Disco Drive

Disco Drive

Rock da esportazione

intervista di Alberto Asquini

In attesa del terzo album dei Disco Drive, abbiamo fatto una lunga chiacchierata con Jacopo Borazzo, il batterista della band.

I Disco Drive, ormai nome di punta del panorama indipendente italiano, sono al lavoro sul terzo album. Pensando forse alla casalinga di Voghera che si intrufola nel vostro sito e si chiede che suoneranno mai sti Disco Drive voi dite: "The Clash queuing to get inside Studio 54 meets Ian MacKaye unwrapping his birthday gift to find out it’s a Tito Puente album". Magari sono cambiate molte cose ma confermate la sostanza?
Mah. In realtà i Disco Drive sono cambiati moltissimo, dal 2002 ad oggi. Quella frase era stata un'intuizione carina di Maurizio Blatto (Rumore, Label) per descriverci prima ancora che registrassimo il nostro primo 7", quindi quasi 7 anni fa... nel frattempo siamo passati attraverso diverse mutazioni genetiche. Ci piace cambiare tanto, non fossilizzarci su ciò che abbiamo già fatto, anche se ci è piaciuto e ci è venuto bene. Cerchiamo di esplorare nuove strade, nuovi modi di suonare, nuovi strumenti, nuove soluzioni.
I Disco Drive nel 2003 erano un "classico" trio con chitarra, basso, batteria e voci. Oggi abbiamo aggiunto una seconda batteria, un campionatore, un synth, un computer, loop... questo solo per dire dei cambiamenti "tecnici"... insomma, siamo in costante evoluzione. Poi, credo che ci sia un nostro stile abbastanza riconoscibile attraverso tutti questi cambiamenti, ma insomma cambiamo formula volentieri.

Ci potete descrivere in poche parole chi sono i Disco Drive, da cosa deriva il nome... insomma vita, morte e miracoli?
I Disco Drive sono nati nella tarda primavera del 2002 da un'idea di tre amici che suonavano insieme in due diversi gruppi che proprio in quei mesi stavano naufragando. Da quel momento in poi non ci siamo mai fermati: abbiamo fatto due tour in Europa prima ancora di registrare un album, abbiamo fatto centinaia di concerti e migliaia di chilometri in furgone passandone di cotte e di crude. Diciamo che abbiamo messo da parte una vasta gamma di aneddoti divertenti da tirare fuori alle cene con gli amici, se vogliamo. Ce ne sono capitate di tutti i colori, com'è normale quando sei in giro cosi' tanto.
Il nome è venuto fuori all'ultima prova prima del primo concerto, perché non si poteva più rimandare. Tutti i precedenti candidati erano stati scartati, così siamo arrivati a cercare tra i titoli di canzoni dei dischi che avevamo a casa, per vedere se c'era qualcosa che ci suonasse bene, e Alessio venne fuori con questa canzone dei Les Savy Fav. E ci convinse subito.

