Alberto Radius

Alberto Radius

Per chi suona la chitarra

intervista di Marco Bercella
PER CHI SUONA LA CHITARRA

Sono passati (già!) cinque anni dall’ultimo incontro con Alberto Radius. Questa volta l’occasione è data dall’uscita del suo nuovo disco “Banca d’Italia”, che ci ha permesso di ospitarlo in radio per una nuova, lunghissima, chiacchierata. All’inizio pensavamo che sarebbe venuta fuori una riproposizione di quella vecchia intervista, solo in chiave più radiofonica, ma a quanto pare sottostimavamo la capacità del personaggio di sfornare  nuovi aneddoti, storie e punti vista che non potevamo rischiare di disperdere nell’etere. Ecco allora materializzarsi, in modo quasi inaspettato, una nuova puntata di una storia che, a giudicare dall’effervescenza e dalla vitalità del diretto interessato, ha ancora molti capitoli da scrivere. E allora, prendetevi un po’ di tempo, e scoprite insieme a noi altre pagine non lette della vicenda musicale italiana, raccontate dalla voce di un suo protagonista assoluto.

Alberto, raccontami qualcosa di questo tuo nuovo album, “Banca d’Italia”…
E’ un disco che è stato stampato anche in vinile, e non vedevo l’ora di far uscire un album in vinile, perché la musica è più calda, suona meglio. Avevo un sacco di brani non finiti, e avevo cominciato a lavorare a questo progetto quattro o cinque anni fa con Oscar Avogadro, poi purtroppo lo abbiamo perso per strada (Oscar è scomparso nel 2010, ndr), e insieme siamo riusciti a ultimare solo sei pezzi, mentre io ne avevo da concludere una trentina. Così ho dovuto scegliere fra questi, restringendo il campo fino a diciotto canzoni, a questo punto ho dovuto estrometterne tre a caso che inserirò nell’album che farò non so quando, perché io sono piuttosto lento… L’album si può dire che è nato in trent’anni, nel senso che avevo dei frammenti su cassetta che poi ho completato, chiamando il paroliere bravissimo che si chiama Tullio Pizzorno, e poi c’è Andrea Secci. Lo abbiamo inciso in due, con la batteria volutamente digitale: avrei potuto chiamare un batterista, però rischiava di diventare limitante, e allora l’ho scritta io interamente sul computer assieme a Johnny Pozzi, che è il tastierista che mi aiuta negli arrangiamenti, ed è il mio tuttofare da quattro o cinque anni ed è bravissimo. Lavorando in questo modo, molti pezzi sono sorti dai provini, che erano già praticamente ultimati e per mezzo dei quali ho rifatto le basi. Da uno di questi, è nata ad esempio “Faccio finta che ci sei” che parla di Oscar Avogadro. E’ una canzone che nasce perché, quando avevo ancora lo studio a Milano, rientrando a casa passavo sempre vicino a casa sua e gli buttavo sempre un’occhiata. Questo è successo anche dopo, quando purtroppo è scomparso – purtroppo perché io ho perso un paroliere e un grande amico – visto che per una frazione di secondo mi veniva da dire “ora vado a salutarlo”, salvo poi realizzare che non c’era più. “Faccio finta che ci sei” è la storia della strada che percorrevo quando tornavo a casa: non so se è il pezzo più bello dell’album, ma di sicuro è il più rappresentativo.

Poi c’è “Come suona il tempo” che sembra il testamento artistico di Avogadro. Quando l’ho sentita, ho pensato che un pezzo del genere oggi vincerebbe a mani basse Sanremo.
Può venire già l’ira di Dio, ma io a Sanremo non ci vado, perché sarebbe la fine della mia credibilità artistica. Qualsiasi pezzo di questo album è un’altra cosa, è un altro mondo. Come accordi è il brano più commerciale del disco, ma come testi è una bomba, da brividi.

Da solista hai fatto uscire solo nove dischi in più di quarant’anni, a proposito di lentezza…
Già, perché la cosa più importante non è farne tanti, ma fare dischi che devono rimanere nella testa. Quando faccio le serate, c’è gente che arriva a farmi autografare album di trent’anni fa, quindi significa che qualcosa ho seminato, che è poi la cosa più importante. Pensa che giusto oggi ho ritrovato la prima registrazione che ho fatto con i Campanino poi Big Ben’s, negli anni 60, un lavoro che è stato ristampato dalla Giallo Records di Alessandro Ferrario, la collana è “Introvabile beat”…

E’ nota la tua grande passione per Hendrix, ma quando è stata la prima volta in cui hai imbracciato la chitarra?
Avevo dodici o tredici anni e la mia musa ispiratrice è stato Enrico Ciacci, fratello del compianto Little Tony che ha un anno in meno di me, ma già suonava bene. Veniva a casa di mio nonno e lì mi ha insegnato i primi passi, poi ci siamo persi di vista, ma io ho continuato prima nei night. Gavetta pura, in cui si suonava sei o sette ore in giro per l’Europa, anche in Germania…

…come i Beatles
Certo, una volta ho suonato a Monaco di Baviera e quella sera suonavano i Beatles in città, ma non era ancora il gruppo di grande successo che conosciamo: di grande successo c’erano i Renegades di Kim Brown, che poi avrebbe fatto i Kim & The Cadillacs, era il '63 o '64. Comunque sì, io ho sempre avuto una grande passione solo per la chitarra.

Ma non c’è mai stata nella tua vita una passione, che so, per i chitarristi di Elvis Presley? Quali sono stati i veri innovatori della chitarra?
Guarda, io ho sentito tutto, ma non ho mai seguito nulla perché ho sempre preferito restare nel mio guscio. Ti posso dire che Jeff Beck è il numero uno in assoluto, ma chi ha inventato la chitarra elettrica è stato Jimi Hendrix. Se uno ascolta Jeff Beck col suo trio, sente la musica come deve essere. Lui è uno che ama le corde, quando usa il vibrato con quella manina lì che sembra non faccia niente e invece fa tutto, è un’altra cosa. Ce ne sono molti di bravi, però la tecnica esasperata mi dà un po’ da pensare sul fatto che spesso ci sia un cuore arido, Tieni presente che io non ascolto molta musica, per cui non saprei dirti: cerco di evitare di ascoltare gli altri chitarristi, perché poi involontariamente rischi di rifare le stesse cose, e perdi la tua particolarità.

