Costanza Francavilla

Costanza Francavilla

Nebulose nel cielo di Ibiza

intervista di Giuliano Delli Paoli

Raggiungiamo la compositrice romana, di stanza a Ibiza, per farci raccontare il suo "Children Of The Universe" e la sua lunga esperienza come musicista e produttrice, tra ricordi in compagnia di Tricky, sonorizzazioni di film illustri, incontri speciali con Owen Harris, il regista di Black Mirror, svolte ibizenche, richiami esotici e la recente collaborazione con Niccolò Fabi.

Le donne e la musica elettronica, quella in cui i modulari la fanno da padrone: Delia Derbyshire, Suzanne Ciani, Eliana Radigue, Clara Rockmore, Pauline Oliveros, Wendy Carlos, Laurie Spiegel, ma anche Doris Norton, la grandissima Maddalena Fagandini. Ebbene. Perché in tutti questi decenni c’è stata poca rilevanza per delle compositrici tanto importanti musicalmente, a differenza (per fortuna) degli ultimi anni?
Innanzitutto, grazie mille per aver citato queste incredibili donne, per me fonte di grande ispirazione. Mi sento particolarmente legata a Suzanne Ciani e a tutto il percorso di Eliane Radigue, soprattutto per il suo avvicinamento al buddhismo tibetano e la sua ricerca sonora sulla meditazione e gli stati di coscienza. Il legame tra donne ed elettronica e tecnologia c’è sempre stato. Basti pensare ad Ada Lovelace, madrina del computer. Comunque, penso ci sia maggiore attenzione in questo momento al lavoro delle compositrici e donne nell’ambito tecnologico/elettronico in generale, perché in questi ultimi anni c’è stata una presa di coscienza nel mondo sul gender equality. E’ stato un percorso lungo e faticoso, ma pensiamo all’attenzione e il riconoscimento che sta avendo Hildur Gudnadóttir, prima donna compositrice che ha vinto un Oscar per la miglior colonna sonora. Assurdo, no? Pur venendo da una scena non esclusivamente elettronica, Hildur ha sicuramente aperto una porta importante per l’emancipazione delle compositrici.

“Children Of The Universe” si nutre della stessa materia dei corrieri cosmici tedeschi. Polvere di stelle che diventa linfa per le tue composizioni. Da dove nasce questa esigenza di proiettarsi nello spazio e di conseguenza proiettare nello spazio cosmico la tua musica?
Ho sempre creduto nell’esperienza trascendentale del suono, a come le frequenze possano avere un impatto sugli stati di coscienza. E a come ciò possa proiettarci in una dimensione "cosmica", ultraterrena. “Children Of The Universe” è un progetto nato da una colonna sonora di un film che parla di un viaggio alla scoperta dell'Universo attraverso gli occhi di un gruppo bambini: comporre per questo film è stato un momento di “svolta” per me, perché ho sentito per la prima volta di esprimere in musica il mio approccio “cosmico” del suono attraverso l’uso dell’elettronica combinata con strumenti di meditazione. Da quando vivo sull’isola di Ibiza, sono entrata in contattato con artisti che si occupano di sound-meditation con chrystal bowls, gongs e tibetan bowls e ho iniziato a frequentare sessioni di sound-therapy. E piano piano a studiare tecniche di vibro-acustica e trovare un legame tra la sound-mediation e la musica elettronica. Mi affascina molto approfondire questa ricerca, questo legame tra scienza, medicina, musica e antropologia. Sono solo all’inizio di questo mio percorso ed emozionata di imparare di più ogni giorno . “Children Of The Universe” segna l’inizio di questo mio percorso.

