Daniel Knox

Daniel Knox

Le avventure di un americano solitario

intervista di Lorenzo Righetto

Immaginate un giovane appena arrivato in una grande città per studiare cinema. Niente dell'approccio "professionale" all'arte lo coinvolge, e così si ritrova a girovagare per la città di notte, fingendo di esserne il guardiano, se non il padrone. Una notte entra all'Hilton, in piena downtown, e prende l'ascensore fino al ristorante, alla sala da ballo panoramica, dove tutto risuona dei ricordi di mille cene di gala, di sorrisi e chiacchiericcio. In mezzo alla sala lo aspetta un grande pianoforte a coda, smagliante, un oggetto dotato di vita propria, che lo chiama, anzi lo rapisce. Tutte le notti andrà a esercitarsi a quel pianoforte, indisturbato dalle guardie, fino a quando un gentile signore non gli allungherà un dollaro nel bicchiere lasciato sul pianoforte qualche ora prima...

Puoi suggerire una canzone di "Daniel Knox" che possa servire da tema introduttivo e da guida per il disco e per la tua musica? Di cosa parla la canzone?
L'incrocio tra la Lawrence e la MacArthur è famosa per gli incidenti stradali. Sono cresciuto in un suo angolo, in un vecchio alimentari/farmacia costruito negli anni 20. Mia madre e il mio padre adottivo abitavano dalla parte dell'alimentari, io da quella della farmacia. C'erano così tanti incidenti in estate che ero abituato a starmene seduto in veranda con la mia videocamera ad aspettare che succedessero. Più interessante, per me, rispetto agli incidenti, erano le persone che arrivavano poco dopo. Erano riunioni di quartiere improvvisate in cui gente di ogni tipo uscivano dalla loro casa e se ne stavano sul loro prato per dare un'occhiata. Filmai questo video nel corso dello stesso giorno nel 1996.


È stato davvero stimolante scoprire la storia dei tuoi inizi come artista, quando suonavi il pianoforte a coda nella notte nella sala da ballo di un hotel di lusso, a Chicago. Pensi che staresti facendo le stesse cose, adesso, o se saresti un musicista, addirittura, senza un inizio mitologico come questo?

Penso che, se non avessi trovato una via alla musica, starei raccontando storie in qualche altro modo. Sono cresciuto volendo fare film, e penso di avere ancora un buon film in me.

Quindi c’è questo momento nella tua carriera in cui incontri David Lynch nel cinema in cui lavori, e sei scelto per suonare qualcosa all’organo del cinema per presentarlo. Com’è stato? Come influenza la tua musica? Cosa pensi dei suoi progetti musicali?
Incontrare David Lynch è stato certamente un momento importante per me. Sono cresciuto coi suoi film. Mi parlavano in modo molto diretto, molto più che qualsiasi altra cosa.
Quando ero ragazzo facevo io stesso dei film. Li facevo con una videocamera, nel mio quartiere, con gli amici. Il mio breve intermezzo di scuola di cinema vera e propria mi disse che questo non era un modo di fare un film, fu incredibilmente scoraggiante. Ma quando Lynch parlò della produzione di “Inland Empire”, lo fece raccontandolo proprio nel modo in cui l’avevo fatto io da ragazzo, e con lo stesso entusiasmo. Fu un momento importante per me incontrare un artista che amo così tanto, ma anche perché dissipò molto dello scoraggiamento che la scuola di cinema e la gente del cinema mi avevano instillato per la maggior parte della mia vita.

