Il castello delle uova

Il castello delle uova

Progressive in metamorfosi

intervista di Marco Sgrignoli
Opera al confine tra musica, poesia e teatro, "Appunti sonori per una cosmogonia caotica" è uno dei migliori album italiani del 2007. Immerso fino al collo nell'estetica progressive e OuLiPo, riesce con leggerezza a ergersi sulla rete delle sue mille citazioni. Il gruppo palermitano Il castello delle uova lo ha registrato sette anni fa, ma è in vendita solo dall'anno scorso.
Appena sentito il disco, mi sono accordato col chitarrista Pietro Li Causi,
mastermind della band assieme a Salvatore Sinatra e Abele Gallo, perché potesse presentare di persona l'opera e il gruppo ai lettori di OndaRock.

Vi definite una post-prog band: che cosa intendete? Nel vostro disco sento molto altro oltre al progressive settantiano, ma l'estetica mi sembra fieramente "progressiva". In che modo quest'approccio alla musica può avere ancora qualcosa da dire?

Diciamo che io, Salvatore e Abele siamo partiti effettivamente dal prog. Il nostro primo progetto serio, quello dei BraindeaD, era infatti chiaramente legato alla tradizione italiana del genere. Con Il castello delle uova, però, abbiamo deciso che avremmo dovuto tentare di superarne le derive.
Quello che del prog a noi piace da sempre è l’idea della contaminazione degli stili e la capacità di importare, all’interno di un discorso smaccatamente popolare, temi e motivi che provengono dalla letteratura e dalla musica colte o anche dal jazz (o, nel nostro caso, dall’acid jazz e dal free-jazz).
Solo ritornando a tali istanze originarie penso che l’adesione all’estetica progressive possa avere ancora qualcosa da dire, laddove invece ci lasciano piuttosto freddi e interdetti certi estremismi virtuosistici tipici del prog contemporaneo (soprattutto americano).
È per questo che forse il prefisso “post” ci si addice, proprio perché – almeno nelle nostre intenzioni – ci distingue da quello che è diventato il formato abituale del genere, ma anche perché rimanda volutamente alle riflessioni che sono tipiche del pensiero postmoderno – e che hanno influenzato in particolare la mia scrittura del poemetto omonimo al gruppo – sul concetto di ibridazione o sulla natura eteroriferita dell’umano. Mi riferisco in tal senso, più che al noto "Manifesto Cyborg" di Donna Haraway (che trovo inutilmente estremo), ai lavori dello zooantropologo italiano Roberto Marchesini, ad esempio a "Post-human". 

L'ottica del vostro gruppo è piuttosto peculiare. Registrate un disco nel 2001, lo stampate nel 2005 e lo distribuite solo nel 2007. Non fate più concerti e non suonate assieme, ma sostenete di essere "aspariti", piuttosto che sciolti. Qual è il motivo di queste scelte?
Beh, un po’ c’è la pigrizia che ti prende usualmente quando hai superato i trent’anni, così come ci sono – so di usare un termine non molto rock'n'roll - le “responsabilità” della vita adulta con le relative difficoltà a incastrare i tempi di tutti i componenti della band. C’è però anche la nausea che si prova – dopo avere suonato un bel po’ in giro (con i BraindeaD) – nel comprendere che ormai il rock e la musica alternativa di fatto sono prodotti di mercato come tanti altri, così come le apparizioni live non sono nient’altro che forme di promozione (che fra l’altro gli artisti si fanno pagare sempre più profumatamente per recuperare quello che perdono con i download dei peer-to-peer).
Insomma, arrivati a un certo punto abbiamo deciso che non avevamo alcuna voglia di costruirci come divetti di periferia e massacrarci di concerti mettendoci in mano a un agente, ma che preferivamo, appunto, asparire, ovvero farci scoprire senza farci vedere, cosa che ci permette di promuovere il cd in maniera soft e senza intermediazioni di terzi (o comunque riducendole al minimo) e facendo sì che mantenga un prezzo basso. È ovvio che se abbiamo fatto questa scelta è perché ce la possiamo permettere. Noi viviamo in quella marginalissima periferia dell’impero americano che è la Sicilia, e a un certo punto abbiamo capito che - almeno in quello che è il nostro contesto locale – la maniera migliore per potere fare musica di qualità era proprio evitare di diventare musicisti professionisti.
Paradossalmente credo che se siamo riusciti a fare qualcosa di originale (ma non sta a noi giudicare!) è proprio perché non dipendiamo dal mestiere del musicista e perché il pane ce lo danno altri lavori, quando invece l’impressione che ho è che a voler vivere di musica - almeno volendo continuare a stare in Sicilia – si finisce o per essere schiavi delle major (ma anche le indie mi dicono che non scherzano!) o per suonare ovunque e a qualsiasi condizione. C’è ovviamente l’opzione più estrema (che è degna del massimo rispetto), che è quella di rischiare la povertà e le privazioni pur di non scendere a compromessi. Ma almeno io, che ho una figlia e un secondo figlio in arrivo, non me lo posso permettere. Preferisco, quindi, ridurre gli spazi da dedicare alla musica, ma almeno farla secondo criteri che mi soddisfano pienamente, piuttosto che fare morire di fame chi mi sta attorno o prostituirmi.
    
