Benjamin Dean Wilson

Benjamin Dean Wilson

Dolcevita scuri e telefoni a disco

intervista di Lorenzo Righetto

Quando ho finito di ascoltare “Small Talk” per la prima volta, mi sono sentito come il ragazzo ne “Il giovane Holden”, avrei voluto sapere di più su Benjamin Dean Wilson, poterlo chiamare al telefono tutte le volte che avessi voluto. Sapevo che non avrei dimenticato quei brani facilmente. Puoi raccontarci qualcosa della tua vita e di te stesso?
Al momento sono uno studente di matematica. Ho due gatti. Mi piace giocare a tennis e dipingere. Amo i frullati di frutta. Mmm… Cos’altro… Abito in una casa di Tulsa, Oklahoma nella quale ho convertito la camera degli ospiti nel mio studio di registrazione, e il bagno degli ospiti in una camera oscura. E’ una sistemazione molto carina… A parte quando abbiamo degli ospiti. Ha.

Quel che si legge nella tua suggestiva presentazione sulla pagina della Tapete è che anche loro hanno sentito il bisogno di spiegare all’ascoltatore casuale chi fossi. Secondo me, è anche perché “Small Talk” suona come qualcosa che un cantautore molto navigato scriverebbe al picco della sua carriera come suo più grande raggiungimento artistico. C’è una maestria nel padroneggiare gli strumenti del cantautorato che è difficile anche solo da comprendere, in un esordio. Cosa puoi dirci della genesi del disco, delle sue canzoni?
Grazie per le parole gentili. Onestamente, non pianificavo di fare alcunché con questo disco se non metterlo in una scatola o qualcosa del genere, così da ascoltarlo in un secondo momento. So che suona buffo, ma ho sempre preferito suonare musica per hobby e mi sono sempre concentrato di più sulla scrittura cinematografica. Ma col tempo che passava mi sono reso conto che potevo inserire elementi “filmeschi” nella musica e che sarebbe potuto essere interessante… Così ho registrato il disco, l’ho mostrato ad alcuni amici che mi hanno incoraggiato a mandarlo in giro.

Ho una domanda piuttosto banale, standard, ma è difficile non tirarla fuori. Come scrivi brani così complessi? Metti insieme parti diverse o le costruisci progressivamente?
Dipende. Mi piace scoprire cosa sto scrivendo mentre scrivo. Non faccio una bozza, niente del genere. Ma non lavoro sempre dall’inizio alla fine, dall’altra parte. È come un processo in cui melodia e testo si compongono fino a che penso “Ok, adesso deve succedere qualcos’altro nel brano…”. Ma alla fine penso che tutto si riduca al fatto che le persone di cui scrivo sono complesse. È difficile per me rendere giustizia a un personaggio se posso parlarne solo per tre minuti e mezzo.



Ho anche letto che ascolti più musica classica e sinfonica che pop/cantautori. Pensi che questo abbia un ruolo nella tua scrittura? In qualche modo i tuoi brani sembrano sinfonie cantautorali, sia dal punto di vista musicale che di quello dei testi.
Penso davvero che abbia un suo peso. Prima di saper suonare qualsiasi strumento ero abituato a inventarmi delle parole per seguire la musica sinfonica, così da poterla cantare.

Il demo che hai mandato alla Tapete è il disco vero e proprio?
Sì. Ho registrato tutti gli strumenti e fatto tutta la produzione da solo, così al tempo pensavo ai brani più che altro come a delle demo… Ma credo che alla Tapete piacesse quell’approccio un po’ grezzo, diretto, non abbiamo mai neanche parlato di ri-registrarlo.

C’è una sfumatura decisamente retrò nella tua espressione artistica, questo si riflette sulla tua apparecchiatura di registrazione e sui tuoi strumenti?
Registro in effetti su un nastro analogico da mezzo pollice attraverso un preamplificatore tubolare… Quindi sì, è un po’ retrò. Ma allo stesso tempo, musicalmente, non sono per niente un purista. Prendo elementi da qualsiasi genere che trovi appropriato per raccontare una storia.

Cosa suoni quando ti esibisci dal vivo? E hai dei piani per mettere su una band per il prossimo tour?
Ho fatto un piccolo tour in Germania lo scorso novembre e suonavo solo la mia chitarra acustica – avevamo stampato qualche libretto dei testi così che il pubblico potesse davvero seguire le storie. Fu molto coinvolgente, in quel senso. Per quanto riguarda la band… Logisticamente non avrebbe molto senso al momento, ma a un certo punto, sicuramente, sarebbe divertente. Ho visto un documentario su Frank Zappa di recente e ho amato vedere come si esibiva e conduceva la band durante i suoi spettacoli.

Quando ho pensato a quel riferimento a Salinger, ho pensato anche che “Small Talk” mi dava le sensazioni di un libro, più che di un disco. Mi succede raramente che mi affezioni ai testi come alla musica. Anche tu lo vedi come un’opera multimediale?
Sì. Quando scrivo, penso soprattutto alla storia e ai testi. Quando registro, penso soprattutto al flusso musicale. Quando faccio il missaggio penso agli aspetti tecnici. Quando faccio un passo indietro e ascolto tutto nella sua interezza, sono in grado davvero di “entrare” nella canzone come farei con un libro o un film… ed è allora che so dire se il brano funziona o no.

In un certo senso, mi ha spiegato con una prova tangibile perché fosse “giusto” dare il premio Nobel a Bob Dylan. Come la pensi, a proposito, sulla sua reazione a quel premio?
Vorrei avere una risposta migliore a questa domanda. Mi ha divertito il commento di Leonard Cohen sull’argomento: “E’ come dare una medaglia all’Everest come montagna più alta del mondo”. Ma se devo dirti la verità, non ho veramente seguito tutta la storia.

Grazie molte per il tuo tempo. Possiamo sperare di vederti suonare in Europa di nuovo, nel prossimo futuro? Magari in Italia…
Non ho date fissate ancora, ma ho certamente dei piani per il 2017. Penso che mi piacerebbe fare un altro tour in Europa e, sì, mi piacerebbe in particolare visitare l’Italia.



Discografia
Small Talk (Tapete, 2016)

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Video

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