Emma Tricca

Emma Tricca

Winter, My Dear

intervista di Claudio Lancia

Terracina Alta, borghetto medievale con vista sul mare, fronte Isole Pontine, panorama mozzafiato, di quelli che tutto il mondo invidia alla nostra penisola, che gli stranieri ammirano stropicciandosi gli occhi per l’incredulità. Emma Tricca e la sua band hanno appena terminato il sound-check, si voltano e alle spalle del palco guardano il lungomare dall’alto, delimitato a destra dal promontorio del Circeo e a sinistra dalla spiaggia che corre verso Sperlonga, Gaeta e Formia.
Sono le 20 di una calda giornata di metà giugno, le più lunghe dell’anno, il sole sta per tuffarsi nel mare, ma è ancora distante dalla linea dell’orizzonte. Tutto perfetto. Emma è sorridente: ha dimostrato di saper scrivere delle canzoni così belle da arrivare a sedurre musicisti straordinari. Sia nel recentissimo “St. Peter”, sia qui questa sera, la chitarra è salda nelle mani di Jason Victor, il guitar hero protagonista della seconda giovinezza dei Dream Syndicate, già con i Miracle 3, sempre con Steve Wynn, mentre dietro la batteria siede Steve Shelley, una vita con i Sonic Youth, ma anche tantissime altre collaborazioni artistiche. Ci sediamo per organizzare la cena e per scambiare quattro chiacchiere con la piacevolissima compagnia. Non soltanto Emma, ma anche Jason sarà invitato a intervenire su alcune tematiche.

Buonasera Emma, anzi tutto complimenti per “St. Peter”, davvero un gran bel disco. Il sound-check direi sia andato benissimo, il suono è decisamente compatto…
Emma: Grazie! Sì, sono soddisfatta. Sia del disco che del check.

Come stanno andando le date del tour?
E: Bene, è un mini-tour che prevede cinque date in Italia e tre in Inghilterra.
In quelle inglesi però ci sarà un altro batterista, perché Steve dovrà andare in tour in Brasile, dove sarà impegnato con un’altra band.

Il tuo sound è indubbiamente internazionale, ma tu sei italianissima…
E: Io sono nata a Chieti, poi ho vissuto a Roma e a Como.
Mio padre è romano, e io mi considero romana, completamente: è la mia città del cuore.

A un certo punto hai deciso di trasferirti all’estero. Per motivi personali o artistici?
E: Artistici.

Fai parte quindi di quella cerchia di musicisti secondo i quali per raggiungere una certa visibilità internazionale occorre andare all’estero?
E: In realtà il discorso non è esattamente questo. Non è questione di avere successo. Per quanto mi riguarda la questione era di imparare quello che mi interessava. Tutto quello che a Roma non trovavo più, nella Capitale tutto quello che avrei potuto prendere lo avevo assorbito. Sai, se voglio imparare a cantare il fado devo andare in Portogallo, non trovi? Quindi se voglio imparare a suonare e a concepire il folk in un certo modo, devo andare in Inghilterra. Questo era tutto ciò che mi interessava. Non è una questione di avere più o meno successo, più o meno visibilità: io volevo imparare.

E il risultato com’è stato? All’altezza delle tue aspettative?
E: Il risultato è stato ottimo.

Sulla base della tua esperienza, cosa ti sentiresti di consigliare oggi a una band che sta iniziando il proprio percorso?
La situazione è cambiata tantissimo da quando io sono partita. E poi io suono musica con una forte radice folk, qualcosa di molto specifico. Mi spiego: se suoni alternative rock, magari puoi andare a Londra a vedere come si fanno certe cose, così come a Berlino, ma magari anche in Italia, dove in certi generi musicali si è andati avanti. Per il folk è diverso, per il folk hai bisogno di andare a ricercare le radici.

Sbarcare il lunario è comunque difficilissimo, anche oltrefrontiera, anzi magari là fuori rischi di incontrare una concorrenza ancor più forte e spietata…
E: Pensa che tre o quattro anni fa mi è capitato di incontrare James Taylor che mi disse “ragazzina, ma come hai fatto a entrare nel music business?”. Oggi è difficilissimo riuscire a trovare uno spazio.

Com’è nata e come si è sviluppata la collaborazione con Jason Victor, attualmente chitarrista dei Dream Syndicate? Ho letto che vi siete incrociati al South By Southwest…
E: Lo lascerei raccontare a Jason stesso, che oltre a suonare la chitarra in “St. Peter” ne ha curato la produzione.
Jason: Sì, io andavo spesso al South By Southwest. Un anno ci siamo conosciuti, proprio durante il Festival, e siamo rimasti in contatto. Quando Emma capitava a New York, io andavo a sentirla suonare, e un paio di volte è accaduto che abbiamo suonato assieme come duo. Una cosa che Emma mi ha sempre detto è che avremmo dovuto lavorare assieme prima o poi, e alla fine è accaduto davvero. Io conoscevo Steve (Shelley, ndr), avevamo fatto già un paio di cose assieme, avevamo suonato in un paio di occasioni. Io avevo del materiale di Emma e glielo feci ascoltare, chiedendogli se fosse interessato a lavorare su quelle tracce. Mi rispose di sì. Oggi eccoci qui tutti insieme.