Però c’era molto del tuo background rock e blues nel tuo album di debutto solista del 1972 “Radius”, un album in cui sei andato a briglia sciolta…
Quel disco è nato da un’idea di Lucio Battisti, che mi ha proposto di fare delle jam session. Le registrazioni sono durate otto giorni, visto che ogni giorno c’era una formazione differente: io avevo in testa una melodia, la suonavamo un paio di volte e poi la incidevamo subito. Devo dire che il risultato fu micidiale: vedi, trattandosi di blues e rock’n roll, i passaggi erano abbastanza semplici e non c’era bisogno di studiare, così arrivava ad esempio Demetrio Stratos, si metteva al pianoforte e attaccava a suonare, e tutti gli andavano appresso.

Se gli Area si sono chiamati così, è proprio grazie al titolo di una canzone uscita da quelle session, “Area” appunto…
Ti dirò, quella è una favola perché loro avevano già pensato al nome da dare al gruppo, che è scappato di bocca al sassofonista (Gaetano Leandro, ndr) e io l’ho acchiappato al volo…

Ah, ma allora è successo il contrario, e quel pezzo è un po’ il teaser del gruppo…
Sì, è stato un po’ un furto (risata)

E invece che mi dici di Pappa e Ciccia che appaiono nei crediti di “Prima e dopo la scatola”?
Pappa e Ciccia erano Franz Di Cioccio e Giorgio Piazza, il batterista e il vecchio bassista della Pfm che hanno suonato con me in quel brano e coi quali ho suonato nei Quelli, in cui sostituii Mussida che se ne andò a militare in Marina per due anni. Poi per fortuna me ne andai e lui riprese il suo posto, perché poi abbiamo formato la Formula 3 raggiungendo un grande successo. Un pezzo, quello, che riascoltandolo mi ha emozionato, perché c’erano anche i falsetti miei e di Lucio Battisti.

Il successo vero è arrivato proprio con la Formula 3…
Sì, è ed stato un successo immediato, perché abbiamo fatto una sigla di una trasmissione pomeridiana in Rai con “Questo folle sentimento”, che è schizzato subito al quarto posto in classifica e, dopo anni di fame, mi sono comprato subito la casa. E pensa che avevo già 28 anni, allora era già tardi perché erano altri tempi, non come ora che non si può comprare un bel niente: oggi la casa se ce l’hai bene, altrimenti ti arrangi. Mi spiace per quello che dico, ma la situazione è veramente grave, se guardi il telegiornale c’è da stare male.

Beh. Però anche 40 anni fa c’era una situazione grave, con le contestazioni…
Sì, ma erano le contestazioni vere, non come quelle di adesso, in cui tutti arrivano con le bandiere finte… ma chi gliele dà da sventolare? Allora c’era la voglia di cambiare, di andare avanti. Anche musicalmente erano tutti ansiosi di fare dischi, mentre adesso non si fa più niente, non ci sono più nemmeno i negozi di dischi…

In tema di ansia e di competizione, come veniva percepita la Formula 3 fra i colleghi? Perché sfogliando le riviste dell’epoca si potevano trovare anche dei giudizi non completamente lusinghieri. Ad esempio, Demetrio Stratos ebbe a dire che il vostro gruppo era composto da grandi musicisti che però suonavano canzonette…
Se posso dire una parolaccia, ti dico che a quei tempi Paolo Giaccio e Carlo Massarini non capivano un c…!

Ma come? E per quale motivo?
Certo, perché odiavano Battisti e allora di riflesso non gli piaceva la Formula 3. Tutto il resto veniva di conseguenza…

E meno male che ho avvisato Carlo che ti avrei sentito, e mi ha detto di salutarti caramente! Ma allora avete discusso sul serio…
Eh, ma è normale, ormai sono nel dimenticatoio. Ad ogni modo, con Paolo Giaccio siamo andati a cena con la Formula 3 e Battisti, qui a Milano in Via Torino dal Ghiottone, con noi che eravamo già in classifica. Cena che ha pagato Battisti (e quindi non è nemmeno vero che Lucio fosse tirchio, lui non prestava soldi perché così rischi di perdere sia l’amico che i soldi…) e durante la quale c’era un’aria brutta…insomma, Paolo non ci sopportava: fra i giovani allora c’era più politica, c’erano le fazioni, come i Beatles e i Rolling Stones

Ma non è la storia che voleva Lucio Battisti e la Formula 3 di destra, attirava un po’ di antipatie anche ingiustificate?
E’ logico, infatti quando mi sono sganciato dalla Formula 3, mi guardavano male. Ai festival che facevano al Parco Lambro io ero un intruso, poi però attaccavo a suonare la chitarra e diventavo un fratello perché la musica fa passare tutto in secondo piano….

Sempre a proposito di Battisti, sentendo alcuni suoi dischi di inizio anni 70, ad esempio “Il nostro caro angelo”, ho l’impressione di sentire la tua chitarra anche quando non sei citato nei crediti…
Guarda, io ho messo il becco dappertutto, però giuro che non me lo ricordo. Una volta i dischi venivano registrati in un modo diverso rispetto a ora: oggi si sentono subito il canto e altre cose, mentre allora si registrava prima la sezione ritmica, poi il bassista con il batterista andavano a casa, arrivava il chitarrista che faceva la parte ritmica l’assolo, qualche risposta, e solo alla fine arrivava il cantante con la voce.
Quindi io quando suonavo non sapevo proprio che pezzi fossero e non ero l’unico: una volta, parlando con Tullio De Piscopo, mi diceva che ogni tanto gli capita di ascoltare pezzi sconosciuti in cui lui riconosce la sua batteria. Per forza che la riconosceva, lui è un batterista inimitabile, era il numero uno, pensa che nel mio studio a fine anni 70 non si lavorava se non c’erano Tullio e il compianto bassista Julius Farmer perché, se chiamavo altri, ci si impiegava un sacco di tempo per fare le basi, e poi non venivano proprio così bene. Senti cosa ti racconto: ai tempi “L’era del cinghiale bianco”, il produttore di Franco Battiato, Angelo Carrara, si rivolse a me per registrare il disco nel mio studio. Il problema fu che aveva un budget molto ridotto e non riuscimmo a trovare un accordo, così lui si rivolse altrove, però alla fine il risultato non fu ritenuto soddisfacente. Sicché Carrara ritoccò il budget a sua disposizione, e ci accordammo per registrare tutto daccapo partendo dal lavoro svolto nell’altro studio, che però era di scarsa qualità. Tenemmo la voce di Franco, il violino di Giusto Pio e sotto c’era tutta la base, fu così che Tullio con le bacchette rifece un “click” del tutto nuovo, raddrizzando a mano il tempo che non era perfetto, permettendo a noi di risuonarci sopra. E’ stata una cosa da geni e da folli, per risolvere un problema che oggi non ci sarebbe più, perché è tutto elettronico. Solo che è tutto elettronico ma fa anche tutto schifo, perché ormai molti suonano con l’idea che tanto poi “si rimette tutto a posto”. Ma che vuoi rimettere a posto? Ormai l’hai fatto!

