Caparezza

Caparezza

Fuori dalla gabbia

intervista di Claudio Fabretti
Caparezza è uscito dalla gabbia. Quella di “Prisoner 709”, che da diario delle sue fobie e crisi personali si è trasformato in un tour di dieci mesi tutto sold-out. Fino a diventare un nuovo disco. “Volevo suggellare questa esperienza fortunata. Il box contiene l’album di studio, il cd live più un Dvd con alcuni estratti del tour nei palazzetti”, ci racconta in un’intervista ad ampio raggio, spaziando con disinvoltura e ironia dalla musica alla politica, dall’analisi della sua evoluzione personale a una riflessione sui nuovi orizzonti del web e della società italiana.

Il tuo “Prisoner 709” esplorava il tema della prigione mentale. Quali sono le nostre gabbie oggi?
La prima gabbia siamo noi, siamo tutti prigionieri del nostro corpo, schiavi della fame e del sonno. Ma i peggior nemici della nostra libertà sono i ruoli che ci hanno assegnato. Siamo un sistema operativo che era vergine ed è stato riempito di programmi: pensieri contaminati, non puri, pieni di pregiudizi. Bisogna scrollarsi di dosso queste prigionie invisibili, bisogna mettersi in discussione, con una forma di autocritica: serve autoironia, si può tentare di immaginarsi diversi da come si è stati finora.

Anche tu sei stato ingabbiato nelle etichette e hai cercato di scappare. Non a caso cantavi “Sono l’evaso dal ruolo ingabbiato di artista engagé”…
Certo, perché sono sempre stato concepito così, come un artista impegnato, alternativo a forza. E ogni volta che faccio qualcosa di diverso diventa un problema.

CaparezzaDel resto, le gabbie sono un po’ una tua ossessione. Anche quella del divertimento, da cui fuggivi in “Fuori dal tunnel”.
Quella era la gabbia della movida, del divertimento forzato: un tunnel, una imposizione. Trovo incredibile che ci sia gente che non è disposta a spendere una certa cifra per vedere un concerto - e quindi aggiungere un ricordo particolare alla sua vita - e magari preferisce invece spendere il doppio in drink, cazzeggiando fino a tardi con gli amici. Perché quello è “il divertimento” per antonomasia. Il concerto e il museo no. Oppure si può accettare di vedere solo un film spensierato, mentre quello impegnato no. Sono tutte autolimitazioni che ci impone un certo modo di vedere i comportamenti sociali.

Da precursore dell'hip-hop in Italia, come vedi questo proliferare di rapper e trapper vari?
A me sta bene così. Per anni mi sono sorbito canzoncine pop insulse a cui farei le stesse critiche che molti oggi rivolgono alla trap.

Però è un’altra cosa rispetto alla tua idea di rap. O no?
Il rap in Italia è stato sdoganato dai centri sociali, era un fenomeno politico. Oggi è tutt’altro. Però ha aggiunto qualcosa al nostro dibattito musicale. È più libero dagli schemi. E ha scardinato i vecchi meccanismi della promozione, attraverso il web, i social, YouTube. I ragazzi hanno un sistema operativo aggiornato.

Salvi anche i talent?
A me non piacciono le gare, anche se ho fatto sia Castrocaro sia Sanremo. Non ha senso far gareggiare delle canzoni. Il grande difetto dei talent è che ci sono persone adulte che danno consigli ai giovani: dovrebbe essere il contrario. I riferimenti di una persona adulta sono quelli di quando era giovane, poi spesso ci si blocca, non si riesce più a cogliere le novità... Nei talent capita di vedere giovani anche talentuosi a cui viene magari suggerito di fare la cover di uno che non è nelle loro corde, non sono consigli brillanti. Come se io avessi dovuto rifarmi ai cantanti degli anni 60, quando invece sono partito dal rap. Bisognerebbe partire dalla cultura del contemporaneo. E poi sono programmi televisivi, non musicali, tra genitori che piangono, storie d’amore e quant’altro.

Come ti sei trovato a fare concerti all’estero?
Ho fatto tour in Europa e negli Usa, ma alla fine vengono sempre fatti per gli italiani all’estero. Viene spesso sbandierato che qualche artista sia famoso anche all’estero, invece il suo pubblico sono sempre gli italiani che vivono fuori. C’è poi il problema della lingua: noi riconosciamo interessante l’inglese e non le altre lingue, tranne d’estate lo spagnolo, chissà perché... E il tedesco? Forse è troppo invernale!

Hai invece in programma un nuovo album?
Ogni volta che concludo un disco o un progetto non so cosa farò. Fatico a vederlo come un mestiere. Ogni volta che chiudo una parentesi non so cosa farò dopo, è ora di allentare la presa e rientrare nella normalità. Non voglio mai ubriacarmi di fama: è la cosa peggiore che possa accadere.

Credi ancora che l’unica religione possibile sia il “Confusianesimo”?
Sì! Perché è impossibile far combaciare le varie religioni, si rischia di andare al manicomio. Prendiamo il Cristianesimo: molti che si professano credenti non hanno neanche mai letto il Vangelo o non seguono i suoi principi. Le religioni sopravvivono perché ognuno se le aggiusta a modo suo, pensando di avere un canale preferenziale con Dio.