Chi è stato il musicista o la band che più ti ha influenzato da piccola e perché?
Se proprio ne devo scegliere uno solo, dico Johann Sebastian Bach. Penso che Bach abbia influenzato il mio approccio alla composizione negli anni. Le sue fughe mi hanno emozionato fin da bambina, mentre le suonavo studiando chitarra classica al conservatorio di Santa Cecilia. Ricordo che passavo ore e pomeriggi interi a studiare i suoi arpeggi. In particolare, ricordo la fuga in La Minore BWV 997 e la BWV 1001. L’arte della fuga come esplorazione delle possibilità contrappuntistiche offerte da un semplice tema. La ripetizione delle note, il movimento inverso, il processo di aumentazione e diminuzione ritmica, la derivazione di temi dal tema principale, la mutazione del ritmo o l'ingresso di temi nuovi. Sono principi che per esempio ritrovo quando faccio uso degli arpeggiatori nella sintesi modulare. Cito Encoded Dreamers: composizioni realizzate nel corso di una notte, un viaggio sonoro dal buio alla luce, tra sintetizzatori onirici, beat sincopati e venature di violoncello”.

Quando e come è nata questa struttura?
E’ nata da una esigenza di catarsi, tra il buio e la luce... ma anche da una necessità compositiva che aveva una "deadline". Ecco la storia: l’anno scorso venne nel mio studio a Ibiza (ibizabloom.com) Owen Harris, il regista di "Black Mirror" di Netlfix a fare il montaggio dei nuovi episodi della serie. Owen ci teneva molto ad avermi come compositrice delle musiche originali della serie. E mi chiese: "Perché per domani non mi fai una playlist di brani tuoi nuovi? Intense mood, tra la luce e il buio”. Così mi chiusi in studio una notte immergendomi in questo journey fino all’alba. Ho usato alcuni frammenti di violoncello che avevo composto (interpretati dal mitico Stefano Cabrera) e usato synth analogici in particolare il MiniMoog e il Juno60, e quando è venuta la luce del giorno, mi sono fermata. Ho chiuso le sessioni e ho consegnato i brani a Owen. Per diversi motivi, non siamo riusciti a concludere la questione score di "Black Mirror", ma i brani rappresentavano un momento emozionale forte per me. E così, ho deciso di farli uscire. Il nome è in parte inspirato alla serie stessa.

Costanza FrancavillaCome nasce una tua partitura? C’è un procedimento standard o segui “semplicemente” il flusso della tua “essenza”, del tuo essere in un dato momento e in un punto preciso dello spazio?
Yes, seguo il flusso. Per me comporre non è solo una necessità legata alla mia carriera professionale, ma è proprio un'esigenza per avvicinarmi a stati di contemplazione. Soprattutto quando uso i synth modulari, mi immergo nel suono e nella sperimentazione onirica, quasi sempre senza registrare nulla. Viaggi sonori che spesso conduco da sola di notte, nel mio studio. Nella maggior parte dei casi, però, le mie composizioni sono legate a immagini, o per le colonne sonore di film e documentari, o per le musiche per trailer di film. Quindi lo “spazio” da cui spesso parto è l'immagine, o l’evocazione data dalla suggestione di un'immagine. Di solito, inizio da un semplice layer melodico, spesso eseguito con un synth: sono un'amante dell'analogico e dell’improvvisazione quindi il Midi non mi è molto amico. Da lì poi costruisco alcuni layer di suoni per poi decostruirli, assemblarli, incastrarli, sovrapporli. Ho studiato Architettura e sicuramente il mio metodo “costruttivo” nella composizione si rifà ai principi architettonici ispirati al minimalismo di Mies Van Der Rohe e il suo “Less Is More”. Le fondamenta con i bassi, e su, a salire fino al cielo con frequenze alte, più “leggere” e ariose. Non sono amante delle frequenze medie, dei materiali di mezzo. Sono per la pietra, solida, sicura e poi vetrate ampie. Il rapporto di trasparenza con la natura che in musica si riconduce per me ai suoni ambient, riverberi, delay, spazi aperti. Uso poche note, pochi accordi, pochi layer, poche tracce. L’evolversi emotivo dei brani lo cerco nella scultura del suono, nella modulazione dei volumi e dei sostenuti delle note, nelle aperture dei filtri, nella durata dei riverberi e degli echi.