Sul vostro myspace (ma basta ascoltare il disco) citate una miriade di influenze, anche e soprattutto non musicali. Il vostro disco è dopotutto un punto di incontro tra più arti: musica, teatro, poesia... In che modo la letteratura può influenzare l'aspetto musicale di un'opera, e in che modo le concezioni musicali si riflettono nei testi?
Su due piedi direi che ci sono molti modi di fare interagire letteratura e musica e che ognuno – se solo lo vuole e ne è capace – può trovare il suo. Devo anche dire che io trovo del tutto naturale non distinguere le diverse forme d’arte. Se pensiamo ad esempio che le tragedie e le commedie antiche nascevano come testi multimediali in cui non era possibile scindere la scrittura della parola dal gesto e dalla musica che l’accompagnavano, allora capiamo quanto le distinzioni cui siamo abituati di fatto siano un portato dell’era moderna (e della conseguente mercificazione degli oggetti artistici, che devono essere ben facilmente classificabili per potere essere meglio venduti).
Per il resto mi viene più facile descrivere quella che è la nostra esperienza di composizione. Pensare un brano come un racconto significa dotarlo di una struttura che ne segua le evoluzioni, non tanto per farne la didascalia sonora, quanto per dare un’idea di movimento ed evoluzione che accompagnino l’evoluzione della storia (o dei versi).
È ovvio che la possibilità di pensare il brano come un’evoluzione di temi o di parti è comunque intimamente legata all’estetica del prog di cui tu parlavi all’inizio dell’intervista.
 
Benny MaranoTra i vostri evidenti e dichiarati numi tutelari ci sono Area, King Crimson e Raymond Queneau. Che cosa avete imparato da questi tre artisti?
Da questi artisti – come da molti altri – abbiamo imparato, credo, molto. Ancora una volta si tratta dell’idea di fondere i generi fra loro e giocarci su, sapendoli, anche (soprattutto nel caso degli Area e di Queneau), parodiare senza però mai scadere nel demenziale. Se però dovessi attribuire una lezione a ognuno di loro, direi che degli Area ci piace l’idea della rivoluzione e l’impeto rock che li pervade; di Queneau la predisposizione al divertissement e l’idea della combinatoria, mentre dei King Crimson abbiamo sempre ammirato la straordinaria capacità di superare il concetto di canzone e la progressiva ricerca di forme nuove nel corso degli anni, nonché l’abilità nell’uso di armonizzazioni molto semplici e ripetitive su cui giocare attraverso i suoni.
È però dai progetti paralleli del Re Cremisi (i vari ProjeKct I, II, III e X) che mi sento di poter dire che per certi versi siamo stati illuminati. Da un lato Ciccio e Abele hanno tratto ispirazione da questi progetti per l’uso di ritmiche composte e mutevoli, dall’altro io e Salvatore abbiamo maturato l’idea di un soundscaping alienante e schizoide, da strutturare in parte con il sequencing, in parte con il loop recording, in parte con l’improvvisazione.
Ma non è tutto qui. In realtà i King Crimson sono anche un nostro punto di riferimento – se vogliamo un po’ consolatorio - per la loro longevità, proprio perché hanno saputo sempre dimostrare che anche a sessant’anni suonati si può rockeggiare molto più (e in genere molto meglio) dei ventenni. Più che altro sono per noi, che ci avviciniamo ai quaranta, un esempio di come si possa invecchiare bene senza diventare dinosauri e tentando sempre di intervenire creativamente sui propri linguaggi trasformandoli.
      