All'uscita di "Things To Do Today" ricordo un mini-bombardamento fra Mtv e All Music, e non parlo solamente dei contenitori di nicchia stile Brand:New, del vostro singolo "It's A Long Way To The Top". Come ve lo spiegate?
In realtà il "boom" (se cosi' si può definire) del tutto inaspettato fu precedente, con il video di "All About This", tratto dal nostro primo album"What's Wrong With You, People?". Mi ricordo che ero a casa una sera, ho acceso la tv e c'era il video su All Music. Ci sono rimasto di sasso. Poi andammo a Brand:New da Paola Maugeri e poi anche a Extra su All Music. Fu inaspettato anche perché quel video lo avevamo girato quasi per scherzo, senza aspettarci assolutamente nulla. Allora (anche se sono solo tre anni fa, sembrano secoli) sembrava davvero incredibile che un gruppo come noi potesse finire su Mtv. Gente che non vedevamo e sentivamo da secoli ci scriveva, letteralmente incredula di averci visto in televisione.
Fummo testimoni di quella breve ma importante stagione in cui la musica indipendente (anche e forse soprattutto italiana) invase la TV. Durò poco (ora sembra lontana), ma fu incredibile, anche se non ha cambiato davvero le cose (in termine di vendite, per esempio). Però credo che la percezione di un gruppo come il nostro sia cambiata anche grazie a quello (da bravi ma sconosciuti, a bravi e famosi, senza sapere che non basta andare in Tv per essere famosi, ma questo è un altro discorso...). 
Il video di "It's A Long Way To The Top", in questo senso, è stato invece molto più "professionale", anche in considerazione di quanto era successo con "All About This". C'era tutta una "squadra" al lavoro con noi, l'abbiamo girato all'aeroporto di Bologna e c'è stato anche tutto un lavoro sui vari permessi... insomma, era più "studiata", come cosa. E per fortuna non è stato un lavoro vano, visto che ha girato parecchio e ancora adesso capita di vederlo, quelle poche volte che Mtv trasmette ancora musica invece che cartoni giapponesi...
Allora mi sembrò davvero una specie di rivoluzione. La scoperta che il palinsesto di una Tv commerciale come Mtv potesse essere deciso in base a preferenze artistiche... c'è questo stereotipo, si pensa che per andare su Mtv si debba pagare o fare chissà quale marchetta (uno dei commenti tipici era: "Ma come avete fatto?"), mentre noi avevamo solo scritto una canzone, girato un video, e mandato il tutto a chi di dovere. Poi forse invece si era trattato solo di un "momento", in cui la direzione artistica e commerciale decise di spingere sull'indie pensando che potesse avere successo. E in qualche modo ha trasformato un po' i gusti della gente, dei ragazzini. Da quando siamo finiti su Mtv l'età media del pubblico ai nostri concerti si è abbassata notevolmente. Se arrivi ai ragazzini, vuol dire che sei uscito dal "ghetto" indie-rock, che è generalmente fatto di trentenni. Però fu una rivoluzione incompiuta, in un certo senso, perché al di là di poche cose (quelle più "commerciali", in un certo senso, come i vari gruppi inglesi o roba tipo MGMT...), e di una generica attenzione a un'estetica (anche il look è cambiato fortemente negli ultimi anni, e si è standardizzato da morire... questo non è dovuto magari a Mtv, ma di più a fenomeni come Myspace e Facebook, ma credo che la falla si sia aperta proprio in quel periodo...), il successo commerciale di gruppi e sonorità alternative è stato limitato...

Il vostro ultimo disco l'ho trovato molto orientato sulla scia di certe onde un po' psych, un po' funky, un po' Liars. Amalgamava piuttosto bene influenze alquanto diverse, che tuttavia non risultavano pacchiane, ma piuttosto ben strutturate. Quanto è per voi importante spaziare e sperimentare, anche all'interno dello stesso brano?
Parecchio, e credo che si veda. Del resto, spaziamo, sperimentiamo e improvvisiamo molto anche dal vivo. I nostri concerti, soprattutto in questo ultimo tour, sono più simili a una lunga jam che a una collezione di canzoni. Il fatto di provare molto poco (anzi, quasi per nulla) fa sì che tutta la creatività si sfoghi nei concerti e nei momenti di scrittura e registrazione. Abbiamo un po' un'ossessione per la freschezza di quello che facciamo. Ci piace la ripetitività, ma non il dover fare sempre le stesse cose. Cambiamo modo di suonare, modo di scrivere, strumenti da usare, soluzioni di arrangiamento molto spesso. Cambiamo anche scaletta e anche gli stessi pezzi che facciamo dal vivo hanno di frequente parti improvvisate al loro interno. Cambiare, cambiare, cambiare.

Entrerete fra poco in studio per registrare e successivamente mixare il vostro terzo disco. Quale sarà il fulcro attorno al quale si snoderà?
Siamo già al lavoro sul nuovo album e siamo molto soddisfatti. Per la prima volta abbiamo uno studio più o meno a nostra disposizione il che rende il lavoro di scrittura molto diverso, ancora una volta. Siamo entrati in studio partendo da zero, senza avere necessariamente le canzoni pronte per essere registrate. Alcuni pezzi li abbiamo scritti, arrangiati e registrati nel giro di due ore. Ci piace questa sensazione di spontaneità. Altri pezzi sono nati magari intorno a un loop, con tutti gli incastri ritmici del caso... e poi il loop l'abbiamo buttato via e ci siamo accorti che il pezzo funzionava anche meglio da solo!
Insomma, come al solito stiamo sperimentando molto e la cosa ci sta dando soddisfazioni. Sarà probabilmente un disco molto eterogeneo, come già "Things To Do Today", ma ancora più maturo e psichedelico, in un certo senso.

