Blueneck

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Quando il post-rock incontṛ il candore

intervista di Matteo Meda
Il recente e, per certi versi, sconvolgente extended play firmato Mogwai non fa che tornare su una delle domande che ci si pone da ormai quasi un quinquennio: il post-rock, inteso come quell'espressione che dai Goodspeed You! Black Emperor in giù si fa corrispondere al rock strumentale soft-loud, ha ancora un futuro davanti? La risposta, per molti, sembra palesarsi sempre di più in un tentativo di rinnovamento che, seguendo il modello ormai assodato tipico del Nuovo Millennio, fa della contaminazione il suo mezzo principe. Fra chi si è distinto quest'anno per la decisione nell'allontanarsi dai cliché del genere vi sono senza dubbio i Blueneck, creatura retta da un asse ormai quasi decennale che vede in cabina di pilotaggio il songwriter e tastierista Duncan Atwood, accompagnato da Ben Green alla chitarra, Ben Paget al basso e Jhonny Horswell alla batteria. In aggiunta al quartetto, per anni la band ha coinvolto al suo interno una manciata di strumentisti, fino a trovare nell'ex-Left Side Brain Rich Sadler la pedina definitiva. Proprio quest'ultimo ha voluto raccontarci la mutazione in direzione pop di una delle band più raffinate dell'universo post-rock, che ha abbandonato la grazia strumentale melodica dei primi quattro album per approdare a una forma di art-pop decadente.

Partiamo subito con una domanda-provocazione: vi piace il pop?
Ovvio! Non ho mai conosciuto nessuno a cui non piaccia!

Chiaramente con questa domanda intendevo riferirmi alla novità principale del vostro nuovo lavoro: sareste d'accordo nel definirlo "il vostro disco pop"?
Si tratta indubbiamente di un tentativo di integrare elementi più accessibili alla nostra miscela. Credo che le canzoni di Duncan siano sempre state piuttosto melodiche, in particolare per quanto riguarda la sua voce. Per cui il fatto di aver messo quest'ultima in primo piano è una giustificazione più che valida per parlare di un disco più pop.

Senza dubbio avete cercato di evolvere il vostro sound in maniera importante. Avete sentito il bisogno di andare oltre la formula che avevate consolidato nei lavori precedenti?
Senza dubbio! "King Nine" è un tentativo palese di rendere le nostre canzoni il più possibile vibranti, diverse e accessibili. Questa è stata la principale evoluzione che abbiamo cercato, con l'obiettivo in un certo senso di dispiegare le nostre ali.

C'è stata qualche nuova forma musicale a cui vi siete avvicinati in questi ultimi tempi, e che possa aver influenzato la vostra ricerca?
Credo che noi si sia sempre alla ricerca di musica, nuova o vecchia, che possa ispirarci, e credo che sia stavolta sia capitato con l'elettronica. Siamo tornati indietro alla musica che ci piaceva e ascoltavamo da ragazzi, cioè la synth-wave, e ci siamo avvicinati anche a certe espressioni edm contemporanee. C'è anche da dire che avendo registrato il disco principalmente via file sharing, ci è venuto più facile che mai inserire parti elettroniche nel mix. Ma ad essere onesti l'elettronica è sempre stata un'influenza per noi.

Ho trovato la vostra nuova miscela piuttosto vicina a certo art-pop, mentre un collega ha commentato la recensione che ho scritto sul vostro disco parlando di un'affinità palese con i Talk Talk. Vi ritrovate in qualcuna di queste definizioni?
La faccenda dei Talk Talk è davvero interessante, ti dirò! In parecchi ce l'hanno detto o l'hanno scritto, ma la verità è che fino a qualche mese fa li conoscevamo a malapena! Sapevamo dei loro trascorsi synth-pop ma non degli ultimi dischi. Così per curiosità, dopo aver letto così tante volte il loro nome in riferimento a noi, io ho deciso di ascoltare "Spirit Of Eden" e "Laughing Stock". Sono dischi a dir poco monumentali. E ora mi considero un vero fan, per cui mi fa piacere che la gente trovi affinità fra loro e noi, anche se personalmente io non ne sento. Di sicuro, però, siamo più vicini per approccio a quei Talk Talk che agli Slint, che altrettanti legano al nostro sound per il comun denominatore del post-rock ma non c'entrano niente.

Di cosa parlano i testi del disco? E che referenza c'è tra le canzoni e l'artwork?
Credo che Duncan (Atwood, ndr) abbia voluto tenere per sé i significati più personali dei testi, per quanto tu possa leggerli tutti sul libretto del disco. Credo che chiunque possa intuire tematiche legate alla famiglia e alle responsabilità personali. Ma vorremmo che ciascuno ci trovi i suoi significati soggettivi. La copertina riflette piuttosto da vicino le tematiche del disco, soprattutto per quel che riguarda l'assenza di vita.

