Alberto Fortis

Alberto Fortis

Trent'anni sulle ali di un angelo

intervista di Alessandro Liccardo
Dopo alcuni anni di silenzio si torna a parlare di Alberto Fortis grazie a una serie di iniziative che lo vedono coinvolto o addirittura protagonista. Vincenzo Micocci, il discografico destinatario della sua celebre canzone-invettiva del 1979, ha intitolato proprio "Vincenzo io t'ammazzerò" la sua autobiografia (pubblicata da Coniglio Editore) e la scrittrice verbanese Rossana Lozzio si è ispirata alla sua figura, alle sue canzoni e soprattutto alle emozioni provate durante un concerto dell'artista per il suo recente romanzo "Le ali di un angelo" (Boopen), del quale tra l'altro è appena uscito un sequel. Come se non bastasse la Universal ha finalmente riproposto i suoi primi sei album in un cofanetto e sono usciti due nuovi dischi registrati dal vivo.

"La storia autobiografica di Alberto Fortis" è un libro estremamente scorrevole, ricco di flash, quasi interattivo in alcune sue parti. Mi riferisco soprattutto alle citazioni delle tue canzoni che fanno di tanto in tanto capolino. Il titolo è singolare, e si capisce solo alla fine del libro chi è Yude... cosa significa innanzitutto e di che cosa è il simbolo questo personaggio?
Yude è l'elemento thriller del libro, un personaggio della vita reale ma che va a impersonificare la buona e la cattiva coscienza. Nel Dvd allegato ci sono delle immagini, in cui l'abbiamo anche un po' "demonizzata"... Non è un escamotage molto piacevole, è l'immagine di un'arcigna signora tedesca che - come spiego nel mio libro - mi porto dietro da quando ero bambino.

C'è tutta una serie di ricordi, che vanno dalla tua prima batteria (a cinque anni) al tuo primo gruppo, i Raccomandati, fino agli importanti incontri che hai fatto nel corso della tua carriera. Che è iniziata già con collaborazioni di alto livello, come quella con Micocci alla Rca e poi con Alberto Salerno, la Pfm e Mara Maionchi. Com'era fare Lp nel 1979? Sarebbe ancora possibile oggi debuttare con un lavoro così coraggioso?
Il materiale che ha composto il mio primo album omonimo è stato, per circa tre anni e mezzo, considerato dai discografici italiani cui lo facevo ascoltare come "non adatto" alla pubblicazione e quindi a una realizzazione discografica. Sono riuscito a cominciare la mia carriera grazie a un presidente di compagnia francese laureato alla Sorbona, ma i presidenti italiani non vedevano nelle mie canzoni qualcosa che potesse funzionare - eppure da quel disco sono stati estratti quattro singoli. Le cose oggi nella musica sono cambiate moltissimo, tranne per chi ha un grosso budget e può ancora registrare dischi di qualità. Naturalmente sono cambiati i mezzi con cui realizzare i dischi, poi c'è il web - che mi piace molto in quanto strumento democratico che offre l'opportunità a chiunque di esprimersi e proporre quanto scrive, ma allo stesso tempo sdogana il dilettantismo.
Se ci pensi, ogni mese escono (tra titoli domestici e di importazione) circa tremila pubblicazioni: il pubblico, inoltre, non ha più un vero "innamoramento" per l'artista e diventa difficile per le case discografiche "orientarlo" e impostare progetti come era possibile fare un tempo. Il potere discografico è soprattutto in mano ai network radiofonici, e oggi il mancato successo di un singolo, entro quattro settimane, fa cancellare ogni possibilità di promozione e di crescita per gli emergenti. Per questo le grandi emittenti (le piccole fanno ancora la differenza) propongono al massimo sempre venti, venticinque prodotti confezionati per il mainstream. Non parlo per me, ma per quello che sento di penalizzante oggi: c'è molta arte, c'è un pubblico che ha voglia di musica di qualità (anche se non necessariamente un cantautorato intellettuale) ma che non riesce a far sentire la propria voce.

