Eugenio Finardi

Eugenio Finardi

Ritorno alla musica ribelle

intervista di Claudio Fabretti

Il tempo “di mollare le menate e di metterti a lottare”, per Eugenio Finardi, non è mai finito. Barba bianca da guru e sorriso dolce di sempre, il cantautore milanese ha rispolverato tutta la sua energia per “Fibrillante”, il nuovo album, prodotto da Max Casacci dei Subsonica. Un ritorno alle canzoni in italiano dopo 16 anni di esperimenti che lo hanno visto spaziare dal fado al rock, dal blues alla classica contemporanea. Un ritorno che sembra quasi sollecitato dalla necessità di raccontare un’Italia di miserie e ingiustizie sociali che chiede disperatamente attenzione. Un po’ come Franco, il protagonista di una delle canzoni più emozionanti del disco...

“La storia di Franco” racconta una vicenda reale drammatica, ce ne vuoi parlare?
È un caso che sta accadendo sempre più spesso: il dramma dei padri separati impoveriti dalla separazione e spesso allontanati dai figli è una delle tragedie silenziose della nostra epoca, uno degli effetti collaterali di questa crisi terribile. Il pezzo mi è stato ispirato da un incontro: tutti i giovedì pranzo con mia figlia Elettra in un ristorante cinese sulla circonvallazione di Milano e un giorno uscendo da questo ristorante con mia figlia ho incrociato un uomo che chiedeva l’elemosina e mi ha detto: “Eugenio non mi riconosci?”. Io l’ho guardato meglio ed è saltato fuori che era un discografico, uno di quelli che negli anni 80, periodo d’oro della discografia in cui si vendevano milioni di dischi, accompagnava i cantanti stranieri in Italia, quindi faceva la bella vita dei cantanti in promozione: pranzi, alberghi etc. (oggi è un po’ meno così, sorride). Poi la moglie l’ha lasciato per un altro e dopo questo evento la sua vita si è disintegrata, finché non si è trovato a chiedere l’elemosina. Ma mi ha colpito e ferito ancora di più ciò che mi ha detto dopo: “Non vedo mia figlia da 5 anni”. Io ero lì con mia figlia e questa cosa l’ho sentita in maniera molto profonda. Il testo è venuto fuori così, e poi Giovanni Maggiore, il mio chitarrista, stimolato da questo testo, ha scritto la musica. Chiaramente è una storia romanzata...

...però è una storia emblematica della realtà italiana di questi anni, nel testo infatti dici: “Lei pensa che io sia in Africa a combattere la povertà/ E infatti la combatto/ Ma la mia guerra è qua”. La povertà, insomma, non è più una questione remota, da associare a qualche paese esotico del Terzo Mondo.

Certo. Sono passato l’altro giorno davanti a una delle mense dei poveri a Milano, gestita dai frati. Un locale con un grande cortile all’interno: di solito non si vede nulla perché c’è posto per tutti nel cortile, e invece c’erano 200 metri di fila. Ero in coda in taxi e ho potuto vedere bene chi era in coda: tanti italiani, giovani, quarantenni o cinquantenni... Mi ha molto commosso una notizia che ho letto qualche giorno fa: un padre ha portato i figli a questa mensa dicendo: “Avete visto ragazzi, oggi sono riuscito a portarvi al ristorante”. Sono cose che toccano, che feriscono...

Eugenio FinardiParlando del tuo ultimo album “Fibrillante”, hai detto che è “un disco di lotta contro un nuovo Medioevo”: a cosa ti volevi riferire, in particolare?
C’è stata la stagione degli anni 60 e 70 in cui sono stati conquistati tantissimi diritti, se pensiamo ai diritti civili nel Sud degli Stati Uniti, alla lotta di Martin Luther King, alla battaglia di Gandhi contro il colonialismo, a quella di Nelson Mandela contro l’apartheid, a tutte quelle per i diritti delle donne, basti ricordare cosa erano le donne negli anni 50 e cosa sono oggi. A partire dalla elezione di Reagan e della Thatcher, invece, questi diritti di uguaglianza sono stati via via erosi e adesso ci troviamo in una situazione in cui pochissimi “principi”, anche se li chiamano “fondi sovrani”, possono con un click del mouse rovinare intere nazioni, intere regioni, intere economie, strappando la terra da sotto i piedi a centinaia e migliaia di famiglia. E questo lo stiamo vivendo in tutto il mondo. Io sono per metà americano e quindi cerco di leggere ogni giorno la stampa che viene da là e posso garantire che il tema più discusso è proprio quello della disuguaglianza e dell’ingiustizia sociale.

