Fabrizio Paterlini

Fabrizio Paterlini

L'arte del pianoforte

intervista di Matteo Meda
Un anno esatto fa, Fabrizio Paterlini ci contattò via e-mail. Una di quelle tante e-mail che arrivano all'ufficio stampa del sito - di cui ai tempi il sottoscritto era responsabile - e si ammassano a palate, tanto che alla fine si riesce a rispondere con la dovuta cortesia anziché con frasi fatte e sbrigative a nemmeno la metà di esse. Paterlini ci proponeva l'ascolto di "Now", ai tempi suo ultimo lavoro alle stampe, con tanto di codice privato già preparato e la gentile richiesta di fargli sapere se fossimo stati interessati a recensirlo. Gli andò male, e il suo messaggio si accodò a tanti altri finendo per non ricevere nemmeno una risposta degna di tal nome. A distanza di dodici mesi, il suo secondo tentativo con l'album "The Art Of The Piano" - avvenuto stavolta tramite il ben più efficace mezzo dell'invio fisico a casa di chi scrive - ci ha permesso di scoprire in ritardo un autentico poeta del pianoforte, che in sette anni di carriera ha prodotto almeno tre lavori di qualità sopraffina, riuscendo però solo con quest'ultimo a guadagnarsi un posto in prima classe sul sempre più affollato treno del filone cosiddetto modern classical di casa nostra. Curiosi di sapere di più su di lui e sulla sua parabola ascendente, lo abbiamo raggiunto via e-mail.

Ho di recente scoperto che hai una pagina dedicata sulla Wikipedia inglese, e non su quella italiana. E' una cosa un po' strana, secondo te a cosa è dovuta?
Beh, non mi sorprende affatto! La mia musica è decisamente più conosciuta all’estero che in Italia, quindi è normale che qualcuno abbia pensato di inserire la mia biografia su Wikipedia in inglese. A ben cercare, c’è anche la pagina in russo! (ride)

In effetti il tuo nome l'ho sentito fare parecchie volte, eppure sei riuscito a ottenere visibilità in maniera più capillare solo con quest'ultimo lavoro... E' stata una svolta che ti aspettavi?
Fino ad ora, tutto il mio lavoro è progredito a “piccoli passi”: nel lontano 2007 quando ho pubblicato il mio primo “Viaggi in aeromobile”, l’ho fatto più per soddisfazione personale che per effettiva “convinzione” di intraprendere questa avventura. E’ stato a piccoli passi, appunto, che mi sono accorto che la mia musica iniziava a viaggiare tanto in rete, che cominciavo ad essere contattato dall’estero, che spedivo sempre più cd… Insomma, per il mio metodo di lavoro, parlare di “svolta” è sempre un po’ azzardato. Sono felice che “The Art Of The Piano” sia arrivato, magari più di altri lavori, al pubblico italiano, questo sì.

Nel nostro paese c'è gente come Ludovico Einaudi che è riuscita a guadagnarsi parecchio spazio con il pianoforte come unico alleato... A cosa credi sia legato il successo di questo genere?
E’ un genere che accompagna la vita di chi ascolta. Si adatta alle emozioni che provi, a ciò che vedi mentre ascolti e ti fa sognare ad occhi aperti. E’ un genere molto trasversale, lo apprezza chi ascolta il metal, come chi è su tonalità più pop. Ha pochi filtri, è molto diretto, parla una lingua semplice. Più scavi e conosci autori di questa corrente, più ne apprezzi le sfumature: la malinconia per alcuni, la gioia di vivere per altri, la curiosità di altri ancora. E’ un genere che amo molto, sono fan di molti dei miei “colleghi”! (ride)

"The Art Of The Piano" è probabilmente il disco più personale e "introspettivo" della tua carriera, per quanto non sia nuovo per te l'associare tramite titoli e melodie il tuo mondo "interiore" alla tua musica... Dove hai tratto ispirazione per questo lavoro?
L’ispirazione è nata attraverso un post che ho fatto un giorno in cui ho chiesto quali fossero le immagini o le parole che meglio potevano esprimere il concetto di malinconia. Sono stato davvero sopraffatto dalla quantità di risposte e foto che ho ricevuto. Istintivamente mi sono messo al piano e ho dato la mia, di risposta, scrivendo “If Melancholy Were Music”. Ecco, direi che quello è stato l’inizio di questo lavoro, pensato prima come “singoli” brani da pubblicare su SoundCloud e poi come raccolta in “The Art Of the Piano”.

