Deca

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Partiture per orchestra aliena

intervista di Fabiano Balinesi
Incontro Deca al termine di una delle sue tante performance pianistiche semi-estemporanee in location non convenzionali. Evento che da mesi va replicandosi in giro per la penisola, sulla scia dell'ormai ben celebrato album pianistico "Isole invisibili". Librerie, gallerie d'arte… Ovunque ci sia lo strumento a disposizione, il compositore ligure mette in scena in purezza quel suono inconfondibile, proponendosi in una veste fino a qualche anno fa quasi insospettabile. In quarant'anni di onorata carriera, si contano infatti sulle dita di una mano le apparizioni live con il solo piano. Del resto, Deca ha atteso il 2017 per mettere nero su bianco il suo repertorio pianistico, dopo una miriade di produzioni marcatamente elettroniche e ambient, quando non sperimentali.
Artista versatile (più che eclettico) e preparatissimo, dopo un'ora di emozionanti atmosfere impressioniste ed espressioniste sulla tastiera, si intrattiene sorridente col pubblico e quindi col sottoscritto. Seguo attentamente il suo lavoro da oltre vent'anni e sono curioso di conoscere meglio i recenti sviluppi della sua costante e mai appagata evoluzione musicale.

Il pubblico dei tuoi concerti pianistici mi sembra diverso da quello che segue il tuo filone elettronico. O no?
Non direi che è così diverso. Semmai è più ampio, ma include anche coloro che vengono ai concerti di musica elettronica. I due filoni non sono compartimenti stagni, anzi... L'interesse per la mia musica si è solo allargato, perché il pianoforte è uno strumento che oggi definirei "di largo consumo". E non è una definizione denigratoria: evidenzia benissimo il fatto che oggi a sentirmi suonare c'erano anche metallari e famiglie con bambini.

Confermi dunque che esiste una continuità e anche una contiguità tra l'elettronica e il pianoforte? Il disco "Isole Invisibili" da molti è stato vissuto come una sorpresa, se non come un gesto di rottura.
Sorpresa posso comprenderlo. Rottura no. Penso alla performance che ho portato in scena a Firenze nel maggio scorso, dove ho suonato per quasi un'ora improvvisazioni col pianoforte acustico sopra un percorso di sonorità elettroniche e rumoristiche. Una perfetta conciliazione tra questi due mondi. Che poi sono lo stesso mondo - per quanto mi riguarda - interpretato attraverso strumenti musicali differenti. E comunque non è certo inedito l'uso del piano anche nei miei lavori più sintetici. Prendi ad esempio "Angeli nel silenzio" (dall'album “Premonizione Humana”, ndr) che dicono sia uno dei miei brani più evocativi e toccanti. Lì il protagonista è il pianoforte, amalgamato con un'ambientazione di sonorità cosmiche. A chiusura di un disco che persino sulla copertina riporta la dicitura synthetic music.

In effetti sono svariati i tuoi pezzi anche sperimentali che danno spazio al suono del pianoforte. Però in quel contesto è come se venisse contaminato dall'etichetta di genere, quindi di nicchia, di elite. Si apparenta con sintetizzatori e computer e forse all'orecchio di molti è come se ne venisse snaturata la purezza.
Certamente i cosiddetti puristi e non solo loro storcono il naso, se non hanno un background musicale vasto, aggiornato e privo di pregiudizi. Già negli anni 40 John Cage cercava un suono pianistico nuovo, diversificato, sperimentale. L'ortodossia accademica era insofferente a ciò. Con tutto che Cage all'epoca non usava neanche l'elettronica. La cultura della creatività però va avanti, si trasforma e trasmuta, non si pone il dilemma di cosa sia ortodosso o no, di cosa sia troppo dirompente a fronte dell'impreparazione del pubblico e dei critici. L'essenza sostanziale dell'arte in generale è la libertà totale di esprimersi, di manifestarsi. E anche di essere uno specchio del tempo in cui è collocata. Chi oggi chi punta il dito contro la pittura digitale o contro il suono di sintesi dimostra una grande fragilità di pensiero.

È una fragilità ricorrente, nella Storia. Ogni innovazione tecnica al servizio della creatività è sempre stata mal tollerata, all'inizio, perché interpretata come un aiutino ai meno dotati e talentuosi. Ad esempio, nell'Ottocento il colore ad olio pronto nei tubetti poteva sembrare una scandalosa scorciatoia, rispetto al doversi comporre da soli le misture chimiche. Senza i colori ad olio nei tubetti, però, non avremmo avuto gli Impressionisti! E tutto ciò che ne è conseguito.
Ah certo! È un dato di fatto che si è ripetuto centinaia di volte, questo. Il punto è che andando avanti le innovazioni si sono susseguite sempre più rapidamente. Il cammino della tecnologia ha subito un'accelerazione pazzesca, per cui se si manifestavano intolleranze e perplessità nel XIX secolo, figuriamoci negli ultimi cinquanta, sessant'anni.