Emma, i tuoi dischi precedenti erano decisamente minimali. Le 10 tracce di “St. Peter” si presentano invece molto più piene, con influenze che si moltiplicano. Ad esempio, ho trovato una certa prossimità con certe cose degli Yo La Tengo, in particolare fra le pieghe di canzoni come “Julian’s Wings” e “Mars Is Asleep”. Guarda caso il disco è stato registrato a Hoboken. Soltanto una coincidenza?
E: Non credo ci sia questo tipo di influenza, ma anche questi aspetti li lascerei approfondire a Jason.
J: In realtà il punto è che entrambi proveniamo da un contesto stilistico e territoriale simile, di conseguenza potemmo avere metabolizzato le medesime influenze. Non credo che siamo stati influenzati dagli Yo La Tengo: quando iniziammo a pensare a questo disco avevamo in mente un ipotetico incrocio fra i Velvet Underground e i Fairport Convention, dunque parliamo di band precedenti agli Yo La Tengo. Quindi magari sia noi che loro ci ritroviamo ad avere le medesime radici, questo sì, ma non sono certo loro a influenzarci. Yo La Tengo sono nostri amici, ma non sono mai stati una fonte di ispirazione per queste canzoni. Si tratta più di mettere insieme il mio stile e quello di Steve, il modo in cui noi suoniamo, e fondere il tutto con il modo di suonare di Emma. Una combinazione che ci piaceva molto. Una combinazione che funziona. Poi, sai, anche Frank Sinatra è originario di quelle parti…

“Green Box” sono praticamente due canzoni in una: parte col fingerpicking, richiamando atmosfere à-la Byrds, per poi passare attraverso Morricone e arrivare sino a Neil Young, con quel solo di chitarra lacerante nel finale. Queste influenze fanno parte dei vostri ascolti formativi?
J: La canzone che citi si avvicina sicuramente al tipico mood di Neil Young, anche per la modalità con la quale è stata registrata, con il solo di chitarra ripreso dal vivo.
Il fischio è stato aggiunto successivamente, un po’ figlio di Morricone, certo, ma anche un po’ figlio del background di Emma.

Emma, da sempre hai dato grande spazio e importanza alle collaborazioni con altri musicisti. Con chi ti piacerebbe suonare in futuro?
E: Cambio idea ogni giorno, ma so che le persone giuste arriveranno al momento giusto, com’è sempre stato per me. Sono aperta, lavoro sodo e seguo il mio dharma, questo è tutto quello che mi interessa.

E tu Jason, cosa pensi in proposito?
J: Trovo che le collaborazioni arricchiscano sempre molto il risultato finale di un progetto. Quando Emma mi chiese di lavorare insieme, io ascoltai il materiale con grande attenzione, e in tutta sincerità non sapevo cos’altro aggiungere alle sue canzoni, perché Emma già da sola aveva svolto un ottimo lavoro. Poi ho avuto l’occasione di lavorare con Steve, sono sempre stato un fan del suo stile, del suo modo di suonare la batteria. Questa collaborazione alla fine ha dato frutti interessanti, è figlia di un percorso di tre musicisti per molti aspetti simile, ma per altri molto diverso.

Emma, non era poi così scontato che questi musicisti avrebbero accettato di lavorare sulle tue nuove canzoni, ma oggi sono ancora qui, accanto a te, per portarle anche in tour: significa che hanno sposato seriamente il tuo progetto…
E: Ovviamente non potevo certo aspettarmi che mi avrebbero seguita in questo modo. Ma le cose nella vita possono accadere, poi le accetti e vai avanti.

Le tracce di “St. Peter” sono state scritte insieme in studio oppure le hai portate tu già quasi ultimate?
E: Volevo lavorare con Jason da anni, poi è arrivato il momento propizio e gli ho fatto ascoltare qualche nuova canzone, proponendogli di svilupparle assieme. Lui ha accettato. Ma i brani erano già praticamente pronti. Soltanto una canzone è nata mentre eravamo tutti assieme, scritta una mattina prima di andare in studio. Che poi è l’ultima dell’album. Le altre le avevo portate io.

Jason, tu sarai di nuovo a Roma fra pochi giorni con Steve Wynn, in veste di chitarrista dei Dream Syndicate…
J: Sì, suoneremo anche a Roma, al Monk. Ritorniamo in Italia dopo alcune date che lo scorso anno sono andate molto bene. Siamo molto felici di portare le nostre canzoni in tour. L’Italia è un paese meraviglioso, che ho avuto la fortuna di conoscere sin da bambino, quando venni in vacanza per una settimana, e ora ho l’opportunità di continuare a scoprirla grazie alla musica. Anche Steve è molto attaccato all’Italia.

