Cheatahs

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Modern Nineties

intervista di Stefano Bartolotta
Poche ore prima della loro data al Lo Fi di Milano lo scorso 16 aprile, abbiamo incontrato tre quarti dei Cheatahs, nello specifico Nathan Hewitt (voce e chitarra), Dean Reid (basso) e Marc Raue (batteria). La chiacchierata mette in luce diversi aspetti: la comunanza di intenti artistici del quartetto, la dedizione con cui hanno realizzato il loro disco d’esordio e anche un po’ di sana e giustificata autostima.

Voi provenite da diverse nazioni, anzi, da diversi continenti. Ha ancora senso oggi immaginarsi che la musica possa essere influenzata dai luoghi di provenienza?
Nathan: credo che il motivo per cui abbiamo formato la band sia il nostro comune gusto musicale. Tra l’altro, a proposito della provenienza, noi ci siamo incontrati in un posto in cui nessuno di noi era nato, anche James che è l’unico inglese è di Leicester, che è un posto molto diverso da Londra. Semplicemente, quando ci siamo incontrati eravamo tutti appassionati dello stesso tipo di musica ed è semplicemente questo che ci ha uniti.
Marc: esattamente, ci siamo trovati bene per prima cosa a livello personale e poi anche da un punto di vista musicale.
Dean: è come se diversi pirati si siano incontrati sulla stessa isola.

Ho letto che due di voi sono i songwriter e un altro è il produttore. È uno schema fisso e consolidato? È per caso cambiato qualcosa in questo da quando avete iniziato a quando avete registrato le canzoni dell’album?
Nathan: ci sono stati dei grossi cambiamenti. Il fatto che io e James abbiamo scritto da soli le canzoni vale per gli Ep, mentre per l’album c’è stato un lavoro più collettivo, e lo stesso vale per la fase della registrazione e ora in realtà non riusciamo neanche a immaginarci come ci approcceremo ai prossimi lavori da questo punto di vista. L’importante è che sia l’approccio migliore per la resa delle canzoni.

E come funziona questo songwriting collettivo, prima a due poi anche con gli altri? Qualcuno porta una melodia e ci lavorate su o fate più una sorta di jam tutti insieme?
Nathan: direi tutte e due le cose. Uno può avere una buona idea, la porta e capiamo che funziona, o magari solo un pezzo di questa idea funziona e allora gli altri aggiungono proprie idee. È davvero difficile descrivere concretamente il nostro modo di scrivere canzoni, va bene qualunque cosa porti a un buon risultato. La cosa che posso dire è che nessuna canzone si basa su un’idea individuale, perché è solo quando lavoriamo insieme che diventa qualcosa di concreto.
Marc: anche quando un’idea sembra sufficientemente completa, comunque ci lavoriamo molto, possono cambiare degli accordi, cose così.
Dean: le canzoni continuano a partire da Nathan e James, ma poi quando ci lavoriamo tutti insieme finiscono spesso da un’altra parte rispetto a dov’erano quando loro due le portano nel gruppo.
Nathan: alcune volte proviamo semplicemente a suonare le canzoni tutti insieme live e già così troviamo delle cose da cambiare.

Per quanto riguarda la produzione artistica, molte band dicono che a un certo punto sentono la necessità di un produttore esterno perché hanno bisogno di un occhio che veda le cose da fuori e che sia più obiettivo. Pensate che sentirete anche voi questo tipo di bisogno oppure vi sentite a posto con l’idea di produrvi sempre tutto internamente?
Dean: è una cosa su cui siamo sempre stati molto aperti, credo che solamente le circostanze abbiano impedito l’arrivo di un produttore esterno, ma non siamo affatto chiusi su questo, anzi. Noi comunque siamo convinti di essere i nostri critici più cattivi, ad esempio noi il disco lo avevamo già finito prima di andare in tour l’anno scorso, quindi in tour l’abbiamo ascoltato, siamo tornati e lì è come se davvero fosse arrivata una persona esterna che non ha avuto paura e remore nel cambiare qualcosa, anche se materialmente non è stato così. Ma come ti dicevo, siamo molto aperti a questa possibilità. Finora non è successo anche per una questione di organizzazione dei tempi, noi non siamo un gruppo che lavora a scadenze fisse e ovviamente così è difficile avere la disponibilità di tempo di un produttore, dato che ovviamente ognuno di loro lavora anche su altro e devono sapere prima quando essere liberi per noi. Abbiamo provato a darci delle scadenze fisse, ma non le abbiamo mai rispettate e ci siamo resi conto che per noi è meglio lavorare così.

