Daniele Silvestri

Daniele Silvestri

Dall'endecasillabo al rap

intervista di Silverio Novelli
Daniele Silvestri, romano, è uno dei cantautori più interessanti delle nuova scena italiana. Partito da album di forte impegno sociale, ha ripiegato negli anni su canzoni più malinconiche e intimiste, ma senza disdegnare l'allegria contagiosa di "Salirò", il brano presentato a Sanremo, che gli è valso il successo presso il grande pubblico. Il suo album del 2002, Unò Duè, conferma le qualità di autore di Silvestri, a cominciare proprio dalla fine: la struggente "Di padre in figlio" dedicata a un figlio nascituro e a un padre da poco scomparso. I temi sociali tornano in brani come "Il mio nemico" ("Il mio nemico non ha divisa, ama le armi ma non le usa, nella fondina tiene le carte Visa e quando uccide non chiede scusa") o "Manifesto". In altri momenti, a prendere il sopravvento è la forma ballata, come in "Sabbia e sandali", o il rock energico ("Mi interessa"). Ma la voglia di evasione prende corpo nella radiosa "Salirò" (accompagnata a Sanremo dal curioso e fortunato balletto di Fabio Ferri). "Unò, Dué" è un collage di stili e influenze, filtrati attraverso una visione del mondo ironica e contemporaneamente incantata. Prima dell'uscita dell'album, Silverio Novelli aveva intervistato Daniele Silvestri nella sua abitazione romana. Ecco il resoconto di quell'incontro.

Daniele Silvestri, musicista-paroliere-autore-cantante di una generazione romana sui trent'anni che è cresciuta condividendo l'avventura degli inizi, la frequentazione di un locale (si chiama proprio Il Locale e sta in vicolo del Fico 3) dove si faceva e si fa musica in libertà, all'insegna del gusto di stare insieme. Silvestri, Max Gazzè, Alex Britti, Niccolò Fabi, Nek eccetera. Bella questa cosa, ma la vengo a sapere dopo, parlando con Silvestri medesimo: "Il Locale non è un nuovo Folkstudio: altri tempi, mancanza, oggi, di un progetto politico. Qui c'è l'amicizia e basta". Appena ci mettiamo a sedere negli studi spartani della Rca a Roma, gli chiedo se l'intelligenza colta che musiche e testi dei suoi quattro album trasudano è frutto anche di un particolare ecosistema intellettuale. Silvestri conferma: "Quando, d'istinto, ho ringraziato mio padre dal palco dell'ultimo festival di Sanremo, l'ho fatto perché sentivo che il premio assegnato ad "Aria" per il miglior testo dovevo condividerlo con chi mi insegnato ad amare la lettura e la scrittura. Sono cresciuto in una famiglia che amava leggere, pareti stracolme di libri, una casa piena di teatro perché mio padre, autore di romanzi, ha cominciato scrivendo teatro. Ricordo me ragazzino (forse l'unico tra tanti adulti) divertito e affascinato in tanti dopocena affollati di gente, amici di famiglia, che lavoravano nel mondo del teatro. Mia madre, invece, ha cantato jazz, a Bologna, più o meno fino a quando sono nato io. Poi, col tempo, è passata ad altro, diventando direttrice di un'agenzia di viaggi-studio e ciò è alla base della mia formazione culturale anglicizzante (anni di vacanze studio in Inghilterra)".

Con il padre Alberto, Daniele ama confrontarsi: "Mi piace che lui senta le mie cose anche mentre sono in corso d'opera". Parlando del suo schizofrenico metodo di lavoro ("quando sono in tour, sospendo in pratica ogni attività di scrittura; quando rifiato dai concerti, mi concentro e lavoro, scrivo, cancello, butto via, riscrivo, mai al computer, sempre carta e penna, anche sfruttando i viaggi di trasferimento, se capita"), Daniele racconta che una delle sue canzoni-bandiera, amatissima dai fan, la "Cohiba" dedicata alla figura e al mito di Che Guevara, scritta ("nella testa") guidando da Roma a Milano, ricevette impulso decisivo da un suggerimento del padre: "Mi propose di giocare sull'omofonia tra il soprannome "Che" e l'espressione italiana "c'è"".

