«È iniziato tutto quasi per gioco». E di strada ne ha fatta tanta Claudio Fabretti, l'uomo che dal nulla ha inventato OndaRock, la rivista di musica rock che in meno di dieci anni è diventata una vera bibbia per tutti i musicofili d'Italia e che attualmente conta 40mila lettori ogni giorno. Un giornale online puro, senza redazione, dove tutto, dalla scelta dei nuovi collaboratori alle riunioni fra redattori, avviene virtualmente: insomma, il passaggio definitivo dal magazine alla webzine.
Ci spieghi com'è nato il progetto OndaRock?
«Nel 1999, dopo un rapido corso, avevo cominciato a costruire (brutte) pagine web per impratichirmi con Internet. Usavo addirittura il preistorico "Geobuilder", un programma smisuratamente lento che Geocities metteva a disposizione online per creare siti web. Ne nacque un mio rudimentale sito personale dove pubblicai alcuni articoli che avevo scritto per l'ormai agonizzante settimanale "Avvenimenti", che avrebbe chiuso i battenti poco più di un anno dopo. David Bowie, Neil Young, Led Zeppelin, Rem, ma anche artisti molto meno conosciuti dal grande pubblico».
La scelta del nome ha un significato?
«Sì. Dopo aver iniziato ad ampliare l'elenco
con molti altri nomi, decisi di creare un dominio autonomo, che si chiamava
ondarock.it, in omaggio alla mia passione per la new wave.
Il sito cominciò ad attirare l'interesse di molti lettori
e così misi a loro disposizione anche un forum, che divenne in
breve tempo una miniera di idee e di nuove collaborazioni. La pagina
personale si trasformò in un sito a più voci, con punti
di vista diversi sul mondo del rock, caratteristica che a mio parere
ne ha costituito la ricchezza e che permane tuttora».
Ti aspettavi di trovare fin da subito un successo così immediato?
«Avevo cominciato solo con l'idea di creare un "contenitore" online dove poter esprimere le mie passioni. Nessuno poteva immaginare un pubblico così numeroso che cercava informazioni su artisti che altrove non ricevevano nessuna attenzione».
In nove anni i progressi saranno stati evidenti.
«Il cambiamento è stato gigantesco, considerato proprio il modo in cui era nato tutto. Si è formata una vera e propria redazione, completamente online. Alcuni collaboratori sono qui praticamente dalle origini, ma molti altri li abbiamo incontrati strada facendo ed è stato straordinario scoprire così tanti talenti».
Qualche cifra che testimoni la crescita del progetto?
«Dalle 76 recensioni di nuove uscite pubblicate nel 2002 siamo passati alle 881 del 2008. Per non parlare della mole ormai notevole dell'archivio delle monografie e delle "pietre miliari", le recensioni di classici del rock. OndaRock è più che decuplicata in questi nove anni ed è un risultato che non avrei mai immaginato. Da alcuni anni possiamo contare anche su un art director, Edoardo Cappuccio, che ha letteralmente cambiato volto al sito».
Mai ricevuto contestazioni dai lettori?
«Sì, capita spesso e fa parte dei "rischi del mestiere". A volte è divertente vedere come un lettore possa passare dall'arrabbiatura iniziale a una progressiva comprensione delle tue ragioni. È capitato persino di reperire qualche valido collaboratore fra quanti inizialmente contestavano una recensione. Anche se l'equazione "hai parlato male di quello = non capisci di musica" ricorre spesso, ahimè. Ma c'è da dire che a volte ci facciamo anche qualche risata di fronte alle mail più truculente!».
Proteste da parte di artisti stroncati?
«Rimostranze dai musicisti io non ne ho mai ricevute. So che a qualche collaboratore è capitato. Ma ogni redattore è completamente libero di scrivere quello che vuole su ogni disco, dai più blasonati a quelli degli artisti emergenti».
Parliamo del forum: ormai è un pianeta a sé, una comunità vastissima, più di seimila iscritti.
«Il forum è sempre stato fondamentale, diciamo pure che è stato il motore del sito nei primi anni, quando ci ha permesso di mettere in piedi una redazione, e lo è rimasto tuttora, visto che è ancora una fucina di nuove collaborazioni».
Oltre a quelli che ci scrivono, sarà servito pure ad attrarre lettori.
«Certo. In tutti questi anni dal forum sono arrivate migliaia di indicazioni utili su dischi, generi, artisti di ogni sorta. E questo grazie al generoso contributo di tanti utenti appassionati, che hanno una conoscenza musicale impressionante e che l'hanno sempre messa a disposizione con la massima semplicità. E poi c'è la consapevolezza di aver creato una numerosa e vivacissima comunità virtuale (per modo di dire, visto che molti ormai si conoscono e frequentano da tempo), un luogo dove si incontrano ogni giorno centinaia di persone».

OndaRock è un esempio della potenza del web. È ipotizzabile
un futuro solo online per l'informazione?
