Antonio Raia

Antonio Raia

Un sax per gli ultimi

intervista di Giuliano Delli Paoli
Raggiungiamo il sassofonista Antonio Raia a ridosso dell'uscita del suo primo album, "Asylum", dedicato a un prezioso spazio culturale partenopeo, l’ex-Asilo Filangieri. Un'opera nella quale si fondono intime fascinazioni allo strumento, riverberi e melodie sfuggenti. La musica di Raia è tanto profonda, quanto omaggiante certa tradizione free-form, così come alcuni classici della tradizione napoletana - riletti per l'occasione in una chiave del tutto insolita e decisamente personale. Un'intervista fiume in cui il musicista nato ai piedi del Vesuvio si racconta, svelando genesi e segreti di questo suo primo lavoro, nel quale è stato fondamentale l'apporto del fonico e sperimentatore Renato Fiorito.

"Non c'è albero che voglia male al giardino/ Non c'è figlio che non abbia avuto utero/ Non c'è uomo che non possa farsi asilo" (Testo per l'edizione special di "Asylum"): queste bellissime parole mi riconducono anche a quelle esternate da Avitabile in “Tutt'eguale song 'e criature”, perché in fondo “nisciuno è figlio de nisciuno, tutt nati dall'ammore”. Ma qui c’è dell’altro, e l’asilo assume un'accezione ambivalente: da un lato inteso come nido e culla, dall’altro lato invece spunta la sua valenza politica, sociale. Cosa ha significato l’Asilo Filangieri, e quanto ha influenzato la tua musica?
L’Asilo Filangieri è uno spazio a cui resterò sempre legato per la grande opportunità di scambio umano e musicale che mi ha dato in questi anni in cui ho provato a dare una mano tutte le volte che ho potuto. L’edificio è nel pieno caos e bellezza del centro storico napoletano, luogo che abito e frequento da sempre. Mi sembrava naturale cominciare da un luogo a me familiare.

Nel disco c'è una precisa dimensione spaziale, sembra quasi di essere accanto a te mentre suoni il sassofono. E’ solo una sensazione personale oppure è voluta e quindi c’è una volontà a monte ben precisa?
L’elemento di cui parli è stato il cardine su cui si è mossa la ricerca tecnica mia e di Renato Fiorito. Per estremizzare la volontà che l’ascoltatore fosse partecipe e accanto al processo creativo, a volte lasciavamo entrare volutamente i suoni della città mentre registravamo - se si alza molto il volume si percepiscono meglio.

Com’è nata l’idea di rivisitare e in sostanza anche omaggiare la tradizione partenopea con “Torna a Surriento” e “Dicintencello vuje”? Perché proprio questi due pezzi di storia e non altri?
Le radici sono opportunità di letture storiche sul presente. La costiera sorrentina ha rinnovato in me il concetto e la forza del mare, per questo motivo in “Torna a Surriento” ho provato a suonare parlando di lui più che del brano in sé. Volevo anche che ci fosse un canto d’amore che non avesse tempo e “Dicitencello vuje” è uno di questi. Non c’è una fedele interpretazione della composizione, e la sua destrutturazione è figlia di una volontà dell’esser ancor più fedele alle conseguenze dell’essere innamorati.

Nell’album domina un senso di isolamento dal mondo, eppure oggi sembra che siano tutti meno soli grazie ai social e al web in generale. Per Antonio Raia la solitudine - intesa come restare volutamente da soli - può avere anche una funzione salvifica da tutto questo oppure è solo un finto rimedio ed è sempre meglio connettersi al mondo in tutti i modi possibili?
"Asylum" è album fintamente in “solo”. Un lavoro collettivo sottotraccia, basti pensare alla presenza di Fiorito, alla storia dell’ex-orfanotrofio, a chi ha prestato microfoni e molto altro. Fortemente io credo che non sia mai un problema del cosa ma è sempre un problema del come, e che internet e i suoi social siano un’opportunità magnifica con cui relazionarsi. Instagram, Facebook ecc. ecc. sono come grandi piazze di una metropoli dove bisogna comprendere come muoversi. Offrono bellezze al pari dei vuoti, quindi bisogna imparare a scegliere. In ogni caso, la solitudine è un’azione che reputo necessaria per conoscersi un minimo e stare meglio nell’insieme, un’azione che deve essere ripetuta come fosse un rito.

Si parla sempre del Vesuvio come simbolo di una città energica, focosa proprio come un vulcano, eppure vivere accanto a un fenomeno naturale di tale portata pone inconsciamente delle agitazioni, degli stati d’umore in un certo senso connessi al vulcano. Che rapporto c'è con questo gigante naturale? Ha mai ispirato la sua musica?
Avere un vulcano attivo in casa, oltre che una minaccia, è una grande carta per aumentare la coscienza che si è sempre troppo piccoli dinnanzi allo strapotere della natura, e finisce con il diventare un buon metro per accorgersi della bellezza e non esser risucchiati nel proprio microcosmo.