La tua “Musica ribelle” è stata un inno per un’intera generazione. Oggi per te la musica ha ancora questo potere? E c’è qualcuno che la sa interpretare in questa chiave?
La musica ribelle di oggi la fanno i rapper, anche in modo più duro di quanto facevamo noi, che non facevamo mai nomi e cognomi. I rapper non si fanno scrupoli. E picchiano duro.

Sono i rapper, insomma, i nuovi “cantautori”?
Sì, io credo che sia nella natura delle cose il fatto che il linguaggio si evolva, anche se ci sono ancora cantautori che oggi affrontano queste tematiche. Devo dire che quelli della mia generazione, però, si sono un po’ ammorbiditi. Infatti in molti sono rimasti stupiti da questo mio ritorno a certi temi.

In effetti certi testi di “Fibrillante” sono piuttosto duri, forse non c’eravamo più abituati...
Io sono stato anche in Africa con Medici senza frontiere e mi è piaciuto molto un principio che c’è nel loro statuto, quello della “cura e testimonianza”. Non basta curare, bisogna anche testimoniare, così come fa anche Emergency. E io credo che nella nostra ragione sociale di cantautori ci dovrebbe essere il canto e la testimonianza. Del resto io non vengo dalla scuola francese, più ironica e metaforica, ma da quella americana dei Pete Seeger, dei Woody Guthrie, del “Grapes of Wrath”, di quella musica folk nata nel periodo della Grande Depressione degli anni 30.

Eugenio FinardiHai vissuto da protagonista la scena storica della Cramps di Gianni Sassi, quella realtà che andava dal folk al blues, dal prog alla canzone d’autore, che cosa rendeva così ricca quella scena? E ci puoi fare un breve ricordo di Francesco Di Giacomo, il cantante del Banco, scomparso di recente?
Comincio con Francesco perché il pensiero di commuove ed essendo a Roma mi sembra giusto parlarne. Francesco era una persona speciale a cui tutti volevano bene. Ed è quello a cui devo la mia “libertà da Finardi”. Potrà sembrare strano, ma questo mio nuovo disco è il primo di inediti in italiano da 16 anni. Sedici anni in cui ho spaziato dal blues al rock alla musica classica contemporanea. Ma tutto è iniziato con un progetto di fado portoghese, nato proprio da un incontro a Recanati con Francesco Di Giacomo. Mi incrociò e mi disse: “Aho’, a Euge’, c’hai vojia de canta’ er fado?” (ridiamo...)

Non sapevo che fosse stato lui a proportelo!
Sì, andò proprio così. Lui era in tournée con Marco Poeta, un chitarrista recanatese appassionato di fado e di chitarra portoghese, e Francesco, coinvolgendomi in questo progetto, mi ha donato la libertà, mi ha fatto capire che potevo fare altro al di là di Finardi. Perché alla fine essere cantautori è una privilegiata condanna a cantare sempre quelle 20-30 canzoni, se ce l'hai. Un grande privilegio, come dicevo, ma per qualcuno che è anche musicista diventa a un certo punto una gabbia dorata.
Quanto alla Cramps, io ero un po’ il fratellino minore degli Area: l’etichetta di fatto venne fondata da Gianni Sassi, che era il grande padre, da Demetrio Stratos e da me. Ci siamo conosciuti alla Numero Uno di Lucio Battisti e siamo poi passati a fondare questa nuova casa discografica, questa nuova idea di musica.