Torniamo a Lucio Battisti: che personaggio era?
Lucio era il personaggio più forte che avessi mai incontrato. Lo conoscevo da quando avevo dodici anni, perché lui veniva a Roma in Piazza Cavour, al Bar dei Professionisti, con un gruppettino di studenti con cui suonava, e io avevo il blockbuster, infatti quando ci siamo reincontrati anni dopo a Milano, quando lui e Mogol stavano mettendo in piedi la Numero Uno, si ricordò di me anche per quello. Lui mi ha preso proprio per mano, si è ricordato dei tempi in cui battagliavamo da ragazzini con la chitarra, e allora non era così usuale: adesso ci sono dei ragazzini mostruosi già a dieci anni, e non so come fanno, hanno una tecnica mostruosa e suonano con ventiquattro dita e settantamila corde. Se pensi che io mi sono pure rotto il polso due anni fa e mi son dovuto far costruire una chitarra con il manico un po’ spostato, che sennò non riesco a fare il barré, però riesco ancora a suonare eh…

Sì ho sentito che te la cavi ancora, se può interessarti il mio giudizio… Ad ogni modo, io ho una curiosità che mi attanaglia, e anche se mi hai già risposto che non ricordi, te la dico lo stesso: ma la chitarra di “Un canto brasileiro”, che è accreditata a Lucio, sei sicuro che non sia tua
Quando faceva i dischi Lucio, di solito la prima chitarra era la sua, poi chiamava me, o Ivan Graziani e allora tutti facevano qualcosa, perché lui ti diceva: “Senti, mi rifai la chitarra sopra?”. Poi lui pre-mixava e faceva tutte quelle cose in sala d’incisione per cui era molto bravo, era veramente all’avanguardia in questo tanto che mi ha insegnato a mixare e a incidere…

E ti ha insegnato molto bene, a giudicare dai dischi che sono usciti dal tuo studio sul finire degli anni 70… Senti Alberto, parliamo del progetto successivo alla Formula 3, che fu Il Volo con quel debut album straordinario del 1974, che peraltro ho visto ristampato di recente in vinile ma che non ho preso…
Hai fatto male a non comprarlo, perché adesso non c’è più. Lo scorso anno a marzo sono andato a fare un tour in Giappone con la Formula 3, il Volo e Radius solista, in cui abbiamo portato sia le mie canzoni melodiche, tipo “Che cosa sei?”, che il prog più scatenato del Volo. Solo che eravamo un trio, e non in sei come nel gruppo originario, così il tastierista non sapeva più dove mettere le mani… E’ stata una cosa molto bella, perché in Giappone adorano il prog italiano. Ma un po’ in tutto il mondo direi: adesso è partita una tournée in Sudamerica con la Pfm e altri gruppi…

Aldo Tagliapietra, che abbiamo intervistato poco tempo fa, ci raccontava esattamente la stessa cosa…Torniamo a Il Volo…
Con quel progetto abbiamo semplicemente sbagliato periodo, saremmo dovuti uscire un anno e mezzo dopo, quando è esploso davvero il prog in Italia. Noi eravamo gli antesignani del prog in Italia. Sì, già altri lo facevano, ma non così: addirittura nel nostro secondo album non c’era nemmeno il cantato…

A proposito del movimento prog italiano, c’era qualcuno che ti piaceva, o gruppi che forse hanno raccolto più del dovuto?
Il prog doveva piacere per forza, perché ognuno lo faceva come voleva. C’erano il Banco, che purtroppo ha perso di recente Francesco Di Giacomo, e anche se io non li amavo particolarmente, avevano una scenografia e un canto formidabili. Poi qualche anno fa al Rolling Stone di Milano c’è stata la celebrazione della Pfm, la storia del gruppo sin dagli inizi con i Quelli e quindi ci ho suonato anch’io: abbiamo rifatto “Hush!” dei Deep Purple e ho eseguito un assolo bellissimo che mi ricordo ancora, dinnanzi a un pubblico assetato di musica degli anni 70 e 80. Adesso non c’è più la musica, adesso c’è “Amici”, ci sono tutte questa cagate…

C’è il “Talent show” che hai tirato in ballo tu in “Banca d’Italia”…
Ma no, quella non è una presa in giro, è la storia di un poveraccio che non farà più niente nella vita. Alla fine mi è anche dispiaciuto un po’ scrivere quel pezzo, perché di quei poveracci ce ne sono tantissimi, soprattutto quelli che vincono, che dopo uno o due anni non si sentono più… pensa a quelli che nemmeno hanno vinto.

Non credo che ti sia dispiaciuto, visto che di testi al vetriolo nelle tue canzoni ce ne sono stati tanti, come ad esempio “Nel Ghetto”. Io avevo dodici anni quando uscì, ma ricordo che scoppiò un casino…
Quel pezzo potrebbe uscire oggi e farebbe successo lo stesso, perché Oscar Avogadro aveva la sfera di cristallo. Noi due ci mettevamo attorno a un tavolo di legno vecchissimo, che ancora posseggo, e lì abbiamo scritto “Nel ghetto”. Una volta si scriveva insieme, le parole erano fuse nella musica nello stesso momento, quello in cui ognuno diceva la sua, e così veniva fuori una cosa più forte. Poi purtroppo si cresce, entrano in gioco la famiglia, i bambini, e allora “io ti mando la musica e tu fai il testo”, che è una cazzata enorme, perché non si riesce a fare una cosa bella così. Riesci a fare una cosa che va bene che però mantiene dei lati oscuri. In “Banca d’Italia” c’è “La cerchia dei dannati”, in cui ho spiegato al paroliere cosa avrei voluto fare e lui c’è riuscito al novantanove per cento. Però mi mancava quell’un per cento che gli ho spiegato, e lui ha fatto davvero un grande lavoro.