Daniele Silvestri, colto per formazione ("sul comodino metterei Italo Calvino, tutto, per la capacità di farti entrare in compatti mondi immaginari; per la stessa ragione, tanta fantascienza, che riassumerei nella figura di Asimov; Dostojevski, inevitabilmente "L'idiota"; il teatro di Tom Stoppard, che condensa il teatro dell'assurdo e arriva fino all'oggi, fino al cinema; García Márquez"), dimostra di aver sciolto la sua cultura letteraria nel gioco di rime, assonanze, calembour, allitterazioni che caratterizzano i suoi versi musicati. Solo in Paolo Conte si ritrova una altrettanto strenua attenzione per la precisione lessicale unita a una scelta metrica raffinata, come nei versi in rima sdrucciola: "Se siete schiavi di una tombola/ stracolma di tesori che distribuisce a vanvera/ e vi coccola l'idea di impadronirvi della vincita/ vivere di rendita" ("Pozzo dei desideri"), ("correre nel traffico/ mettersi il soprabito/ respirare microbi/ perdersi nei vicoli/ inciampare negli ostacoli/ affidarsi a degli oroscopi/ arrabbiarsi con le nuvole/ evitare le pozzanghere" ("Marzo 3039").

"Contano le mie letture di poesia, certo - dice lui -, ma anche gli anni di rap che hanno sollecitato a rifornire il proprio magazzino terminologico in vista di soluzioni lessicali e concettuali convincenti. È un vantaggio per la canzone, che sfugge al solito giro ripetitivo di parole, è un vantaggio per la comunicazione".
Silvestri è un'enciclopedia postmoderna della canzone: rock, pop, rap, funky, reggae, house, ballad, Paolo Conte, Battisti, Caputo, tanto tanto Beatles, psichedelia, musica classica... Ogni album è un mobile continuum senza centro fisso. E i testi? Citazionismo e ironia, tipiche lenti sul disincantato occhio postmoderno: "E adesso siediti/ su quella seggiola/ lo so che parlo come le canzoni/ ma così perdoni le volgarità: e adesso spogliati/ come sai fare tu...", ""sono la figlia del dottore amica delle tre civette/ guarda c'è un comò"" ("Amarsi cantando"), "il fuoco, Baglioni mi sembra funzionino poco con te" ("Il flamenco della doccia"), "Però ti dicono: "le donne sono tante! / come i Negroni, no? milioni di miliardi" ("L'Y 10 bordeaux"), "ci piace Daniele, Battisti, Lorenzo, le urla/ di Prince, i Police" ("Le cose in comune").

Silvestri si schermisce ma giustamente non ci sta a sentirsi rappresentato come un "compendio" vivente della canzone italiana e straniera degli ultimi trent'anni. "Io mi esprimo comunicando attraverso diverse forme. Da una parte è una necessità cui rispondo. Dall'altra non nego che vorrei puntare, col tempo, a soluzioni più omogenee, ad album più compatti. Però ci tengo a sottolineare che sono immerso nel mio tempo. Prendi "blob", come tendenza artistica, più che come collage in sé. Blob significa utilizzare l'immaginario comune contemporaneo, in frenetica evoluzione e segnato dalla presenza del medium più forte, la tv, come bacino linguistico dal quale attingere per i propri percorsi creativi. Partire da una frase fatta anche musicale (subito mi viene in mente la tromba distorta che attacca la vecchia sigla del telegiornale in "Paolo", ndr), un'immagine condivisa, mi permette di comunicare sapendo di aver evocato un patrimonio collettivo". Siamo arrivati al punto decisivo: una sensibilità acuta per la comunicazione, giocata sull'ammiccamento ai linguaggi di massa della contemporaneità, un valore forte, capace di unire generazioni diverse all'insegna dell'intelligenza cantata.
Discografia
 DANIELE SILVESTRI 
   
 Daniele Silvestri (Sony Bmg, 1994)

 

 Prima di essere un uomo (Dischi Ricordi, 1995)

 

 Il dado (Sony Bmg, 1996)

 

Sig. Dapatas (Ricordi, 1999)

 

 Il meglio di Daniele Silvestri (Bmg, 2000)

 

 Unò Duè (Sony, 2002) 
 Livre Transito (Bmg, 2004) 
 Il Latitante (Bmg, 2007) 
 S.C.O.T.C.H. (Sony, 2011) 
Acrobati (Sony, 2016) 
   
 FABI SILVESTRI GAZZE' 
   
Il Padrone della festa (Sony/Universal, 2014) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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