Drift

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La geometria del sublime

intervista di Marco Sgrignoli

Quartetto californiano chitarra/contrabbasso/tromba/batteria dedito a un personale ibrido jazz/ambient/post-rock, i The Drift hanno appena pubblicato il loro secondo album "Memory Drawings" per la rinomata etichetta Temporary Residence. Il chitarrista Danny Grody, già nei Tristeza, ha risposto via mail ad alcune domande.

Siete musicisti a tempo pieno? Come vi arrangiate per... campare?
Bene o male abbiamo tutti quanti altri lavori, oltre alla musica. Vivere a San Francisco costicchia... Gran città, ma è sia una fortuna che una maledizione, in qualche modo. Da un lato, c'è una comunità musicale e artistica incredibilmente attiva, dall'altro il costo della vita è abnorme ed è molto difficile vivere decentemente di sola musica.
Io lavoro come allestitore artistico: installo esposizioni in giro per i musei di belle arti della città. È un buon lavoro, molto flessibile. Non posso certo lamentarmi.
Safa suona in un duo jazz, ma ha anche un lavoro in ufficio. Jeff fa il cuoco, mentre Rich sgobba nel settore delle costruzioni e si dedica a varie creazioni audio-video.

Cosa considerate fondamentale come influenza per il vostro approccio musicale? Altri artisti, libri, persone...
Sicuramente tutte queste. L'arte in generale, che sia musica, letteratura o cinema. Di certo anche le persone che ci circondano hanno una profonda influenza. Condividiamo idee, musica, esperienze e tutto ciò trova sempre il modo di infiltrarsi nel processo di scrittura.
Considero grande anche l'influenza della città in cui vivo. È relativamente piccola in termini geografici: sette miglia quadrate (18 km2, ndr), ma c'è un'enorme varietà di paesaggi e persone. Alla fine della giornata hai ricevuto così tanti stimoli che è impossibile non assorbirne qualcuno ed esserne influenzato.

Ci sono gruppi o artisti contemporanei che amate particolarmente o sentite molto vicini?
Nel senso più immediato, molti amici, come i nostri compagni di etichetta MONO ed Explosions In The Sky, gli artisti visuali Colter Jacobsen e Donal Mosher, il nostro collaudatissimo ingegnere del suono Jay Pellicci: sono tra le persone più gradevoli e di talento che conosco.
Ma la lista va avanti con un sacco di altri artisti e musicisti. Vado matto per la musica folk e tradizionale di tutto il mondo. Afrobeat, dub, la kora e quello che Toumani Diabate' riesce a farci... Adoro John Fahey e tutti quelli che hanno in qualche modo proseguito la sua strada. Mi piacciono molto The Necks, Circle, The Budos Band, James Blackshaw, Phosphorescent, The Oscillation, Etran Finatawa, Konono No. 1 e via dicendo.
E poi i film di Tarkovsky, Kenneth Anger, Herzog, Chris Marker...

In particolare, qual è la vostra relazione con la musica classica e il jazz, sia come musicisti sia come ascoltatori?
Per quanto riguarda me, non ho alcuna educazione formale in ambito jazz o classico. Sono un chitarrista autodidatta e quel che so l'ho imparato principalmente suonando con altri. Sono un avido fan sia del jazz sia delle discipline classiche, sia nelle loro forme più pure sia nelle molte combinazioni e crossover che sono emerse da entrambe. Gli altri hanno tutti qualche forma di background teorico e pratico: Rich nella musica orientale, Safa nel Jazz, Jeff sia nel jazz che nella classica.

Da band strumentale quale siete, come collegate la vostra musica ai titoli che scegliete?
Spesso i nostri titoli sono basati vagamente su idee astratte... grossomodo come la nostra musica, sotto molti aspetti. Scegliamo qualcosa che ci sembra adattarsi bene al mood della canzone o dell'album, ma non ti sovraccarica di profondi significati. In qualche caso scegliamo anche titoli più specifici: "Uncanny Valley", dal nostro nuovo album, è ad esempio un termine utilizzato per descrivere quella strana combinazione di terrore e curiosità di quando le macchine riproducono la natura in maniera stupefacente. Ma abbiamo fatto riferimento a un po' di tutto: da "Le città invisibili" di Calvino alle "Oblique Strategies" di Brian Eno con "Gardening, Not Architecture".

La vostra musica descrive episodi, sensazioni, atmosfere ben individuate?
Sì, penso proprio che evochi sensazioni e atmosfere. Molte di queste però nascono naturalmente, più dall'aspetto fisico del suonare sulla base di alcune idee che in maniera premeditata. Mi è sempre piaciuto ascoltare musica che possa fluttuare tra diversi toni ed emozioni, rimanendo però sempre aperta all'interpretazione. In questo modo uno si ritrova a "suonare la sua parte" come ascoltatore, attribuendo alla musica il proprio personale significato. Spero che anche la nostra musica possa essere letta allo stesso modo!

