Any Other

Any Other

Her Era: la slackerwritress italiana

intervista di Enrico Viarengo

Immaginati di incontrare un amico che non vedevi da tanto tempo e che ti chieda che musica fai. Che pezzo gli suoni?
His Era!


Molti si ricordano di te come una delle due voci delle Lovecats. Non è passato così tanto tempo, eppure oggi tutti concordano sul fatto che Any Other sia un progetto decisamente più maturo, considerando la tua giovane età. Hai per caso fatto la primina?
No, nessuna primina. In realtà mi è venuto tutto in modo spontaneo. Quello che facevo con le Lovecats era okay, ma sentivo che non mi apparteneva del tutto, o comunque non riuscivo a ritrovarmici completamente. Con Any Other sto semplicemente facendo ciò che amo e ciò che mi fa stare bene.

"Silently. Quietly. Going Away." è il titolo dell'album di esordio. Dentro però ci sono canzoni che rivelano un profondo desiderio di crescere, cambiare, comprendere e accettare. Restare, forse neanche troppo in silenzio.
Sì, quel desiderio accompagna un po’ tutte le canzoni, che d’altronde sono state scritte nei due anni che per me sono stati “della crescita”, tra i 18 e i 20. Diciamo che c’era (e c’è) il desiderio di allontanarsi dalle cose e dalle persone che mi facevano soffrire, da qui il titolo del disco. E dici bene: non troppo in silenzio – infatti, se ci penso, forse c’è dell’ironia nel titolo.

Non sarebbe tanto difficile pensare che queste canzoni siano nate di getto, scritte in una notte insonne, dettate dalla necessità del momento. Ti ritrovi in questa visione romantica o ti capita di trovare le parole giuste in coda al supermercato? Come nascono queste canzoni?
“Sonnet #4” è stata scritta in venti minuti, credo, ma è veramente raro che mi accada così. Lavoro tantissimo sui pezzi, sui testi soprattutto. Per dire: “5.47 PM” nasce dalla seconda canzone che ho scritto in tutta la mia vita, quando suonavo la chitarra da due mesi; l’ho ripresa e rielaborata sia musicalmente sia a livello di testo per quasi due anni prima di dire “okay, adesso va bene”. Prima si chiamava “Flu & Bikes”, mi fa un po’ tenerezza. Di solito comunque musica e testi arrivano più o meno insieme, perché generalmente non riesco a slegare le due cose. Le parole però mi vengono in mente anche mentre non suono, quindi mi annoto sempre tutto e poi magari faccio dei “collage” di frasi, riscrivo versi, e così via. È un processo molto cerebrale.

Le band di riferimento che emergono all'ascolto di "SQGA" (Built To Spill, Modest Mouse, Pavement...) appartengono a un decennio che non hai vissuto musicalmente. Sono tante le giovani leve che stanno “rivivendo” a proprio modo gli anni 90. Non credo sia solo una moda, o mi sbaglio? C'è una band in particolare che credi responsabile della virata elettrica di Any Other?
Non credo che sia una moda, anche perché le band che hai citato hanno continuato a fare dischi in questi anni, magari con altri nomi - penso a Stephen Malkmus and The Jicks, ad esempio – ma hanno continuato. Penso che sia questo, unito al fatto che adesso si rivolge di nuovo l’attenzione a certe sonorità, a spingere le “giovani leve” a riproporre questo tipo di musica. Una band in particolare che mi abbia spinto a spostarmi sull’elettrico non c’è, è stata appunto una necessità dovuta al fatto che questo è il genere che ho sempre ascoltato e di cui sono sempre stata appassionata.

I tuoi compagni di viaggio hanno già altri progetti avviati – Marco con gli Assyrians e Erica con Enidd. Pensi in un loro maggiore coinvolgimento futuro nella scrittura dei pezzi, come una vera band, o Any Other è da considerarsi il tuo progetto personale?
Né l’una, né l’altra. I pezzi li scrivo comunque io (anche se in un pezzo nuovo ho chiesto a Erica di scrivere una strofa per motivi diciamo “personali”), ma ciò non significa che Any Other sia una cosa mia. È una cosa nostra, di tutti e tre. Se le canzoni esistono, ed esistono in questa forma, è grazie al lavoro che facciamo assieme, perché quando arrivo in saletta con un provino chitarra e voce e iniziamo a lavorarci non c’è nulla di definito.