“Daniel Knox” è il primo album che hai registrato in uno studio vero e proprio, ci sono diversi strumenti e suoni, altri musicisti e così via. Mi sembra anche il meno classico dei tuoi lavori, in termini di suono, ma anche di scrittura. Ha un’impressione “post” (scusami la parola), è molto più atmosferico e cinematico. Pensi che questo sia il marchio di fabbrica del disco, il suo più grande salto artistico?
Beh, “Daniel Knox” è stato quello che chiamerei un incidente inevitabile. Eravamo andati in studio per registrare il mio disco successivo, “Chasescene”, ma ci serviva più tempo. Avevamo anche una manciata di canzoni che sapevamo non essere giuste per quel disco, perché ne avevo scritte troppe. Quindi, dato che avevao bisogno di più tempo, e avendo del materiale in più, sono tornado a due altri progetti a cui avevo dedicato la maggior parte dei miei due anni precedenti. “Black & Whites” e “14 15 111” sono due progetti video sui quali ho lavorato col fotografo John Atwood.
“Black & Whites” è una collezione di 12 canzoni e parti di colonna sonora che accompagnano dei video girati da Atwood e montati da entrambi. Da questo sono venuti “By The Venture”, “Lawrence & MacArthur” e “White Oaks Mall”. Abbiamo creato “Black & Whites” al Robert Wilson’s Watermill Center e mostrato al 92Y a New York e al Kennedy Center a Washington. L’abbiamo suonato in varie incarnazioni ma la versione completa è per piano, voce, batteria/percussioni, basso elettrico, quintetto d’archi, fiati, pianola a bocca e sega musicale. Il video del finale può essere visto qui sotto.


“14 15 111” è stato scritto per Intuit: The Center for Intuitive and Outsider Art. Qui è da dove arrivano “Blue Car”, “David Charmichael”, “Car Blue” e “14 15 111”. Come in “Black & Whites”, il video è proiettato su uno schermo dietro ai musicisti che suonano, al buio, sotto di esso, ma nello spettacolo metà della musica è pre-registrata e sincronizzata col video, mentre i musicisti suonano insieme alla musica pre-esistente.

Non prenderla male, ma penso che gli arrangiamenti addizionali (ottoni, synth, batteria, archi) aggiungano davvero qualcosa alla tua musica. Come si è formato il tutto? Ti disturba non essere più “solo” nel tuo disco?
No, non mi disturba. Sono un musicista, posso essere solo tutte le volte che voglio! Ma sono molto orgoglioso e fortunato di poter suonare con dei musicisti eccellenti. Il mio batterista Jason Toth, il bassista Paul Parts, il suonatore di sega musicale Chris Hefner, il contrabbassista Jim Cooper, e ho aggiunto un chitarrista davvero grande alla band, che si chiama ora Joshua Fitzgerald Klocek. Ti piacerebbe, suona in una band che fa cover di colonne sonore di film italiani. Sono anche stato abbastanza fortunato da suonare con gente come Ralph Carney, Thor Harris e David Coulter.
Ma ho molto tempo “da solo” (che lo voglia o no) quando sono in tour in questi giorni.

Sono rimasto impressionato dalla copertina di “Daniel Knox”, è molto plastica e vivida, come se venisse da un pittore del diciannovesimo secolo resuscitato. Allo stesso tempo ho difficoltà a comprendere il sentimento principale che vuoi esprimere, così come con la musica. Infine, è abbastanza inusuale vedere il volto e il nome dell’artista sulla copertina. Puoi parlarci di questa scelta? Qual è il sentimento che volevi catturare?
Il dipinto sulla copertina è dell’artista Gregory Jacobsen. Non posso esagerare quanto sia impressionato da lui e dal suo lavoro. Ero emozionato quando si è detto d’accordo a fare la copertina. Era diventato evidente facendo questo disco che, se questo non sarebbe stato il mio disco omonimo, niente altro lo sarebbe stato, e dato che questa è una deviazione da me stesso volevo che la copertina lo riflettesse. Penso che sia qualcosa di diverso anche dall’opera di Jacobsen, anche se solo nel tema.

Non ho capito se stai ancora lavorando come proiezionista, ma sicuramente il cinema ha giocato un ruolo nel tuo sviluppo come artista. Puoi fare un paragone tra “Daniel Knox” e un film?
Sì, lavoro ancora al Music Box Theatre a Chicago. Lo faro fin quando vivrò lì, perché adoro farlo. È un posto bellissimo per vedere un film e un posto stimolante in cui stare in generale. Non credo di riuscire a connettere “Daniel Knox” a un film, se non a quello che, nella mia mente, rimane non completato visivamente. Se dovessi fare un paragone tra me e un film, però, dovrei dire probabilmente “Duck Soup” dei fratelli Marx.