Dicendomi così però immagino che a questo punto voi vorreste un produttore che lavori con voi per tutto il tempo in cui si sviluppa il processo artistico, non vi andrebbe bene semplicemente di sottoporre le canzoni e ricevere i suggerimenti su come cambiarle?
Dean: ma no, non sarei nemmeno così chiuso nei confronti dell’idea di lavorare noi per il 75% del tempo e avere un produttore per l’ultimo 25%. È una cosa che ha funzionato per altri in passato, quindi potrebbe funzionare anche per noi.
Nathan: è davvero stata una questione di circostanze finora da questo punto di vista. È successo così e basta.
Dean: per il prossimo disco ci piacerebbe avere un aiuto esterno.

Ho anche letto che lo scopo principale del disco è effettuare un’esplorazione di tutte le possibilità della musica chitarristica moderna.
Dean: temo che suoni un po’ pretenzioso…

A parte questo, uno scopo così ve l’eravate dati fin dal momento in cui avete iniziato a lavorare sul disco, oppure vi siete resi conto durante le lavorazione che stavate tendendo a questo scopo?
Nathan: è stata una cosa inconscia, non ci siamo mai detti esplicitamente nulla del genere. Quello che abbiamo fatto è stato fare il disco, poi andare in tour, poi tornare e ascoltare ciò che avevamo e lavorarci ancora per due o tre mesi. È stato lì che alcune canzoni hanno preso una direzione totalmente diversa da quella che avevano prima, fino a quando non abbiamo finito il disco. È stato quindi una sorta di viaggio, ma non ci siamo detti all’inizio di volerlo fare, ma alla fine ci siamo guardati indietro e ci siamo detti che questo era un po’ ciò che avevamo fatto.
Marc: è stato un processo che ci ha anche divertiti, è stato bello vedere fin dove potevamo spingerci.
Dean: non ci siamo mai seduti a parlare di che tipo di lavoro volessimo fare.

La differenza principale tra gli Ep e il disco sembra essere il fatto che negli Ep le canzoni si reggono quasi esclusivamente sulle melodie, che da sole danno un impatto, mentre invece sull’album sembra esserci un lavoro più globale su tutti gli elementi delle canzoni.
Nathan: sono d’accordo. Gli Ep sono stati la prima cosa che abbiamo fatto insieme e essenzialmente li abbiamo realizzati in un weekend, mentre sul disco ci abbiamo lavorato per un anno.

L’altro lato della medaglia è che le melodie degli Ep probabilmente funzionerebbero con qualsiasi suono, anche solo voce e chitarra acustica ad esempio, mentre quelle dell’album per poter funzionare hanno bisogno dei suoni che effettivamente le accompagnano. Siete contenti all’idea di aver trovato il suono giusto per far funzionare le melodie dell’album o sareste più contenti se le vostre melodie dessero sempre l’impressione di poter funzionare con qualsiasi suono?
Nathan: io penso che il disco non sia immediato come gli Ep ma che alla lunga metta molta più voglia di essere riascoltato. Ti rimane addosso per più tempo, anche se all’inizio non ha la stessa immediatezza. Puoi ascoltarlo anche per molto tempo, ma puoi sempre trovarci qualcosa di interessante di cui non ti eri accorto.
Dean: anche questa non è stata una decisione conscia, sono d’accordo che le canzoni degli Ep funzionerebbero bene anche semplicemente con un suono acustico, ma credo che il nostro desiderio inconscio fosse proprio quello di fare musica in cui inizialmente risultasse più complicato entrare ma che poi potesse durare di più anche dopo ascolti ripetuti.

