Agnes Obel

Agnes Obel

C' del magico in Danimarca

intervista di Stefano Bartolotta
Perdonami per la partenza ovvia, ma sono italiano e quindi vorrei chiederti se hai qualcosa da dire sulla sfortuna che finora hai avuto quando avevi programmato di venire in Italia a suonare questo disco dal vivo. C’è stata prima la data di novembre annullata perché ti eri ammalata e ora questo spostamento da aprile a maggio.
Sì, sono molto dispiaciuta per questa cosa, è stato terribile. Io amo suonare in Italia ed è sempre la cosa peggiore quando non vedi l’ora di andare in un posto ma non ci riesci. Quindi ora sto aspettando con impazienza di tornare e penso che comunque l’inizio di maggio sia un buon momento per venire da voi. Sarà bellissimo! Poi sono molto contenta di andare a Torino perché non ci sono mai stata.

È una città bellissima. Spero che tu abbia tempo per fare una passeggiata in città perché è davvero bella.
Lo spero anch’io e in effetti ci stiamo organizzando per avere un po’ di tempo. È difficile dire di no alla possibilità di fare un po’ di turismo in Italia, quindi conto di godermi Milano, Roma e Torino, sarà molto bello.

Io sono di Milano e quindi dal vivo ti ho vista solo in quella che probabilmente era la tua prima volta in Italia, in quel piccolo teatro nella zona nord della città. C’eravate solo tu e un’altra musicista sul palco. Ora torni dopo tanto tempo, con un nuovo album in cui ci sono molti più elementi musicali. Cosa ci dobbiamo aspettare noi che ti abbiamo vista solo quella volta? Siete ancora in due sul palco o c’è una band completa e una produzione più grossa?
Siamo in tre sul palco e c’è un piano, mi sembra che al Teatro Blu ci fosse una tastiera.

Teatro Blu, grande che ti ricordi il nome!
Era davvero la mia prima volta in Italia, quindi me la ricordo molto bene. Comunque ci saranno appunto un piano, verranno suonati alternativamente un violino, un violoncello, una viola e in generale ciò su cui abbiamo lavorato è il creare una costruzione del suono più dinamica. Abbiamo anche lavorato con loop e effetti vari anche per provare a ricreare gli arrangiamenti del disco nuovo, che sono più complessi e con un suono più grosso. Penso che siamo riusciti nel nostro intento e devo dire che la parte che ci ha creato più difficoltà è stata quella delle strutture armoniche.

Quando hai fatto il primo disco eri molto più sconosciuta rispetto a quando hai fatto il secondo. Hai sentito questo aumento di popolarità come una spinta positiva oppure hai sentito un po’ di pressione sapendo che comunque molte persone avrebbero ascoltato il disco?
Ci è voluto così tanto tempo per far uscire “Philarmonics” e ho dovuto farlo da sola, senza alcun contratto discografico, quindi in realtà su alcune delle canzoni dell’ultimo album stavo già lavorando ancora prima che il primo uscisse. Poi finalmente è uscito e ci siamo trovati a dover andare in tour per quasi due anni e nel frattempo stavo già pensando a questo disco e ci stavo lavorando. Finito il tour mi sono detta che dovevo iniziare subito le registrazioni, altrimenti mi sarei dimenticata le canzoni… Questo per dirti che le cose con “Philarmonics” sono andate talmente in ritardo che da un lato non sentivo alcuna pressione da fuori, perché il disco era andato bene e il tour era appena finito, ma la pressione la sentivo dentro di me, perché appunto sentivo di dover fare questo disco subito, per non disperdere le idee.

Da questa tua risposta scopriamo che non hai avuto nemmeno un momento di riposo fin da quando “Philarmonics” è uscito. Mi chiedo se ora tu senta il bisogno di riposare e se non abbia già programmato alcuni mesi di riposo quando saranno finite le date che hai programmato e che immagino andranno avanti per tutta l’estate.
In realtà in questo periodo non sono stata costantemente in tour e anche dalle date in Italia in poi non suonerò continuativamente, le prossime dovrebbero essere a fine giugno, per cui non ho la sensazione che le cose stiano andando avanti troppo freneticamente. Non sono preoccupata da un’eventuale mancanza di riposo, quindi.