Com'è nato il tuo primo album, già solido e di grandissimo successo?
Dopo anni di porte chiuse non credevo che mi sarei ritrovato con Alberto Salerno e Mara Maionchi (come produzione esecutiva) e Claudio Fabi (produttore artistico) al "Castello di Carimate", che era la "Rolls Royce" degli studi di registrazione. E con la Premiata Forneria Marconi. Nessuno poteva attendersi un risultato così clamoroso, anche se in quegli anni la PolyGram stava superando la Rca che fino a quel momento aveva il monopolio del cantautorato (alla Philips c'erano anche Fabio Concato e Teresa De Sio). La Nannini stessa aveva lavorato con Fabi. Oggi mancano degli addetti ai lavori che siano realmente appassionati e intenditori di musica. Si dice che non si possa più tornare a determinati codici, ma io non credo che questo sia vero.

Alberto FortisNon pensi che ci sia anche poca voglia di rischiare? Tu sei un artista che ha debuttato con un disco che si apriva con un pezzo come "A voi romani", e il tuo lavoro successivo ha spiazzato critica e pubblico. Perché avevi già voltato pagina...
Assolutamente sì. Parlando di "A voi romani", il prezzo che ho pagato è stato alto... la notizia è stata data dai mass media senza spiegare il vero senso del mio testo (di conseguenza sono stato visto come un "anti-Venditti") e non pensavo che avrei avuto un effetto boomerang tale. Ricordo quando Pippo Baudo mi apostrofò come "incivile" dopo aver sentito il pezzo... c'è stato di sicuro un pregiudizio iniziale. Chissà, se non avessi inciso quella canzone avrei fatto meno fatica e non so, effettivamente, se oggi la riscriverei. In un linguaggio politico ci sta - in fondo anche Obama parla male di Washington pur vivendoci - ma mi rendo conto che questo possa aver rappresentato uno scoglio per una parte del pubblico, che si è subito fermata. Non è stato il cavallo di Troia più intelligente che potessi usare, forse troppo impetuoso. Come dici tu, adesso non c'è voglia di rischiare: da una parte la musica è la forma d'arte più "veloce" e saccheggiabile, dall'altra chi ha qualcosa da investire preferisce farlo sui venti artisti più sicuri.
Non mi sembra che negli ultimi cinque anni ci siano stati fenomeni particolarmente eclatanti, fatta eccezione per la scuderia della Sugar di Caterina Caselli che lavora ancora con i criteri di un tempo. I Negramaro, per esempio, non sono diventati famosi con il primo album, in mano a una major non avrebbero probabilmente avuto una seconda chance. Il rischio del secondo album, "Tra demonio e santità", me lo sono giocato: doveva essere il primo in realtà, perché la suite al pianoforte è la prima cosa che ho scritto, ma debuttare con un disco così sarebbe stata una pazzia. La critica si divise, certo, ma quel disco rimane uno degli album preferiti di chi poi ha continuato a seguirmi.

Ammetto di preferire il tuo secondo album al primo, sento anche echi dei Supertramp. A proposito di influenze, noto che il tuo stile attinge molto da fonti di ispirazione estere, statunitensi o britanniche, ma evitando sempre di scivolare in imitazioni. C'è sempre una coerenza, dal primo disco fino all'ultimo.

Questo proviene da una matrice che ho maturato nelle prime band in cui suonavo. I miei amori musicali, dai Beatles ai Chicago passando per i Ten Years After e i Vanilla Fudge, non erano italiani. Poi, un po' per il gusto musicale maturato e un po' per una serie di coincidenze, sono riuscito a incontrare le persone giuste: penso a una figura storica come quella di Franco Mamone che riuscì a portare all'estero la Pfm e a far firmare loro un contratto con la Manticore, l'etichetta di Emerson, Lake and Palmer. Ahimè, forse gli stava per riuscire di nuovo ma per questioni legate al budget e perché, ingenuamente, pensavamo che quel treno sarebbe prima o poi ripassato, l'ipotesi di un disco in inglese (un "greatest hits" per il mercato americano) che avrei realizzato, dopo "Fragole infinite", collaborando con Gerry Beckley degli America, è poi sfumata. Questo è l'unico vero grande rimpianto che ho.