Il video di "Something" mi ha ricordato molto quello di "Surrender" degli Smith Street Band. Un'idea semplice che funziona bene. C'è lo zampino di Gatto Bello, il felino che ha deciso di produrre il tuo disco?
Ah, loro nemmeno li conoscevo, per dire, ora me li segno e ci do un ascolto. Ovviamente sì, c’è lo zampino di Gatto Bello. Girare il video è stato molto divertente, alla fine facevo schifo ma abbiamo riso veramente tanto.


Un recente house concert sold-out in poche ore, tra pochi giorni il release party a Milano, presto l'apertura torinese agli Hop Along e tante altre date in versione full band. Nell'ultimo anno però hai suonato molto da sola, treno e chitarra acustica. Esperienze sempre positive?
Nella maggior parte dei casi sì, a volte un po’ meno, ma pazienza: me le sono portate tutte comunque a casa. Ho capito che suonare da sola di default non mi piace. Ogni tanto ci sta, ma ora come ora non voglio separarmi da Erica e Marco, perché mi fa sentire come se le canzoni perdessero di significato senza di loro.

Com'è andata al MIAMI?
Questa domanda è strana visto che il Mi Ami è stato a giugno, non me l’aspettavo. Comunque era andata bene, il set era voce e chitarra elettrica, l’ho fatto più per me che per altro, però è andata bene.

Te lo chiedo perché il Miami mi sembra una bella vetrina con un occhio di riguardo per le realtà indipendenti nostrane. Secondo te, ha senso di parlare di scena indie italiana? Tu senti di farne parte, o la situazione ti sembra più frammentaria ed è più facile parlare di rivalità per la "sopravvivenza"?
Non so se abbia senso parlare di scena indie italiana, per quanto io mi renda conto che ci sono certi "filoni" (tipo quello del cantautorato, per dirne uno) in cui si potrebbero raggruppare più musicisti/gruppi. In ogni caso non mi sento parte di alcuna scena, anche se ovviamente ci sono alcuni gruppi italiani a cui mi sento vicina a livello di suono.
Fare parte di una scena però significherebbe condividere, almeno per me, qualcosa in più del semplice suono - parlo di idee sulla musica e di ciò che gravita intorno alla musica. Non sempre però questo accade. Pensare a una "rivalità per la sopravvivenza" mi fa abbastanza gelare il sangue: suonare non è una competizione e non dovrebbe esserci uno spirito di tipo agonistico. È giusto impegnarsi al massimo in quello che si fa, ma non per questo bisogna pensare di farlo in una gara con gli altri. In ogni caso, se c'è questo tipo di rivalità a me non interessa, la cosa non mi tocca e spero che non tocchi nessuno, perché sarebbe appunto molto triste.

Vivere di musica, lo dicono tutti, è praticamente impossibile. Sarebbe giusto poter insistere su questa strada, dire "io voglio fare questo", perché poi di lavoro si tratta. Un esordio come "SQGA", a poco più di 20 anni, potrebbe aprire mille possibilità, soprattutto - inutile negarlo - all'estero. Cosa ne pensi? Saresti disposta a mollare "il resto della tua vita" per la tua musica?
Io nella vita voglio fare questo. Sembrerò romantica o sentimentalista, ma suonare è la cosa più importante per me, quindi non mi pongo nemmeno il problema del mollare "il resto della mia vita", perché suonare è appunto la cosa più importante. Se penso che un giorno, magari, potrei passare le mie giornate a fare solo questo o cose che riguardano questo, beh... ecco, sarebbe troppo bello. Me ne andrei via anche da qui, non mi interessa il posto in cui sto, mi basta poter suonare. E poi appunto, ho ventuno anni, mi sembra il momento giusto per provarci seriamente. Speriamo bene!

Discografia
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video
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Recensioni

ANY OTHER

Silently. Quietly. Going Away.

(2015 - Bello)
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