Afterhours

Afterhours

Germi di alt-rock made in Italy

intervista di Giovanni Dozzini

È in tour con gli Afterhours, come sempre. A inizio maggio farà una manciata di date con Cesare Basile, a prestargli il pianoforte e un po’ di voce, insieme ai vecchi sodali Rodrigo D’Erasmo ed Enrico Gabrielli. Qualche giorno fa l’hanno chiamato a chiudere la settima edizione del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, dove ha discusso delle prospettive della musica italiana con Luca Valtorta di Xl, Davide Toffolo, Roberta Sammarelli dei Verdena, Giovanni Gulino dei Marta sui Tubi e Tommaso Colliva dei Calibro 35. Non ce la fa a fermarsi a prender fiato, Manuel Agnelli. Uno che quando canta e quando parla non dice mai cose banali. Un uomo con un’idea precisa di quale sia il proprio posto nel mondo, e con una gran voglia di fare. Da sempre. Domenica 28 aprile s’è ritrovato nel mezzo di questo vortice fatto di giornalisti d’ogni genere, tutti presi a scrutarsi negli occhi e guardarsi allo specchio, e per lui deve essere stata un’esperienza curiosa.

La stampa, già.
Quella musicale una volta la leggevo assiduamente, specie da ragazzo. E penso che alcune riviste siano state fondamentali per lo sviluppo della scena musicale italiana, e anche per la sua crescita. Mi riferisco ai musicisti, naturalmente, ma anche al pubblico. Meno bene penso della stampa generalista, che alla musica ha sempre dedicato poca attenzione. Ultimamente le cose a dire il vero stanno cambiando, i grandi giornali danno alla musica un sacco di spazio. Peccato che stia accadendo in questo momento di grande crisi della stampa. E forse non è un caso.

E internet? Ogni giorno nasce un nuovo blog sulla musica animato da gente che si sente legittimata a farsi passare per giornalista, e che magari vuole intervistare, recensire, contestare.
Sicuramente quando c’era solo la carta stampata la selezione era maggiore. Emergere era più faticoso, e chi arrivava aveva più competenze, e più abilità. Su internet c’è una libertà totale e ognuno ne fa l’uso che crede. Spesso si ha a che fare con gente poco preparata, è vero, ma ciò che a me dà più fastidio è la superficialità. Sulla carta le parole rimangono, e prima di scrivere qualcosa magari ci si pensa su due volte. Nel web non ci sono filtri, molti scrivono senza ragionare. E questo vale anche nel giornalismo musicale: a volte mi sembra che certi commenti siano soprattutto frutto di una frustrazione personale.

Qualche anno fa, ai tempi di “Il Paese è reale”, in un’intervista uscita sul Corriere dell’Umbria m’avevi detto di sentirti un uomo maturo che voleva avere un ruolo nella società. Quando guardi al modo in cui s’è ridotta, alla sua incapacità di cambiare e ravvedersi, non ti viene mai la voglia di fregartene, della società? Di dire “da adesso penso solo per me e buonanotte”?
Ma io penso già a me stesso. Il ruolo che voglio avere non è una forzatura: sono fatto così. Credo in quello che faccio al di là dei risultati. Col Tora Tora, ad esempio, non pensavo di cambiare lo stato della musica italiana in pochi mesi, o pochi anni. Si tratta sempre di processi lunghi, ma cose del genere contribuiscono sempre al cambiamento. Il fatto è che serve tempo, e la gente ha poca pazienza. Anche perché in Italia siamo molto provinciali, pieni di divisioni e campanilismi, anche nella musica. Tornando alla domanda: no, non sono stanco. Nell’organizzare certe cose ci trovo gusto, e mi va bene anche se i risultati sono piccoli, o non ci sono per niente.