Posti come i centri commerciali e le autostrade, i punti di riferimento del paesaggio americano, popolano le tue canzoni. Una volta hai detto in un’intervista: “Ho scritto molte canzoni d’amore sui negozi”. A volte si ritrova questo aspetto negli artisti americani. Questo è il vostro modo di creare una rete di luoghi mitologici, per trovare una simbologia geografica di posti che significano qualcosa per le persone, in un paese in cui i luoghi storici condivisi non sono così definiti?
Non sono sicuro di capire la domanda. Penso che molte persone scrivano di centri commerciali, autostrade e costruzioni stradali o del degrado da un angolo critico o nostalgico che non mi interessa. Per me si trattava di scoprire quanto del paesaggio che avevo ereditato crescendo si fosse effettivamente infiltrato nel paesaggio della mia immaginazione.
Se c’è una mitologia da trovare nelle mie canzoni su Springfield, è una astratta con un legame molto sciolto e molto spazio in cui muoversi. Non sono interessato a definire queste cose o a dipingere un qualche racconto biografico della mia infanzia. Ho solo cominciato a prestare maggiore attenzione a luoghi che davo per scontati, soprattutto perché ho visto molti di questi scomparire negli ultimi anni.

È stato interessante scoprire che il tuo secondo disco è uscito con La Société Expeditionnaire, gestita da Lou Rogai. Lui è un altro dei miei artisti contemporanei preferiti: mi puoi dire che rapporto hai con lui?
Conosco bene Lou Rogai ed è qualcuno che ammiro tantissimo e adoro come essere umano. È una forza creativa instancabile e ho imparato molto da lui. Il suo nuovo disco è molto buono, poi.

Nel 2013, si parlava del completamento della tua trilogia composta dai tuoi primi due dischi e da “Chasescene”. Poi è arrivato “Daniel Knox”, ma “Chasescene” dovrebbe essere ancora in lavorazione.
Puoi parlarcene?
“Chasescene” è già stato registrato. Come ho detto prima, “Daniel Knox” viene dalle stesse sessioni. Ci sono solo alcune tracce e il missaggio da fare. L’avrei fatto prima ma sono stato in tour per la maggior parte dell’anno. Sono più orgoglioso di “Chasescene” che di qualsiasi cosa abbia mai fatto. Ho scritto e riscritto le sue canzoni dal 2006, quindi sono molto ansioso che esca, il prossimo anno.

Sono stato da poco al concerto degli Handsome Family, a Milano, ed era piuttosto affollato – credo che non sia un gran mistero che il loro successo sia stato aiutato dalla canzone di apertura di "True Detective". Hai in programma altre collaborazioni con il cinema o la televisione? Puoi dirci il nome di un regista con cui ti piacerebbe lavorare (a parte David Lynch, mi viene da dire)?
Ho scritto per il cinema in un modo o nell’altro per anni, ma fare la colonna sonora di una serie televisiva è qualcosa che mi intriga da tempo, ormai. Ammiro molto la colonna sonora di “Lost” di Michael Giaccino e la musica di Brian Reitzell per “Hannibal”. Amo fare colonne sonore in generale ma la televisione offre ai compositori ampi canovacci con cui lavorare; temi che possono evolvere nel corso degli anni e svilupparsi nel tempo.
Mi piacerebbe molto scrivere la musica per un film di Wim Wenders prima o poi, e penso che mi piacerebbe fare la colonna sonora di un film d’azione. Ma, davvero, non vedrei l’ora di collaborare con qualsiasi regista con una visione chiara e interessante. Anche la radio mi interessa molto, ma non so quale possa essere il mio posto all’interno di essa.

Non abbiamo mille persone da filmare mentre suonano una delle tue canzoni, ma puoi promettere che passerai dall’Italia nel tuo prossimo tour europeo?
Nessuna promessa, solo desideri che spero saranno esauditi.



Discografia
 Disaster (HP Johnson Presents, 2007)

 

 Evryman For Himself (La Société Expéditionnaire, 2011)

 

Daniel Knox (Carrot Top, 2015)

 

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