Eugenio In Via Di Gioia

Eugenio In Via Di Gioia

Buskers mainstream

intervista di Gabriele Senatore
Febbraio 2018. Il maltempo imperversa sulla penisola. Le ferrovie sono attanagliate dai ritardi a causa delle condizioni avverse. Malumore diffuso tra i pendolari e i viaggiatori. Tuttavia, su un treno diretto a Roma, un totalmente spigliato Eugenio Cesaro, accompagnato dalla sua band, comincia ad intonare “Sette Camicie” con chitarra acustica in mano, dif ronte ai passeggeri stupiti e divertiti. Perché mai quattro ragazzi piemontesi, membri di una band folk-pop di nicchia (fino allo scorso anno), dovrebbero fare una follia del genere? Si potrebbe pensare per visibilità, ma non è questo il caso. Gli Eugenio In Via Di Gioia (nome composito a partire dai nomi dei quattro artisti) nascono come quartetto di busker, artisti di strada se volete, intrattenitori, prima che musicisti. Proprio quest’anima un po’ folle li ha spinti in più di un’occasione a esibirsi in siparietti come quello appena descritto. Finalmente, nel 2018, la band arriva anche a un pubblico più vasto. Complice un ottimo secondo disco, che stacca l’esordio per qualità di scrittura e cura dei brani, e una crescente attenzione del pubblico, gli Eugenio In Via Di Gioia rappresentano un caso interessante del più recente filone folk italiano, al fianco dei Pinguini Tattici Nucleari, Zen Circus e Lucio Corsi.
Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Paolo Di Gioia, batterista e co-fondatore della band, prima del concerto a Napoli.

Voi siete letteralmente nati dal crowdfunding e gradualmente approdati sotto i riflettori. Spiegami e raccontami come avete vissuto questa piccola ascesa, dai tempi di “Lorenzo Federici” fino ad oggi?
Rispetto a “Lorenzo Federici”, sicuramente il secondo disco era la manifestazione di una volontà di differenziare il nostro percorso, da un disco che veniva totalmente dalla strada, quindi busker come le nostre origini, per arrivare all’utilizzo anche di strumenti non esclusivamente acustici, aggiungendo suoni diversi al nostro secondo lavoro. Infatti, abbiamo cercato di curare al meglio l’output sonoro di questo album, quel che viene effettivamente fuori. Non ce l’aspettavamo questo successo. Devo ammetterlo. Quando abbiamo realizzato “Tutti su per terra” volevamo dire: “Vogliamo dare una direzione al nostro percorso e far capire alla gente che c’è una maturità maggiore nell’ultimo disco rispetto al precedente”. Volevamo dare un senso di crescita, e questa cosa è stata percepita benissimo dal pubblico, che si è interessato sempre di più a noi. Soprattutto, ci siamo accorti che il disco ha cominciato a essere realmente apprezzato dopo circa un anno dalla sua pubblicazione ufficiale. Abbiamo notato che, da gennaio del 2018 in poi, c’è stato un evidente aumento della gente che viene ai concerti. Parlando di numeri, abbiamo visto con i nostri occhi una crescita del pubblico live molto soddisfacente.

Radio Deejay sta interpretando talvolta il ruolo di mecenate del panorama indie-pop italiano. Voi siete stati notati e portati anche in trasmissione. Chi fu a scoprirvi e come avete vissuto la vicenda?
Radio Deejay è stato per noi un trampolino di lancio. Nel senso che, proprio in riferimento a quest’ascesa a partire da gennaio, Radio Deejay ci diede un’ulteriore spinta a febbraio per farci conoscere. È stato Linus, direttamente lui, a venire a sapere di noi dopo la vicenda del treno (vedi l’introduzione). Dopo che la scena fu condivisa un po’ in giro, lui restò colpito, ascoltò anche “Chiodo fisso”, e le sue parole furono: “Cavolo, questa canzone è proprio bella”. Da quella volta siamo stati ospiti in trasmissione e ci ha passati nel mese di marzo. Tutto molto spontaneo, non c’è stata la mediazione di uffici stampa o altri. È stato proprio lui che ha sentito il brano, gli è piaciuto, e ha deciso di passarlo. Se la nostra spontaneità è arrivata addirittura a Linus, allora vuol dire che la nostra musica funziona.