Quali sono stati i punti cardine in cui ti sei mossa per dare vita alla colonna sonora del docu-film su William Friedkin, il regista cult de “L’Esorcista”? Hai rivisto anche la celebre pellicola?
Ti posso dire che è stato un lavoro molto challenging dal punto sia emotivo che di composizione, il protagonista in questione è uno dei pilastri della storia del cinema, e nel cast ci sono personaggi come Quentin Tarantino, Francis For Coppola, Wes Anderson, Damien Chazelle, tutti artisti che stimo molto. Quindi, all’inizio, ero parecchio “intimorita”. La pellicola originale de “L'Esorcista” non l’ho rivista perché non mi volevo fare influenzare troppo dalle musiche di “Tubular Bells” di Mike Oldfield. E poi perché in quel periodo in cui lavoravo al film, stavo a Ibiza a casa in campagna da sola con mia figlia di 4 anni, e come puoi immaginare lavorare di notte con le immagini di quel film mentre mia figlia dormiva non era proprio tranquillizzante. Comunque, quando il regista Francesco Zippel mi contattò per scrivere le musiche, aveva un'idea abbastanza precisa della colonna sonora. Voleva che io portassi il mio stile sognante per rappresentare il lato intimo di Friedkin con venature intense, dark, per raccontare il lato oscuro della sua filmografia. Da “Sorcerer” a “L’Esorcista”, da “French Connection” a “Cruising” (il mio preferito di Friekdin). Le linee guida erano ispirate al mondo sonoro di Trent Reznor e Atticus Ross. Ho usato parecchi inserti con i modulari, ma soprattutto molti synth analogici dell epoca: dal Minimoog al Prophet5, fino all’MS20. Una strumentazione ricorrente anche nei film di Friedkin, basti pensare ai Tangerine Dream in “Sorcerer”. Portare il film al Festival di Venezia è stata una grande emozione, ma soprattutto lo è stato venire a conoscenza del lato più intimo di un regista che in questo film mi ha veramente insegnato molto sulla sua arte e della storia del cinema. Veramente un grande artista in tutti sensi: viva Billly!

Spesso unisci la corporalità dell'elettronica al portamento onirico della musica classica. Da dove nasce questa tua specifica esigenza/commistione d’intenti?
Come ti accennavo, il mio percorso musicale è iniziato studiando musica classica da bambina e gradualmente mi sono appassionata alla musica elettronica. Questi due mondi hanno sempre convissuto. Quindi è una cosa naturale per me che nei miei brani ci siano tutti e due. E dici bene tu: l’elettronica è la corporalità, è l’euforia, la classica invece è l’estasi. Euforia ed estasi convivono: una nel movimento, l’altra nel silenzio, nella calma. E' come una danza tra anima e corpo.

Suzanne Ciani una volta disse che in realtà “un Buchla 200 è come un bambino. E’ sostanzialmente semplice: basta saperlo cullare”. Ma è davvero così difficile suonarlo? Che rapporto hai con questa meravigliosa macchina, ma anche con altre simili al Buchla?
Condivido appieno il pensiero della mitica Suzanne. I synth sono delle creature a sé. Robert Moog diceva: "Sono al 100% sicuro che i sintetizzatori, anche se non sono esseri viventi, hanno in un certo senso una coscienza con cui ci connettono". In realtà, io non uso però un sistema Buchla, anche se mi piacerebbe molto mettere le mani su un 200 originale. Ma uso sistemi di moduli Eurorack, alcuni dei quali hanno caratteristiche in comune con i Buchla, come i vactrols nei moduli Make Noise o Verbos. Più che difficile suonare i modulari, è un “intrippamento” se hai knowledge di sintesi, quindi oscillatori, Lfo, inviluppi etc. risulta anche abbastanza facile. E’ comunque un mondo completamente a sé. Il suono non è lì. Sei tu che lo crei attraverso il control voltage. E tutta una questione di tensione elettrica, di rapporto tra Volt. Non è prevedibile, quindi ogni volta è un'avventura. Magari hai un’idea di un patch o di una sonorità, poi non si sa mai dove vai a finire. Tutto può cambiare e il suono non è mai ripetibile. Adoro.