Ora che dici così, devo confessare anche io che in effetti il disco lo sto ascoltando molto, mentre la raccolta che contiene i due Ep l’ho ascoltata ma meno di quanto ora stia ascoltando l’album. Però probabilmente se ci si avvicina al disco conoscendo già gli Ep è più facile, forse potrebbe essere più difficile per qualcuno che vada direttamente a ascoltare il disco senza conoscere gli Ep.
Nathan: anche qui sono d’accordo e secondo me il motivo è sempre lo stesso, cioè il tempo che abbiamo impiegato per lavorare sugli Ep e sul disco. Per il disco abbiamo avuto la libertà di ritornare a registrare delle cose, di modificarne altre, quindi ci sono molte più sfumature.
Dean: ci sono anche delle melodie del disco su cui abbiamo lavorato moltissimo e sono sempre dell’idea che grazie a questo lavoro il disco risulti più interessante.

Diverse recensioni vi etichettano come una band molto orientata verso il suono degli anni Novanta. Pensate che questa definizione sia corretta o che sia un nuovo esempio di cosiddetto giornalismo pigro?
Nathan: siamo effettivamente influenzati da questo suono e dai gruppi che lo proponevano, però non direi che noi siamo una band retromaniaca che guarda solo al passato o cose del genere. Questo mi infastidirebbe, perché ritengo che le nostre idee siano fresche e che lo sia anche il nostro suono. Abbiamo una nostra identità, ma ovviamente anche per noi, come per tutte le band che amiamo, è possibile prendere dei pezzettini e dire “questo assomiglia a questa band” e così via. E va anche detto che le band da cui siamo influenzati hanno pubblicato ben più di un disco e quindi hanno avuto tempo per crescere. Trovo che comunque noi abbiamo i nostri filtri personali che ci permettono di sfruttare le influenze senza essere delle copie.
Dean: di certo chi ci etichetta come influenzati dagli anni Novanta non sbaglia, ma sbaglierebbe se ci vedesse solo come una band che guarda al passato.

Invece chi verrà a vedervi dal vivo in futuro cosa dovrà aspettarsi, conoscendo le vostre canzoni nelle versioni in studio?
Nathan: penso che nel live sia più facile poter distinguere le diverse parti che compongono il suono. Inoltre il suono stesso è decisamente più potente.
Dean: nel disco ci sono canzoni in cui abbiamo anche quindici diverse tracce di chitarra, sul palco invece più di due non possiamo averne ovviamente.
Nathan: c’è comunque passione, tanta passione.

Voi avete ottenuto il contratto con la Wichita proprio grazie a un vostro concerto, nel senso che due persone dell’etichetta vi hanno sentiti dal vivo e hanno voluto proporvi il contratto. Storie come questa erano molto più diffuse in passato, mentre oggi si tende a ritenere che i discografici scoprano i gruppi via internet. Si dice che internet dia un sacco di possibilità, però nel vostro caso è stato più utile il live. Vi chiedo quindi di dire tutto quello che vi viene in mente su questo argomento, sul rapporto tra internet come modo di scoprire i gruppi e l’idea che si possa ancora suonare dal vivo e trovarsi alla fine del concerto un discografico che ti voglia mettere sotto contratto.
Nathan: proprio il fatto che tutti vengano scoperti grazie al loro lavoro su internet rendeva sensato per noi fare quello che nessuno stava facendo, cioè suonare dal vivo il più possibile. Poi noi eravamo convinti delle nostre capacità come live band e ci sembrava invece che non ci fossero molte buone live band in Gran Bretagna.

Ma esistono ancora molti discografici che vanno in giro a sentire concerti di gruppi che non conoscono? Perché se sono in pochi a farlo ancora, è un rischio puntare sui live e non su internet.
Nathan: nel nostro caso, quelli della Wichita sono venuti al concerto dove suonavamo noi perché conoscevano una delle altre band in programma quella sera, ma loro sono anche persone che effettivamente vanno a un concerto ogni sera. Devo dirti la verità, non so se ce ne siano molti altri come loro, alla fine ci è andata bene comunque.
Dean: io penso che ce ne siano ancora molti di discografici che vanno in giro per concerti con l’idea di scoprire nuove band.

(18/05/2014)
Discografia
 Coared Ep (autoprodotto, 2012) 
 SANS Ep (Witchita, 2013) 
 Extended Plays (Witchita, 2013) 
Cheatahs (Witchita, 2014) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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