Adverts

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One Chord Wonders

intervista di Francesco Paolo Ferrotti

Tra i protagonisti del punk ’77, Tim Smith è stato quello che ha maggiormente incarnato la figura del songwriter e del poeta: contro ogni luogo comune, con la passione dei vent'anni scrisse musica e testi per esprimere il proprio mondo interiore, regalando alcune tra le più intense pagine di quegli anni: “One Chord Wonders”, "Bored Teenagers”, “Gary Gilmore’s Eyes”, “On The Roof”, "Bombsite Boy", "No Time To Be 21". "TV" Smith, insieme alla fidanzata Gaye, formò gli Adverts nel 1976, e dopo meno di tre anni il gruppo era giunto al capolinea: nella generazione "no future", gli Adverts furono la meteora più infuocata del punk-rock.
Oggi, Tim e Gaye sono ancora compagni nella vita, ma hanno preso strade diverse: Gaye, sin dallo scioglimento del gruppo nel 1979, ha preferito tornare alla normalità della vita quotidiana. Tim invece ha continuato con caparbietà a seguire la propria vocazione: una strada impervia, e che spesso lo ha allontanato dai circuiti che contano, ma che negli ultimi anni gli ha procurato sempre maggiori riconoscimenti. Smith ha alle spalle una carriera solista ormai quasi trentennale e che riseva alcune piacevoli sorprese. E’ in Germania, oltre che in patria, che egli può contare sul numero maggiore di estimatori. Nel 2004, Wim Wenders scelto la sua “Expensive Beeing Poor” per accompagnare la colonna sonora de “La terra dell’abbondanza”.
E’ difficile dire a quale genere rock appartenga la sua musica: così come ai tempi degli Adverts, la sua produzione è caratterizzata da una grande indipendenza di spirito e una marca molto personale, soprattutto nei testi delle canzoni. Sono queste caratteristiche che hanno fatto la forza dello storico
“Crossing The Red Sea With The Adverts” (1978), uno degli album più straordinari e misconosciuti della storia del rock.
Da anni, ho sempre desiderato fare alcune domande a TV Smith: mi sono allora messo in contatto con il musicista inglese, approfittando del trentesimo anniversario di “Crossing The Red Sea”. TV Smith l'ha suonato integralmente dal vivo lo scorso Aprile, rievocando le prime esibizioni al Roxy Club di Londra, in quel magico 1977…

Cosa significava “punk” per te e Gaye? In che modo sentivate tali, a quei tempi?
Nel 1976, quando cominciammo a suonare con gli Adverts, non credevamo nemmeno di essere “punk”. “Punk” era un termine che era stato adottato per la scena di New York e per i gruppi che suonavano al CBGB’s. Tuttavia, sentivamo di essere parte di un movimento, anche se non aveva ancora un nome; presto cominciammo anche noi ad adottare il termine “punk”, ma soltanto perché nessuno pensò a un nome migliore per ciò che stava accadendo: alcuni giovani erano stanchi della musica mainstream e decisero che era meglio fare da soli. Volevamo riportare l’onestà e l’energia nella musica rock. Non importava se l’industria musicale non era interessata in noi: lo avremmo fatto lo stesso. 

Hai formato gli Adverts dopo aver visto sul palco i Sex Pistols. Tuttavia, gli Adverts presto svilupparono uno stile peculiare e una certa visione del mondo. Contrariamente al “no feelings”, tu parlavi dei tuoi sentimenti, dell’essere “bored teenagers looking for love”. Era un modo alternativo di essere “punk”? Oppure essere “punk” a quei tempi significava indipendenza di spirito?
Ciò che rende straordinaria la prima ondata di punk-rock è che nessun gruppo copiò i Sex Pistols, e non c’erano regole su come dovesse essere il tuo look o il tuo sound. Tutte le prime band come Clash, Damned, Buzzcocks, Adverts, erano completamente diverse tra loro nello stile della loro musica, nei testi, nel modo in cui si vestivano e si presentavano al pubblico: questo è ciò che rendeva i primi mesi del punk qualcosa di estremamente eccitante.

