Battles

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Battaglie di specchi

intervista di Magda Di Genova e Nicola Minucci

Per introdurre i Battles basterebbero le quattro splendide biografie che potete trovare sul loro sito ufficiale. Noi vi diamo solo qualche nome per cercare di farvi fissare coordinate che, in effetti, risultano chiare in certi momenti e subito dopo sfuggono. Formati da poco, i Battles sono quasi un supergruppo: lo compongono Tyondai Braxton (nome emergente di certa musica art newyorchese e figlio nientemeno che di Anthony Braxton), Ian Williams (la cui caratteristica chitarra è stata al servizio di Don Caballero e Storm & Stress), John Stanier (batterista di Helmet e Tomahawk) e Dave Konopka (meno noto degli altri, basso e chitarra, ex Lynx).
Pubblicano qualche Ep che fa ben sperare e vengono messi subito sotto contratto dalla Warp, interessata a questo mix di math-rock, qualche suono prog e lampi di una lucidissima follia creativa che lascia intuire molti possibili sviluppi. Adesso, dopo una raccolta che comprendeva tutto il materiale già pubblicato sugli Ep, esce il loro primo album di inediti, e qualcosa è già cambiato.
Abbiamo incontrato in due sedute separate John Stanier e Ian Williams.


Ciao John, come stai?
Stanco: sono sveglio dalle cinque e arrivo direttamente da Berlino. Alle sei e mezza dobbiamo andare via perchè abbiamo un altro aereo. Che ore sono adesso?
Le cinque e mezza.
(mi guarda con un’espressione preoccupata) Allora ci dobbiamo sbrigare.
Va bene. Sei pronto? Cominciamo?
Sì.

Tutti i componenti dei Battles erano già piuttosto conosciuti prima di entrare a far parte dello stesso progetto. Cosa vi ha spinti ad essere membri dello stesso progetto?
Quando abbiamo formato il gruppo non avevamo idea di come i nostri brani potessero suonare.
È successo che Ian incontrasse Ty mentre entrambi stavano registrando i loro dischi solisti, quindi hanno cominciato a pensare di fare qualcosa insieme ed hanno coinvolto anche Dave. Hanno lavorato insieme e tenuto due o tre concerti. Ed ecco come sono nati i Battles.
Poi sono arrivato io.
Abbiamo iniziato a lavorare insieme molto lentamente perché quello che ne usciva era veramente strano: eravamo persone totalmente differenti, con trascorsi assolutamente diversi e di diverse età e provenienze. Siamo entrati in studio senza sapere cosa ne sarebbe uscito.

Era un progetto già proiettato all’incisione di un disco o si trattava solo di un “progetto di transizione” tra le vostre esperienze precedenti e un’ipotetica carriera solista?
Inizialmente era un semplice progetto, soprattutto prima che entrassi a farne parte. Una volta che si è aggiunta la batteria ... non voglio dire che si sia trasformato in un vero e proprio gruppo, ma l’idea di essere un gruppo si è concretizzata.
Ci è servito un po’ per ottenere qualcosa di decente ed è stato solo allora che ci siamo sentiti un gruppo e abbiamo pensato di poter tenere qualche data. Dopo un paio di date a New York, abbiamo pensato di fare un tour, quindi abbiamo scritto altre canzoni e registrato un disco.

Cosa mi dite delle etichette discografiche? Immagino abbiate avuto diversi contratti proposti.
Avevamo delle canzoni e dovevamo inciderle se volevamo andare in tour, quindi abbiamo scelto un’etichetta piccolissima della east coast e un’altra etichetta piccolissima della west coast ed abbiamo pubblicato due Ep e un singolo. Da quel momento siamo stati continuamente in tour fino a quando la Warp non ci ha contattati. Abbiamo firmato un contratto con loro per ripubblicare gli EP in Europa e partire per il tour Europeo.

Mi racconti della tua evoluzione musicale partendo dagli Helmet ai Battles passando per Tomahawk e Mark of Chain?
Queste esperienze pregresse hanno portato qualcosa nei Battles? Far parte dei Battles ha cambiato il tuo modo di fare musica?
Totalmente. Sì, in maniera assoluta.
Nel momento in cui Ian mi ha chiamato l’attitudine del progetto era assolutamente aperta, non era: “Entra a far parte del mio gruppo rock”, era: “Fai un salto e vediamo cosa succede.”
Quando ho accettato, l’unica cosa chiara era che avrei fatto qualcosa che non avevo mai fatto prima, quindi è ovvio che il mio approccio fosse assolutamente diverso. Da quel momento in poi l’opportunità mi è sembrata grande: è difficile che succeda a molti musicisti. Mi sento molto fortunato ad essere stato coinvolto in tutto questo, soprattutto a quel punto della mia carriera musicale: si trattava di qualcosa di assolutamente nuovo e fresco.
Avere a che fare con un genere che non conoscevi, soprattutto quando non avevi più vent’anni, non ti ha messo un po’ di paura?
Non mi sono mai preoccupato se agli altri piacesse quello che facevo. (sorride) ... Ok, non è vero, ovviamente tutti vogliono che agli altri piaccia quello che fai, ma non puoi sempre prendere in considerazione quello che gli altri pensano: essere un artista, in un certo senso, significa anche essere “egoista” perché sei tu a creare qualcosa dalla quale poi gli altri attingono. ... Se quello che ho detto ha un senso...
No, non mi ha spaventato o preoccupato o altro, ma ci è voluto un po’, un paio di settimane, per arrivare a pensare: “Penso che questo mi piaccia, non sono sicuro, ma penso mi piaccia” ed un altro paio per essere contento di far parte del progetto.