Questo paroliere è Andrea Secci…
Sì, è un ragazzo sardo che ho trovato per caso, avendomelo presentato l’Olandese Volante. Ora lo metterò al lavoro, perché ho una ventina di brani da organizzare. Perché adesso la novità che non sa ancora nessuno è che sto organizzando un disco prog del tutto diverso , il prog del 2014…

Ah, quindi uscirà quest’anno? A che punto sei?
No, macché, magari esce quando il prog non andrà più. Io prima di realizzare penso, e siccome ho venduto il mio vecchio studio e ne sto mettendo in piedi uno tutto per me qui a casa, che si chiama “Da capo”, per dire che sto ricominciando da capo a scrivere e a pensare, e quando penso sono pericoloso, perché o faccio una cazzata, oppure è roba che si risentirà fra trent’anni… Ora ho un trio con due ragazzi di Genova, di cui non ti dico i nomi perché sarà una sorpresa, te ne rivelo gli pseudonimi: uno è volemose bene, e l’altro è freccia d’argento. Con loro c’è un’intesa perfetta, basta uno sguardo, abbiamo una affiatamento pauroso, ho trovato due compagni di avventura fantastici. A proposito di trent’anni, non mi hanno mai dato il permesso di ristampare tutti i dischi che ho fatto col l’etichetta Cgd…

Male, perché è un secolo che sto aspettando la ristampa di “America Goodbye”…
Quando lo ristamparono, anni fa, nei comprai quattro copie in cd da Messaggerie Musicali, andai per pagare e la cassiera mi guardò stupita e mi disse: “Ma tu sei Radius, e ti compri i tuoi dischi?”. E io: “Eh certo, poi non li ritrovo più…” (risata). Vedi, per me il passato è davvero passato, però quel disco è una perla, e ogni tanto lo riprendo e ne riascolto qualcosina… Sta per uscire una cover tratta da questo disco, “Poliziotto”, ad opera dei Punkreas che mi hanno chiamato per fare il solo di chitarra nella loro versione.

Una particolarità di questo disco furono le percussioni elettroniche Synare utilizzate da Tullio De Piscopo, quelle che usavano in America i Devo, ma che erano una primizia per l’Italia…
Il disco era ormai finito, però un giorno sono andato da Monzino, che era un importatore di strumenti, e ho trovato questi pad che uscirono prima di quelli della Simmons, così li ho propositi a Tullio, chiedendogli di metterli da qualche parte, però lui me li ha messi dappertutto! Col senno di poi forse sono un po’ fortini, però non erano male, hanno fatto storia: se trovo un suono prima di altri, faccio la mia storia. E’ importante dare a me stesso la sensazione di aver fatto qualcosa di nuovo, di osare sempre.

Abbiamo parlato di Oscar Avogadro, ma di fianco a lui nei tuoi dischi, e non solo nei tuoi, il suo nome come paroliere era spesso affiancato a quello di Daniele Pace. Parlami un po’ di lui, mi sa che in qualche “vaffa” presente nelle tue canzoni c’è anche il suo zampino…
Pace era il papà di tutti quanti, il trait d’union fra me e Oscar, però era quest’ultimo il genio, il vero traduttore di quello che volevo esprimere io…

Un altro personaggio importante con cui hai lavorato è stata Loredana Bertè. Assieme a Oscar hai firmato successi come “Ninna nanna”, “La goccia”. Ma dopo il casino scoppiato qualche anno fa, allorché la estromisero da Sanremo perché il pezzo che le avevi dato era già edito, vi siete riappacificati?
Lei è una bomba, pensa che anche oggi dal vivo rifà la mia “Coccodrilli bianchi” meglio di me. Comunque sì, ci siamo riappacificati: l’ho incontrata tre anni fa a Lampedusa, nel festival che organizza là ogni anno Claudio Baglioni, e appena mi ha visto mi ha mandato a quel paese, poi però ci siamo messi a lavorare insieme sulla scaletta della serata, è venuta da me, mi ha dato un bacio.

Però ha avuto ragione ad arrabbiarsi…
Sì, ma io ero pulito, perché io non mi ricordavo di aver dato già quel pezzo ad altri… Ho scritto settecento pezzi, come cacchio faccio a ricordarmeli tutti?

Ti piace l’assolo di chitarra de “La goccia”, anche se non lo hai suonato tu?
Ma come non l’ho suonato io? Non senti?

Ma nei credits dell’album di Loredana “Made In Italy” sono presenti altri musicisti!
Guarda, l’ho suonato al Mulino di Milano. C’era Walter Martino alla batteria, io alla chitarra, la produzione era di Mario Lavezzi, come tecnico del suono c’era il mio amico Piero Bravin, e altri che ora non mi ricordo…

Anche se ne abbiamo già parlato quando ci siamo incontrati cinque anni fa, raccontami ancora qualcosa di Faust’o
Ah, lui è un genio incompreso, però la sua pazzia è tanta. Qualche anno fa gli ho persino chiesto se voleva tornare a lavorare con me, e lui mi ha risposto che ci saremmo risentiti, ma non si è fatto più vivo. Mi spiace, perché lui ha fatto delle cose bellissime, il primo disco “Suicidio” è un’opera d’arte, ma ha fatto tante altre cose, anche quando ha lavorato con altri… lui è proprio un geniaccio. Gli ho dato anche dei pezzi chiedendogli di farci dei testi, e lui mi ha risposto che erano troppo semplici… ma lui tutte le volte vuole l’Aida!

Grazie molte Alberto…
Grazie a voi, però lasciami fare un ossequio a Beppe Aleo delle edizioni musicali Videoradio, che fino a poco tempo fa non conoscevo personalmente e di cui vedevo la pubblicità su Guitar Club: è colui senza il quale il mio nuovo disco non sarebbe uscito. Lui fino ad oggi si occupava solo di musica strumentale, fino a che un giorno è venuto da me, ha sentito il materiale e mi ha chiesto di poterlo far uscire. L’ho soprannominato "il grillo parlante", parla sempre lui, ma è una persona splendida. Ora produrrà il mio disco prog, quello che ho solo in testa e di cui ti ho parlato.