Hai collaborato con un gigante del trip-hop del calibro di Tricky, il quale ti definisce come “The female version of me”. Per me si avvicina poco. Ascoltando la tua musica, credo che la tua sia una delle esperienze più angeliche di elettronica progressiva contemporanea. Tuttavia, qualcosa di realmente vicino tra voi due c’è. Insomma, cosa ti accomuna realmente a lui? Ha ragione Tricky o sto esagerando? Inoltre, cosa ti ha colpito maggiormente di lui e cosa meno.
Io e Tricky siamo legati da un qualcosa di molto forte che è difficile da spiegare. La prima volta che ci siamo incontrati è stato come se ci conoscessimo da una vita. Forse il nostro approccio molto istintivo alla musica, al “first take”. Il lato emotivo, anche se fuori tempo, stonato, off beat. Ma che risulta essere quello più viscerale. Ricordo la prima volta in studio con lui. Ero appena arrivata da Los Angeles direttamente dall’aeroporto. Mi mise un microfono davanti con un foglio di carta scritto da me alcuni minuti prima, con un testo improvvisato e dettato da lui. Cosi, ho cantato. Abbiamo registrato e “buona la prima”. Abbiamo tenuto quel take sul disco. Il brano “Hollow” di Tricky ha un animo con molti lati oscuri, dovuti alla sua infanzia difficile, suppongo. Ma è una delle persone più sensibili che abbia mai conosciuto. Ricordo serate a cucinare, passate in silenzio ad ascoltare Kate Bush o i Cure, e lui con le lacrime agli occhi perché emozionato dai testi di Robert Smith. Parlavamo poco tra di noi, ma non era necessario parlare. La nostra comunicazione avveniva attraverso la musica. A volte, era difficile sostenere il suo carattere scontroso. Soprattutto in pubblico. Quindi, a un certo punto mi sono dovuta allontanare. Tuttavia, mi ha insegnato molto stare a fianco a lui, soprattutto mi ha dato l’opportunità di credere in me stessa e che la musica potesse davvero essere un cammino di vita per me.

A Ibiza hai dato vita all’Ibiza Bloom Studio e alla nuova etichetta Silent Frequencies dedita ai suoni sperimentali e ambient. Com’è vivere a Ibiza tutto l’anno e quanto pesa nella tua composizione un’ambientazione simile a quella ibizenca, così pregna di quel mood pastorale ormai perduto nelle grandi metropoli come Roma?
Eh, sì, dopo anni di vita metropolitana tra Roma, Londra, New York, Berlino e Los Angeles, a Ibiza ho trovato la mia dimensione. In campagna a contatto con la natura. Vivo una vita molto tranquilla qui. Di famiglia, con i bambini, gli animali. Ibiza è magica, d'inverno soprattutto. Poi d’estate c’è il delirio turistico e scappo via per due mesi. Il mio studio IbizaBloom è stato concepito per accogliere artisti che vogliono “distaccarsi” dalla vita frenetica cittadina e immergersi nel processo creativo. Un’occasione di ritiro sonico. Entrare in contatto e collaborare con artisti che vengono da tutto il mondo con questa intenzione qui è per me un privilegio enorme. Una grande fonte di ispirazione. Ibiza ormai è casa. Ma può essere anche uno stile di vita non adatto a tutti, essendo isolati dal “mondo mondano”. Per portare mia figlia a scuola devo fare 10 km di strada sterrata nel bosco e quando piove forte, scatta la luce e restiamo senza internet per giorni. Poi la sera ci sono le stelle per davvero, e si sente il profumo del mare, del cambio delle stagioni. Stando qui, la mia musica sicuramente ha preso sempre di più una piega ambient, contemplativa, meditativa. Mi risulterebbe difficile lasciarmi andare verso sonorità urbane vivendo qui. Suonando di notte col cielo limpido, il suono del vento, è tutto più etereo, dilatato nello spazio e nel tempo.