«Non credo di essere originale nel dire che il futuro sarà dominato da Internet e che per la carta resteranno spazi strettissimi. I vantaggi dell'editoria online sono enormi, specie per chi non ha ampie risorse alle spalle. Non ci sono costi di stampa, sono possibili aggiornamenti a ciclo continuo e da qualsiasi parte del mondo. E poi c'è la possibilità di offrire gratis un servizio a volte persino superiore a quello delle testate cartacee. Resta ovviamente il problema di come guadagnare qualcosa, mettendo tutto gratis sul web e i riscontri pubblicitari, finora, non sembrano all'altezza di quelli tradizionali della carta stampata. Ma se anche i manager del New York Times ipotizzano di passare in pochi anni alla versione online eliminando il giornale cartaceo, avranno forse scoperto qualche soluzione...».
Dunque non incontrate nessun problema?
«Non proprio. Finora, ad esempio, le principali case discografiche, anche del circuito indie, continuano a considerare le riviste cartacee interlocutori privilegiati, ma spero e credo che non durerà a lungo».
Non c'è il rischio che, senza filtri, il web dia voce anche a chi non è competente? Chiunque potrebbe mascherare il proprio blog da vera informazione, o no?
«Certo, ma per fortuna credo che i lettori sappiano distinguere ormai quali sono i siti di qualità da quelli che si spacciano per "vera informazione" offrendo però contenuti scadenti. Insomma, penso che alla fine il filtro sia rappresentato proprio dagli utenti. Quelli appassionati di musica, poi, sono molto esigenti: sanno scoprire un bluff forse anche prima degli altri».
Lavori a "Leggo", la più diffusa free press italiana. Pensi sia questo il futuro della stampa?
«Difficile dirlo. Di sicuro non si può fermare un processo ormai avviato anche in molti altri paesi e che ha anche il fine implicito di offrire gratuitamente la lettura di un quotidiano a quanti abitualmente non ne leggono. Con questo non voglio dire che le free press siano mosse da chissà quali scopi filantropici o culturali; è sempre la pubblicità che muove tutto. Però è innegabile il fatto che hanno avvicinato alla lettura e all'informazione una consistente fascia di "non lettori"».
Come si lavora in una free press?
«Molto lavoro di "desk", cioè di macchina in redazione: pochi redattori, in grado di costruire da soli le pagine dalla A alla Z, grafica inclusa, e capaci di spaziare il più possibile fra gli argomenti. Io, per esempio, mi occupo un po' di tutto, dall'economia agli esteri, dallo sport alla cronaca fino alla titolazione in prima pagina. La filosofia è quella di esprimere una sintesi dei fatti del giorno privilegiando le notizie rispetto ai commenti e cercando di offrire il più possibile un'informazione "di servizio"».
E che differenze trovi nei due modi di fare informazione, carta stampata e Internet?
«Beh, la differenza principale è ovviamente legata ai tempi: Internet richiede un aggiornamento in tempo reale o comunque molto frequente, un quotidiano si forma nell'arco di una giornata intera e, alla fine, l'aspetto paradossale è che possa risultare già vecchio rispetto a quanto si è letto durante il giorno sui siti web.
Poi, sulla rete c'è il grande vantaggio di non avere limiti di spazio, cosa di cui noi di OndaRock abusiamo un po'. Credo che un tempo su Internet, rispetto alla carta stampata, vi fosse in generale un linguaggio meno curato. Oggi non dico che sia quasi il contrario, ma è certo che la distanza, guardando a tante webzine, è davvero impalpabile».
Nel tuo curriculum ci sono parecchie esperienze diverse: dall'ufficio stampa di un ministero all'Adn Kronos. Che ricordo hai di queste collaborazioni passate?
«Al ministero della Marina mercantile (anzi, dei Trasporti e della Navigazione, come si chiamava allora) è stato il mio primo vero lavoro "giornalistico" retribuito, a metà fra militare e ministeriale, interessante perché mi ha permesso di acquisire competenze anche sul versante delle relazioni esterne e degli uffici stampa. All'Adn Kronos fu una cosa completamente diversa, spesso "sul campo" ma molto attiva anche in redazione (scrivere centinaia di news di dieci righe è stato un esercizio utilissimo). Era una redazione che si occupava in modo specifico di ambiente (erano altri tempi...) e proprio quell'anno era esplosa la polemica sul nucleare francese a Mururoa, così seguii un po' tutta la vicenda, proteste incluse (ricordo di aver assistito in diretta all'impresa di Gianna Nannini che si arrampicò sul balcone dell'ambasciata francese per protestare contro Chirac)».
E del settimanale "Avvenimenti" cosa ricordi?
«Qui ci vorrebbe un'intervista intera. Dal punto di vista "romantico" (e direi anche professionale) è stata l'esperienza più appagante della mia vita, quella che mi ha permesso di cimentarmi con gli argomenti che prediligo (dagli esteri alla politica, fino alla stessa musica). Indimenticabili quei servizi sui kurdi, sull'Afghanistan, sull'Iraq, sui Balcani...ebbi anche l'opportunità di raccontare un po' di storie sulla Serbia post-conflitto jugoslavo e pre-conflitto kosovaro trascorrendo una settimana a Belgrado. Insomma, era un giornalismo quasi d'altri tempi, che infatti è naufragato di fronte alle inevitabili difficoltà economiche di portare avanti un progetto del genere, per non parlare anche dell'orientamento politico ».