"Fragole infinite", che arriva dopo un altro grande successo di pubblico ("La grande grotta"), ti ha visto collaborare con il mitico George Martin, ai tempi al lavoro con gli Ultravox. Poi hai avuto la possibilità di conoscere e lavorare Carlos Alomar, chitarrista di David Bowie...
Lavorare con George Martin era sempre stato un mio sogno, e nel mio libro racconto del nostro incontro. Ho conosciuto Carlos durante il tour "Serious Moonlight" di David Bowie - lui aveva già avuto un contatto con Mamone tempo addietro, e io stesso avevo voglia di tornare a incidere negli Stati Uniti (stavolta con un produttore americano) e la scelta di Alomar mi sembrava ottima.
Inizialmente non accadde niente, ma nel 1987 mi ritrovai a lavorare con lui presso i mitici studi "Power Station", dove abitualmente registra Bruce Springsteen e dove conobbi Julian Lennon e Ryuichi Sakamoto. Fu un'altra grande conquista... A volte sembra una frase fatta, ma l'America per me è davvero una terra di opportunità. C'è una grande differenza tra i sessionmen italiani, che a me sembravano un po' come i baroni della medicina, e i musicisti americani che lasciavano lo studio di Stevie Wonder per andare a suonare per un disco di un cantante italiano sconosciuto ai più. E proprio questa mentalità, questo modo di vivere mi ha fatto innamorare degli States, in cui ho vissuto per anni.

Proprio negli Stati Uniti, dopo un lungo silenzio, hai lavorato per un nuovo album ("Angeldom") con i musicisti che suonavano con Alanis Morissette...

Sì, il programmatore è Francis Buckley, lo stesso di "Jagged Little Pill" di Alanis Morissette. Tra "Dentro il giardino" e "Angeldom", in effetti, sono trascorsi sette anni. Che per il pubblico sono tantissimi: a volte io stesso mi chiedo come mai sia successo, e non perché non ci fosse materiale nei panieri. Il fatto è che avevo tentato di stabilirmi definitivamente negli Stati Uniti. C'è un sogno che finora è rimasto nel cassetto: ho presentato lo storyboard per un film alla DreamWorks di Steven Spielberg. Il cinema è un'altra mia passione, negli anni ho anche diretto alcuni miei video.

Ho notato una certa attenzione agli ingegneri del suono e alla qualità delle registrazioni. Citi Bob Ludwig, Stephen Marcussen, Bernie Grundman... l'antologia "Universo Fortis" è stata curata dallo stesso team che ha lavorato per i box "In direzione ostinata e contraria" di Fabrizio De André.
Certamente. Stephen Marcussen lavora abitualmente per Bob Dylan, per Prince, e molte cose dell'R&B e dell'area hip-hop sono masterizzate da lui. Bernie Grundman ha rimasterizzato i dischi dei Doors e di Michael Jackson, Bob Ludwig è un altro nome che non necessita di presentazioni.