Quando ha iniziato a suonare il sassofono? Chi è il suo sassofonista preferito?
Ho iniziato per caso quasi ventenne e mi sono appassionato man mano che cresceva il mio senso dell’ascolto. Non ho un sassofonista preferito, né faccio classifiche, che odio in campo creativo sia in fase di fruitore che di artefice. Posso però citare tra i miei maggiori ascolti: Archie Shepp, Anthony Braxton, Ornette Coleman, Joe McPhee, George Adams, Ronnie Cuber, Wayne Shorter.

Il suono è totalmente acustico, in presa diretta, privo di sovraincisioni o effetti elettronici, e in questo è stato molto d’aiuto Renato Fiorito, giusto?
Renato Fiorito è stato ed è prezioso in ogni mio progetto artistico. Avere un fonico di grande cultura musicale e capacità creative è un valore aggiunto al tutto. La mia idea di suono è sempre quella di ridurre all’essenziale. Suono il sassofono perché tramite esso riesco a descrivere cose che non so fare in altro modo, mi serve quindi che sia più vicino alle viscere, interiora, spoglio di qualsiasi sovrastruttura possibile.

A Napoli sembra essere spuntata una nuova scena, una sorta di ondata giovanile tra il pop (neo)melodico e le intuizioni ritmiche provenienti dalle tendenze/trovate ritmiche che arrivano da sempre dalle varie Londra e Berlino. Penso ai Nu Guinea, ma anche a Liberato e altri. Segui il pop napoletano odierno? Cosa pensi di questa “rinascita” pupular a metà strada tra il mainstream e l’underground?
Anche se operiamo in maniera molto diversa su tutti i punti, è impossibile non conoscere a Napoli queste due realtà che citi, senza considerare che conosco personalmente quasi tutta la band live dei Nu Guinea e sono persone la cui competenza e bravura musicale non si discutono. Il panorama underground della città è molto forte e in continuo movimento, talvolta capita che alcuni per cercare più fortuna scelgano di affacciarsi a circuiti più pop e ora che la città è quasi un brand grazie a serie tv, libri e boom turistico, allora si può avere più eco in cose che in realtà ci sono sempre state tra le mura di Partenope.

“The Children In The Yard” sembra quasi voler ricondurre l’ascoltatore verso l’immagine di bambini che giocano in cerchio al centro di un cortile povero, abbandonato dal resto del mondo. Da dove nasce questa composizione?
"Asylum" è dedicato agli asili politici e agli asili come luoghi dove si impara giocando, così mentre suonavo, pensavo a quante vite siano state private di questa sacra spensieratezza. Nel brano c’è la descrizione di un gruppo di bambini che giocano in un cortile dove c’è chi inciampa mentre corre, chi urla, chi si dà la mano, chi è fermo e chi si arrampica. Tutto è immaginato, ma per me la visione è limpida e chissà perché la visuale del tutto è dall’alto.

E' al debutto eppure ha suonato già con Chris Corsano, Adam Rudolph, Elio Martusciello, Alvin Curran, Colin Vallon, Lisa Mezzacappa, Fabrizio Elvetico e Caterina Palazzi. Cosa hanno lasciato queste esperienze? Quando ha capito che era ormai giunta l’ora di provarci da solo con un primo Lp?
Ogni incontro, musicale e non, è coautore delle mie composizioni. Suono ciò che ho vissuto e ciò che posso immaginare grazie a quel vissuto. I greci antichi denominavano con Kairos il tempo giusto per le cose, a settembre scorso era lui a bussare nel mio dentro e ho dovuto solo assecondare.

Com’è nata “The Sound Of Voices Mingled With Scraps”?
Come la voce di chi è ultimo. Volevo che fosse difficile il cacciare fuori un urlo, come fosse impedito. Complesso da scovare,  ascoltare ma anche da buttare fuori. Così ho tolto il becco e ho cominciato a soffiare nel sax con tutta l’aria che avevo.

Porterà il disco in tour, come saranno i live? C’è qualche sorpresa che vuole anticiparci?
I live sono tutti dalla stessa matrice ma la loro evoluzione e struttura cambia di luogo in luogo. Utilizzo le composizioni dell’album come canovacci a cui approdare ma non è detto che li suoni tutti, né tantomeno che li suoni per intero. Renato Fiorito spesso, oltre a curare la fonica, grazie alle sue esperienze nel campo del field recording, fa interventi in musica elettronica che arricchiscono ancor più il messaggio. Anche la durata è variabile in base all’acustica in cui si va a operare, siamo molto attenti affinché sia un lavoro mai ripetitivo.
Discografia
Asylum (Clean Feed, 2018) 7.5
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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Recensioni

ANTONIO RAIA

Asylum

(2018 - Clean Feed)
Il debutto intimista e struggente del sassofonista partenopeo

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