Diodato

Diodato

Canzoni rock e identità vintage

intervista di Gabriele Senatore

Eclettico, misurato, composto e sicuramente umile. Basterebbero pochi aggettivi per descrivere Antonio Diodato, cantautore, ma non solo, che con “Cosa siamo diventati” aggiunge un altro gioiellino alla sua discografia. L’artista nato ad Aosta ma di origini pugliesi può vantare una carriera interessante, che ha inizio lo scorso decennio addirittura a Stoccolma, al seguito di Steve Angello e Sebastian Ingrosso (futuri Swedish House Mafia), per poi tornare in patria e virare verso tutt’altri suoni con un Ep autoprodotto e un debutto nel 2013 dal titolo “E forse sono pazzo”. Da qui comincia la graduale ascesa di Diodato che, passando per una fortunata e ben riuscita cover di “Amore che vieni, amore che vai” di Fabrizio De André e un meritato secondo posto al Festival di Sanremo per la sezione “Nuove Proposte”, ritorna in questo 2017 con un album di inediti e dimostra essersi costruito autonomamente una raffinata identità artistica, al confine tra il rock internazionale e la musica leggera italiana. Durante l’intervista ha dimostrato di essere, oltre che attento scrittore dei suoi testi, un arguto osservatore delle dinamiche dell’industria discografica e dello spettacolo, riuscendo a guardarle al di là di ogni etichetta di genere.

Se non vado errato con questo 2017 arrivi a dieci anni di carriera. Parlando di "Cosa siamo diventati", vorrei sentire da te cosa è successo in questi dieci anni. Quali sono quei momenti in cui hai capito che la tua carriera stava prendendo determinate direzioni?
In realtà i momenti più importanti sono l’incontro con i musicisti, in particolare quelli con cui lavoro adesso. Li nomino anche: Daniele Fiaschi alle chitarre, Alessandro Pizzonia alla batteria, Danilo Bigioni al basso, Duilio Galioto piano e tastiere. È stato fondamentale l’incontro con loro, perché io sono cresciuto molto con ascolti di band internazionali, e volevo che le mie cose suonassero più da band che da solista. Ci ho messo un po’ a trovare le persone giuste, però da quando le ho incontrate, ho voluto lavorare sempre con loro. Altro momento importante è stato un live in un piccolo club romano in cui ho incontrato Daniele “Mafio” Tortora, il produttore artistico di tutti i miei lavori. Da questi incontri si è creata quella che io considero la mia “famiglia musicale”. Poi c’è stato “E forse sono pazzo”, per il quale Daniele creò proprio un’etichetta, e ci lanciammo un po’ nel buio insieme; da lì sono successe tante cose. È nata la collaborazione con Lucchetti per il suo film “Anni felici”, la cover di De André, l’apertura del concerto di Daniele Silvestri a Roma e sempre in quel periodo il Premio Artista dell’Anno a Bari, fino al Festival di Sanremo. È successo tutto molto in fretta. Poi è arrivata la collaborazione con la trasmissione "Che Tempo Che Fa", e tante, tantissime collaborazioni: Roberto Dell’Era, Manuel Agnelli e tanti altri.

Ottimo riassunto! Adesso veniamo al tuo nuovo album. Come è stato concepito "Cosa siamo diventati" e come mai un disco così introspettivo?
È nato dall’esigenza di raccontare qualcosa che avevo vissuto personalmente, anche per questo è così intimo. Quindi, volevo che anche i suoni lo fossero, riuscendo a essere evocativi di ciò che il testo raccontava. Volevo che riuscissero a creare delle vere e proprie immagini nella testa di chi ascolta. Abbiamo lavorato molto in questa direzione. Essendo un album nato da vissuti personali, ho cercato di essere il più sincero possibile nel raccontarli. Molto similmente a quando mi presentai al Festival di Sanremo con un brano altrettanto intimo, pensavo di fare qualcosa che mi allontanasse dagli altri, invece ti ritrovi a essere compreso da chi ti ascolta. La stessa cosa è accaduta ancor di più in questo album.

I testi di questo album, in particolare i versi delle canzoni "Colpevoli" o di "Paralisi", li ho trovati composti con un'attenzione enorme alla rima, alla poetica, al suono delle parole. Senza togliere nulla ad altri brani, anche in poche parole riesci a trovare un ottimo compromesso tra versi e musica. Spiegami un po' come componi un testo e come hai formato uno stile così letterario.
Guarda, la domanda colpisce nel merito poiché ci ho lavorato davvero molto in questo album. L’ho fatto perché volevo che venisse fuori una certa precisione; infatti, mi è capitato spesso di lavorare a togliere, altrimenti cadi in certe trappole del mestiere, che probabilmente ti crei da solo per tutelarti. In un album come questo, ad esempio, dove stai raccontando cose molto personali, cerchi di non dilungarti per tutelarti. Io ho cercato di ricongiungermi il più possibile con quel nucleo emotivo che mi aveva portato a scrivere questo disco. Per questo, in tale occasione, ho lavorato davvero tanto ai testi; in alcuni mi sono anche divertito, hai nominato “Paralisi”, in cui mi piace giocare con le parole, vedi le assonanze tra le parole “fermo” e “inferno”.