Si ringrazia Davide Sechi per la collaborazione

(29/03/2014)

***

L'ARABA FENICE DEL ROCK ITALIANO 

Alberto Radius e la musica. Meglio, Alberto è la musica, se per questa intendiamo la perfetta dedizione, il nutrimento da cui non si può prescindere. Perché Radius è il devoto della sua musa per eccellenza, al punto da farne un hobby lavoro - come egli stesso la definisce - il nucleo portante di una vita. Una missione ludica all'insegna del talento e di una professionalità che lo ha visto pattinare disinvolto fra le pieghe del rock italiano dalle origini fino ai giorni nostri. E non per modo di dire. La febbre per il rock'n roll fece sbarcare anche da noi le chitarre elettriche ma lui se ne trovava già una fra le mani. E dopo, a cominciare dalla seconda metà degli anni 60, diventa pressoché impossibile seguirne tutti i percorsi e le presenze. Lo ritroviamo, come un'araba fenice, in tutte le stagioni della musica italiana. Da membro de "I Quelli", dal cui nucleo nascerà la Pfm, a braccio chitarristicamente armato di Lucio Battisti con la Formula 3, da sessionman extralusso con Adriano Celentano a trasgressivo cantautore solista. Da produttore esecutivo dell'era popolare del cinghiale bianco di Franco Battiato (negli Studi Radius nascono, fra gli altri, "La Voce Del Padrone" ed "Energie" di Giuni Russo), a produttore d'avanguardia tout court (Faust'o, Underground Life), fino al chiacchierato autore sanremese per conto terzi dell'ultima stagione (molti ricorderanno il clamore attorno al brano che determinò la squalifica della Berté nella kermesse canora dello scorso anno).

Ancorché consapevole del fatto che "parlare di musica è come ballare di architettura" (cit. Frank Zappa), in un tiepido giovedì mattina milanese mi reco in compagnia dell'amico-redattore di OndaRock Davide Sechi nei celebrati studi del Maestro, come viene legittimamente appellato dai suoi collaboratori. Così, grazie a questo ulteriore contributo dialettico, quella che doveva essere un'intervista si trasforma in una chiacchierata a tre, e a finire quasi subito nel cestino è il foglio con le domande che avevo preparato. Ma arrivati in fondo finiamo con lo scoprire che è stato sicuramente meglio così, giacché Alberto paventa un iniziale distacco nei confronti degli aneddoti che ci narra, destinato a svanire man mano che il racconto prende forma, fino a trasformarsi nel suo opposto. Distacco che diventa coinvolgimento totale, inusitata passione di un protagonista assoluto della musica tricolore, come si conviene alla doppia natura di un milanese d'adozione con il sangue del romano doc. Sentite qua.


Alberto, raccontaci dei tuoi esordi...

Ho iniziato a suonare nel 1958, ma è dal 1965 grazie a Radio Luxembourg che ho cominciato ad ascoltare davvero il rock. Era un'emozione incredibile sentire quei segnali radio disturbati sulle onde medie che spesso scambiavamo per degli effetti phasing presenti nelle canzoni. Proprio in quell'anno incontrai un ragazzo inglese, Simon, che è stata un po' la mia pietra miliare sotto l'aspetto chitarristico. Io possedevo già tutto l'occorrente: una Gibson X-plorer del 58 e un amplificatore Fender Super Reverb, ma non c'era verso di farci uscire nulla. Simon invece era già scafato, così mi ha messo a posto l'amplificatore e per la prima volta dalla mia chitarra uscirono dei suoni distorti, tanto che suonando mi chiedevo se davvero fossi io a tirarli fuori. Poi, quasi per caso, avvicinandomi all'amplificatore ho trovato i primi "effetti larsen" della mia vita, e non ti dico l'esaltazione.

E poi, dopo quell'illuminazione, cosa accadde?
Ho cominciato a suonare con i Quelli (combo dalle cui ceneri nacque la Pfm, e da cui sono passati oltre a Di Cioccio, Mussida e Premoli, anche uno spiazzante Teo Teocoli, ndr) e ci sono rimasto per due anni prima che mi buttassero fuori: suonavamo per lo più cover. Trovatomi da solo, ho fondato la Formula 3 e da lì è finita la fase della mia preistoria senza soldi, ed è cominciata quella con i soldi. Perché sempre di preistoria si trattava: avevamo due casse grs da 100 watt che ora non le vorresti neppure nello stereo di casa, una qualsiasi automobile oggi monta un impianto più potente, però almeno siamo riusciti a farci sentire, e così è arrivato Battisti. Vedi, puoi essere anche bravissimo, ma se non hai la possibilità di farti conoscere, non vai da nessuna parte...

Ne hai incontrati molti di musicisti bravissimi che sono rimasti nell'anonimato?
Di gente di grande talento che nessuno conosce è pieno il mondo. Considera inoltre che allora era già difficile emergere, mentre ora è proprio impossibile. Conservo tuttora indirizzi di chitarristi che son venuti a suonare al club l'Altro Mondo all'inizio degli anni 70 ed erano degli autentici mostri. Gente da cui ho imparato moltissimo solo a starli ad ascoltare.
Poi ovviamente c'erano anche quelli famosi, come Rory Gallagher, che fu un bluesman incredibile, oppure ti capitava di ascoltare gruppi come i Chicago che, a distanza di anni, non ti capaciti di come suonassero. Peccato che se fai ascoltare in giro oggi queste cose, ti dicono che è roba vecchia. Ma come roba vecchia, dico io?!

Sono cambiate molte cose, in effetti...

Sì, ma il mercato discografico adesso è davvero fuffa. Solo che ora sta finendo pure quella e non so davvero cosa faranno tra poco. Di certo da diversi anni diventa sempre più difficile far arrivare alla gente la musica di qualità. Però vedi, in questa situazione di crisi ci sono degli aspetti positivi che potrebbero rappresentare un nuovo punto di partenza...
Ovvero?
Ad esempio, la Formula 3 ha ripreso a fare delle tournée con grande successo. Suoniamo i dieci pezzi che ci ha regalato Battisti, oltre agli altri del nostro repertorio arrangiati esattamente come nei nostri concerti del 71. Abbiamo un bello schermo su cui proiettiamo delle fotografie storiche assieme a Lucio. Purtroppo di video non ce ne sono, gli unici appartenevano a un fotografo romano a cui è andato a fuoco il negozio poco prima che me li consegnasse.
Dicevo appunto che oggi, quando suoni dal vivo, la gente riflette e si rende perfettamente conto della differenza che c'è rispetto alla musica che passa in giro. E' con la musica dal vivo che può ancora succedere qualcosa...
Anche perché non si vendono più dischi...
Già, ora partiamo tutti alla pari. Ormai anche dei nomi importanti, tipo Dalla o De Gregori, si vendono solo le compilation. Se leviamo Vasco, la Nannini o Ligabue, tutti gli altri se la devono giocare sul palco, perché la gente comincia ad essere stanca della basi pre registrate...
Beh , anche le basi pre registrate possono avere un loro fascino, non trovi?
E' logico, dipende dal tipo di musica che fai. Per la musica da discoteca non hai alternative. Prendi ad esempio Donna Summer: senza le basi di quel mago che nacque per caso a Ortisei (si riferisce, senza citarlo, a Giorgio Moroder, ndr) non vai da nessuna parte, ovviamente. Per il rock dal vivo è diverso, devi prenderti il tuo spazio, più suoni e più hai la possibilità di esprimerti. L'unico problema è che quando si è in tanti sul palco si rischia di far casino, mentre noi siamo in tre e andiamo benissimo così...