Ascoltando l’ultimo disco, ho avuto l’impressione che tu abbia voluto mettere qualcosa in più rispetto al primo in tutti gli aspetti: La scrittura delle canzoni, il modo di cantare, gli arrangiamenti. Questa voglia di aumentare gli elementi presenti nella tua proposta ce l’avevi prima di iniziare a lavorare su queste canzoni, o semplicemente hai iniziato a farlo e ti sei resa conto che stavi aggiungendo cose rispetto al primo disco?
Sì è vero, avevo avuto alcune idee prima di iniziare a lavorare su queste canzoni, mi ero detta che avrei voluto provare alcune cose col violoncello, su come registrarlo anche, su come farlo interagire con la voce, sull’averlo più come un elemento ritmico piuttosto che solo come elemento di sottofondo presente nel tessuto sonoro. Poi volevo provare a lavorare con più persone e volevo anche provare cose nuove dal punto di vista delle scrittura delle canzoni, e anche sul modo di cantare, volevo provare a mescolare il parlato con il cantato e poi volevo capire se fossi in grado di usare la voce più come uno strumento e anche se sarei stata in grado di alternarmi tra questi due aspetti. Poi trovo che in “Philarmonics” le canzoni non riflettessero lo stato d’animo in cui ero nel momento in cui le realizzavo, ma riguardavano ricordi del passato, invece in “Aventine” volevo provare a catturare lo stato d’animo proprio del momento stesso in cui stavo realizzando la canzone. Volevo qualcosa da poter osservare per capire cosa fossi in quel momento, anche questa è stata una sfida e in realtà non so nemmeno se l’abbia vinta questa sfida.

Da queste risposta si capisce che il testo non è un elemento che aggiungi alla canzone quando essa è musicalmente finita, ma che tu già sappia di cosa parlerà la canzone dal punto di vista del testo nel momento stesso in cui inizi a realizzarla.
Sì, la melodia è la cosa che viene prima, ma una volta che arriva poi so subito di cosa parlerà il testo della canzone. Ci vuole poi del tempo per metterlo giù nella maniera corretta, ma so già di cosa parlerà e le sensazioni che evocherà.

Ora comunque il disco è fuori da circa sei mesi e vorrei dirti brevemente cosa ha scritto nella recensione sul nostro sito il mio collega che l’ha fatta. Sostanzialmente dice che il disco è una conferma del tuo talento ma che lascia la sensazione che avresti potuto fare qualcosa in più. Immagino che quando il disco era appena finito tu fossi convinta di aver dato il massimo per farlo, ma ora che sono passati alcuni mesi, hai anche tu la sensazioni che avresti potuto fare qualcosa in più?
Io lo penso sempre che avrei potuto fare di più. Quello che in realtà voglio fare cambia sempre e quindi ho sempre la sensazione che avrei potuto fare qualcos’altro. Non ho mai osservato qualcosa che ho fatto una volta finito dicendomi che fosse perfetto. Mi piace guardare avanti e quindi anche una volta finito “Aventine” ho iniziato a pensare a cosa avrei potuto fare per il prossimo disco. È stato comunque molto importante per me riuscire a fare questo disco, ma lo è anche iniziare a pensare a cosa potrei fare di diverso con il prossimo. Quello che però vorrei dire ogni tanto ai critici è che è davvero un grosso lavoro fare un album.

Probabilmente hai ragione, nel senso che in fondo noi pensiamo a cosa un artista avrebbe potuto fare ma non siamo artisti e quindi non abbiamo idea dello sforzo necessario. Volevo anche parlare degli stacchi strumentali presenti in entrambi gli album, ti chiedo di dirmi tutto quello che vuoi su essi, sul contributo che danno al disco nel suo complesso.
Ogni album ha fasi diverse, diversi capitoli e ogni momento strumentale è l’introduzione al capitolo. Ognuno dei due dischi si divide in tre parti e quindi la strumentale all’inizio introducvee la prima parte, quella a metà la parte centrale e quella verso la fine guida al finale. Poi mi piace personalmente ascoltare album in cui c’è un momento di pausa dalla voce.

Quindi possiamo aspettarci altri momenti strumentali nei tuoi prossimi lavori.
Sì, mi piace fare tracce strumentali. Da un lato penso che forse per rendere un disco ancora più intenso non dovrei metterne, però poi il rischio è quello che l’album sia troppo compatto e che l’esperienza di ascolto risulti troppo stancante, mentre trovo che le tracce strumentali siano il modo migliore per creare più spazio all’interno del disco e mettere più a suo agio l’ascoltatore.

Per quanto riguarda il tuo futuro più prossimo, ho visto che inizi a essere inserita nelle lineup di grandi festival estivi come il Latitude, quindi immagino che dovrai suonare in grandi spazi aperti o, anche se suonerai al coperto, in posti molto più grandi. Hai degli arrangiamenti dal vivo diversi quando suoni in queste situazioni?
L’unica cosa che cambia è che paradossalmente abbiamo meno strumenti sul palco, perché quelli acustici non si sentirebbero. Sappiamo che il nostro suono dev’essere più forte possibile, quindi studiamo tutto quello che riguarda l’amplificazione per arrivare a questo scopo. Il problema maggiore è quello del pianoforte, perché è difficile far uscire da esso un suono abbastanza forte in quelle situazioni.
Discografia
Philarmonics (Play It Again Sam, 2010) 7.5
 Aventine (Play It Again Sam, 2013)6,5
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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