Calexico

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Il post-rock della Frontiera

intervista di Magda Di Genova
B>Se proprio vogliamo pensare a quali possono essere state le vostre influenze, i due nomi che vengono subito in mente sono Ennio Morricone e Lee Hazlewood. Quanto, in realtà, la loro musica vi influenza?
I primi nomi che vengono in mente a me sono: Bob Dylan, Miles Davis, Erik Satie, Sufjan Stevens, Taraf de Haidouks, Tom Waits, Eric Dolphy, Link Wray, Serge Gainsbourg, Amalia Rodrigues, Mano Negra, The Pogues, Gotan Project, Latin Playboys, Neil Young, Pavement, Yo La Tengo. Le persone che menzioni sono fantastiche, ma non sono le uniche quando si tratta di influenze.

Toglimi una curiosità, trovi che Ennio Morricone abbia qualcosa a che vedere con il rock?
Sì, fino a un certo punto. L'inventiva del Maestro è spesso impareggiabile. Riesce a suonare sia elettronico che rock. È avventuroso e definisce con estrema chiarezza descrizioni e generalizzazioni.

A ogni modo, la vostra musica riflette le atmosfere e i sentimenti della musica messicana su una struttura folk-rock più vicina a modelli statunitensi. Cosa rappresenta per voi la tradizione messicana e quanto è importante per la vostra ricerca musicale?
Sì, ma non tutta la nostra musica rappresenta i sentimenti che dici. Ci sono altri elementi che hai scartato facilmente: le parti di batteria di John Convertino, che sono così sciolte e creative e di come usa le spazzole, che evocano lo spirito jazz di Elvin Jones, Philly Joe Jones, Max Roach, Art Blakey. Poi c'è la versatilità del trombettista e del polistrumentista Martin Wenk di Berlino e Jacob Valenzuela di Tucson. Loro riescono a cambiare stile senza alcuna fatica, facendo assoli di corno à-la "Sketches of Spain" di Miles Davis o al pop anni 60 quando presentiamo la cover "Alone Again Or" dei Love. Da Nashville c'è Paul Niehaus che suona la chitarra pedal steel e che attinge alla tradizione e vi si riallaccia, la migliora con accorgimenti e ce la restituisce attraverso un senso più contemporaneo di spazio e colore, non diversamente da gruppi elettronici come gli Oval e i Tortoise. Volker Zander, da Monaco, che suona il pianoforte verticale e il basso, è appassionato di soul anni 60, r'n'b e indie-rock e ha un orecchio molto allenato ai campionamenti e a come certi suoni possono essere trattati. Lui è il nostro trampolino principale per lo smembramento del suono e disseppellisce componenti avant-garde per le nostre improvvisazioni durante i concerti dal vivo.
È questo quello che mi viene in mente quando penso a come suona il gruppo. E si tratta solo della punta dell'iceberg.

Quando avete cominciato la vostra era una musica principalmente strumentale dai richiami cinematografici e, col tempo, vi siete spostati verso una forma canzone più cantautorale. Com'è avvenuta questa migrazione?
Abbiamo sempre lavorato spostandoci in ogni direzione: indietro, avanti, di lato, in circolo, verso l'alto e verso il basso. Abbiamo cominciato a scrivere canzoni e brani strumentali allo stesso tempo.

Dopo "The Black Light" la vostra musica ha seguito un percorso più elettrico, a volte addirittura lambendo la musica classica o jazz. Cosa possiamo aspettarci dal vostro ultimo disco?
Saperlo non servirebbe a nulla. Staremo a vedere.

Joey, hai un'educazione musicale prettamente classica. Come ti aiuta a fare musica rock?
Ho cominciato a suonare garage-rock, ma sono cresciuto ascoltando la musica che si faceva a casa: il piano in salotto, chitarre, bassi. Mi sono avvicinato alla batteria, ma ero più orientato verso il basso.
L'impostazione classica ha i suoi pregi, ma l'originalità deriva dall'andare contro le regole e la tradizione e questo era quello che volevo. Immagino che l'educazione e, soprattutto, l'esperienza siano come la prospettiva che hai quando guardi nello specchietto retrovisore.

Le vostre collaborazioni sono davvero tantissime (Neko Case, Barbara Manning, Richard Buckner, Victoria Williams, Michael Hurley, Bill Janovitz, Vic Chesnutt, Lisa Germano, Françoiz Brut, Evan Dando). Come arrivate a voler collaborare con qualcuno e come scegliete questo qualcuno? Perché avete bisogno di così tante collaborazioni?
Ascoltiamo...

Avete recentemente collaborato anche con Iron & Wine. Ti va di parlarmene? Siete completamente soddisfatti del risultato? È troppo presto per parlare di un eventuale seguito?
È stata una delle nostre collaborazioni migliori. Non vediamo l'ora di andare in tournée con loro, insieme a Salvador Duran nei mesi di aprile e maggio. Sicuramente ci divertiremo tantissimo. I concerti che abbiamo tenuto insieme negli Stati Uniti sono stati i nostri concerti migliori. C'è qualcosa di veramente speciale che sia il pubblico che i musicisti riescono a percepire, è difficile da individuare con precisione, ma lo spirito c'è ed è forte.

Ci sarà un video-clip a supportare l'uscita del disco?
Sì, si tratterà di "Cruel". Siamo stati aiutati dalle persone talentuose del sito www.loyalkasper.com che hanno realizzato per noi questo bellissimo video cupo. Ci sono strani oggetti che si animano, si rompono e girano da tutti gli angoli dello schermo.
L'abbiamo filmato al Gowanus Industrial Park, un vecchio - e intendo veramente vecchio - granaio a Brooklyn, NY. Si dice in giro che anche Martin Scorsese abbia girato lì alcune scene.

Joey, non posso che ringraziarti...
Grazie a te. Ci rivediamo in primavera.
Discografia
 Spoke (Quarterstick, 1997)

6

The Black Light (Quarterstick, 1998)

9

Hot Rail (Quarterstick, 2000)

7

 Travelall (Our Soil, Our Strength, 2000)

6

 Aerocalexico (2001)

6

 Scraping (Our Soil, Our Strength, 2002)

6

 Feast Of Wire (Quarterstick, 2003)

6,5

 In The Reins (with Iron & Wine, Touch & Go, 2005)

5

 Garden Ruin (Touch & Go, 2006)

5

 Carried To Dust (Quarterstick, 2008)

5

 Algiers (City Slang, 2012)

6

Edge Of The Sun (Anti Records, 2015)

7

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