Costanza Francavilla“Free Men” è un docu-film patrocinato da Amnesty International sull’incredibile storia del condannato a morte Kenneth Reams. Hai curato le sue musiche. Ebbene, com'è creare musica per storie così terribili? Hai trovato qualche difficoltà o è stato tutto semplice e naturale?
Penso di aver trovato una chiave per le musiche del film con uno strumento in particolare: l’hang, un hand-pan di metallo. Ha una sonorità molto malinconica, ma è uno strumento vibro-acustico che mi ha permesso di creare un nesso con la storia di Kenneth. Come se la sua energia, la sua forza e “vibrazione” potessero oltrepassare le sbarre di metallo delle sua cella e renderlo libero. E’ stato un percorso molto emotivo creare le musiche per il film, perché quella di Kenneth è una storia sulla pena di morte, ma è anche una storia di amore di speranza di resilienza, di vita. Dunque, le musiche dovevano racchiudere contemporaneamente la vita e la morte. La luce e il buio. Ma senza mai cadere nel sentimentalismo. In ogni caso, Kenneth mi ha cambiato la vita. Ogni volta che sento il sole sulla mia pelle penso a lui, che nonostante 25 anni di cella di isolamento da innocente, continua a lottare per la libertà. Tutti i nostri piccoli problemi quotidiani diventano così superflui e così inutili rispetto alle battaglie che affronta lui ogni giorno. E’ stato un onore per me lavorare a questo film e tuttora curare la campagna “#FreeKennethReams”.  Spero che il film possa contribuire a creare awareness sul suo caso e che un giorno io possa incontrarlo da uomo libero.

Niccolò Fabi: parlaci di questa “strana”, eppure intensa e riuscitissima collaborazione.
Niccolò mi chiamò un giorno chiedendomi di venire a studio da me a Ibiza. Voleva provare a sperimentare un approccio nuovo alla scrittura delle sue canzoni e allontanarsi dallo scenario acustico del suo ultimo lavoro (una somma di piccole cose). Voleva provare a partire da un mondo più elettronico. Ma una elettronica rarefatta, dilatata, non una elettronica electro-pop. Così, pensò a me come possibile ”incanalatore” di questo approccio. Venne a studio da me all’IbizaBloom. Era dicembre. C’era un atmosfera molto magica in quei giorni. L'Ibiza d’inverno che piace a me. In pochi giorni ci siamo “ritrovati”, incontrandoci in un territorio sospeso tra l’elettronica e il cantautorato con i brani “Nel blu” e Amori con le ali”, e soprattutto quest’ultimo fu un incontro molto magico, molto di getto. Lui alla chitarra e io al Juno60. Poi lui tornò a Roma e continuò il resto del disco con Roberto (Angelini) e altri suoi storici collaboratori, seguendo la scia di quello che avevamo sperimentato a Ibiza, ma come dice lui “facendo il giro del palazzo” e ritornando comunque a sonorità più acustiche e più vicine alla forma canzone a lui nota. Tuttavia, quei due brani rimasero così come l’avevamo fatti a Ibiza. Io poi mi occupai di qualche “aggiustamento” produttivo e dell'arrangiamento d’archi. Infine, quasi a chiusura del disco mi chiamò di nuovo: si erano un po’ “bloccati” su un brano (“A prescindere da me”). E Niccolò mi chiese di andare a Roma per provare una versione nuova. Fu una specie di missione, perché avevo solo un giorno di tempo, insomma fu un po' una follia. Quando arrivai in studio, montai una postazione tattica con alcuni synth portati da Ibiza e i miei modulari. E Niccolò e Roberto mi suonarono il brano. Era costruito intorno a vari layer di chitarra, ma io proposi di farlo eseguire al pianoforte. Cosi Niccolò si sedette la piano e dopo due giri di accordi, mi accorsi che quella era la chiave. Costruire il brano intorno alla melodia del pianoforte. E così, con l’aggiunta dei miei synth e modulari, nacque anche la stesura di “A prescindere da me”. Comunque, a parte i dettagli, è stata un'esperienza molto bella che mi ha avvicinato per la prima volta alla canzone italiana.

Una lista dei tuoi ascolti recenti.
Kazuya Nagaya, Sarah Davachi, Leandro Fresco & Rafael Anton Irisarri, Grand River, A Winged Victory For The Sullen.

