Clock Dva

Clock Dva

L'autore di quadri elettrici

intervista di Gabriele Senatore
Adolphus "Adi" Newton. Un nome che, a chi scrive, è sempre sembrato quello di un protagonista di una storia breve firmata Isaac Asimov. La sua carriera, d’altronde, non è stata tanto lontana dalla fantascienza. Nativo della scena di Sheffield, militante nei gruppi che portarono alla nascita di Cabaret Voltaire e Throbbing Gristle, nel 1978 forma i Clock Dva con l’amico Steve Turner e da allora la sua smania di avanguardia elettronica non è mai stata arrestata da nulla. Dalla musica concreta alla new wave, dall’ambient alle incursioni punk, non c’è niente che Adi Newton abbia temuto di sperimentare. Lo incontriamo in occasione dell’Unibeat Contemporary Music Festival in Campania, rassegna che fa da perfetto sfondo alle ultime sonorità dell’artista, sempre più sospinto verso atmosfere elettroniche al passo coi tempi. Il suo ultimo disco di inediti a nome Clock Dva è stato “Post-Sign”, pubblicato nel 2013, dopo una pausa durata oltre quindici anni.

La prima cosa che mi ha sempre colpito di ogni tua intervista, articolo di approfondimento e quant’altro che ti riguardasse, è la colossale cultura letteraria che ti contraddistingue! Dunque, se la tua carriera fosse un libro, quale sarebbe e perché?
È difficile da sintetizzare e scegliere, come ci sono così tanti libri importanti ognuno ha molte idee differenti dalle quali imparare e capire qualcosa. Preferisco non focalizzare la mia intera attenzione su un solo libro. Il fatto è che c’è così tanta conoscenza che nessun libro potrà mai contenerla tutta. Tutte le religioni hanno provato a incapsulare il sapere tutto in una singola rappresentazione o metafora della conoscenza, ma il sapere e le verità cambiano di generazione in generazione, mentre alcuni aspetti dei modi di comprendere dell’uomo restano. Internet è forse il paradigma più prossimo dell’idea di un sapere disponibile anche per l’accesso di una singola mente, ma diventa un problema il come la mente cosciente a questo stadio dell’evoluzione sia solo capace di prendere così tante informazioni in una sola volta, trovandosi d’altronde in mano anche tanti dati non veritieri. La mente e la coscienza sono sovraccaricate e incapaci di assimilare così tante informazioni in un unico contenuto dotato di significato. Così è per la teoria magica di Chorozon.

Spesso la critica ha legato la tua musica ai Cabaret Voltaire, ai Throbbing Gristle e altri artisti dalla prima ondata di elettronica industrial con forti connotati punk. Tuttavia ho letto che tu hai iniziato la tua carriera con libere sperimentazioni di elettronica. La domanda che mi sorge è: come hai cominciato esattamente? Sei stato più uno sperimentatore che ha raggiunto gradualmente il sound dei Clock Dva, oppure è stato un incedere per rotture e riforme a condurti all’elettronica?
Ho iniziato le mie sperimentazioni tanto sonore che musicali, come ho spesso dichiarato negli anni, con tecniche di manipolazione dei nastri, basate sulle scoperte dei pionieri della musica elettronica come John Cage, Ilan Mimaroglu e i francesi della GRM. Ho avuto molta familiarità con questi artisti e i loro esperimenti, che ho incontrato spesso studiando arte, specialmente nel periodo degli espressionisti astratti della metà degli anni 40. Partendo da quegli assunti, ho cominciato a escogitare i miei personali esperimenti nel collettivo The Future, dal quale si svilupparono successivamente gli Human League. Utilizzavo loop e processi di trattamento delle registrazioni con The Future, ma successivamente quelle strategie furono la base per il mio lavoro da solista. Recentemente ho pubblicato un box da sei album su vinile dal titolo “The Future Of Radiophonic Dvations”, che documenta tutti i miei esperimenti pre-Clock Dva.