Mi ha colpito in particolare quel titolo, "If Melancholy Were Music"... Si tratta effettivamente un tentativo di tradurre in note la melanconia?
Esatto – proprio come ti dicevo, è stato il mio contributo a ciò che secondo me, in quel momento, poteva suonare la malinconia in musica.

La cover dell'album è forse la cosa più strana... Cosa rappresenta e come si collega alla dimensione musicale?
La cover è stato un lavoro di cui sono molto soddisfatto. Anche in questo caso, mi sono affidato all’arte di Eugenio Ormas (già autore dei concept grafici di “Autumn Stories” e di  “Now”), ma questa volta abbiamo scelto per la prima volta un artwork non legato a “paesaggi” reali, ma legato a simboli più visionari. C’è tutto ciò che amo, in quella copertina: le mani, i tasti di un pianoforte, il simbolo alchemico dell’aria (elemento che adoro) e c’è quel forte contrasto tra ciò che poi suono e l’immagine che la rappresenta. La versione in vinile è poi spettacolare, in tutta la sua maestosità!

Sembra esserci anche uno spirito "romantico", un'esaltazione del pianoforte e della sua arte prima ancora che dell'arte in sé... Puoi confermarlo?
Sì, è proprio ciò che il titolo dell’album vuole significare. Un tributo alla bellezza dello strumento e alla sua incredibile capacità espressiva.

Che rapporto hai con il tuo strumento e cosa rappresenta per te?
Il rapporto con il pianoforte è sempre stato travagliato, in realtà. Da piccolo, quando studiavo la musica classica, sono arrivato a destestarlo (come succede a molti), infatti poi da adolescente l’ho abbandonato in favore di sintetizzatori, workstations e organi Hammond. Per anni ho suonato con cover band i generi più svariati. Mi ci sono riavvicinato poi quando ho scritto “Viaggi in aeromobile”, momento di svolta vera nella mia vita, in cui sono tornato nella natìa Mantova (ho vissuto a Milano per un bel pezzo), ho conosciuto la donna che sarebbe poi diventata mia moglie e ho iniziato questa nuova avventura.

In giro ho letto che citi Max Richter come uno dei tuoi modelli principali. Altri tendono ad associarti a Nils Frahm, io personalmente ti trovo molto più vicino ad artisti come Eluvium e Ólafur Arnalds, e ben distante dall'accademismo dei primi nomi che ho citato... Cosa ne pensi?
Hai citato artisti che amo molto e che, indubbiamente, rappresentano una fonte di ispirazione importante. Credo che essere curiosi sia una parte fondamentale nel processo creativo: approfondire, scoprire nuovi autori, ascoltare con attenzione la loro arte è importante perché espande i tuoi orizzonti sonori. Credo che, da questo punto di vista, quando suonare nei Festival sia veramente il massimo: ricordo lo scorso anno quando ho partecipato a una bella rassegna in Belgio e ho avuto la fortuna di suonare prima di Greg Haines – è stata una bellissima esperienza, sia sul palco come protagonista che poi fra il pubblico!

Quali sono effettivamente i musicisti a cui ti ispiri principalmente?
Mah, come giustamente dicevi prima, sicuramente “in principio” fu Ludovico Einaudi. Credo che nel mio primo “Viaggi in aeromobile” sia abbastanza evidente la sua influenza nella struttura dei brani. Poi ho provato sempre a perseguire una mia idea e uno stile che credo sia andato affinandosi (a piccoli passi, per l’appunto) nei lavori successivi.
Tra gli autori che amo maggiormente, oltre ai già citati Max Richter e Ólafur Arnalds, aggiungo anche Dustin O’Halloran ma anche Sigur Ròs, Jon Hopkins e Hauschka.

Quali invece quelli che apprezzi particolarmente oggigiorno, anche al di fuori del tuo ambito?
Ho recentemente apprezzato moltissimo l’ultimo lavoro di Brad Mehldau, “Mehliana”: una fantastica miscela di moog, rhodes e batteria, davvero ipnotizzante. Sto in questi mesi esplorando la dimensione ambient più “elettronica”: mi vegono in mente l’italianissimo Saffronkeira, oppure artisti come Willits, Fennesz e Rafael Anton Irisarri.