La classica domanda banale: quali sono (oggi) i tuoi 10 dischi da "isola deserta"?
Alcuni amici mi hanno già fatto questa domanda di recente e mi sono trovato a stilare per loro un elenco di circa 150 album. Stavolta mi limito a dieci per il rispetto dei lettori di OndaRock, ma ci tengo a dire che se dovessi rispondere una seconda volta probabilmente la lista subirebbe variazioni a seconda delle emozioni che provo nel momento. Adesso rispondo così:
  1. BraindeaD: "ombreancoraluci" (le radici non si dimenticano mai!);
  2. John Coltrane: "My Favourite Things"
  3. Glenn Gould: "Le variazioni Goldberg di J. S. Bach" (la seconda incisione, quella degli anni 80)
  4. Shostakovic: tutti i quartetti per archi
  5. King Crimson: "Red"
  6. C.S.I.: "Linea gotica"
  7. Soundgarden: "Superunknown"
  8. Area: "Arbeit Macht Frei"
  9. Genesis: "Nursery Crime"
  10. Sonic Youth: "Dirty"
Il tuo approccio alla chitarra è molto libero, talvolta quasi "terroristico". Puoi parlarci brevemente del tuo percorso di ricerca strumentale? Quali sono gli aspetti su cui più ti interessa lavorare?
Quando suonavo nei BraindeaD ero flippato con i guitar heroes. Steve Vai, John Petrucci, Satriani, ma soprattutto Vernon Reid dei Living Colour. Poi, a poco a poco, ho cominciato ad annoiarmi del funambolismo e mi sono appassionato da un lato a chitarristi più cerebrali, come ad esempio Robert Fripp o David Thorn, dall’altro alle band che lavoravano sui suoni, sui timbri e sulle dissonanze. I Sonic Youth ad esempio, o anche i Marlene Kuntz.
Da questi ultimi, soprattutto dai Sonic Youth, ho tratto l’idea di suonare la chitarra come un mezzo disturbante e, come dici tu, “terroristico”, come qualcosa che rompe continuamente l’incanto e che lacera il tessuto sonoro e armonico per soprenderlo ora con frasi ipermetriche e fuori scala, ora con rumori (che, nel mio caso, possono ricordare anche i versi degli animali).
Sono quindi passato da un uso massiccio di rack e multieffetti (nei BraindeaD) alla ricerca di forme di suono quasi naturali. Per l’incisione degli “appunti sonori per una cosmogonia caotica” i suoni sono solo quelli della mia testata ENGL, e gli unici effetti che ho usato sono stati due pitch shifter messi a catena, che mi sono serviti per raggiungere frequenze acutissime o bassissime (alcuni suoni di basso del disco sono in realtà sono ottenuti con la mia chitarra), e un loop recorder di vecchia generazione che mi permetteva di registrare frasi e strutture dal vivo sulle quali io, Salvatore, Ciccio e Aldo ci siamo divertiti a giocare e a duettare.