Come hai presentato la tua performance al Mutek di Barcellona il 21 febbraio? Hai qualche sorpresa da svelarci?
Al Mutek ho portato la mia performance “Exploring Theta Waves”. Come ti accennavo, da quando mi sono trasferita a Ibiza (ormai 4 anni) oltre ai miei lavori come compositore di film e trailer, mi sono dedicata molto alla musica ambient studiando e sperimentando tecniche di vibro-acustica e terapie di sound-meditation combinate alla musica elettronica. Il risultato di questa esperienza sonora è una performance dal vivo chiamata appunto "Exploring Theta Waves": un live-set ambient molto intimo che eseguo con strumenti di vibrazione acustica (come tibetan bowls, cristalli, hand-pan), combinato con sintetizzatori modulari che guidano il pubblico in uno stato onirico attraverso la stimolazione dei Toni Binaurali (binaural beats) nelle frequenze delle onde cerebrali EEG Theta Waves, onde cerebrali che sono comunemente associate a un profondo rilassamento, meditazione, creatività e consapevolezza intuitiva. I binaural beats sono dei battiti che vengono percepiti dal cervello quando due toni con frequenza leggermente diversa vengono ascoltati separatamente (ossia un tono all’orecchio sinistro, l’altro all’orecchio destro) attraverso degli auricolari. Diversi studi hanno evidenziato come l’ascolto di questi toni su frequenze lente (Onde Theta, tra 4hz e 8hz) possa indurre a brainwave entrainment e avere un impatto positivo sul nostro benessere psicologico: profondo rilassamento, livelli di stress più bassi, pensiero più chiaro, una mente creativa potenziata. Nella mia performance, i binaural beats (che creo attraverso oscillatori analogici) vengono sovrapposti ad atmosfere sonore ambient molto sognanti, una sorta di "sound-journey". La performance avviene con cuffie wireless e l’audience di solito è sdraiata o perlomeno seduta per terra in posizione rilassata. L’atmosfera è molto soffusa, solo le luci delle cuffie e candele. Molto intimate. Al Mutek è stato molto bello. Spero di poter riproporre presto questa performance anche in Italia.

Il synth a cui sei più legata.
Il Minimoog Model D. E’ stato il mio primo synth analogico e mi ha aperto un mondo. Ed è il MiniMoog.

Cosa diresti a un giovane musicista che si avvicina ai modulari. Quale consiglio gli daresti?
Innanzitutto di ripassarsi le basi della sintesi, questo può aiutare molto. E poi frequentare siti come ModullarGrid e gruppi su modulari su Facebook. C’è una grossa comunità di modularisti in rete. Ci aiutiamo a vicenda con consigli, tips, feedback. E’ come una grande famiglia (di scoppiati, ahaha!).

So che hai collaborato e collabori con Marco Messina, che conosco e ammiro. Che rapporto hai con lui e quando verrai a suonare di nuovo in Italia, magari proprio nella Napoli di Messina?
Marco è un “fratello", ci vogliamo bene veramente. Ci siamo conosciuti per caso su Myspace a metà anni 2000 e abbiamo subito iniziato a collaborare. E’ venuto spesso a New York nel mio studio. Siamo stati in tour insieme, viaggi sonori in Africa. Abbiamo condiviso molto e siamo molto simili musicalmente. Lui è la parte più viscerale, io la parte eterea. Il suo entusiasmo e il suo talento mi hanno sempre ispirata. Marco non è solo la colonna portante dei 99 Posse, ma è anche un compositore di colonne sonore pazzesco. Basti pensare alla sua colonna sonora di “Martin Eden”, presentato a Venezia. Con lui devo dire che ho scoperto un ulteriore nesso con le colonne sonore, e come la musica ambient e sperimentale potesse entrar in questo mondo, senza dover necessariamente comporre con le grandi orchestre. Abbiamo aperti vari progetti insieme e ci scambiamo “intrippamenti” vari sui modulari, non vedo l’ora di rientrare in studio con lui. Adoro Napoli e spero di tornarci presto.

Programmi per il futuro? Cosa ti aspetti?
Per i prossimi anni? Uffa, è una domanda impegnativa. Mi sposo a settembre con l’amore della mia vita e padre di mia figlia. Come priorità numero uno per me c’è sempre la famiglia. Comunque, vivo giorno per giorno nel presente e spero di fare ogni giorno qualche passetto in più per migliorare me stessa e contribuire a migliorare ciò che mi circonda, verso un mondo più sostenibile e più armonico.

Discografia
 Sonic Diary (ZerOkilled, 2008) 
Children of The Universe (Silent Frequencies, 2019) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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Recensioni

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