Jacopo Borrazzo (Disco Drive)Il disco che nascerà nei prossimi mesi è influenzato dai vostri ascolti del momento, da certe particolari tendenze musicali o nuovi modi di suonare?
Cerchiamo sempre di prescindere dagli ascolti del momento. Soprattutto se "del momento" vuol dire ciò che c'è in giro nel 2009, anche se ovviamente ci sono un sacco di cose nuove che ci piacciono molto. Ma non vogliamo fare un disco che sia "figlio del momento". E' un errore che ingenuamente abbiamo fatto con il primo album (anche se mentre noi lo abbiamo scritto e registrato, nella primavera 2004, tutto il fermento funk-punk era appena agli inizi e noi ne eravamo solo in parte consapevoli, e il fatto che sia poi uscito un anno dopo ci ha un po' scottato, perché naturalmente c'è stato chi ha pensato che avessimo voluto saltare sul carro dei vincitori...), e che quindi cercheremo di non fare più. Però, certo, ascoltare altre cose è fondamentale per capire dove vuoi andare. Ultimamente stiamo ascoltando cose completamente diverse, come musica africana o brasiliana... e anche se alcuni pezzi sono sicuramente nati da spunti di questo genere, non so se sarà così anche per il risultato finale.

Ci potete anticipare una data di uscita indicativa o l'etichetta per il quale verrà inciso?
Uscirà con ogni probabilità in autunno su Unhip Records.

A prescindere dall'influenza degli ascolti sulla vostra musica, cosa vi sentireste di consigliare ai lettori di OndaRock, o comunque quali sono i vostri ascolti più recenti o semplicemente più amati?
Ah, il momento playlist! Be', ultimamente sto ascoltando molto i Neu! che consiglio sempre a tutti. Così come i Can, dei quali non ne hai mai abbastanza. O anche i Silver Apples, che ho scoperto tardi e ora mi chiedo come ho fatto prima... Mi sono anche scoperto adoratore dei Congos, cosa che non avrei mai immaginato fino a qualche anno fa. E sto cercando di farmi una cultura in fatto di musica africana. Consiglio la raccolta in tre volumi "Nigeria Special", per andare oltre Fela Kuti e gli Africa 70. Poi un amore abbastanza recente è Steve Reich. Parlando di cose più attuali, il nuovo album degli Animal Collective mi piace molto, come anche i Mi Ami (ex-Black Eyes, da San Francisco).
Anche in Italia ci sono finalmente delle cose interessanti. L'album dei Blake/e/e/e è uno dei miei preferiti in assoluto del 2008, ed è bellissimo. I Movie Star Junkies sono una delle live band più trascinanti che mi sia capitato di vedere negli ultimi anni, e anche se il loro album ("Melville") non rende appieno, è comunque un ottimo disco. Mi aspetto grandi cose anche dal nuovo album dei Drink To Me, che Alessio sta producendo in questi mesi.

L'inglese è la lingua universale. Voi, come molti altri gruppi italiani, componete i vostri testi in inglese. Da cosa nasce questa scelta?
La scelta è sia stilistica che "politica", se vogliamo. Trovo sia estremamente riduttivo che i gruppi italiani si limitino al voler suonare in Italia, soprattutto in considerazione del fatto che essere un musicista in Italia è molto difficile. Non mi riferisco ovviamente solo alla scelta di cantare in italiano. Sono anche altri i fattori che entrano in gioco. Ma certo questo conta. Non so se in Svezia nelle interviste chiedono ai gruppi perché non cantano in svedese. E non sarà un caso che i gruppi svedesi che sfondano all'estero sono decine e decine, mentre di italiani che varchino i confini non ce n'è (se non a livello underground). Forse ha a che fare con il nostro provincialismo, o con il fatto che ancora l'inglese nessuno lo parla bene e quindi una canzone in inglese viene ancora sentita come una cosa estranea, ma trovo che sia molto triste. E che sia appunto uno dei fattori che influisce sull'impossibilità di esportare musica fatta in Italia (e non ho detto "musica italiana" apposta!).
Voglio essere chiaro perché è facile essere fraintesi: io non ce l'ho con chi canta in italiano. E' che trovo strano che ancora oggi a un gruppo che canta in inglese si senta la necessità di chiedere perché lo fa. E mi incazzo quando mi chiedo perché le major, per firmare un gruppo italiano, pretendono che canti in italiano (quando pubblicano decine e decine di artisti stranieri che cantano in inglese). Perché le radio, per passare un singolo in fasce ambite, pretendono che sia in italiano, quando passano decine di singoli stranieri in inglese. Perchè i negozi di dischi dividono gli "italiani" dagli "stranieri" (con il risultato che noi ci troviamo tra Gigi D'Alessio e Dolcenera...). Perché a livello "commerciale" funzioni Giusy Ferreri che scimmiotta Amy Winehouse (mi chiedo spesso cosa direbbe un inglese ascoltandola... probabilmente la troverebbe ridicola, e non a torto) e non possano funzionare cose che artisticamente hanno molto più senso. Perché a Sanremo gli Afterhours, che suonano da 20 anni, arrivano da "outsider" e da novità
In Italia può funzionare solo la Musica Italiana, ecco perché. Con la voce di 5 punti più alta di tutto il resto nel mix, con arrangiamenti terribili e i testi tutti uguali. Non c'è spazio per nient'altro. Tiziano Ferro vende milioni di dischi, e i Mojomatics, che fanno tour e tour all'estero, poche centinaia. Eppure nei posti in cui il rock (in senso più ampio possibile) è considerato "cultura" e non  è ancora visto come una cosa minacciosa per giovani/drogati/comunisti, può arrivare a livelli commerciali incredibili senza per forza doversi sputtanare. Tutto questo mi fa rabbia.
Bisogna uscire dal ghetto. Ma se non si cambiano anche questi atteggiamenti culturali verso ciò che è "straniero", sarà davvero molto difficile...