Il testo è un intrecciarsi continuo tra "inizio" e "fine", una rete di metamorfosi universali in cui ogni effetto determina ogni causa. E' solo un gioco narrativo surreale, o riflette una sorta di visione filosofica personale?
Direi che si tratta di entrambe le cose. Da un lato c’è una forte vena surrealistica (e a dire il vero anche di citazionismo). L’idea di scrivere un poemetto cosmicomico mi è venuta dalla lettura della "Piccola cosmogonia portatile" di Raymond Queneau, ma anche dalle "Cosmicomiche" di Italo Calvino, dalle "Metamorfosi" di Ovidio o dalle teorie stoiche sulla ekpyrhosis.
Si è trattato dunque, in larga parte, di un gioco metaletterario. Come spesso accade, però, niente è più serio del gioco. Le microstorie che vengono raccontate per bocca di questo stralunato personaggio che è Apollo Dionisi, infatti, sono tutte storie di attraversamenti di soglie, di passaggi continui dalla zoosfera all’antroposfera. L’idea di fondo è quella di un’umanità che, pena il ricadere nella violenza e nella distruzione dell’alterità, non può che riconoscere la propria contiguità con il regno animale e con la natura in genere.
Dall’altro lato l’idea che viene fuori è quella dell’impossibilità di un ordine, o meglio dell’order from noise, di un ordine che si crea in maniera casuale e percorrendo strade imprevedibili a partire da pattern comunque immutabili. Questa idea, che è portata avanti nel testo, ha guidato anche il nostro modo di comporre. Siamo partiti da un set minimo di loop e strutture fisse di chitarra e tastiera fatti da me e Salvatore. Abbiamo quindi usato queste basi, dal vivo e in sala di incisione, come un vero e proprio canovaccio sul quale improvvisare.
 
Come mai recitare e non cantare?
L’idea della musica che si fonde con un testo recitato mi è venuta da un esperimento che avevo fatto nel 1997 durante un mio soggiorno in America. Mi ero trovato infatti a fare, per gioco, l’accompagnamento di un adattamento teatrale degli Esercizi di Stile di Queneau per una mia amica parigina che teneva un corso di francese alla Brown University. La cosa che in quell’occasione mi aveva affascinato era stata l’estrema libertà che un musicista ha nel costruire quinte sonore per un testo che non deve necessariamente seguirle o essere vincolato da esse.
A dire il vero le prime prove degli “appunti sonori” prevedevano anche delle parti cantate. Avevamo infatti contattato un vocalist, che è Nicola Agugliaro (attualmente in forza ai Freedom, una band di Trapani con la quale Abele tuttora collabora). Mano a mano che continuavamo con le prove del progetto, però, ci rendevamo conto che l’acting di Benny (che oltre che esperienze di recitazione e regia aveva anche militato in alcune posse siciliane) aveva una sua forza intrinseca, cosa che ci ha portato alla fine ad escludere l’idea degli inserti canori.

Cosa pensi della situazione attuale del rock italiano che fa riferimento ai circuiti indipendenti?

Beh, vedo che in giro c’è un sacco di gente bravissima e interessantissima. Anche a Palermo, dopo anni di medioevo, si può dire che ci sia finalmente una scena musicale (non certo dovuta – immagino – a chi amministra la città). Per rimanere in Italia, trovo molto interessanti i nostri conterranei Marta sui Tubi, che conosciamo da tempo.
La sensazione che ho è però paradossalmente quella della saturazione. È diventato così facile trovare buona musica che, di fronte alla smisuratezza dell’offerta, finisco sempre per rifugiarmi comodamente nei classici, proprio perché non ho tempo di fare veramente mie le nuove scoperte. Ecco, a fronte della disarmante facilità con cui si può reperire roba buona, c'è forse una sorta di fenomeno non tanto di scomparsa, quanto di eclissi della figura del musicista (rispetto alla quale la nostra asparizione non è che una presa d’atto), causata forse proprio dalle tecnologie che supportano il consumo, che sono diventate avanzatissime e pervasive.
Forse, appunto, bisognerebbe suonare di meno e ascoltare di meno, ma con una maggiore attenzione e con una diluizione dei tempi di fattura e di ascolto. Forse è l’unico modo per resistere alla perdita di senso e alla smemoratezza.

