Alan Sorrenti

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intervista di Claudio Fabretti

Incontriamo Alan Sorrenti, appena tornato alla ribalta con il remake di “Figli delle stelle”, per il quale si è scomodato un guru della house americana come Little Louie Vega. Ed è l’occasione per ripercorrere tutte le fasi della sua carriera: dagli esordi nel solco del progressive e della ricerca vocale alle canzoni napoletane e ai successi pop da classifica.

“Volevo che tornasse il messaggio dei Figli delle stelle, quelli che sognano di cambiare il mondo: ce n’è ancora bisogno. E poi è vero, come la scienza sta dimostrando, che siamo tutti polvere di stelle e questa comunanza universale deve unirci e farci superare tutti i conflitti e le discriminazioni”. L’Alan Sorrenti che non t’aspetti. Disposto a rimettersi in gioco su tutto. Anche sull’apparenza edonista del suo grande hit del 1977, appena rimesso a lucido in chiave house dal dj statunitense Little Louie Vega.

Ora diventerà un hit internazionale?
Spero di sì. Oltre al messaggio, c’è anche una musica che già all’epoca era “avanti”, un funky-soul-pop ereditato dall’LA sound americano, che solo dopo si sarebbe tramutato in dance. Era la versione bianca degli Earth Wind & Fire.

In effetti, "Figli delle stelle" ha sempre avuto un groove notevole, adatto a sfondare sul mercato internazionale...
Già, all’epoca ero molto interessato alla ricerca sul ritmo, sentivo di dover sviluppare questo aspetto. In Louie Vega, icona della house music , intravedevo il veicolo per comunicare sia da New York per il mondo, sia alle nuove generazioni. Mancava solo il bpm giusto, che lui le ha dato.

E nella nuova versione come si è trasformata?
Non è il solito remix. È stata velocizzata e anche la mia voce è cantata di nuovo. Ho voluto usare il meno possibile sample e copia-incolla. In più c’è il contributo della vocalist capoverdiana Anane, con la quale di fatto interagisco in duetto. Ma mi pare che il risultato sia rimasto fedele allo spirito dell’originale.

Pensare che all’epoca “Figli delle stelle” venne considerata un tradimento... C’è anche chi non te l’ha mai perdonata.
Però è anche comprensibile: era difficile capirlo. A me è servito quel periodo per conoscere fino in fondo le mie potenzialità vocali, spingermi, osare. Quello che avvenne dopo fu indubbiamente un cambio di stile molto traumatico.

Però in fondo la melodia era già un elemento centrale nella tua fase prog...
Sì, e in fondo anche i testi richiamavano sempre l’idea dei figli delle stelle, il cosmo... basti pensare ad “Aria”. Ma il prog – che poi all’epoca non sapevo fosse quello, ma alla fine l’hanno chiamato così… - non l’ho poi abbandonato del tutto. Mi piacerebbe, ad esempio, rieseguire “Aria” in un evento speciale, possibilmente a Napoli.

Quel disco era davvero un capolavoro. C’è chi l’ha paragonato persino ai migliori lavori di Tim Buckley per l’uso della voce. Cosa pensi di questo accostamento così importante?
Sì, Buckley è un artista che mi ha influenzato molto. Aveva una voce senza limiti, straordinaria. E ha saputo rinnovarsi in profondità, passando dal cantautorato degli esordi a quell’incredibile fase di sperimentazione totale, culminata nel capolavoro di “Starsailor”, per me proprio uno dei vertici assoluti della musica.

Cosa ti spinse a cambiare rotta così bruscamente?
La musica si stava politicizzando, mi sentivo strumentalizzato. Poi ci fu un viaggio in Africa molto importante, che mi rivelò l’importanza del ritmo e forse mi cambiò la vita. Ricordo serate incredibili, che si concludevano alle due notte… Un periodo magico.

E poi l’America...
Sì, avevo bisogno di andare in America, confrontarmi con musicisti importanti come Jay Graydon, produttore di Al Jarreau. Volevo trasmettere la mia musica a un pubblico più ampio, sentivo di averne le potenzialità ed è tutto sommato un desiderio che, prima o poi, provano un po’ tutti i musicisti.

Tornerai anche a cantare la tua Napoli? Forse non tutti sanno che hai anche all’attivo alcuni lavori ispirati a quella tradizione storica della canzone…
È una tentazione che mi viene, specie quando ascolto tante cose belle che vengono da quella tradizione. “Dicitencello vuie”, che è stato il pezzo di passaggio dalla mia fase prog al pop, è nato nel momento giusto, avevo bisogno di un classico che potesse esprimere la mia vocalità particolare. Oggi non so come potrei accostarmi alla realtà napoletana… Ad esempio, c’era l’idea di una “Sienteme” rifatta con i Club Dogo in chiave rap: si tratta di un pezzo napoletano che avevo scritto nel 1976. Penso però più a canzoni originali che a rivisitazioni di classici. In ogni caso, sento la necessità di un ritorno, di riallacciare i fili del mio rapporto con Napoli.

Ci puoi anticipare qualcosa sul prossimo album?
È un lavoro in progress, al momento, procediamo passo dopo passo. Contavo, potendomi muovere anche in modo indipendente, di far uscire un singolo a novembre, poi un extended play con altre tracce, per poi arrivare a un lavoro definitivo e completo nella primavera del 2014. Alla fine credo che si tratterà di un “global crossover”, un mix di tutti gli stili e di tutti i mondi in cui mi sono tuffato in questi 40 anni di carriera. Ci lavoreremo attivamente in autunno e credo però che non uscirà prima del 2014.

Ti rivedremo in formato live, o anche solo televisivo?
Sì, è importante tornare a cantare dal vivo ed è un momento in cui devo riattivare anche questa comunicazione mediatica, perché ho un bel po’ di cose da dire, in effetti.

(Versione estesa di un’intervista pubblicata su “Leggo”, che ne detiene il copyright)



Discografia
Aria (Harvest/EMI, 1972)

8

 Come un vecchio incensiere all'alba di un villaggio deserto (Harvest/EMI, 1973)

6,5

 Alan Sorrenti (Harvest/EMI, 1974)

6

 Sienteme, it's time to land (Harvest/EMI, 1976)

 

 Figli delle stelle (EMI, 1977)

 

 L.A. & N.Y. (EMI, 1979)

 

 Di notte (CBO/EMI, 1980)

 

 Angeli della strada (CBO, 1983)

 

 Bonno Soku Bodai (WEA, 1987)

 

 Radici (DSB, 1992)

 

 I successi (antologia, DV More Record, 1996)

 

 Miami (antologia, EMI, 2000)

 

 Sottacqua (2003) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video
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Recensioni

ALAN SORRENTI

Aria

(1972 - Emi)
L'immaginifico esordio del musicista campano di origini gallesi. Un capolavoro del prog italiano

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