Dilaila

Dilaila

Il pop in un romanzo noir

intervista di Giuliano Delli Paoli

I Dilaila sono uno dei segreti "pop" meglio custoditi in Italia nel corso degli anni Duemila. Tinte noir, narrazioni coinvolgenti, melodie spiazzanti e l'ugola caldissima di Paola Colombo caratterizzano un percorso melodico sincero, talvolta struggente, a conferma dell'ottimo stato di salute dell'attuale sottobosco tricolore. È anche grazie alle loro canzoni se possiamo serenamente confermare la rinascita della "musica leggera" nel Belpaese. Li abbiamo raggiunti attraverso Paola Colombo, anima e voce del gruppo, tra nuove prese di coscienza e frizzanti argomentazioni... 


Cinque anni di assenza sono tanti. Come avete trascorso questo periodo?
Inizialmente abbiamo avuto una lunga crisi d’identità, arrivando in alcuni periodi ad allontanarci dalla nostra musica, a trovarci meno frequentemente in sala prove, a chiederci quanto ci fosse di giusto e quanto di sbagliato nel modo in cui ci eravamo mossi fino a quel momento. Ma è servito a maturare una maggiore coscienza… una volta ricomposti i pezzi del puzzle ci siamo messi a scrivere, suonare, registrare “Ellepi”. Poi, col disco finito fra le mani, ci siamo messi a lavorare perché avesse tutta l’attenzione che secondo noi meritava.


In “Ellepi” si avverte una minore carica rock in favore di una maggiore intensità nelle varie ripartenze melodiche.
Noto con piacere un’accuratezza strumentale dei dettagli. Diciamo che in passato predominava maggiormente l’istinto, mentre in questo disco c’è una nuova “armonia” e una minore rudezza. E’ tutto più elegante. Luca Bossi al piano è ancora più intenso, a tratti quasi chirurgico. Stesso dicasi del resto della band. Siete semplicemente più “trentenni” o è il frutto di un sterzata cercata e voluta da tutti i membri del gruppo?
La crescita anagrafica e quella artistica secondo me vanno di pari passo. Sembrerà un discorso da talent show idiota, ma quando hai sulle spalle il fardello delle esperienze vissute nella vita poi si sente, nel bene e nel male, in quello che canti e che suoni. In fondo abbiamo tutti la fortuna di essere soggetti a un inesorabile processo biologico. Il segreto sta nel darvi una forma scritta, suonata e cantata che sia fruibile al resto del mondo.


Ascoltando “Pensiero” sembra quasi di tornare indietro nel tempo. E’ una canzone che avrebbe potuto gonfiare le casse di etichette storiche come la Rca, se solo fosse uscita nel periodo d’oro dei quarantacinque giri. C’è una voglia di rivalsa sprigionata con quella semplicità tanto cara alla musica “leggera” del Belpaese che fu. Come è nata questa piccola grande perla pop?
Quattro o cinque anni fa Claudio (chitarra) aveva questo giro di accordi da spiaggia che spietatamente definimmo “sottosviluppato”, questa melodia da raduno di Comunione e Liberazione e a malapena la prima frase del testo buttata lì a caso, giusto per sentire come suonava con le parole. Lo trovai assolutamente geniale. Iniziammo ad arrangiarla pensando a Nico, a Patty Pravo, a come ci si potesse sentire alla Factory o al Piper nel 1967. Poi scrissi un testo ingannevole: poche e semplici parole in apparente sintonia col tono “leggero” della canzone, ma dal significato terribilmente fatalista e pessimista.

Canzoni come “Sapore di sangue”, “Il trono”, “Il tamburo di latta”, evidenziano la necessità di affrontare le difficoltà relazionali e sociali, urlano
il principio di una nuova armonia. Da dove nascono queste sensazioni?
Tutte e tre le canzoni che hai citato parlano di solitudine, declinata in modi diversi. Quando l’hai vissuta in prima persona ci rifletti profondamente e ti senti autorizzato a parlarne.In “Sapore di sangue” la solitudine è l’ovvia conseguenza di un rapporto nato sotto cattivi presagi. In “Il trono” abbiamo cercato di immaginare quanto possa essere titanica l’esperienza interiore di un condannato alla sedia elettrica - il trono, appunto - al di là del puro giudizio etico. “Il tamburo di latta“ (il titolo è preso in prestito da un meraviglioso romanzo) parla dell’isolamento totale dagli altri come unica difesa dalle brutture del mondo.