Penso che i tuoi testi siano tra i più straordinari di quegli anni: sei stato capace non soltanto di esprimere te stesso, e qualcosa di quel periodo, ma anche qualcosa di univerale sull'essere giovani. Qual era il tuo rapporto con i testi? Da dove veniva l’ispirazione?
L’ispirazione veniva dal vedere come andava il mondo esterno e come andava il mio mondo interiore. Mi sono sempre piaciute le parole, e ho cominciato a scrivere poesie quando andavo a scuola. Quando ero ancora un ragazzino, entrai in possesso della mia prima chitarra e scoprii che la musica era capace di fornire un impatto ancora maggiore alle parole: abbandonai la poesia e mi dedicai a scrivere canzoni. I testi sono sempre stati molto importanti per me, sono la ragione principale per cui ho scritto alcune canzoni.  

Vorrei farti qualche domanda su alcune canzoni di "Crossing The Red Sea", cominciando da “One Chord Wonders”: in questo brano parlavi dell’incomprensione da parte del pubblico. Ti riferivi anche anche al pubblico punk, oppure soltanto all’establishment musicale e al grande pubblico?
“One Chord Wonders” riguardava soprattutto la mia esperienza con la mia band precedente, gli Sleaze, con cui suonavo quando vivevo ancora nel sud-est dell’Inghilterra, alcuni anni prima di trasferirmi a Londra per formare gli Adverts. A quei tempi, mi esibivo di fronte a un tipo di pubblico che voleva ascoltare soltanto gruppi hard-rock o pop... io stavo però già scrivendo le mie canzoni, influenzato da Iggy Pop, i New York Dolls e David Bowie, e quindi era impossibile un punto d'incontro. Fu diverso invece quando cominciai a suonare con gli Adverts al Roxy: lì la maggior parte del pubblico era sulla nostra stessa lunghezza d’onda e capiva cosa stavamo facendo. L’establishment musicale, però, ancora non capiva: le nostre prime recensioni nella stampa musicale furono terribili; ci criticarono soltanto perché a loro avviso non suonavamo abbastanza bene. Non capivano che il punk era una questione di idee e di energia, e che non contava essere buoni musicisti o meno.  

“Bombsite Boy”. Cosa rappresentava il "bombsite"? Cosa volevi intendere?
Volevo esprimere il fatto che è importante trovare un posto dove poter essere indipendenti dai valori costituiti. Abbiamo tutti bisogno di un luogo dove poter ritrovare se stessi, anche se quel luogo è “su un tetto” (“On The Roof") oppure un “bombsite” ("luogo in cui è esplosa una bomba"). Cercavo di parlare in termini romantici di posti inconsueti e poco confortevoli, perché sono quelli più importanti: rappresentano gli unici in cui la società non può trovarti e controllarti, sono i posti in cui puoi scoprire quello che sei veramente.

Uno dei temi più ricorrenti nei tuoi testi  (“No Time To Be 21”, “Quickstep”, “We Who Wait”…) era quello della fretta di vivere, della giovinezza che fugge velocemente. Stavi esprimendo qualcosa di molto personale oppure qualcosa di più generale, comune all’atmosfera di quel periodo?
Per come la vedo, la prima regola del songwriting è che devi essere onesto e parlare di cose che ti appartengono veramente: io stavo cercando di catturare la sensazione di raggiungere la fine dei miei anni giovanili, diventando un adulto. Quando scrivi onestamente su te stesso, poi scopri che ciò che esprimi è comune ad altre persone. La vita è per tutti lo stesso viaggio…     

"Gary Gilmore’s Eyes": non ti chiederò di raccontarmi la sua genesi, perché ne avrai già parlato tante volte (il lettore può trovare informazioni nella monografia). Quello che mi sembra particolare della canzone è l'atmosfera "perturbante". Sebbene non ci siano espliciti riferimenti letterari (e lo considero un pregio) mi ricorda alcuni “visionari” romantici come E.T.A. Hoffmann, Mary Shelley o Edgar Allan Poe, ma con una sensibilità moderna. Gli "occhi" sono poi un simbolo molto forte, che è stato anche assunto da Freud nella psicanalisi… 
Effettivamente, ho concepito “Gary Gilmore’s Eyes” come una sorta di storia gotica moderna, quindi suppongo ci fosse un collegamento con quello di cui parli. Quella canzone rappresentava un’eccezione nel repertorio degli Adverts: era l’unica che conteneva elementi narrativi e l'unica basata - seppur in modo vago - su un fatto di cronaca. Volevo mettere in risalto il tema della percezione del mondo, però allo stesso tempo mi piaceva anche l’idea di ispirarmi a storie come "The Hands Of Orlac" o "The Tell-Tale Heart" (Edgar Allan Poe).