Quando hai pubblicato “Thirst” nel 1981 come Clock Dva, tu e gli altri membri del progetto riusciste a creare qualcosa che andava già ben oltre il post-punk dell’epoca. “Advantage” del 1983 superò anche i traguardi del precedente disco, mescolando l’elettronica a battiti tribali e incursioni jazz-rock. Queste influenze e inspirazioni vennero da jam session o furono degli studiati percorsi artistici?
Come ho appena spiegato, il mio processo di sperimentazione è sempre stato decisamente solitario. Iniziando con le manipolazioni sui nastri, volevo creare un suono e svilupparlo con sintetizzatori quale l’EMS Synthi, costruito appositamente per lavorare su fonti acustiche con trattamenti elettronici. Questi esperimenti e prime composizioni sono state le basi su cui ho edificato il mio sound. Dopo aver lavorato da solo, cominciai a essere parte del duo Clock Dva con Steven Turner, a cui si aggiunsero altri musicisti per espandere i nostri orizzonti e le nostre possibilità. In quel periodo, attraverso questi esperimenti la formula sonora adatta maturò molto. Come fondatore sono sempre stato comunque al centro della crescita di un particolare sound o stile musicale. Sebbene uso l’intuizione come guida, ogni scelta è sempre basata su una conoscenza e una comprensione concettuale della struttura che voglio raggiungere/realizzare. Per questo motivo ogni disco è una sintesi dialettica di intuizione e approccio concettuale alla creatività.

Dopo “Sign” del 1993, il progetto Clock Dva è stato parcheggiato per molto tempo. Non mi interessa il perché, ma vorrei capire soprattutto quando hai capito che era il momento di tornare in scena.
Tornai dall’Italia nel Regno Unito dopo molti problemi della Contempo e un anno trascorso a Milano per raggiungere un nuovo contratto di registrazione; dopo che lo ottenni, riuscì anche a recuperare tutti i diritti sul catalogo dei Clock Dva. Stavo sviluppando un nuovo disco del progetto con Brian Williams, Graeme Revell e Paul Haslinger. Dopo aver trascorso un bel momento di collaborazione con loro a Los Angeles, tutti mi sembrarono davvero positivi. Quando tornai in Inghilterra, la compagnia italiana che aveva firmato per il nuovo contratto fu travolta dalle stesse problematiche della Contempo e dovette chiudere, lasciandomi senza un’etichetta. Fu un momento davvero disarmante e stressante, dunque decisi di prendermi una pausa dal mondo dell’industria discografica, con l’intenzione di tornare in un futuro. È stato all’incirca nel 2009 che ho deciso che era un buon momento per riattivarsi, avevo ritrovato l’energia per registrare e suonare di nuovo dal vivo.

L’importanza delle immagini e delle arti visuali è sempre stata un perno del tuo lavoro musicale. Inoltre, la sociologia odierna non ha fatto altro che confermare questo interesse: il web, i social media e anche gli old media hanno sempre più bisogno di contenuti visuali per poter comunicare. Quando hai cominciato a usare le immagini nelle tue esibizioni immaginavi un simile sviluppo per il futuro?
Sono un artista figurativo prima di essere un musicista. Prima di essere coinvolto dalla musica sono stato sin da giovane un pittore e un disegnatore. Il mio approccio alla musica e alle altre forme artistiche è sempre stato intrinsecamente correlato a questo mio passato. La natura umana è guidata e influenzata in molte maniere dagli stimoli visivi: segni e simboli sono integrati nella nostra comunicazione e i pattern per il loro riconoscimento sono parte della nostra coscienza. Riconosciamo significati anche dove non ce ne sono per trovare un senso alle cose, come se volessimo rendere un simulacro la natura stessa. Le esibizioni dal vivo sono sempre un palco teatrale per me, dove il pubblico è concentrato anche sulla cornice estetica, oltre che sulla musica.

Il concept dell’Unibeat di quest’anno è il tema portante delle celebre serie britannica "Black Mirror": la relazione tra l’uomo e la tecnologia e le sue conseguenze. Qual è la tua personale percezione di essa e cosa prospetti per il futuro a cui stiamo andando incontro?
Ho una visione negativa di questo tipo di rapporto. L’intelligenza artificiale e la robotica stanno sviluppando rapidamente il problema classico dei sistemi di AI, disposti a trascendere la moralità e aggirarla come fosse un virus. In tal modo, creiamo qualcosa di completamente opposto all’emozione umana; è quella l’essenza dell'uomo che ci separa dalle macchine, poiché è l’insita conoscenza intuitiva che ci rende specificamente umani. Il problema, come predetto già tanti anni fa da Philip K. Dick, è che l’empatia sta venendo erosa. Dal lato positivo, possiamo maturare una coscienza umana capace di gestire e imbrigliare le spettacolari scoperte che la tecnologia di giorno in giorno propone, aiutandoci a migliorare profondamente la vita umana.

