“Pronto?”
“Stasera vieni a cena?”
“... Eh? Ma chi è? ...Mamma? ...Stasera? No, devo intervistare Manuel Agnelli: sono riuscita a ottenere dieci minuti in un’ora imprecisata. Non so quando mi libero. Mamma, è tardi, devo andare”.
“Agnelli??!! Cioè, sbevazzate insieme tutte le settimane e per dieci minuti devi chiedere udienza?”
“Non è proprio così: l’intervista va richiesta e bisogna trovare il tempo e l’occasione. Poi, non è che io e Manuel siamo mai stati compagni di sbronza: ci incontriamo la sera ai concerti, ci salutiamo e scambiato due convenevoli di numero. Mica siamo fratelli di sangue! Mamma, è tardi, devo andare”.
“Chiedigli quando si taglia i capelli che con i capelli corti sta molto meglio”.
“Sì, guarda, in dieci minuti di intervista questa domanda non può mancare. Aspetta che me la segno, altrimenti me la dimentico”.
“Brava. Chiamami quando ti liberi, così mi dici se vieni a cena”.
E mette giù senza salutare. ... D’altronde avevo fretta...
Quando vai al super a fare la spesa e compri il balsamo per i capelli, la cassiera ti fissa?
Eehh... No, non più. (sorride)
(Apro il quaderno con le domande e sorprendo Agnelli a sbirciare)
Non sbirciare!
No, no, ma chi sbircia! E poi non capisco niente della tua calligrafia!
Due doppi Dvd in uscita. Non una semplice collezione di videoclip promozionali, ma una raccolta enorme di spezzoni di concerti, apparizioni televisive, scherzi telefonici, fotografie d’annata, interviste e un documentario sul tour statunitense. Vi annoiavate?
No, direi proprio di no, anzi! È stato molto per caso che abbiamo fatto questo Dvd. In realtà, l’idea di base era noiosa: facciamo un Dvd sul tour di Ballate per Piccole Iene, che era un tour trionfale, che era andato benissimo, dove avevamo fatto delle date galattiche, però, secondo me, un po’ ingessate: rivedendo le immagini abbiamo detto: “Ma... Però... Me lo ricordavo meglio... Suoniamo un po’ ingessati...” e andando a scovare il materiale che avevamo, ogni tanto capitava di trovare un filmato del ’97 che invece era una bomba. A un certo punto ci siamo detti: “Perché dobbiamo fare un lavoro seguendo una linea progettuale rigida? Facciamo un lavoro con il meglio di quello che abbiamo, seguendo questo tipo di linea, mettiamo le cose più belle.” Abbiamo cominciato così e abbiamo allargato il campo con un sacco di registrazioni, siamo andati a cercare e intervistare le persone che avevano lavorato con noi in questi vent’anni e da lì sono usciti altri spunti.
È stato veramente un work in progress che è durato parecchi mesi.
Ci siamo divertiti a farlo, tantissimo. Come quando fai l’album alle medie: ritagliando le fotografie...
Quanto avete impiegato ad “assemblare” il tutto?
Tanti mesi. Il lavoro vero, tecnico, alla fine è durato un paio di mesi, ma fra scegliere i pezzi, selezionarli, guardarli, stabilire una linea direttiva... più di un anno.
Mi sembra di capire che "Ballads for Little Hyenas" stia andando molto bene all’estero. Siete appena tornati da una serie infinita di concerti dove avete fatto il tutto esaurito ed ora ripartite per gli Usa. Ve lo aspettavate?
Sta andando bene. “Molto bene” è relativo come concetto: non sta vendendo centinaia di migliaia di copie; abbiamo delle piccole situazioni molto fertili un po’ in giro per l’Europa e negli Stati Uniti. Sono cose che vogliamo coltivarci non certo, come hanno detto in molti, per chissà quale velleità professionale... cose che poi a quarant’anni... non è che uno può pensare di rifarsi quindici anni di gavetta in Arkansas! In realtà, per noi, è molto importante questo tipo di dimensione: una dimensione diversa da quella che viviamo in Italia e quindi ce la teniamo stretta. Assolutamente.
Non è traumatico?
No, traumatico è se non sei pronto a vivere certe cose perché non le vuoi vivere, perché ti vuoi accontentare di quello che hai o perché vuoi godere senza vedere quello che hai raggiunto. Per noi il godimento è sempre quello di metterci in gioco, è molto più stimolante questo: andare fuori dall’Italia, più è difficile, più, per noi, è un godimento. Negli Stati Uniti, sinceramente, eravamo andati con le corazze e gli scudi e ci siamo trovati invece a fare il tour più bello della nostra vita. Eravamo noi ad avere i preconcetti nei loro confronti, non il contrario.
Quindi... quando andate all’estero, il pubblico viene a vedere voi o va al locale perché sa che c’è un concerto?
La prima volta che abbiamo fatto gli Stati Uniti, sicuramente il pubblico veniva per gli headliner e poi scopriva noi. Ma in America succede questo: c’è un passaparola enorme, soprattutto grazie a internet, quindi se i primi tre/quattro concerti vanno bene, la gente che ci ha visti parla bene dell’opening e a noi è successo questo. Su internet c’è stato un passaparola che diceva: “Arrivate presto perché quelli che aprono spaccano il culo.” La gente arrivava presto, sempre di più e noi suonavamo in locali già pieni alle 8 e mezza di sera. Lì succede, hanno molta curiosità.