Alberto Fortis - AL Che fine ha fatto Yude?Nella tua autobiografia parli anche di "Music Farm", reality show cui hai partecipato. Reputi l'esperienza positiva per alcuni versi, ma per altri pensi che non c'è stato il rilancio promesso. Torniamo dunque alle differenze nella promozione della musica, tra ieri e oggi...
Per più di un mese stavo impazzendo per la decisione se farlo o meno. Ad istinto non avrei mai partecipato, il format non m'appartiene, ma in quel momento avevo bisogno di comunicare, ero lontano da tempo dai riflettori e c'è stato un notevole pressing da parte del mio entourage. Alla fine ho accettato, anche perché pensavo che sarebbe stato comunque positivo e mi sarei mostrato a un pubblico che, forse, poteva avere su di me un'idea distorta. Facendo una ricerca sul web, avrei fatto fatica a immaginarmi in quella specie di beghe condominiali pseudo-psicotiche! Però parlando con la produzione mi era stato detto che, ancor più che in passato, l'attenzione sarebbe stata sulla musica (e ti assicuro che abbiamo lavorato veramente sodo). In quel periodo stavo lavorando per un nuovo album insieme a Fio Zanotti, che ho suggerito allo staff del programma dopo l'abbandono del maestro Lombardi.
Spero di aver partecipato con dignità: il prime-time era comunque molto ben fatto, forse il programma era anche meglio dell'edizione sanremese dello stesso anno. Il mio più grande dispiacere, all'uscita della Farm, è stato vedere che tutto quello che sarebbe dovuto accadere dopo all'esterno non s'è più concretizzato. Mi sono sentito "orfano" proprio come prima. La produzione avrebbe dovuto pubblicare un cd con alcune cover (tra cui "Ciao amore ciao" e "Via del campo") ma le spese editoriali non sarebbero neppure state coperte dal numero di copie vendute.

Negli ultimi tempi comunque si è tornato a parlare di te, e non solo per via di "Music Farm". In un altro reality show, stavolta "X Factor", è stata reinterpretata la tua "Milano e Vincenzo". Micocci, tra l'altro, ha intitolato la propria autobiografia "Vincenzo io t'ammazzerò"... non ce l'ha più con te?
L'incontro con Vincenzo Micocci lo cito tra le cose belle della vita, e nei suoi confronti resta una grande stima. Stiamo parlando di chi ha scoperto Ennio Morricone, Bobby Solo, Francesco De Gregori, Rino Gaetano, Antonello Venditti, Paola Turci...

Progetti per questo 2010?
Provengo da un 2009 piuttosto intenso, c'è stata una serie di ristampe e la tournée continuerà per tutto l'anno. Sono appena arrivati nei negozi alcuni nuovi dischi live: due contengono brani estrapolati da vari concerti, un altro doppio cd è invece "one night show", il concerto di una notte bianca. C'è in cantiere materiale inedito già pronto per essere pubblicato, ma prima del nuovo cd dobbiamo avere un "progetto" che sia accattivante. Abbiamo già realizzato il videoclip di quello che sarà il singolo. Nel 2010 continuerà l'avventura del musical sul premio Nobel Salvatore Quasimodo con i Q Projet. Ripeto, farò in modo che stavolta l'anello possa cadere nel cratere giusto!

Come mai hai festeggiato trent'anni di carriera proprio con un libro?
Il mio ringraziamento va a Maurizio Parietti e a Rossana Lozzio, perché sono stati il mio contraddittorio, la mia seconda anima. Abbiamo registrato diverse ore del mio racconto, è stato tutto un "work in progress". Sono stati loro poi a sbobinare il tutto con molta pazienza, che dopo ho riletto e rielaborato. Ho voluto includere delle "pillole" perché hanno dato al libro un sapore diverso rispetto alle solite biografie: quel che trovate scritto è tutto vero, ma è diventato una storia, un romanzo. Maurizio ha inoltre fatto un ottimo lavoro per la parte grafica.

A proposito di libri, Rossana Lozzio ha scritto anche un romanzo ispirato al concerto di Domodossola. Com'è nata questa collaborazione per i due libri?
Rossana Lozzio: Dopo il concerto di Domodossola c'è stato il raduno dei fan a Jesolo (Venezia), cui ho partecipato. In seguito è nata l'idea di questo racconto che trae ispirazione dalla personalità e dalla spiritualità di Alberto, che mi ha subito molto colpito. Il tutto nasce da una canzone tratta da "Angeldom", "Hai ragione tu", che lui interpreta sul palco con lo stesso paio di ali dorate raffigurate nella copertina del romanzo. Poco tempo fa è nata una collaborazione che riguarda il sito ufficiale di Alberto Fortis (per il quale mi occupo della sezione che riguarda tour ed eventi) ed è nata una bella amicizia. In occasione del trentennale della sua carriera ho pensato che creare una sinergia tra l'editore Aliberti e Alberto potesse essere il modo migliore per celebrarlo, e "AL Che fine ha fatto Yude?" farà sicuramente felici i fan che attendono da anni di conoscere qualche retroscena o aneddoto particolare. Quando ho scritto "Le ali di un angelo" ancora non conoscevo Alberto, e mi sono basata su impressioni e sensazioni che avevo. Col senno di poi ci sono andata molto vicina.