Un paio d’anni fa Cristina Donà mi disse che a quel che ne sapeva stavi pensando di rimettere su il Tora Tora. È vero?
È vero, sì, ci sto pensando. Sono convinto che questo sia il momento giusto per riproporre qualcosa con quelle caratteristiche, con quello spirito. Non so quando, ma succederà. Il fatto è che come sempre prendere l’iniziativa ti attira molti nemici che ti rinfacciano la presunzione di darsi da sé la patente di innovatore o rivoluzionario. In realtà ognuno fa quello che può, e così io.

Al Festival del Giornalismo t’hanno invitato per parlare del futuro della musica, ma prima di tutto viene il presente. In Italia, oggi, non si vedono così tante idee realmente nuove. Col web chiunque può prodursi un disco nel chiuso della sua cameretta, ma la roba originale dov’è?
Argomento complicato, e ti darò quella che è solo la mia opinione. Il fatto che tutti possano fare dischi non dovrebbe essere un problema, ma è vero che il problema lo crea. Non c’è filtro, c’è meno auto-censura, si fatica a crescere e ad accettare e usare le critiche. Però ci sono delle cose interessanti, oggi, che purtroppo vengono circondate, quasi nascoste, da un sacco di roba da poco. Rispetto alla nostra epoca, c’è un’enorme paura di confrontarsi con l’esterno. Negli anni Novanta tutti hanno tentato di uscire dal proprio orticello, di aprirsi all’esterno, raggiungendo una potenza comunicativa notevole. Ora c’è paura, e sicuramente internet ha grandi responsabilità. Si ha la sensazione di poter vivere protetti senza parlare col mondo, e così si finisce per auto-ghettizzarsi. Così non cresci. Bisogna sporcarsi le mani, influenzarsi a vicenda, o non si va da nessuna parte.

Gli Afterhours hanno sempre avuto un respiro e riferimenti fortemente legati alla musica internazionale. Che dischi ascolti, in questo momento, quali band ti sembra abbiano una marcia in più?
Ascolto pochissima musica internazionale. Molte delle nuove band per cui tutti gridano al miracolo non mi piacciono affatto. Prendi i Sigur Ros. Li ho sentiti tre volte dal vivo: dopo tre pezzi non ce la fai più. Meglio l’ascolto su disco, semmai, ma un paio d’album bastano e avanzano: sono una band interessante, ma quella loro idea l’hanno esaurita da un pezzo. È tutto frutto del marketing americano e inglese, che ci vende qualsiasi cosa. Noi siamo dei grandiosi boccaloni. Adesso, per dire, riascolto molta roba del passato. Naturalmente lo faccio con un altro orecchio, e ci sono cose che apprezzo di più o apprezzo di meno, e certe altre che rivaluto del tutto. Meglio l’Italia, comunque. Potrei fare parecchi nomi. Mi piacciono molto gli Ovo, per esempio, o la Fuzz Orchestra. Ma anche gente della mia generazione, come Cesare Basile. Il suo ultimo disco è bellissimo. Esistono davvero molti progetti italiani in grado di esprimere la contemporaneità, di raccontare il proprio Paese. Sicuramente io ci metterò del mio per cercare di farli conoscere, che sia organizzando festival o in qualche altro modo.

***

Intervista di Magda Di Genova

"
Pronto?"
"
Stasera vieni a cena?"
"
...Eh? Ma chi è? ...Mamma? ...Stasera? No, devo intervistare Manuel Agnelli: sono riuscita a ottenere dieci minuti in un'ora imprecisata. Non so quando mi libero. Mamma, è tardi, devo andare".
"
Agnelli??!! Cioè, sbevazzate insieme tutte le settimane e per dieci minuti devi chiedere udienza?"
"
Non è proprio così: l'intervista va richiesta e bisogna trovare il tempo e l'occasione. Poi, non è che io e Manuel siamo mai stati compagni di sbronza: ci incontriamo la sera ai concerti, ci salutiamo e scambiato due convenevoli di numero. Mica siamo fratelli di sangue! Mamma, è tardi, devo andare".
"
Chiedigli quando si taglia i capelli che con i capelli corti sta molto meglio".
"
Sì, guarda, in dieci minuti di intervista questa domanda non può mancare. Aspetta che me la segno, altrimenti me la dimentico".
"
Brava. Chiamami quando ti liberi, così mi dici se vieni a cena".
E mette giù senza salutare. D'
altronde avevo fretta...