E in campo mondiale, ci sono artisti di questi anni che ti interessano particolarmente?
L’ultima volta che mi sono veramente stupito ascoltando qualcosa è stato con Beck, Jeff Buckley e "OK Computer" dei Radiohead. Dopo di loro ci sono state senza dubbio cose interessanti, ma stento a ricordare un album che mi abbia veramente colpito o sorpreso di recente.
Forse – ma rischio di sembrare campanilista – direi "Muscoli e dei" di Marta sui Tubi e "Socialismo tascabile" degli Offlaga Disco Pax. Sono italiani. Aggiungerei anche i Digital Nivurisiccia, una band che ho scoperto tramite myspace e i cui membri non ho avuto ancora l’onore di conoscere di persona. Sono dei ragazzi di Petrosino, vale a dire della mia zona. Vale lo stesso come risposta?


Con ogni probabilità, il vostro album circolerà presto sul peer-to-peer. Cosa pensi di queste reti che, sì, bypassano le etichette e la distribuzione standard, ma portano alla musica anche una grossa fetta di "pubblico non pagante"?
Come ti dicevo, a noi non interessa tanto guadagnare con la musica, quanto tentare di fare buona musica, che piaccia prima di tutto a noi e che soddisfi i nostri gusti (piuttosto difficili a dire il vero!). Nel nostro cd, peraltro, è scritto a chiare lettere che chiunque lo voglia, come avviene ormai da anni per i libri di Wu Ming, può scaricare o (ancora meglio) duplicare il nostro lavoro a patto che non sia per scopi di lucro.
Il peer-to-peer non mi preoccupa tanto perché alimenta una grande fetta di pubblico non pagante (del resto, se non paga forse è perché non se lo può permettere, o no?), quanto perché può creare dinamiche di consumo molto più che di ascolto. E soprattutto perché può alimentare, soprattutto fra i più giovani, dinamiche che hanno più a che fare con la quantità che con la qualità.
Quello che ci auguriamo per noi comunque non è tanto avere successo con la musica o diventare gli U2 (ci stresserebbe alquanto!), ma raggranellare qualche soldo per finanziarci un secondo capitolo. Questo è quello che chiediamo a chi ci ha apprezzato. La logica è per certi versi analoga a quella del software libero: ci aspettiamo un piccolo contributo solo da chi può e vuole!
Se pochi - o nessuno - vorranno, vorrà dire che o smetteremo o forse torneremo con un secondo cd solo fra dieci o venti anni, o magari quando avremo problemi alla prostata e prenderemo tutti la pillola per la pressione!
 
E invece, per comprare il vostro disco, che cosa bisogna fare?
Sul nostro myspace chi lo vorrà potrà trovare tutte le istruzioni del caso. Noi abbiamo voluto evitare le case di distribuzione, con il conseguente innalzamento dei prezzi che ciò avrebbe comportato. Credo che la logica migliore sia sempre (non solo nel caso della musica, ma anche, banalmente, per la frutta e la verdura) quella di tentare di evitare quanto più possibile le catene di intermediazione.
Chi vive a Palermo o a Marsala potrà trovare il cd nei negozi di nostri amici, come ad esempio “La bottega del mondo”, un negozio di commercio equo e solidale di Palermo, mentre chi vive fuori dalla nostra zona potrà o scaricare (a un prezzo irrisorio) o ordinare su www.lulu.com la propria copia su print on demand, oppure ancora potrà prenotarla direttamente dal nostro myspace pagandola con Paypal. Per il resto, abbiamo deciso di permettere a intermittenza – in periodi determinati dell’anno che segnaleremo sul myspace – l’ascolto integrale dell’album su last.fm.

(11/01/2008)
Discografia
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