Siete ormai attivi da diversi anni e avete raggiunto una discreta fama. Pensate ci sia aspettativa nei vostri confronti? C'è grossa pressione e competizione all'interno dell'universo musicale indipendente?
Sì, credo ci sia un po' di aspettativa. Soprattutto adesso che per la prima volta da 7 anni ci siamo presi una pausa dai concerti, la gente ci chiede che fine abbiamo fatto, vuole sapere. La cosa ovviamente fa piacere, in una situazione come quella odierna, dove sembra che se ti fermi 5 minuti sei perduto, che sarai inghiottito dalle novità e dai nuovi cloni di cloni vomitati da myspace direttamente nelle braccia di qualche major o management fintamente lungimirante.
E purtroppo nel mondo indipendente, anche a causa dello scarso successo generale, c'è molta competizione e invidia. E anche questo rende difficile il discorso di far crescere una scena e renderla capace di esportare qualcosa di valido. Però in questi mesi non sono mancati attestati di stima da varie parti, quindi magari qualche cosa sta cambiando, speriamo.

L'Nme si entusiasmò per la vostra seconda fatica. Come vi spiegate un giudizio così eclatante - un otto e una recensione entusiastica - da una rivista specializzata straniera? Può l'Italia dire davvero la sua in ambito internazionale?
Ecco, questa è l'altra domanda che mi fa andare a ruota libera per tre ore. E' triste che debba essere eclatante che l'Nme ci abbia dato 8. Dovrebbe essere la norma, che un bel disco, indipendentemente da dove provenga, prenda 8. Ma se non lo è, purtroppo, è dovuto proprio al fatto che l'Italia non ha mai esportato nulla di valido, a livello di musica rock. MAI. Se possiamo forse dire qualcosa a livello di musica dance, a livello rock non abbiamo mai saputo far uscire nulla dai nostri confini. Poi si può discutere se questo debba essere un motivo sufficiente per "ostracizzare" qualunque prodotto che proviene da qui. Ma è un dato di fatto che la stampa musicale si ferma molto sulle "scene" e su quanto sia importante che qualcosa provenga da un posto che significa qualcosa. Pensiamo alla invasione di gruppi inglesi a cui assistiamo negli ultimi anni. E' ovvio che il valore in sé di quei gruppi ha poco a che fare con il loro successo. Conta il dove e il quando, più che altro. O pensa ai gruppi svedesi che citavo prima. O alla scena di Brooklyn che in questi ultimi anni ha prodotto cosi' tante cose interessanti (dai Tv On The Radio agli Animal Collective - e non è un caso che molti di questi gruppi NON siano originariamente di Brooklyn, ma vi si siano trasferiti proprio per sfruttare il fattore-provenienza...).
Del resto la nostra recensione sull'Nme lo dice chiaramente. Comincia dicendo che, a parte la Francia, gli inglesi non considerano per nulla la musica che viene da altri posti rispetto a Usa e Uk. E che nel caso nostro è un errore. Ma se l'Italia vuole cominciare a dire la sua, è necessario un grosso sforzo da molte parti: musicisti, industria musicale, istituzioni (in molti paesi la musica è sovvenzionata come il teatro e altre attività culturali più "alte", mentre ovviamente qui siamo l'ultima ruota del carro), e comuni ascoltatori.