Quando vai al super a fare la spesa e compri il balsamo per i capelli, la cassiera ti fissa?
Eehh... No, non più. (sorride)

(Apro il quaderno con le domande e sorprendo Agnelli a sbirciare)
Non sbirciare!
No, no, ma chi sbircia! E poi non capisco niente della tua calligrafia!

Due doppi Dvd in uscita. Non una semplice collezione di videoclip promozionali, ma una raccolta enorme di spezzoni di concerti, apparizioni televisive, scherzi telefonici, fotografie d'annata, interviste e un documentario sul tour statunitense. Vi annoiavate?
No, direi proprio di no, anzi! È stato molto per caso che abbiamo fatto questo Dvd. In realtà, l'idea di base era noiosa: facciamo un Dvd sul tour di Ballate per piccole iene, che era un tour trionfale, che era andato benissimo, dove avevamo fatto delle date galattiche, però secondo me un po' ingessate: rivedendo le immagini abbiamo detto: "Ma... però... me lo ricordavo meglio... Suoniamo un po' ingessati...", e andando a scovare il materiale che avevamo, ogni tanto capitava di trovare un filmato del '97 che invece era una bomba. A un certo punto ci siamo detti: "Perché dobbiamo fare un lavoro seguendo una linea progettuale rigida? Facciamo un lavoro con il meglio di quello che abbiamo, seguendo questo tipo di linea, mettiamo le cose più belle". Abbiamo cominciato così e abbiamo allargato il campo con un sacco di registrazioni, siamo andati a cercare e intervistare le persone che avevano lavorato con noi in questi vent'anni e da lì sono usciti altri spunti.
È stato veramente un work in progress che è durato parecchi mesi.
Ci siamo divertiti a farlo, tantissimo. Come quando fai l'album alle medie: ritagliando le fotografie...
Quanto avete impiegato ad "assemblare" il tutto?
Tanti mesi. Il lavoro vero, tecnico, alla fine è durato un paio di mesi, ma fra scegliere i pezzi, selezionarli, guardarli, stabilire una linea direttiva... più di un anno.

