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Brunori Sas

Brunori Sas

Un falò mai spento

intervista di Giuliano Delli Paoli

Incrontriamo Dario Brunori, "maggiore azionista" della piccola impresa musicale (ama definirla così) Brunori Sas, fresco vincitore del prestigiosissimo Premio Ciampi 2009 con l'album "Vol.Uno", premiato come miglior disco d'esordio.  Cosentino doc, ennesimo talento tricolore gettato dalla vivacissima Pippola Music nel calderone indipendente italiano (dopo i vari Fitness Forever, Superpartner, Annie Hall e la neo-stella dell’indie-pop al vaudeville europeo, Beatrice Antolini), Brunori mette a nudo con un'insolita ironia le fragilità e i drammi dei trentenni di oggi, tra scadenze mensili e i ricordi di un'adolescenza sempre più lontana.  

Imprenditore mancato e neo-urlatore italiano. C'è più rammarico o sollievo in questa affermazione?

Entrambi: rammarico, perché da imprenditore guadagnavo sicuramente di più e potevo scaricare le spese di trasferta; sollievo perché posso affrontare, fischiettando, le penose conseguenze della crisi economica in atto.

"Vol.Uno" è un disco ancorato sia ai ricordi, sia alla necessità di evadere attraverso di essi da una società in evoluzione ciclonica, tremendamente diversa dal passato dei trentenni di oggi, cresciuti tra palloni arancioni sgonfiati e lattine anni Ottanta. Difatti, la tua scrittura è spesso preda dei drammi economici e sociali odierni. E così, in "Come stai" affermi: "E il mutuo il pensiero peggiore del mondo. Tasso fisso, con leuribor cè chi sta impazzendo da un anno. Cosa vuoi che scriva? Di cosa vuoi che canti?

Ma è davvero così dura oggi? Cosa ti aspetti dal futuro (sia musicalmente che interiormente)? Quanto dista l'Italia di oggi da quella romantica e genuina di "Guardia 82"?

Nel 1982 avevo 5 anni, di quella Italia non posso che avere un vago ricordo, tra l
altro addolcito dal tempo. E ovvio che guardando a quei giorni, sfogliando un album fotografico, ci si rende subito conto che le cose avevano un altro sapore. Il disco è in generale rivolto allindietro, ma, come ho già avuto modo di dire in altri contesti, non come fuga dal presente, piuttosto come riferimento per non distrarsi dalle cose che contano davvero. Oggi è dura perché vengono meno fattori essenziali quali il lavoro e la casa. Ed è altrettanto dura affrontare tematiche “alte” e discutere del futuro, quando sono messe in discussione le forme di libertà più elementari. Personalmente sto cercando di creare le condizioni perché tutti i miei progetti, musicali e non, siano sostenibili per me e per le persone coinvolte. E lunico modo per poter continuare a produrre qualcosa senza essere affogato dalle scadenze di fine mese. Oltre a Brunori Sas, già a Cosenza sto cercando di fare rete e di partecipare e promuovere le iniziative di altri artisti e addetti ai lavori, per portare avanti i prodotti musicali locali e diminuire le naturali distanze con “la scena che conta“.


In "Italian dandy" c'è un simpatico sberleffo ai Baustelle. A quanto pare, il furto all'Esselunga oggi è di moda...

E
una canzone-canzonatura, non direttamente rivolta a un artista in particolare, piuttosto allimmaginario evocato da talune canzoni o pellicole. Da ragazzino mi colpiva molto e fantasticavo di questa vita poetica e priva di vincoli e al contempo così lontana dal mio contesto quotidiano: mi fa sorridere lidea di un dandy calato nella provincia cosentina, con la sua cinica ironia e il suo pragmatismo spinto.


Pertini, Bearzot, Edwige Fenech, Novella 2000... E domani, da sessantenni, di cosa parleremo?

Del meteo, del prezzo della verdura e dei giovani senza più valori. Dei figli che non ci ascoltano più e dell
artrite che avanza. E ci ricorderemo dei nostri giorni migliori, prima di dormire, lasciando un sorriso finto in un bicchiere dacqua sul comò.