In Italia non si contano più i gruppi che cercano spazio nel web, nei pub, nei club, ovunque. In tutto questo marasma di proposte fotocopia, etichette pregevoli come la Pippola, l’Aiuola, la Snowdonia etc., seppur meritevoli di tutte le attenzioni possibili, stentano ancora a decollare del tutto sotto il profilo del riscontro di massa. Secondo te, cos’è cambiato nel sottobosco indipendente italiano negli anni zero? Cosa va evitato?
Mmm… discorso complesso. Prima di tutto è in corso un cambiamento epocale che non riguarda affatto l’aspetto artistico della musica, ma la sua fruibilità. I canali di distribuzione e promozione, i supporti tecnologici… tutto cambia velocemente e gli addetti ai lavori si affannano a rincorrere il cambiamento. Credo ci voglia semplicemente tempo perché la situazione si stabilizzi.

Poi c’è una questione terminologica. Vedi, la parola “indipendente” è la più inflazionata di questi anni. E anche la più impropriamente usata. Ho sentito parlare di “mondo indie”, “cultura indie”, “moda indie”… porcherie che hanno a che vedere con tutto tranne che con l’indipendenza! L’unica definizione del termine che ammetto è quella etimologica: roba che viene prodotta, distribuita e promossa attraverso canali che non fanno parte del circuito major. Dopodiché presenziando ossessivamente ai concerti l’uno dell’altro, facendo proposte fotocopia, indossando le Converse, le t-shirt bizzarre e gli occhiali alla Clark Kent ci sentiremo tutti più tranquilli, appartenenti a un mondo. Ma saremo sempre il sottobosco, mai gli alberi.

Chi è “Ally”?
Un personaggio di fantasia. L’eroina di una favola noir.


Dal vivo siete ancor più energici, e la tua ugola, consentimi di dirlo, raggiunge vette ancor più elevate. Come state preparando le vostre tournee?
Stiamo cercando di creare uno spettacolo che abbia un senso dinamico, con diversi livelli di intensità. In passato eravamo più “attacca il jack e via” sul palco, troppo presi dal nostro viaggio personale per fare attenzione alla reazione della gente davanti a noi. La cosa aveva un suo fascino disturbante. Ora facciamo più attenzione a chi ci sta davanti, lo coinvolgiamo nel nostro viaggio.

Non cerchiamo un’esecuzione perfetta, non esercito la voce e non studio canto. Cerco solo di esprimere al meglio quello che i testi dicono, di rendere l’idea delle sensazioni che li hanno generati. 


In “Tutta l’aria che c’è” è apprezzabile anche una certa sensibilità ecologica. Matt Johnson e Marvin Gaye sono stati tra i primi a tracciare nei loro testi simili bordate. Mentre oggi sono sempre meno gli artisti che trattano con una certa passione tali tematiche, nonostante la palese attualità del problema. Da dove nasce questo testo? Di chi è stata l’idea?
Volevamo scrivere un pezzo che parlasse di questi temi in modo candido, un po’ naif, come se anche noi arrivassimo dalla via Gluck. Sono preoccupata per questa deriva del disimpegno che sta investendo la società italiana e il mondo della cultura. Ci sono dei problemi enormi ma tutti sembrano voler guardare dall‘altra parte. Il testo è mio, gli altri mi hanno aiutato a portarlo a termine. Con questi temi si rischia sempre di scadere nella verbosità sterile e su un brano frizzante come questo sarebbe stato un peccato.

Cosa gira nel lettore di Paola Colombo in questo periodo?
Uhm …intanto “The Suburbs” degli Arcade Fire, che sta girando nei lettori di tutto il mondo conosciuto, da quel che mi risulta. Una raccolta live di Mina. Franco Battiato. Una raccolta di canzoni famose che mi piacerebbe cantare in pubblico - e non è detto che non lo faccia. Alcune bozze di nostri inediti. “Canzoni dell’appartamento”. Unòrsominòre. Valentina Dorme. “Armstrong” degli Scisma. Vado avanti!?


In “The Sleeper” si evince una certa teatralità a tratti “noir“. Sarà questa la vostra prossima “reincarnazione” musicale? Cosa si aspettano i Dilaila dal futuro?
Mi diverte dare una forma visiva oltre che sonora alle canzoni. Creare un immaginario.

Però la tua domanda è troppo difficile, non so cosa aspettarmi.  Sembra che la svolta di “Ellepi” stia piacendo alla critica e al pubblico, o almeno questa è l’impressione. E poi soprattutto piace a noi.

Preferisco concentrarmi su questo momento, coltivarlo con cura e raccoglierne i frutti, se ce ne saranno. Poi al futuro ci penseremo…

Discografia
 Amore+psiche (Ekomusic, 2003)

 

 Musica per robot (ilrenonsidiverte, 2005)

 

Ellepi (Pippola, 2010)

 

Tutorial (Niegazowana/Audioglobe, 2014) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Dilaila su OndaRock
Recensioni

DILAILA

Tutorial

(2014 - Niegazowana/ Audioglobe)
Quarto centro per la formazione milanese, tra rimandi retrò e rinascite interiori

DILAILA

Ellepi

(2010 - Pippola)

Amore, passione e tinte noir delineano i tratti del pop d'autore targato Dilaila

Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.