Infatti, quando un artista si pone a metà strada tra il rock alternativo e il cantautorato, c’è sempre questo dilemma tra il dare prevalenza ai suoni o alle liriche…
In passato, devo dire che ero spostato molto sul suono. Però adesso ho sentito l’esigenza di mandare avanti entrambe le cose di pari passo, quindi, probabilmente avevo un bisogno espressivo molto forte. Volevo dire delle cose nel modo giusto, che potessi riconoscere come mio anche successivamente; a volte, scrivi delle canzoni e ti accontenti anche e, cantandole tante volte, ti accorgi di tutti quei punti dove avresti potuto esprimere meglio il contenuto o essere più sincero con te stesso. In questo album qui ho cercato di esserlo, così da potermi anche riconnettere con le parole ogni volta che le canto. Volevo che testo e musica fossero valorizzati entrambi.

Ti senti più un artista che narra le storie o che narra se stesso?
Credo di narrare me stesso anche quando narro delle storie, sinceramente. Anche se non sono io il protagonista, sento comunque ogni volta di voler dare importanza al mio sguardo. Prendi un brano come “Guai”, che non parla di me personalmente, mi ci riconosco molto nel tipo di scrittura. Prendi anche la mia versione di “Amore che vieni, amore che vai” di De André, l’album “A ritrovar bellezza”: sono cover, eppure penso sia sempre importante mettere se stessi in quello che si fa.

Veniamo al tuo sound. Quando ascolto “La verità”, sento una profonda carica rock. Ma è un rock che si deve adagiare alle parole, dunque mi chiedo come ti rapporti a questo genere? Quali sono i tuoi riferimenti quando vuoi dare una carica a un tuo pezzo?
Io ascolto moltissimo rock che mi scorre dalle vene sin da ragazzino. Anche se devo confessare che questa carica viene fuori più nei live, dove con la band siamo più liberi. È assolutamente un lato di me che voglio far venire fuori anche nei dischi e lo curo particolarmente. I miei ascolti di riferimento sono un po’ quelli classici, dai Led Zeppelin, che mi hanno segnato moltissimo da ragazzino, passando per il britpop, che anche amo moltissimo. Solo successivamente mi sono dedicato maggiormente alla musica italiana, però in passato ho ascoltato tanto rock, soprattutto dall’Inghilterra. La musica british ha questa attenzione per l’identità sonora. Quando dicevo prima che ho cercato i musicisti giusti, io intendevo raggiungere qualcosa di simile.

In questo ultimo disco ho sentito sonorità meno vintage e più moderne. Dal momento che il tuo tributo per gli artisti del passato è stato al centro di "A ritrovar bellezza", si tratta di un superamento del legame con questo tipo di lavoro, oppure ritieni che "Cosa siamo diventati" sia anch’esso in qualche modo un tributo alla canzone italiana?
Secondo me, un disco come "A ritrovar bellezza" l’ho fatto per cercare di farmi anche influenzare dalla grandezza di quelle canzoni. Difatti, in "Cosa siamo diventati" qualcosa di quel che ho imparato c’è. Quando metti le mani in quei capolavori, capisci tante cose. A mio avviso, anche qui c’è qualcosa che si lega a quel mondo lì. Non a caso, abbiamo scelto di cominciare con “Mi si scioglie la bocca”, primo singolo, che è un brano dai toni ammiccanti alla musica anni 60 italiana. Poi, chiaramente, i suoni che cerco di usare sfruttano anche le potenzialità che abbiamo ad oggi, quindi c’è stata anche una cura davvero maniacale per ottenere certi risultati. Sicuramente c’è anche un richiamo alla musica leggera italiana del passato, ma mi sento cittadino del 2017 e nei prossimi lavori intendo sperimentare il più possibile.

Ho percepito un forte legame con i Radiohead in alcune tracce, in particolare in "Fiori immaginari". Dico bene?
Sì, eccome! Da ragazzino li ascoltavo tantissimo. Erano tra miei preferiti, insieme ai Verve e ai Blur. Mi hanno influenzato tantissimo.