Ti faccio un'altra domanda "letteraria"... ho notato che poco fa hai usato il termine "romantico": credi che il movimento punk, e in particolare gli Adverts, abbiano incarnato una nuova forma di "Romanticismo"? Voglio dire... i primi punk erano contro le regole, ma anche i primi romantici erano contro le regole, contro i modelli e gli "antichi". In entrambi i casi, si trattò di un movimento di giovani che volevano rompere con il passato, e che spesso morivano anche giovani. Per come la vedo, una canzone come "No Time To Be 21" l'avrebbe potuta scrivere un poeta romantico, se fosse vissuto negli anni 70... Cosa ne pensi?  
A dire il vero, non ho mai pensato di avere particolari connessioni con il Romanticismo, anche se in effetti la maggior parte delle canzoni esprimevano un approccio emotivo con il mondo, piuttosto che un approccio empirico. Suppongo poi ci fosse anche una forma di "idealismo": la convinzione che, nonostante le avversità della vita, alla fine possiamo farcela e magari possiamo anche diventare migliori. Forse ero davvero un romantico, senza saperlo! Se però vuoi sapere queli poeti leggevo da giovane, piuttosto che poeti come Keats o Byron, preferivo T.S. Eliot, Ted Hughes, Sylvia Plath, Wilfred Owen, Bukowski, e alcuni poeti beat come Ginsberg e Ferlinghetti. Infine, una cosa è sicura: quando dopo il punk prese piede il movimento New Romantic, lo detestavo con tutto il cuore!

A proposito... In “Safety In Numbers” parlavi in termini critici della "nuova ondata" di gruppi inglesi. Consideravi la cosiddetta new wave come qualcosa che privò di spontaneità il punk?
Pensavo fosse curiosa la decisione di chiamare “new wave” quello che prima si chiamava “punk”. Sembrava che fosse una decisione presa dall’industria musicale, in quanto il termine “punk” era troppo "pericoloso". Ma il punto è che doveva esserlo! Doveva essere combattivo e ribaltare le regole dell’industria musicale. Una canzone come “Safety In Numbers” era una sorta di ammonimento al pubblico: volevo che si ricordassero in cosa il punk era importante, senza credere alla sua versione “new wave” che i media e l’industria musicale stavano cercando di spacciar loro.  

Quali sono stati i gruppi che hanno contribuito alle radici musicali degli Adverts?
Come molti altri membri di punk band di quei tempi, ascoltavo Iggy, New York Dolls, Bowie, Roxy Music, Velvet Underground. Sono cresciuto con i Beatles, i Rolling Stones, gli Who e tantissimi altri. Credo di aver imparato qualcosa sul songwriting da tutti questi, ma quando ho formato gli Adverts ho trovato pressapoco un mio stile personale e non credo che queste band abbiano influenzato molto il nostro modo di suonare. A quei tempi, mettemmo su il gruppo perché volevamo dar vita alla nostra musica. 

Hai scritto le musiche di tutte le canzoni? Come nascevano gli arrangiamenti?
Diciamo che ho scritto quasi tutto: i testi, le melodie e le strutture sonore. Mi ricordo che mostravo a Gaye cosa volevo per la linea di basso, poi lavoravo con Howard sulla chitarra, e lui aggiungeva una sua linea principale. Provammo per molto tempo in tre; poi trovammo un batterista che contribuì con i suoi arrangiamenti, perché io non me ne intendevo affatto di batteria.  

Ci sono stati gruppi direttamente influenzati dagli Adverts, oppure gruppi in cui hai ritrovato qualcosa del vostro sound?
Non credo di aver mai riconosciuto lo stile degli Adverts in nessun gruppo, ma negli ultimi anni un po’ di persone mi hanno detto di essere stati influenzati da noi: molti gruppi punk ovviamente, ma anche musicisti differenti tra loro, come gli Stone Roses o Henry Rollins, mi hanno detto che erano nostri fan. 

Vorrei parlare anche un po’ di Gaye. Il suo contributo per lo stile punk/dark è stato importante, ma anche per il ruolo delle donne nel rock. Oggi, molte ragazze suonano in gruppi, e il suo look è ancora molto imitato. Forse però non sempre questo contributo viene riconosciuto… cosa ne pensi?
Gaye riceve molti apprezzamenti e rispetto dalle persone che sanno chi sia e che capiscono quale sia stato il suo contributo. Anche se smise di suonare trent’anni fa, è ancora un’icona per quello che ha fatto negli Adverts, e se ora si reca a qualche concerto punk, le chiedono autografi e foto. Dovunque vado in giro per il mondo a suonare, le persone mi chiedono sempre di Gaye.  