La formula a tre componenti è quella giusta allora...
In tre si sta benissimo, abbiamo trovato l'equilibrio ideale...
Anche senza bassista? Eppure nei tuoi album solisti si possono apprezzare dei bassi meravigliosi...
Sì, ma negli anni 70 era tutto più facile. Andavi in studio e trovavi Tullio De Piscopo alla batteria, Julius Farmer al basso, Sante Palumbo al pianoforte. Musicisti importanti, come sai...
E anche Vince Tempera...
Vince Tempera lo incontrai ai tempi de "Il Volo". Quello fu un progetto molto importante che per diversi motivi non ebbe il successo sperato. Nel 1974 ci eravamo resi conto che qualcosa stava cambiando, così di comune accordo sciogliemmo la Formula 3. Tony Cicco cominciò a fare musica melodica sulla falsariga di quella napoletana (fu anche prodotto da Gianni Buoncompagni), mentre "Il Volo" nacque con grandi ambizioni sotto la produzione di Mogol. Peccato che lui fece davvero poco per lanciarci, e addirittura col secondo album smise anche di scrivere i testi. Ai concerti non veniva nessuno, ebbi anche delle discussioni con lui, era davvero una situazione imbarazzante oltre che forzata. Così mi ricorderò sempre l'ultima serata con la band, era la fine di luglio sul Lago D'Orta: ci guardammo negli occhi senza nemmeno parlarci e il progetto finì in quell'esatto istante. Era il 1976.
E poi?
E poi il giorno dopo era già tutto dimenticato, visto che mi chiamò il batterista de "Il Volo" Dall'Aglio e mi disse: "Alberto preparati che si va a fare la tournée con Celentano". Quello del 77 fu un tour pazzesco, bellissimo, tutto esaurito ai concerti, con dei musicisti incredibili. Mi divertii come un matto, avevamo la nostra base a Viareggio in un hotel sontuoso, ed ebbi anche una grossa pubblicità da parte di Adriano che mi presentava come il chitarrista della Formula 3. Per me fu una grande occasione di rilancio...

Torniamo al discorso sulla crisi del mercato discografico. A parte la musica dal vivo, quali altri sbocchi pensi che ci possano essere?
Può sembrare un paradosso, ma il fatto che non girino più i soldi di un tempo può rappresentare anche un buon punto di partenza. Prendi le radio: una volta incassavano i soldi dalle case discografiche per promuovere i brani, mentre ora devono tornare a puntare sui contenuti per sopravvivere. Sarà un processo molto lento, ma qualcosa si sta muovendo. Ora l'unico veicolo che funziona davvero è il reality televisivo. X Factor potrebbe esser anche una buona idea, peccato che manchino i contenuti artistici. Quest'estate ho partecipato a una loro serata presentata dal simpatico Francesco Facchinetti, e mi sono accorto che il pubblico vuole ascoltare soltanto cover. E sai perché? Le canzoni inedite che vengono scritte per questi nuovi interpreti non valgono nulla. Questo perché sono venute a mancare le figure artistiche dell'industria discografica, mancano degli ingredienti fondamentali per ripartire. Non ci sono più gli editori, che foraggiavano gli autori a scrivere canzoni: ci si dedicava molto tempo, con la giusta tranquillità, e così fra i tanti brani saltava fuori la hit che ripagava degli investimenti fatti.
Ora a capo delle case discografiche ci sono dei generici direttori di marketing...
Appunto. Non ci sono più figure come Alfredo Cerruti, che era il direttore artistico della Cgd. Andavi lì a fargli ascoltare le canzoni e lui ti dava delle indicazioni indispensabili per completare quanto avevi scritto. Ho un sacco di canzoni nel cassetto che potrebbero benissimo essere dei successi come lo furono "Nel Ghetto" e "Che Cosa Sei", però non le posso affidare a gente che finirebbe per sputtanarmi. Mancano i soggetti artistici, ed è drammatico: io la mia carriera l'ho fatta, per cui la cosa mi tocca fino a un certo punto, ma i nuovi artisti non hanno nessuna possibilità di emergere. Un' altra figura che è venuta a mancare nel tempo è il tecnico del suono. E' colui che ti garantisce che un disco funzioni allo stesso modo ovunque lo si ascolti, ed è colui che dal vivo poi determina le sorti di un concerto. Hai voglia a suonare come un pazzo se poi non esce nulla! Per fortuna che ancora oggi lavora con me Piero Bravin, che è il migliore in circolazione, ma adesso è morta anche la manodopera specializzata.

Hai altri progetti oltre a quello assieme alla Formula 3?
Ho messo in piedi un gruppo con un chitarrista di Modena, Paolo Schianchi, poi c'è Johnny Pozzi alle tastiere e Luca Visigalli al basso. Abbiamo fatto un concerto a Parma, ma la cosa sta avendo un seguito perché Paolo è un chitarrista unico, quando suona lui pare di sentire un'orchestra.

Torniamo a parlare della tua carriera. Hai suonato con Battisti, con Celentano, con Battiato: quale fra questi mostri sacri ti è rimasto maggiormente impresso?
Se ti devo dire la verità a me, artisticamente parlando, non è mai importato nulla di nessuno fra questi.
Ma come?
Io ho sempre avuto la cultura del "volemose bene" basta che non mi rompi i cosiddetti. E invece spesso succedeva. Prendi ad esempio Battiato: ci ho impiegato due giorni per fargli digerire l'intro di "Cuccurucucu", e in casi come quello mi sono sempre chiesto che senso avesse avvalersi di un chitarrista senza dargli la giusta libertà creativa. L'unico che mi lasciava andare a briglia sciolta era Gianluca Grignani, con cui ho registrato un intero album. Lui mi diceva: "Io ora vado via, tu fai pure le chitarre". E' questo il mio metodo ideale di lavoro!
Però mi risulta che Battisti lasciasse molto spazio alla Formula 3, o no?
Può darsi, ma io non me lo ricordo. Non ricordo una fase importante, preferisco ricordare qualcosa che dovrà venire: il futuro è molto più importante di quello che è stato. Salire su un palco domani è la cosa ricordo, sul passato non mi ci soffermo.
Ma solo dal punto di vista artistico, oppure...
Naturalmente sto parlando degli aspetti artistici, perché ad esempio Franco Battiato come persona sta due spanne sopra ai comuni mortali. Ti voglio raccontare un aneddoto. Trent'anni fa stavo per sposarmi con la mia prima moglie e non mi bastavano i soldi per la casa. Quando lo seppe, Franco quasi mi rimproverò: "Ma come, hai bisogno di una mano e non mi dici nulla?". Tirò fuori un assegno e scrisse la cifra mancante. Ecco vedi, ancora oggi quando telefonano queste persone io mi metto sull'attenti. Ma non è per riconoscenza, ma solo perché mi ricordo che tipo di persona ho di fronte. Di tutto il resto mi interessa poco, ma quando un musicista è anche un uomo così, allora sono felice che abbia successo. Ho solo un rimpianto con Franco (e qui Alberto, con una frase "emotiva", sembra in parte smentire quanto ha detto sopra, ndr), ossia non aver registrato con lui "La Cura", per poter dire la mia in quella canzone. In realtà c'era ben poco da dire, nel senso che sotto ci sono pochi strumenti, però quel pezzo avrei voluto suonarlo anch'io, perché è davvero straordinario.