Ritenete che l’attuale panorama indipendente italiano, nel quale sono in corso profondi cambiamenti, abbia aiutato la vostra ascesa? Oppure vi ritenete degli outsider rispetto all’indie-pop che ha iniziato a cavalcare le classifiche?
Siamo a metà. Nel senso che comunque l’indie-pop, che non è un genere musicale ma è una corrente artistica più sfumata, sta vivendo una sua epoca d’oro. Questo è meglio anche per noi, perché in un certo senso vi apparteniamo, ma vogliamo cercare di avere un connotato differente, legato alle nostre origini. Soprattutto nelle sonorità, noi ci distacchiamo molto da quel filone. Siamo nella moda, ma non completamente. Ci teniamo lontani dalle sonorità di Gazzelle, degli Ex-Otago, di Canova, ma siamo comunque felici che quel mondo stia prendendo una bella piega.

Da molti vostri testi, la critica ha evidenziato un emergente pessimismo, persino un tono apocalittico. Ma lo si potrebbe definire anche realista o grottesco, leggendo il tutto da un’altra ottica. Vi ritenete degli Schopenhauer armati di chitarra, oppure non vi sentite a vostro agio con questa definizione di pessimisti?
Noi siamo realisti. Abbiamo provato a non trasmettere pessimismo, e giustamente al primo impatto sembra proprio l’opposto, ma il fatto è che noi ci siamo dentro. È la società a essere così, e noi siamo parte di essa. Quella che abbiamo costruito è soprattutto una visione dettata dalla scienza e dalla sociologia contemporanea. Anzi, il nostro è il realismo di un monito che dice “se non cambia qualcosa, così andranno a finire le cose”. Sarà quindi che nel 2050 mangeremo gli insetti (anche se ormai la notizia che siano legali anche in alcuni paesi occidentali è di dominio pubblico), ci saranno le macchine volanti. La cosa più divertente è che alcuni fan ci inviano articoli a riguardo di alcune nostre “previsioni” che si stanno avverando già ad oggi. Noi vogliamo raccontare la realtà della società odierna, in tutto e per tutto.

Dunque siete realisti che, prevedendo un futuro prossimo, stanno vedendo le loro previsioni avverarsi?
(Ride) Sì, in effetti è preoccupante…

D’altro canto, c’è una profonda vena ironica e satirica nei vostri testi. Chi è tra voi quello che porta questa ironia nel realismo?
L’ironia sicuramente viene dai testi che scrive Eugenio Cesaro. Però l’ironia è anche parte di una nostra attitudine sul palco e nella vita. Chi non ci ha mai visto dal vivo sente l’ironia attraverso le parole delle canzoni, ma dal vivo si sente un’energia di quel tipo ancora più amplificata. Anche perché tutti e quattro abbiamo questa tendenza: facciamo musica, ma anche teatro tra un brano e l’altro, quando siamo sul palco.

La letteratura viene mai in aiuto nella vostra scrittura?
Parlando per Eugenio, lui non si definisce un grande lettore, però nei suoi testi ha sempre cercato di infondere i suoi libri preferiti e quel modo di comunicare: ad esempio, "La Coscienza di Zeno", "I Malavoglia", ma anche la filosofia, che lui apprezza particolarmente, che emerge nella vena riflessiva di alcuni pezzi dell’ultimo disco. Diciamo che in alcuni testi ha aiutato molto, in altri, invece, gli spunti sono arrivati dalla strada. Suonando per strada, le ispirazioni sono venute dalle persone che ci passavano davanti.