Sentite uno spirito di qualche genere dietro il vostro gruppo? Come lo descriveresti? Lo consideri più jazz, pop... o niente di tutto questo?
Beh, la parola "spirito" ha molte connotazioni: io direi che c'è un qualcosa di condiviso tra noi come gruppo di persone e fa sì che intuitivamente ci capiamo l'un l'altro, e finisce per produrre questa "somma delle parti" che è poi il nostro spirito - suonare qualcosa di più profondo della tipica formula verso/ritornello/verso, un processo in cui si possa trovare sempre un che di sorprendente.
Per quanto riguarda il collocamento in stili come "jazz" e via dicendo, non ce ne preoccupiamo granché: credo ci siano molte influenze che si combinano - jazz, musica contemporanea, dub, sperimentazione eccetera - e non è facile riassumerle con una sola parola o uno stile.

Qual è l'elemento dominante nel vostro approccio? È basato più su emozioni, "sfide" a livello tecnico, idee astratte, sperimentazione...
Io propenderei soprattutto per l'astratto, come influenza personale, ma tutti gli elementi menzionati hanno a che fare con quello che facciamo. A volte Rich e Safa se ne escono con qualche ritmo asimmetrico, qualche altra sono un suono o una tessitura a ispirarci. E a volte le cose sembrano materializzarsi nell'aria come per magia: essenzialmente, l'elemento prevalente varia da un giorno coll'altro.

Utilizzate molto i tempi composti. Li sentite come qualcosa di naturale (ad esempio, vi viene in mente spontaneamente un tema in 7/8) oppure li cercate di proposito, a mo' di "sfida"?
In realtà penso sia un po' e un po'. Mantenere tutto quanto in 4/4 e davvero "straight" non ci sembra molto interessante, specialmente quando si ha a che fare con musica che punta sulle lunghe durate. Il rischio sarebbe quello di diventare ripetitivi, o peggio ancora noiosi.
Rich, il nostro batterista, ama aggiungere colore alle cose e farne risultare una mentre se ne fa un'altra, ma a me sembra proprio che sia una sua tendenza naturale più che forzata. Mi sa che alle volte non se ne rende nemmeno conto: anche quando suona un beat abbastanza canonico, c'è sempre qualcosa un po' "fuori posto" che gli dà carattere e lo rende unico, memorabile. La stessa cosa vale per Safa: suona in ogni punto del manico e spesso fuori dal beat, riempiendo gli spazi in modo interessante, ma poi è capace di passare come se niente fosse a un groove solido, a seconda di come gli gira.

Qual è il ruolo del silenzio, della quiete, degli "spazi bianchi" nella vostra musica?
E per quanto riguarda la melodia? Alle volte sembra sia la vostra preoccupazione principale, altre sembra cerchiate in ogni modo di evitarla!
Penso che il contrasto sia uno strumento efficientissimo in ambito musicale. Che sia un tema melodico che si ripete o un respiro così leggero che potresti sentire uno spillo cadere - entrambi gli aspetti sono elementi importanti che dovrebbero coesistere e rendere tutto quanto più dinamico nel suo insieme. Il silenzio non sarebbe così silenzioso se non provenisse da uno spazio pieno e vale lo stesso per il contrario.

Cos'è cambiato col tempo, nel vostro approccio come band? Credi che il vostro nuovo Lp esplori territori diversi rispetto a "Noumena"?
Penso che rispetto a "Noumena" sia cambiato molto. Soprattutto per quanto riguarda il rapporto tra le parti più atmosferiche e quelle più melodiche e strutturate. Nel nostro primo full-length il rapporto era circa 1:1 - c'erano molte costruzioni diluite che serpeggiavano e prendevano tempo prima che si materializzasse qualcosa nella canzone. In "Memory Drawings" abbiamo mantenuto questo tipo di relazione, cercando però di non disperderci così tanto nella stratosfera. L'attenzione è andata più che altro allo sviluppo di melodie e passaggi strutturati, o quantomeno all'arrivarci un po' più in fretta.
L'esperienza del tour è stato un altro grosso fattore di cambiamento. Suonare quelle canzoni per circa tre anni ci ha resi più compatti come band e ha aumentato moltissimo il desiderio di scrivere nuovo materiale.

Discografia
Noumena (Temporary Residence, 2005)7
 Travels in Constants Volume Nineteen (Temporary Residence, 2005) 
 The Drift (Rmxs) (Temporary Residence, 2007) 
Memory Drawings (Temporary Residence, 2008)7,5
pietra miliare di OndaRock
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Recensioni

DRIFT

Memory Drawings

(2008 - Temporary Residence)
Eleganza lunare tra suggestioni jazz e post-rock

DRIFT

Noumena

(2005 - Temporary Residence Limited)

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