Ricordo che hai lavorato anche per la colonna sonora di "Anni felici" con quella monolitica versione di "Amore che vieni, amore che vai". Come mai la scelta di questo brano? Come ti sei sentito nel confrontarti con le parole di De André?
A sceglierla sono stato proprio io! Amavo già tantissimo quel brano. Poi ho cominciato a provarla un po’ per gioco, chitarra e voce, e ho sentito molto mie quelle parole lì. Mi ha convinto a sceglierla il modo in cui ho iniziato a cantarla, perché la mia voce è molto diversa da quella di De André e il fatto che mi allontanassi così tanto dall’originale mi piaceva. Quando l’abbiamo provata con la band è venuto fuori un arrangiamento molto rock, suonandola dal vivo, poi, le reazioni del pubblico erano “importanti” (ride). Quando abbiamo dovuto registrare l’album, abbiamo subito concordato di includerla. È stata la prima volta che ho sentito mie le parole di qualcun altro, e che con quelle parole riuscivo ugualmente a raccontare qualcosa di me. Quello mi ha convinto totalmente. D’altro canto, è anche un tributo a un grandissimo.

Se non erro, la reinterpretazione di De André risale al 2013. Perciò, quando ti sei approcciato al lavoro di “A ritrovar bellezza” avevi già maturato un’esperienza nell’ambito di questo tipo di cover.
Di sicuro “A ritrovar bellezza” ho accettato di farlo anche perché avevo alle spalle l’esperienza positiva della cover di De André. Quindi non mi sono fatto tanti problemi, quando tocchi De André, in teoria, puoi anche azzardarti a provare di reinterpretare brani di Modugno, Lauzi e altri. Non ero assolutamente spaventato.

Quali sono gli autori letterari che maggiormente hanno ispirato il tuo lavoro?
Guarda, ti direi Marquez, ti direi Montale, Levi. Amo tantissimo leggere, però devo ammettere che raramente mi è capitato di scrivere qualcosa ispirato a letture specifiche. In questo ultimo disco, per esempio, stavo leggendo Calvino, “Fiabe italiane”, e dal racconto e dal tipo di narrazione è nata una considerazione che mi ha spinto a scrivere “Guai”. Di sicuro anche Baudelaire mi ha folgorato da più giovane.

I classici “Fleurs Du Mal” sotto il braccio di tutti i futuri artisti! Avendo lavorato sia a contatto con un esponente della musica indipendente come Roberto Dell'Era, sia con la televisione pubblica sul fronte di Sanremo, senti uno scarto tra questi due mondi?
Io credo soltanto nella bella musica e nella brutta musica, questa è l’unica divisione che vedo. Non mi piacciono le considerazioni intorno alla musica indipendente, che poi si sta dimostrando anche molto mainstream ultimamente, e come vedi nessuno della musica cosiddetta indipendente, dinanzi a certi risultati, si tira indietro o comunque evita certe cose. È giusto che sia così e non ci devono essere queste barriere. Purtroppo, in Italia si ragiona ancora per settori e si cerca di dividere il campo musicale in target. Quando ho incontrato Manuel Agnelli e abbiamo lavorato insieme, ho trovato una persona con un’apertura mentale sorprendente, che non mi aspettavo. Com’è stato sorprendente conoscere Daniele Silvestri e notare come i due si somiglino, d’altronde. Due artisti provenienti da mondi completamente diversi, poi così simili. Dunque, evito di mettere paletti tra i vari generi e settori. Lotterò affinché cada ogni muro in questo senso.

Per il futuro, ti senti più orientato verso un tuo percorso indipendente o vorresti riprovare a confrontarti con Sanremo?
Io farò la mia strada. Vedo certamente il Festival di Sanremo come una grande possibilità per arrivare a un grande pubblico, ma non lo considero indispensabile. È stato importante, ma lo sento come parte di un percorso. Non lo considero né il mio punto di partenza né il mio punto di arrivo. Venivo da un lungo cammino già, fatto di piccoli successi, e proseguirò ugualmente adesso per la mia strada. Poi, dovesse arrivare una proposta, si valuta sempre se la partecipazione è coerente con se stessi.



Discografia
 E forse sono pazzo (La Narcisse, 2013) 
 A ritrovar bellezza (La Narcisse, 2014) 
 Cosa siamo diventati (Carosello Record, 2017)

6.5

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

Amore Che Vieni, Amore Che Vai (Colonna Sonora Anni Felici)
(videoclip da E Forse Sono Pazzo, 2013)

Babilonia
(videoclip, da E Forse Sono Pazzo, 2013)

Mi Si Scioglie In Bocca
(videoclip, da Cosa Siamo Diventati, 2017)

La luce di questa stanza (Live Session)
(videoclip, da Cosa Siamo Diventati, 2017)

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