Ma tornando al pianoforte, dunque... L'esigenza di pubblicare un album come "Isole invisibili" come si è generata? Non è che qualcuno può averlo anche interpretato come un atto di riconciliazione o di rivalsa, proprio in funzione del tuo lungo percorso fuori dagli schemi e sempre un passo avanti?
La riconciliazione c'è stata. Con me stesso. Ho chiuso un cerchio iniziato a metà degli anni 70, ritrovando il piacere di suonare il pianoforte con la finalità di un album che non avevo mai saputo realizzare prima. Avendo un sacco di pezzi pronti da tempo, nonché l'ispirazione per scriverne di nuovi, a un certo punto del cammino credo fosse inevitabile misurarsi piacevolmente con la semplicità universale del suono pianistico. Per contro, non c'è stato nulla di progettuale nei confronti di un potenziale auditorio, sebbene conscio che con questo tipo di musica hai molte più attenzioni che con la sperimentazione.

Misurandoti su un terreno se vogliamo anche più rischioso, comunque. La scena pianistica oggi è stracolma di nomi con cui si fa presto a far paragoni.
Ed è appunto per quello che non mi sono posto obiettivi in tal senso. Non ho avuto bisogno di pensare che c'era un pubblico da sedurre o da compiacere. Non mi sono preoccupato che le mie composizioni pianistiche potessero essere accostate a quelle altrui, o considerate derivative di pianisti famosi da tempo. Del resto, non ho mica inventato niente. Sarei ipocrita se disconoscessi l'influenza che hanno avuto su di me maestri come Wim Mertens, Harold Budd, Ryuichi Sakamoto, per citarne alcuni.

La semplicità universale del suono del piano, come l'hai definita poco fa, si presta anche meno a marcare una personalità stilistica. Voglio dire, con le tue produzioni elettroniche hai firmato lavori che hanno lasciato il segno, un paio di tuoi titoli sono spesso citati nelle liste dei più importanti e influenti nella storia della musica ambient e industrial. Ti hanno affibbiato questo titolo di Alchimista del Suono che è molto calzante. Col pianoforte forse è una questione più profonda, di scrittura, di soluzioni tecniche. Le alchimie sono meno immediate.
Indubbiamente, se parliamo di suono. Col piano entrano in gioco fattori emozionali diversi. Determinati non dalle sonorità e dalla complessità dell'ascolto, come accade con la musica elettronica che è stratificata e ricchissima di timbriche. Sul pianoforte le dinamiche evocative, quelle che ti smuovono qualcosa dentro, hanno filtri diversi. Risultare originale, avere un tuo stile riconoscibile, essere efficace è sicuramente più difficile e meno immediato.

La tua produzione canonica, comunque, sta andando avanti? O hai sacrificato al progetto pianistico ogni risorsa, almeno temporaneamente?
La produzione non pianistica ha subito un blando ridimensionamento, ma solo apparente. Ho continuato a lavorare su altri progetti, che non essendosi ancora palesati possono indurre a vedere un monopolio assoluto della fase pianistica. Sta per uscire un album firmato Psycho Kinder di cui ho scritto e realizzato tutte le parti musicali, ad esempio. Album di matrice sicuramente ambient e industrial, benché contempli anche un paio di brevissimi brani di pianoforte elettrico. Inoltre l'attività di ricerca nel mio home-studio non potrebbe mai avere battute d'arresto. Sono costantemente all'opera con campionatori e sintetizzatori, elaborazioni vocali e quant'altro. Registro e archivio tutto, perché tutto rimane al servizio di future idee. Creare nuove sonorità e sublimarle in nuove composizioni è un'esperienza che non annoia mai. Per me è una vocazione. Lo faccio pressoché ininterrottamente da quasi tre decenni.
Discografia
 Alkaid (Videoradio, 1986)

 

 Synthetic Lips (Videoradio, 1987)

 

Claustrophobia (Labyrinth, 1989)

 

 Premonizione Humana (Videoradio, 1992)

 

Phantom (Old Europa Café, 1998)

 

 Electronauta (Videoradio, 2000)

 

Simbionte (Videoradio, 2002)

 

 Aracnis Radiarum (Videoradio, 2007) 
 Automa Ashes (Videoradio, 2010) 
 Modulectron (antologia, Synthetic Shadows, 2013) 
 Onirodrome Apocalypse (Atom Institute, 2014) 
 Isole invisibili (Platform Music, 2017) 
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