E della tua attività di produttore che mi dici?
Ti dico che alla fine ho prodotto trecentocinquanta album e qui in studio ho ancora tutti i "dat"...
Non ti ricordi nulla nemmeno di quelli? Ad esempio degli Underground Life, un gruppo di culto della new wave italiana...

Guarda, forse mi sono spiegato male. Io in realtà mi ricordo tutto, però non mi si accappona la pelle a ripensarci, ecco! Gli Underground Life erano una bomba, l'unico loro demerito è stato quello di non attaccarsi al carro giusto...
Stiamo parlando di un gruppo la cui prima registrazione del 1980 venne messa in vetrina nel negozio Rough Trade di Londra...
E' successo anche quando ho prodotto il loro disco nel 1987. A Londra quelli della casa discografica Red Bus erano entusiasti di loro, ad esempio. E in effetti avevano delle idee davvero assurde, erano originali e creativi, anche se poi tecnicamente era difficilissimo farli cantare come si deve, così in studio rifacevamo tutto decine di volte, dal momento che non avevamo certo a disposizione le tecnologie di adesso.

Ora invece dobbiamo fare i conti con il problema opposto, ovvero un'omologazione davvero imbarazzante...
E' vero. Con le tecniche di studio ora si riesce a sistemare ogni cosa, e non sempre è un bene. Mi ricordo quando eravamo in studio con Lucio Battisti, che era un cantante straordinario, lui non correggeva quasi nulla, persino quando c'erano delle piccole stonature, perché preferiva non perdere il pathos dell'interpretazione...
...una cosa per certi versi molto black, questa...
Esattamente. Anche se poi lui era lo stesso che mi rimproverava perché suonavo troppo forte. Ma che ci potevo fare? La strumentazione a quel tempo era quella che era, così una cosa o la facevi in un modo, oppure non la facevi affatto. (e qui Alberto si diverte, facendo il verso a un celeberrimo attacco a mo' di esempio: "Non sarà... tan tan... un'avventura...!", ndr)

Ora, se sei d'accordo, vorrei parlare del mio Radius preferito, quello solista della seconda metà degli anni 70...Quando uscì il tuo singolo "Nel Ghetto" ero un ragazzino, eppure fece molto scalpore, oltre che diventare un grande successo. Nell'Italia iper-ideologizzata del ‘77 c'era chi ti tacciava di essere di destra, così come accadeva a Battisti e alla Numero Uno, tanto che mi vien da pensare che quella canzone fu una reazione da parte tua a una situazione difficile che si era venuta a creare. Che mi dici al riguardo? Ti sei sentito un artista messo all'indice?
Quando si cavalca la tigre non si sa dove si andrà a parare. Questo per dire che non vi fu alcuna premeditazione, e in quel periodo c'era una grande voglia di rischiare e di andare oltre. Come nel caso di "Suicidio" di Faust'o...

...Faust'o fu un'altra tua bellissima produzione per uno dei talenti nascosti della musica italiana...
Sì, ma mica era facile lavorarci assieme! Non appena gli si proponeva una tastiera, o un arrangiamento, lui lo scartava perché "troppo commerciale", e poi si metteva a cantare robe tipo "La mia lingua sul tampax..." (Alberto si mette a scandire pure il motivo, ndr). E non si può, dai: un conto è l'essere incazzati, però quello è troppo. E comunque Fausto l'ho rivisto a luglio, è venuto qui con il suo nuovo disco.

...torniamo ai tuoi anni 70 da solista....
Sì, "Nel Ghetto" fu una canzone che molti dicevano che fosse di destra, altri di sinistra, e invece era un semplicemente un testo di Oscar Avogadro che ci piaceva così. Anzi, stava lì a dire "lasciatemi nel ghetto, non rompetemi i c... con la sinistra e robe così!". Non ci sono dei motivi particolari, anche perché in quel periodo ho scritto anche molti pezzi soft...

A proposito di cose molto chiacchierate che ti riguardano, mi racconti come andò lo scorso anno con il brano "Musica e Parole" interpretato da Loredana Berté, che fu squalificato da Sanremo in quanto già edito (uscì vent'anni prima, con testi differenti, su un disco di Ornella Ventura con il titolo "L'ultimo Segreto", sempre a firma Radius-Avogadro, ndr) ?
In effetti è successo un bel casino. La verità è molto semplice: non mi ricordavo di avere inciso quel pezzo. Sono andato a trovare Loredana in un albergo qui a Milano, avevo portato con me un brano da proporle, ma lei mi disse di averne già scelto uno mio vecchio che le era rimasto nel cassetto: c'era solo da scrivere i testi. Mi ha fatto sentire il mio vecchio provino, le ho detto subito che non lo ricordavo nemmeno più, ma che era davvero forte per Sanremo. Così ci siamo rivisti qui in sala d'incisione, c'era pure Oscar Avogadro e neppure lui si ricordava di averci scritto un testo. Guarda, mi son beccato un sacco di vaff... per questa storia, eppure a nessuno è venuto in mente che io di canzoni ne ho scritte a centinaia fra edite e inedite, e non posso davvero ricordarmele tutte.