Nei tuoi ultimi dischi stai esplorando un’elettronica molto più morbida e sognante, allontanandoti dai toni geometrici e spigolosi degli esordi. Quali erano le tue intenzioni con la pubblicazione di “Post-Sign”?
“Post-Sign” nasce da materiale su cui stavo lavorando subito dopo “Sign”. In quel periodo, come dicevo prima, stavo sviluppando le basi per collaborare con Brian Williams e Graeme Revell. Quei brani erano basati su idee tratte da alcuni momenti cinematografici, quali le intro di “Phase IV” e “Stalker” di Saul Bass, “The Andromeda Strain” di Robert Wise e altri. L’idea iniziale era di creare un album di soundtrack basate su vari film da cui avremmo tratto ispirazione sia visivamente che musicalmente.

Quali artisti contemporanei nell’ambito dell’elettronica consideri capaci di influenzare musicalmente il tuo lavoro?
Ho sempre seguito i miei interessi direttamente, quindi è molto difficile segnalare un artista più che un altro che abbia avuto un certo impatto sulle mie idee e sul mio lavoro. Inoltre, per me farei un discorso più ampio sull’arte: pittori, scultori, registi, scrittori, filosofi, musicisti sono tutti parte nella costruzione della “forma” (in senso strettamente estetico), indipendentemente da quanto noi stessi ne siamo consapevoli. L’arte non è mai isolata. Volendo scegliere degli artisti – esclusivamente per quanto riguarda la musica - che ancora oggi hanno il potere di stupirmi, direi Jon Gibson, Jon Hassell e Tony Conrad.

La transizione da musica industrial a musica informatica è un processo tangibile o sono due pianeti distinti?
Ti direi che in ogni caso la musica industriale che cominciai come forma sperimentale sconvolgeva l’utilizzo tradizionale della strumentazione elettronica. Le tecniche derivate dagli anni 50, 60 e primi 70 non furono altro che sviluppi di quegli impieghi dell’elettronica e non vedo perché ci dovrebbe essere alcuna distanza tra quello e la strumentazione digitale contemporanea.

Mentre sul fronte del progetto TAGC come procede? Si è fermato o è ancora in marcia?
Assolutamente no. Recentemente abbiamo fatto una tournée negli Stati Uniti in Columbus, Los Angeles, New York, Philadelphia, Austin e New Orleans. Firmate TAGC ci sono state anche delle installazioni sonore per la Dimensions Gallery di Austin, con un organo speciale chiamato il polmone risuonante (“The Resonant Lung”). L’ultima esibizione in Italia dei TAGC è stata al Cinema Classico di Torino all’inizio di quest’anno. Abbiamo lavorato anche con Mark Fells in alcuni show un paio di anni fa. Tuttora sono al lavoro sul nuovo materiale del progetto, che sicuramente diverrà un disco nel 2018, e sto organizzando nuovi spettacoli. È un progetto molto attivo e dinamico, in pieno divenire.

Chiudo con un paio di domande più personali. Prima di tutto, mi piacerebbe sapere da te che atmosfera si respirava a Sheffield all’inizio degli anni 80.
Immagino che quel celebre fermento sia stato causato da un intero gruppo di artisti (me compreso) che furono particolarmente attivi dalla fine degli anni 70, sia dal punto di vista creativo che sociale. Quando la new wave irruppe, fu un momento eccitante per essere un giovane artista, tutto sembrava invogliare a sperimentare nuovi modi e tecniche con nuove tecnologie, che in passato erano state peraltro molto costose. Non c’erano regole, era un periodo in cui provavi a fare cose senza idea di commerciare o senza pensare al ricavo economico del tuo lavoro, per questo il lavoro di quel periodo è una sperimentazione più pura. Ma durò molto poco, l’aspetto commerciale entrò presto nel quadro idilliaco.

Pensi che la musica ti abbia cambiato o sia stato tu a cambiare nella tua carriera, con conseguenze sulla tua musica?
Tutto cambia e, dunque, anche noi con il tempo e con le esperienze sviluppiamo gusti e interessi differenti. Musica e arte sono molto sensibili ai cambiamenti, denotando come certi interessi diventano marginali e altri essenziali. Per me l’arte pittorica è rimasta una costante da quando sono nato, e queste sono le cose che rimarranno per sempre perché significa che sono connesse con la nostra natura essenziale.


Discografia
 White Souls In Black Suits (Industrial, 1980)

 

Thirst (Contempo, 1981)

 

Advantage (Wax Trax!, 1983) 
Buried Dreams (Wax Trax!, 1989)

 

 Man-Amplified (Ctp, 1992)

 

 Digital Soundtracks (Contempo, 1993)

 

 Sign (Contempo, 1993)

 

 Post-Sign (Anterior, 2013) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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Recensioni

CLOCK DVA

Advantage

(1983 - Polydor)
Le danze macabre della band di Sheffield, tra industrial, wave, funk e avantgarde

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