Nel resto d’Europa abbiamo delle nicchie in Spagna, in Belgio, in Lussemburgo, in Olanda; nicchie di fan molto piccole e molto agguerrite. In Inghilterra stiamo cominciando adesso ad averle.
Una curiosità, quanti dischi vendete dopo un concerto all’estero?
In America abbiamo venduto 700 copie in 24 date. Se ci pensi è un buon numero.
Qualche copia in italiano?
Sì, sì! Sono molto incuriositi dall’italiano. Il 50% della scaletta all’estero è sempre in italiano.
Non vedi nessuno che si spazientisce?
No! Se tutta la scaletta fosse in italiano probabilmente succederebbe. In realtà, il fatto che sia 50 e 50 getta un ponte verso di loro.
Siete partiti dall’inglese e dopo vent’anni siete tornati all’inglese.
Per gli stessi motivi: siamo partiti dall’inglese perché non c’era una scena in Italia e quindi ci riferivamo all’estero e i nostri modelli erano inglesi. Siamo tornati all’inglese quando abbiamo deciso di uscire dall’Italia, da questa “gabbia dorata”. Siamo consapevoli che l’inglese è una lingua molto comunicativa e anche molto divertente da cantare: mi dà la possibilità di rifare gli stessi pezzi anche dopo tre/quattro anni con la stessa freschezza perché sono in un’altra lingua, quindi, comunque, per me sono una canzone nuova.
Mi racconti di quando siete stati ricevuti dall’allora presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi?
È stato bestiale perché avevamo una nomination per il David di Donatello come “Come miglior pezzo originale in una colonna sonora” (“Gioia e Rivoluzione” per il film di Guido Chiesa “Lavorare con Lentezza”) che, pensando che si trattava di una cover degli Area, fa un po’ ridere. Però era una versione originale: era suonata da noi, riadattata. Infatti non abbiamo vinto... Però siamo andati al Quirinale che è meraviglioso, ha delle stanze, dentro, impressionanti e abbiamo visto un po’ di personalità... daaa... che ne so... come si chiama la tettona gigantesca... la divona, dai... quella sposata col tipo di Firenze...
La Marini?
Sì, da Valeria Marini a Carlo Azeglio Ciampi. Effettivamente lui è proprio simpatico, una persona dalla simpatia molto naturale.
Non abbiamo avuto occasione di entrare in contatto con tutta questa gente: gli eravamo seduti di fianco, però, insomma, senti più o meno qual è l’atmosfera.
È stata una roba molto istituzionale e, per noi, molto divertente. Avevamo l’autista con la Limousine...
Ecco dove vanno a finire i soldi delle mie tasse! Servono a portare in giro in Limousine gli Afterhours!
Esatto! Non è male, continua così! (ridiamo)
Dopo che hai alzato il pugno sinistro durante il concerto del Primo Maggio un paio d’anni fa, le edizioni successive della manifestazione sono state trasmesse in differita. Come ti interfacci con lo strabiliante potere mediatico che possiedi?
Ma non è per quello che l’hanno messo in differita! (ride) Al Primo Maggio! L’avessi fatto chissà dove!
Non ho un grande potere mediatico, in realtà: ci sono delle regolette molto facili per non annoiarsi. In realtà, ogni tanto ho delle cose da dire e ho imparato in tutto questo tempo il modo più divertente per riuscire a comunicare... divertente per me... e credo che questa cosa rimanga a questo livello: non c’è nient’altro, non c’è niente di più spesso.
Ho una grande fortuna: la gente mi chiede cosa penso ed è una fortuna incredibile, me la voglio tener stretta e, soprattutto, la voglio fare senza diventare né retorico, né tristone, né peggio squallido, per cui lo cerco di fare nel modo più leggero e divertente possibile.
Certe volte questo tipo di ironia non viene capita, ma sta nelle regole del gioco. Il prezzo che bisogna pagare è il minimo rispetto alle soddisfazioni.
C’è sempre anche qualcuno che ti risponde a tono e questo non puoi non metterlo in preventivo.
Più che rispondermi a tono, c’è una fascia di persone che secondo me ci odia per qualche motivo. Alcuni non ci conosco affatto, altri hanno delle immagini molto sfocate di quello che siamo e le adattano al loro odio – mettiamola così: siamo carne per il loro odio – altri ci conoscono molto bene e sono invidiosi e altri ancora probabilmente ci conoscono bene e hanno uno spirito critico molto analitico, spesso eccessivo, ma, per carità, molto interessante. E questo spirito critico a noi aiuta molto a metterci in dubbio e a non sederci mai sulle cose che abbiamo già fatto e, allo stesso tempo, ci procura quella rabbia che ci fa reagire rispetto un certo tipo di situazioni. Per cui grazie a tutte le persone che ci odiano.
“Com’è andata l’intervista?”
“Abbastanza bene... mi manca il coltello, me ne passi uno?”
“Gli hai chiesto quando si taglia i capelli?”
“No, mamma, non ho chiesto a Manuel Agnelli quando si taglia i capelli”
“Ma così non se li taglierà mai!”
“Però gli ho chiesto del balsamo”
“Il balsamo?”
“Sì, il balsamo per i capelli”
“Non capisco. Cosa c’entra?”
“Ricordami di prestarti un libro”
(Milano, 16 febbraio 2007)