So che, da grande estimatore di Jimi Hendrix, possedevi il pedale del suo tour italiano del 1968...
Guarda è proprio quello, ce l'ho ancora ed è lì di fianco a te. Adesso ti faccio vedere una cosa: gira il pedale e guarda cosa c'è scritto dietro sull'etichetta. Lo vedi? C'è un conto di una spesa scritto a penna, e poi in fondo la frase "Scusa er guanto" ricavata con la scritta (made in) Usa. Beh, solo chi lo frequentava sa bene che quella era un'esclamazione tipica di Battisti, tanto che non perdeva occasione per scriverla ogni volta che se ne presentava l'opportunità (spesso abbreviava con "s.e.g."). E pensare che me ne sono accorto dopo parecchi anni. In realtà, quindi, questo è un doppio cimelio: un pedale wah wah appartenuto a Jimi Hendrix, con dietro degli appunti autografi di Lucio Battisti.

Visto che siamo entrati in tema chitarristi, quali sono quelli che ti hanno davvero colpito?

Direi proprio Jimi Hendrix. Prima di lui non c'era nulla, o meglio c'erano Les Paul, Hank Marvin, e altri senz'altro molto bravi, però Jimi ha inventato un modo tale di suonare la chitarra, che in seguito nulla è stato più uguale a prima. Un po' come quando, nel 1972, uscì "Popcorn" degli Hot Butter (in realtà il brano uscì nella sua prima versione nel 1969 ad opera di Gershon Kingsley, ndr). Quando ho sentito quel brano ho pensato: "Cavoli, questi ci hanno fregato". Ancora oggi, quando senti quei suoni capisci che hanno bastonato tutti con un motivetto che si è proiettato fuori dal tempo. Ecco, anche Hendrix era davvero fuori dal suo tempo...
Poi però di chitarristi bravi dopo di lui ce ne sono stati altri, che hanno cambiato il suono dello strumento...
Sì, però alla fine parte tutto da lì...(e qui Alberto si mette a canticchiare il motivetto di "Popcorn", ndr). Ti faccio un altro esempio che ti sembrerà strano: il celebre stacchetto di tre secondi di Canale 5 , hai presente?
Certo, è di Augusto Martelli...
Esatto. Martelli ha inventato lo stacchetto televisivo che prima non esisteva. Lui ha scritto anche la sigla di "Gran Prix": anche qui, se uno deve andare a scuola per imparare come si compone un pezzo per una trasmissione sportiva, deve partire per forza da lì, perché quello è l'abc. E allora tu mi chiedi dei chitarristi: ma di chitarristi in gamba ce ne sono tanti. L'altro giorno ascoltavo Gary Moore: ammazza quanto è bravo! Però è il risultato di una miscela di altri modi di suonare. Di musicisti forti è pieno il mondo, ma nella musica solo chi scaglia la prima pietra ha vinto.
Vieni da una leva di chitarristi italiani per molti versi irripetibile e senz'altro all'altezza di quella anglosassone. Quali tra i vari mostri sacri consideri come vero fuoriclasse nell'uso del tuo strumento?
Tutti molto bravi, per carità. Però prendi ad esempio Franco Mussida. Bravissimo ragazzo, ottimo chitarrista, però a me la musica della Pfm ha sempre detto poco: erano i King Crimson nostrani. Hanno cominciato con le loro cover e si sono poi accaparrati il genere come se fosse una loro invenzione. Hanno ancora un grande seguito, pure meritato ci mancherebbe, ma non è quello il punto: la questione è la poca originalità. Però abbiamo avuto dei grandi turnisti, ad esempio Giorgio Cocilovo che forse ti dirà poco, ma è un grande chitarrista ed è stato anche nell'orchestra di Sanremo. Poi c'è Ricky Portera, bravissimo, ma per cui vale il discorso che ho fatto per Mussida coi King Crimson: ha uno stile troppo simile a Van Halen. Ed ora abbiamo il giovane Luca Colombo, che fa parte dell'orchestra di Sanremo ed è il numero uno dei chitarristi italiani...
E infine abbiamo Alberto Radius che, piaccia no, lo riconosci anche prima di leggere i credit di un disco in cui ha suonato...

Il segreto è molto semplice. Prima ti devi costruire un suono, e questa è la cosa più difficile, ma soprattutto non devi ascoltare dischi degli altri. Se tu senti i dischi altrui, finisci con l'assorbire tutto come una spugna, e poi imiti senza nemmeno accorgertene. Vietato ascoltare musica, a meno che non si tratti dei classici di grandi musicisti americani, quelli che potremmo definire degli standard di genere jazz e blues. Uso da sempre questo approccio, tanto che i miei assoli non li trascrivo nemmeno, perché sennò finisci con l'adagiarti sugli accordi, finendo col suonare sempre la stessa cosa. Tanto poi, come disse giustamente Pino Daniele, se un'idea è davvero forte, ti ritorna indietro da sola.

(Si ringrazia Davide Sechi per l'utile contributo)
Discografia
 ALBERTO RADIUS

 

  

 

 Alberto Radius (Numero Uno, 1972)

 

Che cosa sei (Cbs, 1976)

 

Carta straccia (Cgd, 1977)

 

America Goodbye (Cgd, 1979)

 

 Leggende (Cgd, 1981)

 

 Gente di Dublino (Cgd, 1982)

 

 Elena e il gatto (Panarecord, 1985)

 

 Frammenti (Cgd, 1987)

 

 Please my guitar (Idea, 2004)

 

 Banca d'Italia (Videoradio, 2013) 
   
 FORMULA TRE 
   
Dies irae (Numero Uno, 1970)

 

Formula 3 (Numero Uno, 1971)

 

Sognando e risognando (Numero Uno, 1972)

 

 La grande casa (Numero Uno, 1973)

 

 1990 (Numero Uno, 1971)

 

 King Kong (Rca, 1991)

 

 Frammenti Rosa (Durium, 1992)

 

 La casa dell'imperatore (Yep Records, 1994)

 

 25 anni di Lucio Battisti visti da noi (Rca, 1993)

 

 La folle corsa e altri successi (antologia, Mbo, 2001)

 

   
 IL VOLO 
   
Il volo (Numero Uno, 1974)

 

 Essere o non essere (Numero Uno, 1975)

 

   
  CANTAUTORES 
   
 

Cantautores (Fonit Cetra, 1988)

 
 La terra siamo noi (Fonit Cetra, 1989)

 

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Recensioni

ALBERTO RADIUS

Banca d'Italia

(2013 - Videoradio/Self)
Il convincente ritorno di una vecchia gloria del rock nostrano

ALBERTO RADIUS

America Goodbye

(1979 - Cgd)
Il grande sogno americano nello sguardo amaro di un musicista "contro"

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