La spiritualità di Alberto Fortis... nel libro citi Antonio Rosmini, ma anche Osho.
Certo, quella di Osho è stata una parentesi molto importante. Con un mio amico sannyasin ho fatto un bellissimo viaggio in India, compresi quattro giorni a Pune dove il maestro Osho aveva il suo ashram. Lui era volato a miglior vita pochi mesi prima, ma la sua presenza era comunque sempre molto tangibile, almeno all'inizio degli anni Novanta. Mi affascina nelle sue parole la possibilità della terza via (sono un grande fan di Gandhi, lo trovo il più grande politico dello scorso secolo) e mi ha colpito il suo libro, "Le disquisizioni sul Tao", un testo che dimostra quanta somiglianza ci sia in tutte le religioni. Il dogma viene frantumato, e credo che sia uno dei principali motivi per cui Osho ha sempre dato fastidio. La sua interpretazione mi ha colpito perché sono cattolico, di origini ebraiche, ma ho da sempre una grande curiosità nei confronti delle altre culture e confessioni.

In conclusione, vorrei chiederti quando è nato il tuo impegno con l'Aism (Associazione Italiana Sclerosi Multipla) per la quale sei diventato testimonial, insieme al calciatore Gianluca Zambrotta.
Da ex-studente di medicina, cresciuto in una famiglia con una lunga tradizione medica, ho sempre avuto il piacere di ricercare che cosa si può fare per il bene. Non solo attraverso la musica, che ha doti terapeutiche, ma anche con il volontariato. Ho visitato il centro di Como e ho visto che si trattava di un'associazione seria. Può essere un insegnamento di vita sorprendente, non capita spesso di incontrare persone come quelle che ho incontrato grazie all'AISM in giro per l'Italia. A questo si aggiunge il mio impegno con i "City Angels", che nasce a Milano e che riguarda la realtà degli homeless.

(18/03/2010)
Discografia
Alberto Fortis (Philips, 1979)
Tra demonio e santità (Philips, 1980)
La grande grotta (Philips, 1981)
 Fragole infinite (Philips, 1982)
 El Niño (Philips, 1984)
 Fortissimo (raccolta, Philips, 1984)
 West of Broadway (Philips, 1985)
 Assolutamente tuo (CBS, 1987)
 Carta del cielo (Sony Music, 1990)
 L'uovo (live, Sony Music, 1991)
 Dentro il giardino (Virgin, 1994)
 Angeldom (Self, 2001)
Universo Fortis (raccolta, Universal Music, 2003)
 Fiori sullo schermo futuro (Universal Music, 2005)
 In viaggio (raccolta, Universal Music, 2006)
 Vai protetto (Formica, 2008)
 Concerto dal vivo (live, DV More Record, 2010)
 ReALive (live, doppio CD, Formica, 2010)
 Do l'anima (Sony Music, 2014)
 Con te (Ep, Sony Music, 2016)
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video
Milano e Vincenzo
(video di Andrea Pazienza, da Alberto Fortis, 1979)
Prendimi fratello
(da Tra demonio e santità, 1980)
La nena del Salvador
(dalla trasmissione "Popcorn", 1981)
La splendida metà
(videoclip da Universo Fortis, 2003)
Sindone
(videoclip da Vai protetto, 2007)
Tu lo sai
(video ufficiale, da Con te EP, 2015)

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