Parliamo del vostro sound caratteristico. Apparentemente i brani sono costruiti su formule folk-pop riconoscibili al pubblico italiano, che è già abituato a questo genere. Tuttavia dopo qualche ascolto più attento si notano venature swing-jazz abbastanza complesse. Addirittura, siete stati paragonati a Elio e Le Storie Tese. Vi ritrovate in questa classificazione?
Diciamo che le sonorità swing stiamo cercando di abbandonarle sempre di più, proprio in virtù di quel discorso sulla maturità che facevo poc’anzi. L’obiettivo sarebbe quello di evolverci verso sonorità più semplici, anche più pop, ma senza cadere in banalità. Nel prossimo disco, che è già in lavorazione, ci stiamo muovendo verso sonorità più vicine agli Alt-J, riferimenti maggiormente esterofili. Quella vena swing ci è appartenuta dall’inizio e ne abbiamo sempre conservato qualcosa, ma nel tempo la stiamo abbandonando. C’è la semplicità, ma c’è anche la capacità compositiva di chi ha sempre fatto musica. In alcune canzoni cerchiamo di farlo capire, in altre si nota meno.

Per quanto riguarda la satira nella musica, da Gaber a Caparezza, l’Italia ha una lunga storia di penne taglienti. Chi sono i vostri riferimenti in Italia e all’estero?
Sicuramente Gaber quello italiano. Per quanto riguarda l’estero mi risulta difficile, perché non abbiamo un metro di paragone linguistico adeguato. La satira italiana è un mondo a sé stante. Dicevamo Gaber, che è un esempio lampante, magari Jannacci dei primi tempi. Anche se, la satira vera e propria ha fatto parte più del nostro precedente disco che di quello attuale.

Passando ai vostri concerti. Si vocifera che siano particolarmente coinvolgenti. Sui vostri social avete persino condiviso il messaggio di una fan che si è fratturata qualcosa durante un live, ma era comunque felicissima di avervi visto…
Sì, non puoi immaginare. Eugenio era sceso giù dal palco, tutti si sono riversati a pogare, travolgendo questa ragazza. L’abbiamo subito raccattata sul palco. Ci siamo accorti che si era fatta male, ma lei insisteva a dire che stava bene. Quando abbiamo visto il commento, ci siamo rimasti malissimo.

Però era contenta. L’ha presa come una fiera cicatrice di guerra.
Esatto, almeno questo ci rende felici.

In questi ultimi mesi di tournée, c’è qualcosa che vi ha colpito? Qualche esperienza particolare?
Senza dubbio il calore. In ogni posto dove andiamo, dal concerto a Prato, dove la gente conosceva a memoria tutte le nostre canzoni dall’inizio alla fine. E veder succedere questo dal Piemonte alla Sicilia è bellissimo. Siamo stati a dicembre, in un locale a Ragusa, anche lontano dal centro, e lo abbiamo visto riempirsi con grande stupore. E tutti cantavano. Quella è stata un’esperienza veramente incredibile per noi.

Che cosa si dovrebbe aspettare il pubblico da una vostra esibizione?
Sicuramente tanta improvvisazione. Cerchiamo sempre di essere diversi. Mai nessun live sarà uguale al precedente. Tra un pezzo e l’altro faremo sempre qualcosa. Prendiamo ispirazione dalla gente del posto, il luogo, l’atmosfera. C’è sempre tanta voglia di far divertire, oltre a quella di far musica.


Discografia
 Lorenzo Federici (Libellula, 2014)

 

Tutti su per terra (Libellula, 2017)

 

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video
 

Non ancora
(videoclip da Lorenzo Federici, 2014)

 

Chiodo fisso
(videoclip da Tutti Su Per Terra, 2017)

 

Selezione naturale ft Willie Peyote
(videoclip da Tutti Su Per Terra, 2017)

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Recensioni

EUGENIO IN VIA DI GIOIA

Tutti Su Per Terra

(2017 - Libellula)
Il quartetto torinese, tra satira e folk, rivela la sua personalità

EUGENIO IN VIA DI GIOIA

Lorenzo Federici

(2014 - Libellula)
Quattro piemontesi che mischiano al folk una leggera comicità

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