Jason, qual è il posto più singolare nel quale ti è capitato di suonare?
J: Di posti singolari ne capitano, soprattutto se non fai parte di una produzione grandissima, e quindi cerchi di adeguarti a suonare un po’ dove capita. Beh, una volta mi è capitato di suonare all’interno del Circolo Polare Artico, un’esperienza senz’altro atipica.

Immagino che freddo! Tornando a Emma, volevo chiederti: la gestazione di “St. Peter” non è stata brevissima, ma ancor più lunga fu quella che condusse al tuo secondo album, che arrivò a ben cinque anni di distanza dall’esordio. Come mai un lasso temporale così lungo?
E: Intendi fra “Minor White” e “Relic”? In realtà “Relic” era pronto già da un bel po’, ma i “London Riots” del 2011 ne ritardarono l’uscita: la mia etichetta di allora dovette rimettersi in piedi dopo le perdite subite a causa degli incendi. Sono stata molto fortunata: molte label hanno dovuto chiudere i battenti dopo quegli episodi.

L’eterno dilemma fra cantare in italiano o in inglese, nel tuo caso è stato risolto sul nascere. Non temi però che questo possa precluderti un successo ancor più grande in Italia? Penso a band come Afterhours o Zen Circus, che incrementarono la propria notorietà quando scelsero di passare all’italiano per far arrivare meglio il proprio messaggio in patria. Diventando icone nel nostro paese, ma castrando qualsiasi velleità internazionale. Qual è il tuo punto di vista sull’argomento?
E: Non so se la loro sia stata una scelta mirata, oppure dettata dal dharma: io non riesco a fare distinzioni fra le due lingue, per cui seguo l’intuizione, cerco di essere spontanea. Intuizione e spontaneità mi portano dove mi portano, io non escludo mai niente: tempo fa ho lavorato insieme a Bruno Dorella a una colonna sonora per un film con Patrick Stewart, e il testo l’ho scritto in italiano. Però credo che il mio dharma sia anglofono…

Vieni spesso accostata a folksinger storiche come Joni Mitchell, in tanti vedono in te persino una versione al femminile del primo Dylan. Oltre a questi, io trovo anche altri riferimenti meno “scontati” che arricchiscono il tuo songwriting. Riferimenti sia più recenti (le visioni dreamy e desertiche dei Mazzy Star) sia più distanti dal folk (il versante psichedelico dei Velvet Underground). Tutto questo lo trovo ad esempio ascoltando “Salt”, uno dei pezzi più visionari di “St. Peter”. Ti trovi d’accordo con questa riflessione? Ti senti più alternative folk oppure più classic?
E: Se proprio dobbiamo usare per forza questa parola, direi che mi sento più “alternative”. Come tutti sono influenzata da tutto ciò che ascolto. Le cose passano fra le dita e poi vanno da tutt’altra parte, cadono dal cielo. Per citare Townes Van Zandt, è impossibile definire la forma dell’acqua.

I nomi che ho citato fanno parte dei tuoi ascolti formativi?
E: Sì. Senz’altro.

Quali altri dischi ritieni siano stati fondamentali nella tua formazione e crescita artistica?
E: Ho ascoltato da piccola “I soliti sospetti”, sono ferratissima sul British & American Folk, sono stati il mio pane quotidiano per anni. Poi dischi di rock progressive più o meno oscuri, ma anche dream-pop, veramente troppi da poter citare. Ma se parliamo di super-classici, non strettamente folk, allora devo per forza menzionare “The Hissing Of The Summer Lawns” di Joni Mitchell e “Flying Teapot” dei Gong. Ho anche un amore quasi adolescenziale per “The Lamb Lies Down On Broadway” dei Genesis, guilty pleasure.

“St. Peter” appare come l’importante evoluzione di un percorso che probabilmente hai già ben delineato in testa. Cosa potremmo attenderci in futuro?
E: Ho una visione, ho delle idee in testa. Al momento la priorità è anzitutto continuare a lavorare con loro, con Jason e Steve, ma tutto sarà molto più chiaro quando torneremo in studio per registrare nuove canzoni e tentare nuovi esperimenti. Questo progetto crescerà, ma ora non è facile immaginare esattamente verso quali direzioni.

Terminato questo mini-tour, quali progetti hai nel cassetto?
E: Diversi, di cui parleremo alla fine dell’estate. Per ora voglio lavorare con il disco appena uscito, e pensare a suoni nuovi.

Discografia
 Minor White (Bird, 2009)

 7

Relic (Finders Keepers, 2014)

 8

 Southern Star (with Jason McNiff, Dell'Orso, 2016)

 6,5

St. Peter (Dell'Orso, 2018)

 8

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