In questo decennio è stato creato in Italia un ampio solco tra il cantautorato "mainstream" e le celeri meteore tanto in voga sul web tra i vari blog e i vari myspace. Valorosi cantautori destinati spesso a un'ingloriosa fuoriuscita, causata da una scarsissima sensibilità collettiva verso la musica d'autore di qualità. E' un problema che riguarda meno gli altri paesi europei (Francia, Regno Unito, Germania...), dove c'è maggiore apprezzamento e forse anche una curiosità musicofila più spinta. Cosa manca all'ascoltatore medio italiano? In tal senso, cosa non gira nell'industria musicale (ma penso anche cinematografica) nostrana?

E
un discorso davvero complesso e sarebbe banale esaurirlo in poche righe. Da un lato è un dato di fatto che ci sia una certa pigrizia da parte di chi fruisce, pigrizia che si traduce in delega. Se non sei tu a scegliere cosa vuoi ascoltare, lo farà qualcuno per te. Ed è ovvio che le scelte operate dai grandi network radiofonici e televisivi siano basate per lo più su logiche che poco hanno a che fare con la qualità artistica. Daltro canto, è necessario esser coscienti che per portare allattenzione del pubblico roba di qualità si deve compiere uno sforzo maggiore e soprattutto credere che alla lunga la cosa possa portare i suoi frutti. Ci sono storie esemplari in questo senso, basti pensare a personaggi come Vincenzo Micocci, da cui trarre riferimenti per comprendere che alcune cose vanno spinte fino ad abbattere il naturale muro di distrazione del pubblico.


Nel tuo disco è la semplicità ad agitare le corde e a infiammare l'ugola, tra rivalse, rancori smorzati, e citazioni nostalgiche. Quanto hanno prevalso la tua vita reale e i tuoi ricordi nella stesura delle singole composizioni?

Totalmente. Sono convinto che per risultare autentici sia necessario comunicare ciò che davvero si conosce e che si è vissuto, anche se non necessariamente sulla propria pelle. In tal senso permettimi di citare il grande Botero, che tra l
altro amo perchè ha scovato la bellezza nelle forme rotonde, il quale diceva: "Bisogna descrivere qualcosa di molto locale, di molto circoscritto, qualcosa che si conosce benissimo, per poter essere capiti da tutti. Io mi sono convinto che devo essere parrocchiale, nel senso di profondamente, religiosamente legato alla mia realtà, per poter essere universale". 

Nei Blume eri con Francesca Storai e Matteo Zanobini. Cosa cambia realmente nella produzione di un disco da solista? Quanto è servita l'esperienza con i Blume? In cosa ti ha realmente forgiato?
esperienza con i Blume rappresenta per me il punto di partenza in una visione se vuoi più “professionale” del mestiere di musicista. E in quel contesto che ho appreso l'importanza della produzione artistica, dei dettagli che fanno la differenza e il ruolo fondamentale di chi collabora nella realizzazione di un progetto. Un disco “solista” non lo è mai in senso lato. E per questo che mi piaceva lidea della società, perché è pur vero che io ci metto la faccia, ma è altrettanto vero che nulla si crea senza aver un solido collettivo alle spalle. Tra l'altro nei Blume militava anche Matteo Zanobini, label manager di Pippola Music e produttore del disco, nonché amico fidato. Qualcuno dice che sia lui il nuovo Micocci della musica italiana.


Cosa ascolti ultimamente (non solo artisti italiani)? Credi ci sia ancora qualcuno in Italia capace di rivoluzionare in qualche modo la nostra canzone? Cosa ne pensi dei vari Capossela, Bersani (seppur tremendamente diversi)?