La dimensione live per un gruppo come il vostro è senza dubbio fondamentale. Siete sicuramente fra le band italiane che rendono i concerti un'esperienza memorabile, feroce e furente, in una sola parola: punk. Cosa rappresenta per voi il live e che rapporto avete col pubblico che vi segue?
Be', come credo sia facilmente intuibile per chiunque abbia assistito a un nostro concerto, è ovvio che per noi la dimensione live è fondamentale. Oltretutto nell'ultimo tour, come già ho detto prima, abbiamo cominciato a jammare ancora più di quanto non facessimo prima, quindi il concerto era davvero un "viaggio". Ora cercheremo di impostare le cose in modo diverso, appunto perché ci piace cambiare e provare cose diverse. Ci piacerebbe provare a fare cose molto più "tranquille". Che è molto più difficile. E' facile buttarla tutta sull'energia, soprattutto quando hai due batterie, un basso grosso come una casa e tutte le menate che abbiamo noi. E' molto più difficile - e quindi stimolante - cercare di catturare l'attenzione facendo molto meno casino, facendo molto meno, in genere.
Con il pubblico abbiamo un buon rapporto. Poi siamo persone abbastanza timide e riservate, quindi magari ce ne stiamo per i fatti nostri, e la cosa spesso può essere interpretata nel classico modo: "Se la tirano". Il che è abbastanza lontano dal vero e ha piuttosto a che fare con il nostro carattere, che è una cosa che non cambia solo per il fatto di essere su un palco a suonare...

Internet e peer to peer. Personalmente credo che per un artista sia una risorsa piuttosto che un danno. Come la vedono i Disco Drive?
Personalmente ho sentimenti contrastanti al riguardo. E' chiaro che non è una cosa negativa o positiva in sé, tutto dipende dall'uso che se ne fa. Anzi, fondamentalmente le potenzialità sono positive. Ma sono un po' scettico su tutta la retorica della "democratizzazione della musica" e della "musica libera" che l'accompagna. Io personalmente scarico molto, ma compro anche dischi, come ho sempre fatto, compatibilmente con le limitate risorse economiche. Anzi diciamo che spendo soldi quasi solo per dischi e libri, ma come potrei spenderli meglio? Mentre conosco tantissima gente che non compra un disco da anni. E non sto parlando di gente che non ascolta musica, anzi sto parlando di gente che è sempre a caccia di cose nuove... Ho una mia idea sul fatto che tutto il sistema di internet (oltre al p2p, i social network come Myspace che fanno sì che in 5 minuti una band passi dal garage al mondo, spesso senza il rodaggio che prima era necessario per farsi notare, e quindi essendo totalmente impreparati) ha aumentato vertiginosamente le possibilità in gioco, ma senza aumentare il talento, le capacità, le conoscenze. Diffondendo a macchia d'olio una conoscenza solo superficiale. Voglio dire, il p2p potrebbe essere una risorsa enorme. Io da quando scarico ho scoperto interi universi musicali che altrimenti probabilmente non avrei mai scoperto. Ma poi mi ci sono addentrato, ho letto cose, ho cercato i dischi. Altrimenti mi sembra che rimanga una risorsa sterile. Se ti limiti a scaricare i singoli che senti in radio, e non approfondisci, l'unico effetto che ottieni è quello di affossare l'industria discografica, non produci nulla di culturalmente rilevante.
Io sono ancora legato al concetto di album. Se scarico o compro un album, lo ascolto dall'inizio alla fine, nel suo insieme. Quando ero un ragazzino e mi compravo magari un disco al mese, per quel mese lo ascoltavo tutto il giorno, tutti i giorni. Mi entrava dentro. E' un tipo di fruizione che oggi mi sembra scomparsa. Per forza, io magari aspettavo mesi prima di comprarmi il disco che cercavo, e quando lo trovavo, me ne riempivo più che potevo. Oggi tutto quello che vuoi lo trovi con una ricerca di cinque minuti su internet. Ma poi cosa ti rimane? I dischi che ascoltavo a 15 anni li so ancora tutti a memoria dall'inizio alla fine. Quelli che ho scaricato negli ultimi 6 mesi, anche se sono sicuramente dischi migliori, non li conoscerò mai così a fondo, non faranno mai parte di me come quelli dei NOFX o dei Clash che ascoltavo a 14 anni.

Grazie e in bocca al lupo per il disco!
Crepi.

Discografia
  What's Wrong With You, People? (Unhip, 2005)

7

  Very Ep (Unhip, 2006)

7

Things To Do Today (Unhip, 2007)

7

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