Mi sembra di capire che "Ballads For Little Hyenas" stia andando molto bene all'estero. Siete appena tornati da una serie infinita di concerti dove avete fatto il tutto esaurito ed ora ripartite per gli Usa. Ve lo aspettavate?
Sta andando bene. "Molto bene" è relativo come concetto: non sta vendendo centinaia di migliaia di copie. Abbiamo delle piccole situazioni molto fertili un po' in giro per l'Europa e negli Stati Uniti. Sono cose che vogliamo coltivarci non certo, come hanno detto in molti, per chissà quale velleità professionale... cose che poi a quarant'anni... non è che uno può pensare di rifarsi quindici anni di gavetta in Arkansas! In realtà, per noi, è molto importante questo tipo di dimensione: una dimensione diversa da quella che viviamo in Italia e quindi ce la teniamo stretta. Assolutamente.
Non è traumatico?
No, traumatico è se non sei pronto a vivere certe cose perché non le vuoi vivere, perché ti vuoi accontentare di quello che hai o perché vuoi godere senza vedere quello che hai raggiunto. Per noi il godimento è sempre quello di metterci in gioco, è molto più stimolante questo: andare fuori dall'Italia, più è difficile, più, per noi, è un godimento. Negli Stati Uniti, sinceramente, eravamo andati con le corazze e gli scudi e ci siamo trovati invece a fare il tour più bello della nostra vita. Eravamo noi ad avere i preconcetti nei loro confronti, non il contrario.
Quindi... quando andate all'estero, il pubblico viene a vedere voi o va al locale perché sa che c'è un concerto?
La prima volta che abbiamo fatto gli Stati Uniti, sicuramente il pubblico veniva per gli headliner e poi scopriva noi. Ma in America succede questo: c'è un passaparola enorme, soprattutto grazie a internet, quindi se i primi tre/quattro concerti vanno bene, la gente che ci ha visti parla bene dell'opening e a noi è successo questo. Su internet c'è stato un passaparola che diceva: "Arrivate presto perché quelli che aprono spaccano il culo". La gente arrivava presto, sempre di più e noi suonavamo in locali già pieni alle 8 e mezza di sera. Lì succede, hanno molta curiosità.
Nel resto d'Europa abbiamo delle nicchie in Spagna, in Belgio, in Lussemburgo, in Olanda; nicchie di fan molto piccole e molto agguerrite. In Inghilterra stiamo cominciando adesso ad averle.
Una curiosità, quanti dischi vendete dopo un concerto all'estero?
In America abbiamo venduto 700 copie in 24 date. Se ci pensi è un buon numero.
Qualche copia in italiano?
Sì, sì! Sono molto incuriositi dall'italiano. Il 50% della scaletta all'estero è sempre in italiano.
Non vedi nessuno che si spazientisce?
No! Se tutta la scaletta fosse in italiano probabilmente succederebbe. In realtà, il fatto che sia 50 e 50 getta un ponte verso di loro.

Siete partiti dall'inglese e dopo vent'anni siete tornati all'inglese.
Per gli stessi motivi: siamo partiti dall'inglese perché non c'era una scena in Italia e quindi ci riferivamo all'estero e i nostri modelli erano inglesi. Siamo tornati all'inglese quando abbiamo deciso di uscire dall'Italia, da questa "gabbia dorata". Siamo consapevoli che l'inglese è una lingua molto comunicativa e anche molto divertente da cantare: mi dà la possibilità di rifare gli stessi pezzi anche dopo tre/quattro anni con la stessa freschezza perché sono in un'altra lingua, quindi, comunque, per me sono una canzone nuova.

Mi racconti di quando siete stati ricevuti dall'allora presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi?
È stato bestiale perché avevamo una nomination per il David di Donatello come "miglior pezzo originale in una colonna sonora" ("Gioia e Rivoluzione" per il film di Guido Chiesa "Lavorare con Lentezza") che, pensando che si trattava di una cover degli Area, fa un po' ridere. Però era una versione originale: era suonata da noi, riadattata. Infatti non abbiamo vinto... Però siamo andati al Quirinale, che è meraviglioso. Ha delle stanze, dentro, impressionanti e abbiamo visto un po' di personalità... daaa... che ne so... come si chiama la tettona gigantesca... la divona, dai... quella sposata col tipo di Firenze...
La Marini?
Sì, da Valeria Marini a Carlo Azeglio Ciampi. Effettivamente lui è proprio simpatico, una persona dalla simpatia molto naturale.
Non abbiamo avuto occasione di entrare in contatto con tutta questa gente: gli eravamo seduti di fianco, però, insomma, senti più o meno qual è l'atmosfera.
È stata una roba molto istituzionale e, per noi, molto divertente. Avevamo l'autista con la limousine...
Ecco dove vanno a finire i soldi delle mie tasse! Servono a portare in giro in limousine gli Afterhours!
Esatto! Non è male, continua così! (ridiamo)