John, fai parte della scena musicale da un bel po’ di tempo ora, come pensi sia cambiata la scena musicale indipendente dal tuo debutto?
Oh! Caspita! È cambiata così tanto che mi è difficile rispondere. Ora come ora ci sono un sacco di soldi che si possono fare con la musica indipendente e sicuramente questo ha cambiato tutto.
Quando ho cominciato io non mi sarei mai sognato di suonare per migliaia e migliaia e migliaia di persone e vendere tonnellate di dischi e partire per tournée infinite.
Credo che si possa tutto riassumere con la tesi del “Prima dei Nirvana e dopo i Nirvana”.

Ti senti parte dell’attuale scena musicale newyorkese?
Da un lato penso di non farne parte anche perché New York è una città grandissima, con una storia musicale estremamente ricca e di una qualità costante molto elevata. Non esiste una particolare “scena newyorkese”. Forse c’è, ma sicuramente non ne facciamo parte.
Dall’altro lato, c’è molta New York nella nostra musica. Assolutamente. Ma per noi non è un’imposizione, è “subliminale”. New York è una città in cui è molto difficile vivere: è costosa, è stressante...
Be’, immagino che il posto in cui vivi influenzi per forza quello che scrivi.
Vorrei poterti rispondere che i Battles sarebbero gli stessi se vivessero in mezzo ad un bosco, ma non sono sicuro sia vero. Non so dirti perché non sia vero, ma so che non è così. Ha senso quello che ho detto?
... Mi sembra...
Il fatto che siamo di New York e che viviamo a New York non significa che i Battles siano il suono ufficiale di New York City, ma, in qualche modo, ne fa parte e si rispecchia nella musica.

La prima volta che avete inserito la voce nelle vostre canzoni è stata durante i vostri concerti...
In realtà ci sono un po’ di voci negli Ep. Solo un po’.
Penso che tutti noi abbiamo sempre voluto utilizzare le voci un po’ più di quanto fossero presenti negli Ep...

Veniamo interrotti: è tempo che John e Ian si diano il cambio...

Stavamo parlando su come avete iniziato ad utilizzare le voci.
Nei nostri Ep c’erano già delle parti vocali, ma le abbiamo “sepolte”. Eravamo alle nostre prime canzoni e dovevamo ancora capire bene come avremmo dovuto suonare. Tutte le voci sono passate in secondo piano.
Per questo disco è stato più semplice “focalizzarle” e supportarle.
È stata una sfida capire come inserirle, poi, per Atlas, John è arrivato con questo shuffle beat e Ty ci ha lavorato su per un po’ fino a quando non ha avuto la linea vocale e l’ha cantata.

Come si sono evoluti i Battles dall’inizio ad ora?
Per il primo concerto che abbiamo tenuto, il gruppo si chiamava “I Will” (che sono io) e all’epoca eravamo Dave, Ty e io, loro mi aiutavano per questo mio progetto e quando è arrivato John ho voluto che questo non fosse più il mio progetto solista, ma un gruppo vero e proprio.
Penso che all’inizio gli altri mi guardassero come se volessero che dicessi cosa volessi da loro, ma questo disco è molto più maturo e abbiamo partecipato tutti al 25% anche per quello che riguarda la scrittura. È anche per questo che suona molto meglio.
Adesso ci fidiamo l’uno dell’altro in maniera maggiore. Non c’è una persona in particolare che si accolla tutto il processo della scrittura.

Giusto, come nascono le canzoni dei Battles? C’è una persona in particolare che dà via al processo o vi trovate in studio, improvvisate fino a quando non viene fuori una bella canzone?
...Non c’è una sola maniera in cui succede. A volte porti due microfoni, li metti nella stanza e registri mentre suoni per un paio d’ore, poi riascolti la registrazione e vedi se qualcosa ti piace. Ovviamente ti devi anche ricordare come l’hai suonato!
Altre volte, invece, arrivi con un loop e sai che quella sarà la struttura attorno alla quale poi costruirai la canzone.
In questo modo siamo sempre aperti a nuove esperienze e nuovi risultati.