Francamente ho sempre trovato la definizione modern classical una sorta di controsenso, anche se spesso mi vedo costretto ad usarla essendo quella a cui la maggior parte dei lettori associa la musica strumentale contemporanea... A tuo parere ha un senso una catalogazione di questo genere?
Quando la gente mi chiede che genere suono, ho sempre pensato che il modo più efficace per rispondere sia dire “alla Ludovico Einaudi” (ride) – in effetti, non è facile definire questa corrente: chi dice modern classical, chi la definisce neo-classical addirittura ho sentito indie-classical (!). Non saprei dirti che questo “catalogare” ha poi un senso: diciamo che fra “addetti ai lavori” può essere utile avere un serbatoio di riferimento, ma per chi ascolta alla fine, poco importa.

Più in generale, dal punto di vista di un musicista molto spesso le classificazioni e i generi non sono che un limite, una visione parziale, una "semplificazione" eccessiva... Tu cosa pensi a riguardo?
Per quanto mi riguarda (ma sono certo che per molti è così), la composizione non è certo vincolata al genere. Soprattutto per chi non ha vincoli contrattuali, “compromessi” di mercato e conti da far tornare, comporre significa in effetti esplorare dentro sé con la massima libertà senza vincoli di alcun genere.

C'è una generazione di musicisti che anche in Italia, sulla scia del successo internazionale, sta seguendo la "tua" stessa strada. Mi vengono in mente Bruno Bavota, che ho letto tu conosci bene, e Federico Albanese - che ho scoperto per puro caso... Cosa pensa di questa "proliferazione" un musicista che si dedica da anni a quest'arte?
Non posso che esserne felice! E’ bello che anche in Italia si formi una “scuola” di genere, che esplora questo meraviglioso strumento in tutte (o in molte) le sue sfumature. Seguo con interesse e amicizia i successi di Bruno, per esempio e sono felice che si stia ritagliando uno spazio internazionale sempre più di rilievo. Purtroppo in Italia ancora questo genere stenta, a parte i soliti noti, ad avere spazio. Ma io rimango fiducioso.

Ho letto parteciperai al Piano City qui a Milano! Cosa rappresenta per te la dimensione live?
La dimensione live è la chiusura del cerchio: non si compone solo per sé stessi, non si registra musica se non per farla sentire a quanta più gente possibile. Quindi portare dal vivo i miei brani è il completamento di un percorso che la maggior parte delle volte inizia sulla tastiera pesata che ho in camera di mio figlio (ride). L’alchimia che si crea con il pubblico, poi, è un’arte a sé stante e meriterebbe ore e ore di dibattimento. E’ proprio vero che chi ascolta è tanto importante quanto chi suona.

Come costruisci solitamente i tuoi concerti a livello strumentale?
Dipende dalle situazioni: a volte basta un pianoforte, a volte mi porto un duo di archi (solitamente violino e violoncello), se poi c’è la possibilità, mi porto pure il mio Arp Odyssey e l’elettronica. Sono abbastanza flessibile, diciamo.

Che progetti hai per il futuro prossimo?
Il primo progetto è alle porte: diventerò infatti papà per la seconda volta! Musicalmente parlando, invece, mi sono preso una pausa per rimodernare lo studio – a maggio, oltre al già citato Piano City cui spero davvero di partecipare, ho in programma un tour in Russia e una serie di concerti a Tokyo nell’autunno.
Discografia
 CD & LP
  
 Viaggi in aeromobile (Music Center, 2007)
 Viandanze (CD-R, Fabrizio Paterlini, 2009)
 Fragments Found (raccolta, dig, Fabrizio Paterlini, 2010)
 Autumn Stories (Fabrizio Paterlini, 2012)
Now (Fabrizio Paterlini, 2013)
The Art Of The Piano (Fabrizio Paterlini, 2014)
 Secret Book (Memory Recordings, 2017)
  
 EP, 12", CD-R, Split
  
 Viandanze Ep (dig, Clinical Archives, 2009)
 Viandanze Re-Imagined (with March Rosetta, dig, Test Tube, 2010)
  
 REMIX
  
 
Remixed (dig, Fabrizio Paterlini, 2009)
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