Un altro tuo mentore fu Fabrizio De André, giusto?
Sì, Fabrizio era in cerca di qualcuno che aprisse i suoi concerti, diceva che gli serviva “qualcuno che fa svuotare le tasche ai giovani” (ridiamo). E così scelse me, devo molto a lui, nacque anche una vera amicizia. Una volta ospitai anche suo figlio Cristiano, che era scappato di casa dopo una lite.

In questi giorni stai portando “Fibrillante” in tour. Come sono i tuoi set dal vivo?
Sono concerti molto rock, con una band di ragazzi di cui potrei essere il padre. Abbiamo costruito un concerto estremamente godibile, che si può anche vedere in streaming in anteprima sulla mia pagina Facebook. Facciamo anche dei contest “palco aperto” per condividere questa esperienza con giovani promettenti che potranno così aprire i concerti. Sono veramente felice di tornare a imbracciare la mia chitarra elettrica, con una band straordinaria con la quale ho scritto questo disco e lavoro da tre anni. Manca solo Max Casacci, chitarrista dei Subsonica, che ha prodotto il disco e sta lavorando al nuovo progetto della sua band.

“Fibrillante” nasce proprio da un ricco team che incrocia diverse generazioni di musicisti: oltre a Casacci, hanno preso parte al progetto anche Manuel Agnelli degli Afterhours, Vittorio Cosma (ex-Pfm), Patrizio Fariselli degli Area e perfino due dei Perturbazione. Come sei riuscito ad amalgamare tutti questi approcci differenti?
È un disco di tre generazioni. Un disco che ha un’urgenza, uno spirito molto elettrico, di tensione, che viene dal fatto che le basi sono registrate dal vivo: abbiamo suonato tutti insieme, diversamente da quanto accade spesso oggi, con basi preregistrate e dischi composti a strati, come puzzle. Invece noi ci siamo chiusi in una sala di incisione in Strada del Drosso a Torino, che è uno degli accessi a Mirafiori, quello da cui entrano i pezzi di ricambio delle auto da assemblare, una strada anche simbolica, insomma. Ci siamo riuniti per tre giorni scrivendo una quindicina di frasi musicali e di spunti. Poi abbiamo registrato le basi di questi brani, io ho scritto i testi, stimolato da Giovanni (ho l’età esatta di suo padre...). Poi è arrivata la generazione dei quarantenni: Casacci ha apprezzato molto il lavoro ed è diventato il mio socio a tutti gli effetti in questo progetto autofinanziato. Siamo andati nella sua sala d’incisione in via degli Artisti, a Torino, e poi sono venuti Manuel Agnelli, Patrizio Fariselli... e l’ultimo pezzo del disco è proprio in uno stile Cramps, come spirito ricorda un po’ “La Mela di Odessa” degli Area.

Eugenio FinardiUn altro dei tuoi classici, “La radio”, raccontava la stagione mitica delle prime emittenti libere, con i celebri versi “E se una radio è libera, ma libera veramente, mi piace ancor di più, perché libera la mente”. Oggi secondo te internet ha rimpiazzato il ruolo che fu di quelle radio?
Sì e no. Nel senso che internet ha questo problema dell’anonimato, è più impersonale, le web radio e le web tv sono molto vive, ma sono un altro mezzo ancora, che forse deve raggiungere la sua maturità. Le radio libere, all’epoca, furono davvero un’arte. All’estero naturalmente già esistevano da anni, ma in Italia c’era il monopolio e il loro avvento segnò una nuova epoca. Non c’era il dj al di là del vetro con un tecnico, eri tu a dare il ritmo con due microfoni, i piatti, il mangiacassette, il telefono. Ti gestivi da solo, senza playlist e portandoti i dischi da casa: eri davvero in grado di dare la tua impronta con una comunicazione istantanea che arrivava a tutti contemporaneamente. Internet ha invece un leggero gap temporale.

Mi riferivo anche all’idea di poter fare comunicazione “dal basso”: ognuno sul web è libero di esprimersi come di fronte a un microfono di una radio.
Sì, il principio è quello. Credo anche che internet sia uno strumento di cui non abbiamo ancora capito tutte le potenzialità e anche i pericoli. È uno strumento che va ancora messo a fuoco.