Ascolto cose molto differenti e non sempre vicine fra di loro. Se parliamo di forma-canzone e/o di artisti italiani, ho ascoltato e ascolto molto Dente, Bob Corn, i Baustelle e gli A Toys Orchestra, ma anche Ettore Giuradei, Uochi Toki e Amy Can Be. Nel catalogo Pippola Music, poi, c
è limbarazzo della scelta, amo molto lo slogan delletichetta “la nuova musica leggera“, perché mi piace che anche tra i cultori passi il messaggio che leggerezza non vuol dire necessariamente frivolezza o banalità. Per me questa è già una rivoluzione in qualche modo, non tanto legata allinnovazione, quanto alla possibilità che dal mondo musicale indipendente arrivino proposte masticabili anche da un pubblico più ampio. Di Bersani posso dirti solo che ho amato alcuni suoi brani, penso abbia scritto dei “sempreverdi” di qualità e non è una cosa da poco, benché nutra qualche riserva sulle produzioni e sui suoni sempre un po’ troppo patinati. Con Capossela ho un rapporto strano: mi affascina e mi travolge, ma al contempo non mi emoziona completamente. Non so come dirti, è come se rimanesse tutto a un livello molto cerebrale anche laddove dovrebbe colpirmi al cuore. E' come se guardassi un attore e non un poeta. Ovviamente questo vale per me. Comprendo nel modo più assoluto chi lo adora gridando al miracolo, perché in effetti si tratta di uno degli artisti più rilevanti e completi che la scena musicale italiana abbia prodotto negli ultimi anni.


Quanto conta per te interagire con il (tuo) pubblico durante un'esibizione?

Molto, moltissimo. Buona parte della riuscita di un concerto dipende dalla risposta del pubblico, dall'energia che ti ritorna indietro. Anche se ammetto che non sempre è facile percepire la sala. L
’ironia spesso si rivela vincente, anche perché in qualche modo riduce le distanze e crea le condizioni migliori per la comunicazione. In alcuni casi però è bene dosare le battute per non svilire l'aspetto emozionale che è fondamentale per la riuscita di uno spettacolo.


Cosa ricordi degli ascolti della tua infanzia/adolescenza? Cosa ascoltava Dario Brunori da picccolo e quando ha deciso di suonare ai falò?

Da piccolo piccolo, ascoltavo quello che mi passavano i fratelli (sono ultimo di tre figli) e i cugini più grandi. Quindi molta roba anni
80 e tanto, tantissimo Prince, dagli esordi fino a "Sign 'O' The Times". I miei genitori amavano molto la musica italiana, con particolare predilezione per i “singoli“. Ricordo in particolare una collezione di cassette con i vari De Gregori, Battisti, De André e Vecchioni. Penso di aver assimilato in quegli anni limportanza di saper proporre cose di qualità che, al contempo, riescono ad arrivare facilmente alla gente. A 13 anni ho iniziato a suonare la chitarra, per cui da lì in poi ho ascoltato tanta roba “chitarrosa” e che picchiava duro. Ovviamente per le serate in spiaggia avevo il fido “millenote” e non ho mai disdegnato di suonare Baglioni se cera anche la minima possibilità di portare a casa un risultato. Poi c'è stato il periodo Blume, la fase elettronica: Notwist, Lali Puna e la roba della Warp e della Morr Music. Solo negli ultimi anni ho preso consapevolezza dellimportanza di certa musica dautore italiana, perle come Piero Ciampi o Sergio Endrigo, ad esempio, così come i dischi meno conosciuti dei nomi più blasonati della musica d'autore italiana. Da due giorni circa sono fan di Robert Wyatt, scusate il ritardo.

Brunori Sas vincitore del Premio Ciampi 2009 come miglior esordio. E adesso? Hai mai pensato di tuffarti verso lidi sanremesi?
Sanremo è il mio palco naturale, tutto ciò che sta accadendo in questi mesi è una sorta di allenamento per il grande momento in cui lancerò galatine al cioccolato alla platea in delirio. Tra l'altro ho già il brano pronto, per cui, come succede per i professori, attendo solo di raggiungere il punteggio per salire in graduatoria ed entrare di ruolo.


Spesso sono le cose semplici le vere gioie della vita. Il calcio, una pizza con gli amici... Anche le tue canzoni sono dotate di una semplicità rivitalizzante. Quanto conta la "semplicità", la "spontaneità" nella tua musica?

La semplicità è la caratteristica che più mi affascina in un'opera d'arte, sia essa una canzone, una pellicola, un quadro o un testo. Se riesci a dire molto con poco hai raggiunto il più grande dei traguardi.

Grazie per la disponibilità e un grosso in bocca al lupo per il futuro...

Grazie a voi per il sostegno alla piccola impresa, che coglie altresì l'occasione per porgere a tutti i fedeli lettori di OndaRock i suoi più cordiali saluti.