Quali erano i suoi modelli, ai tempi? So che era una grande fan di Iggy Pop…
Iggy era certamente uno dei suoi eroi, ma non credo si possano comparare Gaye e Iggy: ognuno aveva il suo stile e un diverso carisma. Il punk era un'epoca di “no more heroes”, quindi anche se ti piacevano altri musicisti, non cercavi di imitarli. Si trattava di trovare il tuo modo di esprimerti, non di emulare qualcun altro. 

Smise di suonare immediatamente dopo lo scioglimento del gruppo? Se sì, perché?
Sì, non ha mai più preso un basso in mano. Iniziò a suonare soltanto perché le piaceva la musica e le piaceva l’idea di far parte di un gruppo. La realtà si dimostrò molto diversa da quello che immaginava: era un lavoro duro, faticoso, con un mucchio di spostamenti, e spesso c'era l'impossibilità di mangiare e dormire adeguatamente… si trattava poi anche di soffrire insulti dalla critica, a volte dal pubblico. Non le è mai piaciuto essere considerata un sex-simbol, oppure essere discriminata soltanto perché era una ragazza... ma purtroppo succedeva sempre. Quel che è peggio, dopo due anni di gruppo non avevamo soldi e a stento riuscivamo a trovare di cosa vivere. Quando gli Adverts si sciolsero, Gaye decise che era meglio tornare a essere una semplice appassionata di musica, piuttosto che una musicista.   

Hai rimpianti sull’epoca degli Adverts e sul modo in cui sono andate le cose?
Non credo. Tuttavia, è un peccato che non abbia potuto impedire lo scioglimento degli Adverts: il gruppo aveva contrasti interni, ci furono cambi nella line-up, al pubblico non piacque il nostro secondo album e la nostra etichetta ci chiuse le porte... era giunto il tempo di lasciare le scene. Dopo, ho impiegato dieci anni per cercare di rientrare nel mondo della musica. Sono stati tempi molto difficili, ma l’esperienza di andare avanti quando nessuno sembrava interessato mi ha dato una grande forza e un’indipendenza che mi ha condotto a ciò che sono oggi, quindi non ho nessun rimpianto.
E’ bello sapere che è ancora possibile il “do it yourself” senza alcun supporto dall’industria musicale: l’etica del "do it youself" era importante nel punk, e oggi internet l’ha resa ancora più praticabile rispetto ai tempi in cui il punk esplose. Nel 2008 è davvero possibile essere un musicista senza avere niente a che fare con il lato commerciale dell’industria della musica.  

Lo scorso aprile sei tornato al Roxy per suonare “Crossing The Red Sea With The Adverts”, dopo trent’anni dalle vostre prime esibizioni. Come è andata? Cosa hai provato?
E' stata una notte molto eccitante. Sembra che l’interesse per gli Adverts sia sempre crescente, quindi ho voluto celebrare in questo modo il 30° anniversario, mostrando al pubblico come suonano quelle canzoni dal vivo. Gli Adverts non si sono mai riformati e non si riformeranno mai: quell’evento è stata la cosa più vicina a ciò, grazie a un gruppo di musicisti che nutriva amore ed entusiasmo per “Crossing The Red Sea”. C’era ancora nell’aria qualcosa dello spirito genuino del ’77, quella sera.

(16/03/2008)

Discografia
THE ADVERTS
Crossing The Red Sea With The Adverts (1978)

9

Cast Of Thousands (1979)

6

Live At The Roxy Club (1990)

6,5

The Wonders Don't Care - The Complete Radio Recordings (1997)

7,5

The Punk Singles Collection (1997)

Crossing The Red Sea With The Adverts - The Ultimate Edition (2002)
Anthology (2003)

T.V. SMITH

(as T.V. SMITH'S EXPLORERS)
Last Words Of The Great Explorer (1981)

Channel Five (1983)

(as T.V. SMITH'S CHEAP)
RIP... Everything Must Go! (1994)
Immortal Rich (1995)
Generation Y (1999)
March Of The Giants (2000)
Useless - The Very Best Of T.V. Smith (2001)
Not A Bad Day (2003)
Misinformation Overload (2006)
Crossing The Red Sea With The Adverts (live, 2007)
In The Arms Of My Enemy (data uscita prevista: maggio 2008)
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