Dall'inizio della vostra carriera siete sempre stati etichettati come un gruppo post-rock. Che pensate di questa definizione?
Nessun problema a riguardo, davvero. Credo che sia un'etichetta che ci ha aiutato a emergere nei primi anni, quando il suo significato era meno circoscritto e invogliava pertanto le persone ad ascoltare. Credo che "King Nine" sia piuttosto difficile da etichettare in quel senso, soprattutto rispetto al nostro primo album, "The Fallen Host". Ma per quel che riguarda i passaggi strumentali più lunghi, credo che come definizione possa adattarsi ancora.

Con quale musica e quali artisti siete cresciuti artisticamente?
Inizialmente con il pop, il rock e l'elettronica di gruppi degli anni 80 come Depeche Mode, Genesis (quelli della "seconda fase", ndr) e Tears For Fears, e credo che parte di quest'influenza tu la possa sentire in "King Nine". Poi nei Novanta ci siamo interessati molto di più a varie forme di rock britannico e americano come indie e shoegaze, e al metal. E oggi invece siamo più eclettici, spaziamo dal folk al country passando per l'elettronica e il prog. Credo che il fatto di essere un po' più vecchi ci permetta oggi di arrivare al punto migliore, ovvero quello di non sentirsi legati a nessuna scena particolare, di essere inteerssati a qualsiasi tipo di musica prodotta nelle ultime quattro decadi o giù di lì.

I vostri brani sono spesso accreditati all'intera band. Come e da chi nasce, di solito, una vostra canzone?
Tutto parte sempre e comunque da Duncan. Lui è l'autore di tutti i pezzi e senza di lui non esisterebbero i Blueneck. Alcune delle sue canzoni, quando arrivano a noi, sono già praticamente complete. Su altre mettiamo le mani anche io e Ben (Green, ndr) per gli arrangiamenti strumentali. Dal vivo tutto diventa un po' più "democratico", perché le nostre canzoni sono piuttosto difficili da suonare dal vivo e per farlo dobbiamo reinterpretarle come gruppo.

Che relazione c'è fra di voi fuori dallo studio?
Siamo tutti molto amici, e nonostante viviamo piuttosto lontani gli uni dagli altri ci sentiamo quasi tutti i giorni. E parliamo di tutto, che siano i Blueneck, la musica, i film o programmi Tv!

Come vi trovate, invece, a suonare dal vivo?
Suonare dal vivo è qualcosa di completamente diverso. E complesso. "King Nine" è stato registrato a strati, un po' in casa e un po' nell'ambiente dello studio. Non è stato costruito come il disco di una band, oggettivamente, e ricrearlo dal vivo sarà qualcosa che richiederà davvero molto tempo temo.

Quindi non avete in programma tour per ora?
No, nulla di programmato. Stiamo solo cercando di ricaricare le batterie dopo quello che è stato un periodo di registrazioni lungo e molto intenso. Non ho idea di cosa faremo in futuro.

Siete fra i gruppi più fedeli del catalogo Denovali... Come pensate di quest'instancabile e sensazionale etichetta?
Sono ottimi amici e fantastici partner professionali. La relazione con loro è ottima ed è ovviamente un onore poter pubblicare per un'etichetta che vanta così tanti grandi artisti nel suo roster.

L'ultima domanda è, di nuovo, una provocazione, perché già so che non potrete rispondermi granché: avete un'idea della direzione sonora che seguirete in futuro? Avete intenzione di continuare sulla strada di "King Nine"?
Difficile da dirsi ora. Credo che quest'ultimo disco ci abbia dato la confidenza necessaria a fidarci completamente del nostro istinto, rendendoci quindi liberi di andare in qualsiasi direzione che ci interessi. Che sia elettronica, rock chitarristico, musica da soundtrack... Potrebbe essere un mix di tutte queste ipotesi o qualcosa che non c'entra nulla. Staremo a vedere!


Foto: Alx Lecks
Discografia
 Scars Of The Midwest (Don't Touch, 2006/Denovali, 2008)
The Fallen Host (Don't Touch/Denovali, 2009)
 Repetitions (Denovali, 2011)
Epilogue (Denovali, 2012)
 Alpha.Blueneck (remix by Alpha, Don't Touch, 2013)
 King Nine (Denovali, 2014)
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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Recensioni

BLUENECK

King Nine

(2014 - Denovali)
Imprevedibile svolta stilistica per il quintetto (ex) post-rock inglese

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