Quanto c’è, nei vostri dischi, di improvvisazione e quanto di musica scritta?
A dire il vero, possiamo considerarla tutta scritta. Sai, molte persone pensano che si tratti tutto d’improvvisazione, ma non è così.
Se ci vedessi suonare dal vivo, ci vedresti suonare le nostre canzoni come “espressioni melodiche” che a volte variano pur mantenendo la stessa melodia.

Ian, sai leggere la musica?
No. Non ho mai studiato. Lo sanno fare John e Tyondai: loro hanno proprio frequentato una scuola di musica.

Come decidete i titoli dei vostri brani e come avete scelto “Mirrored”?
I titoli... significano qualcosa, ma solo vagamente: non hanno dietro una storia, le canzoni non parlano delle ragazze che ci lasciano né contengono un messaggio particolare... Non so dirti di cosa parlino in realtà, sono testi molto vaghi.

Rispetto agli Ep, “Mirrored” è un disco decisamente meno elettronico. Una crescita naturale o un approccio diverso nei confronti del disco?
Quando abbiamo inciso gli Ep dovevamo ancora capire quale strada prendere, poi siamo stati in tournée per circa due anni e suonare dal vivo è la pratica migliore che tu possa fare e farlo ogni notte ci ha fatto crescere molto come gruppo.
Penso che siamo diventati un gruppo piuttosto bravo a suonare dal vivo.
Gli Ep contengono diverse parti fatte con il computer e il sintetizzatore e trovo sia un buon disco se lo prendi per quello che è, ma per “Mirrored” volevamo un suono un po’ più “rock” che fosse possibile da suonare meglio dal vivo.
Ci affidiamo ancora ai loop e la strumentazione è sempre la stessa, ma siamo sicuramente migliorati come gruppo.

Mi racconti della tua evoluzione musicale partendo dai Don Caballero ai Battles passando per Storm and Stress?
Per gli Storm and Stress avevo preso una direzione dalla quale pensavo di ottenere qualcosa, ma quando mi sono ritrovato nei Battles non volevo limitarmi a una sola direzione, ma esplorare sonorità nuove.
Con gli Storm and Stress si cercava continuamente di trovare un lato sempre più profondo, mentre con i Battles posso fermarmi alla superficie: il suono è semplicemente il suono e non c’è un significato molto diverso da questo.

Far parte dei Battles ha cambiato il tuo modo di fare musica?
Sì. Il bello dei Battles è che non è qualcosa che vorrei o riuscirei a fare da solo, mi costringe a situazioni nuove.
Se venissi lasciato solo con i miei effetti, ne uscirebbero delle canzoni lunghe 30 minuti senza alcuna regola, invece così ho sempre John che continua a dirmi: “No! Dev’essere più corta!”
Se ora siamo qui è perché siamo persone molto diverse, con idee sempre diverse che ci portano a guardare alla musica in maniera diversa.
Sai, non siamo un gruppo in cui c’è qualcuno che dice: “Questo gruppo è mio e questo è quello che si deve fare.” Non è questo il caso: i Battles sono un vero gruppo.

Abbiamo solo un minuto, poi ti devo liberare. Posso farti un paio di domande a bruciapelo?
Spara!
Freddy o Jason?
Direi Jason.
"Dogville" o "The Village"?
Non sono sicuro di aver visto "The Village"... direi quindi "Dogville".
Courtney Whore o Courtney Love?
Qual è la differenza?
Courtney Whore è quella che insulta il pubblico, ti picchia se la guardi o che si toglie la maglietta in diretta tv. Courtney Love è quella che va alle sfilate di Valentino, si veste da Dolce e Gabbana, fa continui test per far vedere che non si droga e incide dischi pop.
Direi che preferisco Courtney... Whore? Sì.
Beatles o Battles?
(ride)... I Beatles erano piuttosto bravi, ma dovrei dire Battles (fa un sorriso enorme).

(Milano, 7 marzo 2007)

Date italiane del tour dei Battles:

31/05/2007 - Milano (Circolo Magnolia)
01/06/2007 - Roma (Dissonanze, Palazzo dei Congressi)

Discografia
 Tras (Ep, Cold Sweat, 2004)  
 EP C (Ep, Monitor, 2004) 
 B EP (Ep, Dim Mak, 2004)  
 EP C/B EP (antologia, Warp, 2006)

 

Mirrored (Warp, 2007) 
 Gloss Drop (Warp, 2011)  
 Dross Glop (remix, Warp, 2012) 
 La Di Da Di (Warp, 2015) 
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