Due anni fa sei stato a Sanremo (con “E tu lo chiami Dio”): ripeteresti l’esperienza?
Come ospite volentieri, come concorrente non credo, sono fuori tempo massimo. Io poi non sono un personaggio nazional-popolare, non sono uno da Sanremo: lo patisco troppo.

Però c'è andato anche Vecchioni e ha addirittura vinto!
Sì, ma lui è più nazional-popolare di me. Nell’immaginario è il cantautore classico, io sono più di nicchia. Anche tra i cantautori sono un po’ un caso a parte, ho più affinità con Afterhours e Subsonica, tutto sommato. Credo di essere il primo degli indie e l'ultimo dei cantautori storici.

In effetti sei sempre stato un outsider, anche negli anni 70. Oggi invece io vedo molta omologazione, molte pose studiate a tavolino, anche tra i cantautori cosiddetti “alternativi” o “indie”. Sei d’accordo?
È un po’ come la fotografia. Se vedi le prime foto dell’Ottocento, la gente stava lì senza sapere che faccia fare, senza posare. Non aveva idea di come rappresentarsi. Poi si è visto che con l’avvento della televisione tutti hanno imparato a mettersi in posa e oggi addirittura tutti i ragazzi si fanno i “selfie”... E un po’ la stessa cosa è accaduta con i cantautori: oggi si parte con l’idea “sono un poeta” e si va avanti così. Noi eravamo più ruspanti, io sono diventato un cantautore perché mi hanno affibbiato questa etichetta, ma mi consideravo un cantante rock come Rod Stewart. Poi con l’evolversi della vita ho approfondito certe tematiche, sono diventato a tutti gli effetti un cantautore, ma non sono partito con quell’idea. Io volevo fare Mick Jagger, poi però non c’avevo il fisico... (ridiamo)

(versione estesa di un'intervista pubblicata sul quotidiano "Leggo", 13 marzo 2014)

Discografia
 Non gettate alcun oggetto dai finestrini (Cramps/Polygram, 1975)
Sugo (Cramps/Polygram, 1976)
Diesel (Cramps/Polygram, 1977)
 Blitz (Cramps/Polygram, 1978)
 Roccando rollando (Cramps/Polygram, 1979)
 Finardi (La Cicogna/Fonit, 1981)
 Secret Streets (Fonit, 1982)
Dal blu (Fonit, 1983)
 Strade (Fonit, live, 1984)
 Colpi di fulmine (Fonit, 1985)
 Dolce Italia (Fonit, 1987)
 Il vento di Elora (Fonit, 1989)
 La forza dell'amore (Wea, 1990)
 Millennio (Wea, 1991)
 Musica desideria (Fonit, 1992)
 Acustica (Wea, 1993)
 Occhi (Wea, 1996)
 Accadueo’ (Wea, 1998)
O Fado (con Francesco Di Giacomo e Marco Poeta) (Edel, 2001)
 La forza dell’amore 2 (Wea, 2001)
 Cinquantanni (Edel, 2002)
 Il silenzio & lo spirito (Edel, 2003)
 Anima blues (Edel, 2005)
Un uomo (Edel, 2007)
 Il cantante al microfono (Egea, 2008)
Sessanta (antologia, Edel, 2012)
 Fibrillante (Universal, 2014)
40 anni di Musica Ribelle (box-set, Universal, 2016)
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

La radio
(live al Parco Lambro, 1976, da Sugo, 1976)

Extraterrestre
(live al concerto in memoria di Demetrio Stratos, Arena Civica di Milano, 1979, da Blitz, 1978)

Musica ribelle
(live a Rock Targato Italia, Rolling Stone, Milano, 1991, da Sugo, 1976)

Le ragazze di Osaka
(live, dall'album Dal blu, 1983)

Un uomo
(live a The Place, Roma, 2008, da Un uomo, 2007)

La storia di Franco
(videoclip da Fibrillante, 2014)

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Recensioni

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(2016 - Universal)
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(2012 - Cramps)
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