Dopo che hai alzato il pugno sinistro durante il concerto del Primo Maggio un paio d'anni fa, le edizioni successive della manifestazione sono state trasmesse in differita. Come ti interfacci con lo strabiliante potere mediatico che possiedi?
Ma non è per quello che l'hanno messo in differita! (ride) Al Primo Maggio! L'avessi fatto chissà dove!
Non ho un grande potere mediatico, in realtà: ci sono delle regolette molto facili per non annoiarsi. In realtà, ogni tanto ho delle cose da dire e ho imparato in tutto questo tempo il modo più divertente per riuscire a comunicare... divertente per me... e credo che questa cosa rimanga a questo livello: non c'è nient'altro, non c'è niente di più spesso.
Ho una grande fortuna: la gente mi chiede cosa penso ed è una fortuna incredibile, me la voglio tener stretta e, soprattutto, la voglio fare senza diventare né retorico, né tristone, né peggio squallido, per cui lo cerco di fare nel modo più leggero e divertente possibile.
Certe volte questo tipo di ironia non viene capita, ma sta nelle regole del gioco. Il prezzo che bisogna pagare è il minimo rispetto alle soddisfazioni.
C'è sempre anche qualcuno che ti risponde a tono e questo non puoi non metterlo in preventivo.
Più che rispondermi a tono, c'è una fascia di persone che secondo me ci odia per qualche motivo. Alcuni non ci conoscono affatto, altri hanno delle immagini molto sfocate di quello che siamo e le adattano al loro odio - mettiamola così: siamo carne per il loro odio - altri ci conoscono molto bene e sono invidiosi e altri ancora probabilmente ci conoscono bene e hanno uno spirito critico molto analitico, spesso eccessivo, ma, per carità, molto interessante. E questo spirito critico a noi aiuta molto a metterci in dubbio e a non sederci mai sulle cose che abbiamo già fatto e, allo stesso tempo, ci procura quella rabbia che ci fa reagire rispetto un certo tipo di situazioni. Per cui grazie a tutte le persone che ci odiano.

"Com'è andata l'intervista?"
"Abbastanza bene... mi manca il coltello, me ne passi uno?"
"
Gli hai chiesto quando si taglia i capelli?"
"
No, mamma, non ho chiesto a Manuel Agnelli quando si taglia i capelli"
"
Ma così non se li taglierà mai!"
"
Però gli ho chiesto del balsamo"
"
Il balsamo?"
"
Sì, il balsamo per i capelli"
"
Non capisco. Cosa c'entra?"
"
Ricordami di prestarti un libro”

(Milano, 16 febbraio 2007)

Discografia
 All The Good Children Go To Hell (mini-lp, Toast, 1988)5
 During Christine's Sleep (Vox Pop, 1990)

5

 Cocaine Head (mini-lp, Vox Pop, 1992)  5
 Pop Kills Your Soul (Vox Pop, 1993)

 5

 Germi (Vox Pop, 1995)

 7

Hai paura del buio? (Mescal, 1997)

 8

 Non è per sempre (Mescal, 1999)

7

 Siam tre piccoli porcellin (live, Mescal, 2001)

6

 Quello che non c'è (Mescal, 2002)

7,5

 Ballate per piccole iene (Mescal, 2005)

 8

 Ballads For Little Hyenas (Mescal/One Little Indian, 2006)

 6

 Non usate precauzioni, lasciatevi infettare (Dvd, Virgin, 2007) 
 Cuori e demoni (doppio cd, antologia, EMI, 2008) 6
 Le sessioni ricreative (Ep, Universal, 2008)  5
 I milanesi ammazzano il sabato (Universal, 2008) 6
 Afterhours presentano: Il paese è reale (compilation, Casasonica, 2009)  5
 Meet Some Freaks On Route 66 (abbinato a XL Repubblica, 2012)  5,5
 Padania (Artist First, 2012) 7
 Hai paura del buio? Special Edition (Universal, 2014)8
 Folfiri o Folfox (Universal, 2016)7,5
 Foto di pura gioia (compilation, Universal, 2017) 
pietra miliare di OndaRock
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Ballads For Little Hyenas

(2006 - Mescal / One Little Indian)

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Quello che non c'

(2002 - Mescal)

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