Ci sono ricordi legati anche a qualche persona in particolare?
«Due su tutte. Il primo è il "maestro dei libri" Silverio Novelli. Penna forbita e acutissima che meriterebbe di dirigere (se esistesse) il più importante settimanale culturale italiano. E poi il direttore Claudio Fracassi, che, pur con i suoi tanti difetti, sapeva tutto del mestiere e aveva anche delle intuizioni geniali. Fra l'altro il primo giornale formato free-press lo fondò lui, e si chiamava "Ultime Notizie" e a "Paese Sera" si inventò anche le videocassette dei film, ben prima di Veltroni. Ora a "Leggo" siamo tutti più giovani e praticamente coetanei, ma confesso di aver cercato qualche volta ispirazione nelle genialate di Mauro Anelli, che è un brillante tuttofare: giornalista, grafico, titolista e vignettista».
Torniamo alla musica. Questo è il podio dei tuoi dischi "fondamentali" che si legge su OndaRock: Velvet Underground, Doors e King Crimson. Lo confermi?
«Direi di sì, per quel che può valere una classifica, che resta soprattutto un gioco. Fra l'altro, nel caso dei Doors, il secondo album lo considero almeno pari all'esordio, ma non volevo esagerare. Sul fatto che "Velvet Underground & Nico" e "In The Court Of The Crimson King" siano pietre angolari della storia della musica rock mi pare ci siano ormai pochi dubbi».
Sempre nella tua personale classifica il primo italiano è Fabrizio De André. È ancora lui il tuo preferito?
«Sì, secondo me la carriera di Fabrizio De André è paragonabile senza alcun dubbio a quella dei principali cantautori internazionali. Come valore assoluto, per me lui può stare tranquillamente in una top 20 mondiale, il disco che ho scelto magari è rimasto un po' indietro in classifica solo perché ne ho trovati tanti altri che mi piacciono ancora di più o perché sarà scattato anche in me il complesso di esterofilia che affligge noi italiani anche in musica».
È al 75° posto...
«È vero. Anche se sono convinto che molti italiani sono di livello internazionale, comunque, il rock non è proprio il nostro pane quotidiano. Livelli di eccellenza li hanno raggiunti davvero in pochi. Però abbiamo avuto anche noi il nostro periodo fortunato. Direi che a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta di musica di qualità ne abbiamo prodotta tantissima: pensi ai cantautori storici, a Franco Battiato e ai vari Cccp, Diaframma e Litfiba».
Se potessi creare dal nulla un nuovo progetto editoriale, che tipo di rivista ti piacerebbe dirigere?
«Qualcosa che si avvicina molto a una fusione fredda tra OndaRock e OndaCinema, che è il fratello più giovane, ma non meno ambizioso. Una rivista che magari si occupi anche di libri, teatro, tv e arti in genere. Oppure un quotidiano dedicato ai grandi fatti della politica internazionale, solo che in Italia venderebbe meno del Corriere della Marsica e fallirebbe entro due settimane».
E se ti chiedessero qual è stato il concerto della vita?
«Non saprei cosa rispondere! Comunque, ne cito tre: Cure al PalaEur nel 1987, Pink Floyd al Flaminio l'anno successivo e il concerto della reunion dei Roxy Music, all'Auditorium, nel 2006. Ma ne avrei potuti citare almeno altri venticinque».
Musica e tv. Ha ancora un senso, se mai l'ha avuto, il Festival di Sanremo?
«Per me ce l'avrebbe anche un senso. Almeno per una settimana si parla di musica anche in Italia! Più che altro mi chiedo perché si ostinino a usare sempre la stessa formula, con tanto di voto popolare, invece di affidarsi a delle giurie che in passato hanno premiato anche artisti di valore. Mi ricordo, ad esempio, l'epica vittoria degli Avion Travel».
Eppure di artisti interessanti ne sono usciti dall'Ariston.
«Infatti ripenso con una certa nostalgia a quelle edizioni a cavallo tra anni 70 e 80 in cui emersero Matia Bazar, Decibel, Mia Martini, Rino Gaetano, Vasco Rossi, Enzo Carella, Anna Oxa, Alice. Soffiava un vento di novità e di trasgressione che ora sembra essersi calmato del tutto. Così anche una comparsata degli Afterhours suona più come un contentino a chi chiede "altro" che come un autentico segnale di innovazione».
Invece così com'è non ti piace?
«Così com'è rimane un fatto di costume,
di chiacchiere, magari anche divertente. Chi non si è fatto almeno
una risata alle spalle dei soliti cantanti-dinosauri kitsch? Però
sarebbe bello anche farlo tornare a essere un fatto musicale, e le opportunità
non mancherebbero».
(Originariamente pubblicata su "Reporter Nuovo")