale di Jehnny Beth su “River In Me” e “Complicated”, un dovuto ringraziamento per l'ottimo mixaggio realizzato dal sempre più poliedrico Trentemoller su “Adore Life”.

Contributi di Claudio Lancia ("Fixion")

Trentemøller

Un caleidoscopio elettronico

di Matteo Meda

Il danese Anders Trentemøller è uno dei personaggi chiave dell'elettronica del nuovo millennio. Il suo percorso è iniziato fra le fila della deep-house e proseguito in un processo di sottrazione verso il filone microsonoro della minimal, per approdare a una contaminazione con le forme più raffinate dell'indie. Ripercorriamo le tappe di evoluzione del suo crossover elettronico ..
Trentemøller
Discografia
 Cd & Lp
  
The Last Resort (Poker Flat/Rough Trade, 2006)
 The Trentemøller Chronicles (raccolta, Audiomatique, 2010)
 Into The Great Wide Yonder (In My Room, 2010)
Reworked/Remixed (remix, In My Room, 2011)
 Live In Copenaghen (live, In My Room, 2013)
Lost (In My Room, 2013)
Fixion (In My Room, 2016)
  
 Ep & 12'' (elenco parziale)
  
Trentemøller Ep (Naked Music, 2003)
 Beta Boy (Out Of Orbit, 2004)
 Physical Fraction (Audiomatique, 2005)
Sunstroke (Poker Flat, 2005)
 Polar Shift (Poker Flat, 2005)
 Serenetti (Tic Tac Toe, 2005)
 Nam Nam EP (Poker Flat, 2006)
 Rykkettid (Cassagrande, 2006)
 African People (Nam Nam, 2007)
 Live In Concert EP (Roskilde Festival 2007) (Poker Flat/Rough Trade, 2007)
 My Dreams (In My Room, 2011)
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

...Even Though You're With Another Girl
(videoclip, da Into The Great Wide Yonder, 2010)

Sycamore Feeling
(videoclip, da Into The Great Wide Yonder, 2010)

Silver Surfer, Ghost Rider Go!!!
(videoclip, da Into The Great Wide Yonder, 2010)

My Dreams
(videoclip)

Never Stop Running
(videoclip, da Lost, 2013)

Shades Of Marble
(from Live In Copenaghen, 2013)

Past The Beginning Of The End
(from Live In Copenaghen, 2013)

Live In Concert
(USA, 2012)

Trentemøller su OndaRock
Recensioni

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(2016 - In My Room)
Prosegue l'evoluzione del dj producer danese, sempre più avvolto dalle spire darkwave

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Lost

(2013 - In My Room)
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