Un po’ come Troisi nel celebre sketch di San Gennaro...
Già, come la sfida tra San Gennaro e San Ciro. Io sono nato da una famiglia religiosa, come quasi tutte quelle del Sud, ma lo stesso esercizio si può applicare a ogni religione. La mia religione è la creatività, una cosa a cui del resto si attribuisce un potere divino: Dio ha creato la natura. Il creativo crea una canzone, un film, un balletto, qualcosa che non esisteva. La creatività è stata in grado di farci immaginare l’esistenza di Dio. Dio è figlio della creatività, che è figlia dell’uomo, quindi Dio è figlio dell’uomo... alla fine mi sa che sono arrivato alla stessa conclusione di Gesù Cristo!

A proposito di creatività: hai iniziato come fumettista, poi volevi fare il pubblicitario...
Da ragazzino divoravo i fumetti, ma li disegnavo per me. Mi hanno fatto venire voglia di creatività, ma vedevo ancora il musicista come un’attività estemporanea. Così mi sono rivolto all’unico mestiere in cui ti pagano per essere creativi: il pubblicitario. Alla fine, però, ho scoperto che decideva tutto il cliente, il che è assurdo: se ci si rivolge a un professionista, è proprio perché dovrebbe saperne di più di te. La stessa cosa sta accadendo alla politica, con i semplici cittadini che si sostituiscono ai politici.

Ecco, parliamo di politica. Dieci anni fa immaginavi già un partito nato dal web che avrebbe vinto le elezioni (un anno prima che il Movimento 5 Stelle fosse fondato), ipotizzavi uno spazioporto in Puglia per viaggi turistici nel cosmo (progetto poi approvato a Grottaglie), cantavi “espelli il negron” e di un fantomatico “migrante lunare” prefigurando la caccia al “diverso” dei giorni nostri. Possiedi per caso doti divinatorie?
E ho anche previsto l’avvento del meridionale leghista!

Impressionante. Come fai?
Basta immaginare che tutto vada per il peggio… Sono un forte osservatore e parlo molto con le persone, non sul web, dove prevale la frustrazione, ma faccia a faccia. Dal vivo le persone sono più interessanti. Immagino che non ci sia via di scampo, insomma. Sono corsi e ricorsi storici che ci colpiscono.

Quindi ti sfrutto subito: tra 10 anni cosa ci aspetta?
Mi immagino che certi fenomeni web passeranno di moda.

Beh, già Facebook piace meno di un tempo ai più giovani…
Già, perché i ragazzini non vogliono stare nello stesso posto dei genitori, che diventa subito vecchio e superato. Quindi vanno su Instagram, che però magari un giorno scomparirà come Myspace. Ecco, potremmo diventare una società con la fobia della privacy, come sta già accadendo parzialmente in America. A Los Angeles mi capitò di fotografare un’opera d’arte in un locale: un cervo costruito con degli oggetti; mi hanno subito rimproverato perché non potevo fotografare chi stava lì e magari non voleva essere ripreso. Sul web siamo arrivati all’acme: ormai tutti dicono tutto di qualsiasi cosa, come se ognuno di noi avesse dei lettori. Tutto questo prima o poi imploderà.

Anche in politica?
Sì, io delego qualcuno che dev’essere più competente di me e rappresentarmi. Non è il cittadino che deve decidere se l’Inghilterra debba restare in Europa...

Mh, non farti sentire dagli ultrà della democrazia diretta... Tu invece ti dichiari sempre “un comunista non cognomista”?
Sì, non potrò mai essere renziano o grillino, credo ancora nelle ideologie. Fatico a immaginare i “pastoni” non politici de-ideologizzati. Tutto molto poetico, ma quando poi arrivi a parlare di immigrazione, il tuo pastone dovrà essere di destra o di sinistra. Guardo con curiosità a questa nuova politica, ma anche con molto scetticismo: vedo molti hashtag ma poca abilità. E spero soprattutto che finisca questa politica da curva, da odio calcistico. Ha ragione Nanni Moretti: chi parla male, pensa male e vive male.

Finirà che i rapper avranno un linguaggio più evoluto dei politici?
Beh, per un po’ la musica rap la chiamavano “la Cnn del ghetto”, quando si occupava delle condizioni sociali degli afroamericani, delle loro rivendicazioni sociali. Prima del "bling-bling", di “io sono figo perché guadagno tanti soldi e non ce li avevo prima”. Quindi, perché no?

(13 dicembre 2018)

(Versione estesa di un'intervista pubblicata sul quotidiano Leggo)

Discografia
 MIKIMIX
  
 Tengo duro (Sony, 1996)
 La mia buona stella (Sony, 1997)
  
 CAPAREZZA
  
 ?! (Extra Labels, 2000)
Verità supposte (Extra Labels, 2003)
Habemus Capa (Emi, 2006)
 Le dimensioni del mio caos (Emi, 2008)
 Il sogno eretico (Universal, 2011)
Epocalisse: Capalogia da ?! al caos (antologia, Emi, 2011)
 Esecuzione pubblica (live, Universal, 2012)
 Museica (Universal, 2014)
 Prisoner 709 (Universal, 2017)
 Prisoner 709 Live (live, Universal, 2018)
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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Recensioni

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Le dimensioni del mio caos

(2008 - Universal)
Lo pseudo-concept del rapper pugliese all'insegna del "grillismo"

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